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FRANCESCO DE SANCTIS
Storia della letteratura italiana

I

I SICILIANI

Il più antico documento della nostra letteratura è comunemente creduto la cantilena o canzone di Ciullo (diminutivo di Vincenzo) di Alcamo e una canzone di Folcacchiero da Siena.

Quale delle due canzoni sia anteriore è cosa puerile disputare essendo esse non principio ma parte di tutta un'epoca letteraria cominciata assai prima e giunta al suo splendore sotto Federico secondo da cui prese il nome.

Federico secondo imperatore d'Alemagna e re di Sicilia chiamato da Dante “cherico grande” cioè uomo dottissimo fu come leggesi nel novelissimo signore nella cui corte a Palermo venia “la gente che avea bontade sonatori trovatori e belli favellatori”. E perciò i rimatori di quel tempo ancorchè parecchi sieno d'altra parte d'Italia furono detti siciliani.

Che cosa è la cantilena di Ciullo?

È una tenzone o dialogo tra Amante e Madonna Amante che chiede e Madonna che nega e nega e in ultimo concede tema frequentissimo nelle canzoni popolari di tutt'i tempi e luoghi e che trovo anche oggi a Firenze nella Canzone tra il Frustino e la Crestaia.

Ciascuna domanda e risposta è in una strofa di otto versi sei settenari di cui tre sdruccioli e tre rimati chiusi da due endecasillabi rimati. La lingua è ancor rozza e incerta nelle forme grammaticali e nelle desinenze mescolata di voci siciliane napolitane provenzali francesi latine. Diamo ad esempio due strofe:

 

AMANTE

 

Molte sono le femine

c'hanno dura la testa

e l'uomo con parabole

le dimina e ammonesta:

tanto intorno percacciale

sinchè l'ha in sua podesta.

Femina d'uomo non si può tenere.

Guàrdati bella pur di ripentere.

 

MADONNA

 

Che eo me ne pentesse?

Davanti foss'io auccisa

ca nulla buona femina

per me fosse riprisa.

Er sera ci passasti

correnno alla distisa.

Acquistiti riposo canzoneri:

le tue paraole a me non piaccion gueri.

 

La canzone è tirata giù tutta d'un fiato piena di naturalezza e di brio e di movimenti drammatici rapida tutta cose senza ombra di artificio e di rettorica. Ci è una finezza e gentilezza di concetti in forma ancor greggia ineducata. E perciò il documento è più prezioso perchè se l'ingegno del poeta apparisce ne' concetti e ne' sentimenti e nell'andamento vivo e rapido del dialogo la forma è quasi impersonale ritratto immediato e genuino di quel tempo.

E studiando in quella forma è facile indurre che c'era allora già la nuova lingua non ancora formata e fissata ma tale che non solo si parlava ma si scriveva; e c'era pure una scuola poetica col suo repertorio di frasi e di concetti e con le sue forme tecniche e metriche già fissate.

Chi sa quanto tempo si richiede perchè una lingua nuova acquisti una certa forma che la renda atta ad essere scritta e cantata può farsi capace che la lingua di Ciullo ancorachè in uno stato ancora di formazione dovea già essere usata da parecchi secoli indietro.

E ci volle anche almeno un secolo perchè fosse possibile una scuola poetica giunta allora all'ultimo grado della sua storia quando i concetti i sentimenti e le forme diventano immobili come un dizionario e sono in tutti i medesimi.

Come e quando la lingua latina sia ita in decomposizione quali erano i dialetti usati dalle varie plebi come e quando siensi formate le lingue nuove o moderne neolatine quando e come siesi formato il nostro volgare si può congetturare con più o meno di verisimiglianza ma non si può affermare per la insufficienza de' documenti. Oltrechè non è questo il luogo di esaminare e chiarire quistioni filologiche di così alto interesse materia non ancora esausta di sottili e appassionate discussioni.

Si possono affermare alcuni fatti.

La lingua latina fu sempre in uso presso la parte colta della nazione parlata e scritta da' chierici da' dottori da' professori e da' discepoli. Ricordano Malespini dice che Federico secondo seppe “la lingua nostra latina e il nostro volgare”.

Ci erano dunque due lingue nostre nazionali il latino e il volgare. E che accanto al latino ci fosse il volgare parlato nell'uso comune della vita si vede pure da' contratti e istrumenti scritti in un latino che pare una traduzione dal volgare e dove spesso accanto alla voce latina trovi la voce in uso con un “vulgo dicitur” o “dicto.”

Questo volgare non era in fondo che lo stesso latino come erasi ito trasformando nel linguaggio comune detto il “romano rustico”. Nell'812 il concilio di Torsi raccomanda ai preti di affaticarsi a dichiarare le omelie in “lingua romana rustica”. Questa lingua romana o romanza dice Erasmo presso gli spagnuoli gli africani i galli e le altre romane province era così nota alla plebe che gli ultimi artigiani intendevano chi la parlasse “solo che l'oratore si fosse accostato alla guisa del volgo”. Il volgo dunque parlava un dialetto molto simile al romano e similissimo a questo dovea essere il nostro volgare anzi quasi non altro che questo uno nelle sue forme sostanziali vario ne' diversi dialetti quanto alle sue parti accidentali come desinenze accenti affissi ecc. C'era dunque un tipo unico presente in tutte le lingue neolatine e più prossimo come nota Leibnizio alla lingua italica che ad alcun'altra.

Con lo scemare della coltura prevalsero i dialetti. Per le chiese per le scuole negli atti pubblici era usato un latino barbaro molto simile alla lingua del volgo. Nell'uso comune il volgare non era parlato in nessuna parte ma era dappertutto come il tipo unico a cui s'informavano i dialetti e che li certificava di una sola famiglia.

Questo tipo o carattere de' nostri dialetti appare e nella somiglianza de' vocaboli e delle forme grammaticali e ne' mezzi musicali e analitici sostituiti alla prosodia e alle forme sintetiche della lingua latina. Il nome generico della nuova lingua come segno di distinzione dal latino era il “volgare”. Così Malespini dicea: “la nostra lingua latina e il nostro volgare” cioè la nuova lingua parlata in tutta Italia dal volgo ne' suoi dialetti.

Con lo svegliarsi della coltura se parecchi dialetti rimasero rozzi e barbari come le genti che li parlavano altri si pulirono con tendenza visibile a svilupparsi dagli elementi locali e plebei e prendere un colore e una fisonomia civile accostandosi a quel tipo o ideale comune fra tante variazioni municipali che non si era perduto mai che era come criterio a distinguere fra loro i dialetti più o meno conformi a quello stampo e che si diceva il “volgare” così prossimo al romano rustico.

Proprio della coltura è suscitare nuove idee e bisogni meno materiali formare una classe di cittadini più educata e civile metterla in comunicazione con la coltura straniera avvicinare e accomunare le lingue sviluppando in esse non quello che è locale ma quello che è comune.

La coltura italiana produsse questo doppio fenomeno: la ristaurazione del latino e la formazione del volgare. Le classi più civili da una parte si studiarono di scrivere in un latino meno guasto e scorretto dall'altra ad esprimere i sentimenti più intimi e familiari della nuova vita lasciando alla spregiata plebe i natii dialetti cercarono forme di dire più gentili un linguaggio comune dove appare ancora questo o quel dialetto ma ci si sente già uno sforzo ad allontanarsene e prendere quegli abiti e quei modi più in uso fra la gente educata e che meglio la distinguano dalla plebe.

Questo linguaggio comune si forma più facilmente dove sia un gran centro di coltura che avvicini le classi colte e sia come il convegno degli uomini più illustri. Questo fu a Palermo nella corte di Federico secondo dove convenivano siciliani pugliesi toscani romagnoli o per dirla col Novellino “dove la gente che avea bontade venìa a lui da tutte le parti”.

Il dialetto siciliano era già sopra agli altri come confessa Dante. E in Sicilia troviamo appunto un volgare cantato e scritto che non è più dialetto siciliano e non è ancora lingua italiana ma è già malgrado gli elementi locali un parlare comune a tutt'i rimatori italiani e che tende più e più a scostarsi dal particolare del dialetto e divenire il linguaggio delle persone civili.

La Sicilia avea avuto già due grandi epoche di coltura l'araba e la normanna. Il mondo fantastico e voluttuoso orientale vi era penetrato con gli arabi e il mondo cavalleresco germanico vi era penetrato co' normanni che ebbero parte così splendida nelle Crociate. Ivi più che in altre parti d'Italia erano vive le impressioni le rimembranze e i sentimenti di quella grande epoca da Goffredo a Saladino; i canti de' trovatori le novelle orientali la Tavola rotonda un contatto immediato con popoli così diversi di vita e di coltura avea colpito le immaginazioni e svegliata la vita intellettuale e morale. La Sicilia divenne il centro della coltura italiana. Fin dal 1166 nella corte del normanno Guglielmo II convenivano i trovatori italiani. Sotto Federico secondo l'Italia colta avea la sua capitale in Palermo. Tutti gli scrittori si chiamavano “siciliani”. Cronache trattati scrivevano in un latino già meno rozzo anzi ricercato e pretensioso come si vede nel Falcando. I sentimenti e le idee nuove avevano la loro espressione in quel romano rustico fondo comune di tutt'i dialetti e divenuto il parlare della gente colta il “volgare” di tutt'i volgari moderni il più simile al latino.

La lingua di Ciullo non è dialetto siciliano ma già il volgare com'era usato in tutt'i trovatori italiani ancora barbaro incerto e mescolato di elementi locali materia ancora greggia.

Vi si trova una forma poetica molto artificiosa e musicale con un gioco assai bene inteso di rime e grande ricchezza e spontaneità di forme e di concetti. Per giungere fin qui è stato necessario un lungo periodo di elaborazione. Ciullo è l'eco ancora plebea di quella vita nuova svegliatasi in Europa al tempo delle Crociate e che avea avuta la sua espressione anche in Italia e massime nella normanna Sicilia. Di quella vita un'espressione ancor semplice e immediata ma più nobile più diretta e meno locale è nella romanza attribuita al re di Gerusalemme e nel Lamento dell'amante del crociato di Rinaldo d'Aquino. Sentimenti gentili e affettuosi sono qui espressi in lingua schietta e di un pretto stampo italiano con semplicità e verità di stile con melodia soave. Cantato e accompagnato da istrumenti musicali questo “sonetto” come lo chiama l'innamorata dovea fare la più grande impressione. Comincia così:

Giammai non mi conforto
nè mi voglio allegrare.

Le navi sono al porto

e vogliono collare.

Vassene la più gente

in terre d'oltremare.

Ed io oimè lassa dolente!

Come degg'io fare?

Vassene in altea contrata

e nol mi manda a dire:

ed io rimango ingannata.

Tanti son li sospire

che mi fanno gran guerra

la notte con la dia;

nè in cielo nè in terra

non mi pare ch'io sia.

 

Il seguito della canzone è una tenera e naturale mescolanza di preghiere e di lamenti ora raccomandando a Dio l'amato ora dolendosi con la croce:

La croce mi fa dolente
e non mi val Deo pregare.

Oimè croce pellegrina

perchè m'hai così distrutta?

Oinzè lassa tapina!

ch'io ardo e incendo tutta.

 

Finisce così

 

Però ti prego Dolcetto

che sai la pena mia

che me ne facci un sonetto

e mandilo in Soria:

ch'io non posso abentare

notte nè dia:

in terra d'oltremare

ita è la vita mia.

 

La lezione è scorretta; pure questa è già lingua italiana e molto sviluppata ne' suoi elementi musicali e ne' suoi lineamenti essenziali.

L'amante che prega e chiede amore l'innamorata che lamenta la lontananza dell'amato o che teme di essere abbandonata le punture e le gioie dell'amore sono i temi semplici de' canti popolari la prima effusione del cuore messo in agitazione dall'amore. E queste poesie come le più semplici e spontanee sono anche le più affettuose e le più sincere. Sono le prime impressioni sentimenti giovani e nuovi poetici per sè stessi non ancora analizzati e raffinati.

Di tal natura è il Lamento dell'innamorato per la partenza in Storia della sua amata di Ruggerone da Palermo e il canto di Odo delle Colonne da Messina dove l'innamorata con dolci lamenti effonde la sua pena e la sua gelosia. Eccone il principio:

Oi lassa innamorata
contar vo' la mia vita

e dire ogni fiata

come l'amor m'invita

ch'io son senza peccata

d 'assai pene guernita

per uno che amo e voglio

e non aggio in mia baglia

siccome avere io soglio;

però pato travaglia.

Ed or mi mena orgoglio

lo cor mi fende e taglia.

Oi lassa tapinella
come l'amor m'ha prisa!

Come lo cor m'infella

quello che m'ha conquisa!

La sua persona bella

tolto m'ha gioco e risa

ed hammi messa in pene

ed in tormento forte:

mai non credo aver bene

se non m'accorre morte

e spero là che vene

traggami d'esta sorte.

Lassa che mi dicia

quando m'avìa in celato:

 - Di te o vita mia

mi tegno più pagato

che s'io avessi in balìa

lo mondo a signorato.

 

Sono sentimenti elementari e irriflessi che sbuccian fuori nella loro natia integrità senza immagini e senza concetti. Non ci è poeta di quel tempo anche tra i meno naturali dove non trovi qualche esempio di questa forma primitiva elementare a suon di natura come dice un poeta popolare e com'è una prima e subita impressione colta nella sua sincerità. Ed è allora che la lingua esce così viva e propria e musicale che serba una immortale freschezza e la diresti “pur mo' nata” e fa contrasto con altre parti ispide dello stesso canto. Rozza assai è una canzone di Enzo re; ma chi ha pazienza di leggerla vi trova questa gemma:

 

Giorno non ho di posa

come nel mare l'onda:

core chè non ti smembri?

Esci di pene e dal corpo ti parte:

ch'assai val meglio un'ora

morir che ognor penare.

 

Rozzissima è una canzone di Folco di Calabria poeta assai antico; ma nella fine trovi lo stesso sentimento in una forma certo lontana da questa perfezione pur semplice e sincera:

Perzò meglio varria
morir in tutto in tutto

ch'usar la vita mia

in pena ed in corrutto

come uomo languente.

 

Nella canzone a stampa di Folcacchiero da Siena fredda e stentata è pure qua e colà una certa grazia nella nuda ingenuità di sentimenti che vengon fuori nella loro crudità elementare. Udite questi versi:

 

E par ch'eo viva in noia della gente:

ogni uono m' è selvaggio:

non paiono li fiori

per me com' già soleano

e gli augei per amori

dolci versi faceano — agli albori.

 

Questi fenomeni amorosi sono a lui cosa nuova che lo empiono di maraviglia e lo commuovono e lo interessano senza ch'ei senta bisogno di svilupparli o di abbellirli. Narra non rappresenta e non descrive. Non è ancora la storia è la cronaca del suo cuore.

Però niente è in questi che per ingenuità e spontaneità di forma e di sentimento uguagli il canto di Rinaldo di Aquino o di Odo delle Colonne. Sono due esempli notevoli di schietta e naturale poesia popolare.

Ma la coltura siciliana avea un peccato originale. Venuta dal di fuori quella vita cavalleresca mescolata di colori e rimembranze orientali non avea riscontro nella vita nazionale. La gaia scienza il codice d'amore i romanzi della Tavola rotonda i Reali di Francia le novelle arabe Tristano Isotta Carlomagno e Saladino il soldano tutto questo era penetrato in Italia e se colpiva l'immaginazione rimaneva estraneo all'anima e alla vita reale. Nelle corti ce ne fu l'imitazione. Avemmo anche noi i trovatori i giullari e i novellatori. Vennero in voga traduzioni imitazioni contraffazioni di poemi romanzi rime cavalleresche. L'Intelligenzia poema in nona rima ultimamente scoperto è una imitazione di simil genere. L'amore divenne un'arte col suo codice di leggi e costumi. Non ci fu più questa o quella donna ma la donna con forme e lineamenti fissati così come era concepita ne' libri di cavalleria. Tutte le donne sono simili. E così gli uomini: tutti sono il cavaliere con sentimenti fattizii e attinti da' libri. Ma il movimento si fermò negli strati superiori della società e non penetrò molto addentro nel popolo e non durò. Forse se la Casa sveva avesse avuto il di sopra questa vita cavalleresca e feudale sarebbe divenuta italiana. Ma la caduta di Casa sveva e la vittoria de' comuni nell'Italia centrale fecero della cavalleria un mondo fantastico simile a quel favoleggiare di Roma di Fiesole e di Troia.

Essendo idee sentimenti e immagini una merce bella e fatta non trovate e non lavorate da noi si trovano messe lì come tolte di peso con manifesto contrasto tra la forma ancor rozza e i concetti peregrini e raffinati. Sono concetti scompagnati dal sentimento che li produsse e che non generano alcuna impressione. Quando vengono sotto la penna il cervello e il cuore sono tranquilli. Il poeta dice che amore lo fa “trovare” lo rende un trovatore; ma è un amore come lo trova scritto nel codice e ne' testi nè ti è dato sentire ne' suoi versi una tragedia sua le sue agitazioni. Le reminiscenze le idee in voga gli tengono luogo d'ispirazione. Sono migliaia di poesie tutte di un contenuto e di un colore così somiglianti che spesso sei impacciato a dire il tempo e l'autore del canto ove ne' codici sia discordanza o silenzio: ciò che non di rado accade. La poesia non è una prepotente effusione dell'anima ma una distrazione un sollazzo un diporto una moda una galanteria. È un passatempo come erano le corti d'amore è la gaia scienza un modo di passarsela allegramente e acquistarsi facile riputazione di spirito e di coltura facendo sfoggio della dottrina d'amore; e chi più mostrava saperne era più ammirato. Invano cerchi ne' canti di Federico di Enzo di Manfredi di Pier delle Vigne le preoccupazioni o le agitazioni della loro vita: vi trovi il solito codice d'amore con le stesse generalità. L'arte diviene un mestiere il poeta diviene un dilettante; tutto è convenzionale concetti frasi forme metri: un meccanismo che dovea destare grande ammirazione nel volgo specialmente usato dalle donne; la Nina Siciliana e la Compiuta Donzella fiorentina dovettero parere un miracolo.

Quello che avvenne si può indovinare. Migliori poeti son quelli che scrivono senza guardare all'effetto e senza pretensione a diletto e a sfogo e come viene. Anche nelle poesie più rozze trovi bei movimenti di affetto e d'immaginazione con una gentilezza e leggiadria di forma che viene dal di dentro. Sono più vicini al sentimento popolare e alla natura. Ma quando vai su quando ti accosti a quella poesia che Dante chiama aulica e cortigiana ti trovi già lontano dal vero e dalla natura ed hai tutt'i difetti di una scuola poetica nata e formata fuori d'Italia e già meccanizzata e raffinata. Hai tutt'i difetti della decadenza un seicentismo che infetta l'arte ancora in culla. Ci è già un repertorio. Il poeta dotto non prende quei concetti così crudi e nudi come fanno i rozzi nella loro semplicità ma per fare effetto li assottiglia e li esagera. Nei rozzi non ci è alcun lavoro: in questi un lavoro c'è ma freddo e meccanico. Concetti immagini sentimenti frasi metri rime tutto è sforzato tormentato oltrepassato sì che il lettore ammiri la dottrina lo spirito e le difficoltà superate. Trovi insieme rozzezza e affettazione. La lingua ancor giovane non è raffinata come il concetto e scopre l'artificio di un lavoro a cui rimane estranea. E fosse almeno originale questo lavoro sì che rivelasse nei poeta una vera svegliatezza e attività dello spirito! Ma è un seicentismo venuto anch'esso dal di fuori. Eccone un esempio:

Umile sono ed orgoglioso
prode e vile e coraggioso

franco e sicuro e pauroso

e sono folle e saggio.

Facciome prode e dannaggio

e diraggio

 - Vi' como

mal e bene aggio

più che null'omo. -

 

Così comincia una canzone Ruggieri Pugliese tutta su questo andare dove la rozzezza e la negligenza della forma esclude ogni serietà di lavoro: è una litania di antitesi racimolate qua e là e messe insieme a casaccio.

I poeti siciliani di questo genere più ammirati a quei tempi sono Guido delle Colonne e il notaio Iacopo da Lentino.

Guido dottore o come allora dicevasi giudice fu uomo dottissimo. Scrisse cronache e storie in latino e voltò di greco in latino la Storia della caduta di Troia di Darete una versione che fu poi recata parecchie volte in volgare. Un uomo par suo sdegna di scrivere nel comune volgare e tende ad alzarsi ad accostarsi alla maestà e gravità del latino: sì che meritò che Dante le sue canzoni chiamasse tragiche cioè del genere nobile e illustre. Ma la natura non lo avea fatto poeta e la sua dottrina e il lungo uso di scrivere non valse che a fargli conseguire una perfezione tecnica della quale non era esempio avanti. Hai un periodo ben formato molta arte di nessi e di passaggi uno studio di armonia e di gravità: artificio puramente letterario e a freddo. Manca il sentimento; supplisce l'acutezza e la dottrina studiandosi di fare effetto con la peregrinità d'immagini e concetti esagerati e raffinati che parrebbero ridicoli se non fossero incastonati in una forma di grave e artificiosa apparenza. Ecco un esempio:

Ancor che l'aigua per lo foco lasse

la sua grande freddura

non cangerea natura

se alcun vasello in mezzo non vi stasse:

anzi avverrea senza alcuna dimura

che lo foco stutasse

o che l'aigua seccasse;

ma per lo mezzo l'uno e l'alto dura.

Così gentil criatura

in me ha mostrato amore

l'ardente suo valore

che senz'amore - era aigua fredda e ghiaccia.

Ma el m'ha sì allumato

di foco che m'abbraccia

ch'eo fòra consumato

se voi donna sovrana

non foste voi mezzana

infra l'amore e meve

che fa lo foco nascere di neve.

 

E non si ferma qui e continua con l'acqua e il foco e la neve e poi dice che il suo spirito è ito via e lo “spirito ch'io aggio credo lo vostro sia che nel mio petto stia” e conchiude ch'ella lo tira a sè ed ella sola può come di tutte le pietre la sola calamita ha balìa di trarre: paragone in cui spende tutta la strofa spiegando come la calamita abbia questa virtù. Questi son concetti e freddure dissimulate nell'artificio della forma; perchè se guardi alla condotta del periodo all'arte de' passaggi alla stretta concatenazione delle idee alla felicità dell'espressione in dir cose così sottili e difficili hai poco a desiderare.

In Iacopo da Lentino questa maniera è condotta sino alla stravaganza massime ne' sonetti. Non mancano movimenti d'immaginazione ed una certa energia d'espressione come:

Ben vorria che avvenisse

che lo meo core uscisse

come incarnato tutto

e non dicesse mutto - a voi sdegnosa:

ch'Amore a tal n 'addusse

che se vipera fusse

naturia perderea:

ella mi vederea: - fòra pietosa.

 

Ma sono affogati fra paragoni sottigliezze e freddure che nella rozza trascurata forma spiccano più e sono reminiscenze sfoggio di sapere. Non sente amore ma sottilizza d'amore come:

Fino amor di fin cor vien di valenza

e scende in alto core somigliante

e fa di due voleri una voglienza

la qual è forte più che lo diamante

legandoli con amorosa lenza

che non si rompe nè scioglie l'amante.

 

Su questa via giunge sino alla più goffa espressione di una maniera falsa e affettata come è un sonetto che comincia:

Lo viso e son diviso dallo viso

e per avviso credo ben visare

però diviso viso dallo viso

ch'altro è lo viso che lo divisare ecc.

 

Nondimeno questi passatempi poetici se rimasero estranei alla serietà e intimità della vita ebbero non piccola influenza nella formazione del volgare sviluppando le forme grammaticali e la sintassi e il periodo e gli elementi musicali: come si vede principalmente in Guido delle Colonne. Ne' più rozzi trovi de' brani di un colore e di una melodia che ti fa presentire il Petrarca. Valgano a prova alcuni versi nella canzone attribuita a re Manfredi:

E vero certamente credo dire

che fra le donne voi siete sovrana

e d'ogni grazia e di virtù compita

per cui morir d'amor mi saria vita.

 

L'Intelligenzia poema allegorico pieno d'imitazioni e di contraffazioni ha una perfezione di lingua e di stile che mostra nell'ignoto autore un'anima delicata innamorata aperta alle bellezze della natura e fa presumere a quale eccellenza di forma era giunto il volgare. C'è una descrizione della primavera non nuova di concetti ma piena di espressione e di soavità come di chi ne ha il sentimento. E continua così:

Ed io stando presso a una fiumana

in un verziere all'ombra di un bel pino

d'acqua viva aveavi una fontana

intorneata di fior gelsomino.

Sentìa l'àire soave a tramontana:

udìa cantar gli augei in lor latino;

allor sentìo venir dal fino amore

un raggio che passò dentro dal core

come la luce che appare al mattino.

 

E descrive così la sua donna:

Guardai le sue fattezze dilicate

che nella fronte par la stella Diana

tant' è d'oltremirabile biltate

e nell'aspetto sì dolce ed umana!

Bianca e vermiglia di maggior clartate

che color di cristallo o fior di grana:

la bocca picciolella ed aulorosa

la gola fresca e bianca più che rosa

la parlatura sua soave e piana.

Le bionde trecce e i begli occhi amorosi

che stanno in sì salutevole loco

quando li volge son sì dilettosi

che il cor mi strugge come cera foco.

Quando spande li sguardi gaudiosi

par che 'l mondo si allegri e faccia gioco.

 

Qui ci è un vero entusiasmo lirico il sentimento della natura e della bellezza: ond'è nata una mollezza e dolcezza di forma che con poche correzioni potresti dir di oggi; così è giovine e fresca.

E se il sonetto dello “sparviere” è della Nina se è lavoro di quel tempo come non pare inverisimile è un altro esempio della eccellenza a cui era venuto il volgare maneggiato da un'anima piena di tenerezza e d'immaginazione:

 

Tapina me che amava uno sparviero

amaval tanto ch'io me ne moria;

a lo richiamo ben m'era maniero

ed unque troppo pascer nol dovia.

Or è montato e salito sì altero

assai più altero che far non solia;

ed è assiso dentro a un verziero

e un'altra donna l'averà in balìa.

Isparvier mio ch'io t'avea nodrito;

sonaglio d'oro ti facea portare

perchè nell'uccellar fossi più ardito.

Or sei salito siccome lo mare

ed hai rotto li geti e sei fuggito

quando eri fermo nel tuo uccellare.

 

Con la caduta degli Svevi questa vivace e fiorita coltura siciliana stagnò prima che acquistasse una coscienza più chiara di sè e venisse a maturità. La rovina fu tale che quasi ogni memoria se ne spense ed anche oggi dopo tante ricerche non hai che congetture oscurate da grandi lacune.

Nata feudale e cortigiana questa coltura diffondevasi già nelle classi inferiori ed acquistava una impronta tutta meridionale. Il suo carattere non è la forza nè l'elevatezza ma una tenerezza raddolcita dall'immaginazione e non so che molle e voluttuoso fra tanto riso di natura. Anche nella lingua penetra questa mollezza e le dà una fisonomia abbandonata e musicale come d'uomo che canti e non parli in uno stato di dolce riposo: qualità spiccata de' dialetti meridionali.

La parte ghibellina sconfitta a Benevento non si rilevò più. Lo nobile signore Federico e il bennato re Manfredi dieron luogo ai papi e agli Angioini loro fidi. La parte popolana ebbe il disopra in Toscana e la libertà de' comuni fu assicurata. La vita italiana mancata nell'Italia meridionale in quella sua forma cavalleresca e feudale si concentrò in Toscana. E la lingua fu detta toscana e toscani furon detti i poeti italiani. De' siciliani non rimase che questa epigrafe:

 

Che fur già primi: e quivi eran da sezzo.


II

I TOSCANI

Mentre la coltura siciliana si spiegava con tanto splendore e lusso d'immaginazione e attirava a sè i più chiari ingegni d'Italia ne' comuni dell'Italia centrale oscuramente ma con assiduo lavoro si formava e puliva il volgare. Centri principali erano Bologna e Firenze intorno a' quali trovi Lucca Pistoia Pisa Arezzo Siena Faenza Ravenna Todi Sarzana Pavia Reggio.

Gittando uno sguardo su quelle antichissime rime non vi trovi la vivacità e la tenerezza meridionale; ma uno stile sano e semplice lontano da ogni gonfiezza e pretensione e un volgare già assai più fino per la proprietà de' vocaboli ed una grazia non scevra di eleganza.

Trovo una tenzone di Ciacco dall'Anguillara fiorentino sullo stesso tema trattato da Ciullo. Nella cantilena di costui hai più varietà e più impeto e concetti ingegnosi in forma rozza. Nella tenzone di Ciacco tutto è su uno stampo in andamento piano uguale e tranquillo e in una lingua così propria e sicura che non ne hai esempio ne' più tersi e puliti siciliani. Comincia così:

 

AMANTE

O gemma leziosa

adorna villanella

che sei più virtudiosa

che non se ne favella;

per la virtude ch'hai

per grazia del Signore

aiutami chè sai

ch'io son tuo servo Amore.

 

DONNA

Assai son gemme in terra

ed in fiume ed in mare

ch'anno virtude in guerra

e fanno altrui allegrare:

amico io non son dessa

di quelle tre nessuna:

altrove va per essa

e cerca altra persona.

Con questa precisione e sicurezza di vocabolo e di frase che ti annunzia un volgare già formato e parlato si accompagna una misura e una grazia ignota alla nudità molle e voluttuosa della vita meridionale. E vaglia per prova la fine di questa tenzone di una decenza amabile così lontana dal plebeo “allo letto ne gimo” di Ciullo:

 

DONNA

Tanto m'hai predicata

e sì saputo dire

ch'io mi sono accordata:

dimmi: che t' è in piacere?

 

AMANTE

Madonna a me non piace

castella nè monete:

fatemi far la pace

con l'amor che sapete.

Questo addimando a vui

e facciovi finita.

Donna siete di lui

ed egli è la mia vita.

 

Questi dialoghi sono una pretta imitazione della lingua parlata e sono i più acconci a mostrare a qual grado di finezza e di grazia era giunto il volgare in Toscana massime in Firenze. Ecco alcuni brani di un altro dialogo di Ciacco:

 

Mentr'io mi cavalcava

audivi una donzella;

forte si lamentava

e diceva: - Oi madre bella

lungo tempo è passato

che deggio aver marito

e tu non lo m'hai dato.

La vita d'esto mondo nulla cosa mi pare...

 - Figlia mia benedetta

se l'amor ti confonde

de la dolce saetta

ben te ne puoi sofferere...

 - Per parole mi teni

tuttor così dicendo;

questo patto non fina

ed io tutta ardo e incendo;.

La voglia mi domanda

cosa che non suole

una luce più chiara che il sole;

per ella vo languendo.

 

In queste rappresentazioni schiette dell'animo e non astratte e pensate ma in casi ben determinati e circoscritti il poeta è sincero vede con chiarezza istintiva quello s'ha a fare e dire come fa il popolo e non esprime i suoi sentimenti perchè non ne ha coscienza tutto dietro alle cose che gli si presentano dette però in modo che ti suscitano anche le impressioni provate dal poeta. A lui basta dire il fatto e la sua immediata impressione senza dimorarvi sopra parendogli che la cosa in se stessa dica tutto: semplicità rara ne' meridionali dov'è maggiore espansione ma che è qualità principale del parlare fiorentino. Uno stupendo esempio trovi in questo sonetto della Compiuta Donzella fiorentina la divina Sibilla come la chiama maestro Torrigiano:

Alla stagion che il mondo foglia e fiora

accresce gioia a tutt'i fini amanti:

vanno insieme alli giardini allora

che gli augelletti fanno nuovi canti.

 

La franca gente tutta s'innamora

ed in servir ciascun traggesi innanti

ed ogni damigella in gioi' dimora

e a me ne abbondan smarrimenti e pianti.

 

Chè lo mio padre m'ha messa in errore

e tienemi sovente in forte doglia:

donar mi vuole a mia forza signore.

 

Ed io di ciò non ho disio nè voglia

e in gran tormento vivo a tutte l'ore:

però non mi rallegra fior nè foglia.

 

Un sonetto di Bondie Dietaiuti è similissimo a questo di concetto e di condotta con minor movimento e grazia e freschezza ma superiore d'assai per arte e perfezione di forma:

 

Quando l'aria rischiara e rinserena

il mondo torna in grande dilettanza

e l'acqua surge chiara dalla vena

e l'erba vien fiorita per sembianza

 

e gli augelletti riprendon lor lena

e fanno dolci versi in loro usanza

ciascun amante gran gioi' ne mena

per lo soave tempo che s'avanza.

 

Ed io languisco ed ho vita dogliosa:

come altro amante non posso gioire

chè la mia donna m' è tanto orgogliosa.

 

E non mi vale amar nè ben servire:

però l'altrui allegrezza m'è noiosa

e dogliomi ch'io veggio rinverdire.

 

In questi due sonetti è grande semplicità di pensiero e di andamento e una perfetta misura. Si ha aria di narrare quello si vede o si sente senza riflessioni ed emozioni ma con una vivacità ed un colorito che suscita le più vive impressioni. Il secondo sonetto è cosa perfetta se guardi alla parte tecnica ed accenna a maggior coltura; non solo la nuova lingua è pienamente formata ma è già elegante già la frase surroga i vocaboli propri: a me piace più la perfetta semplicità del sonetto femminile con movenza più vivace più immediata e più naturale.

La proprietà la grazia e la semplicità sono le tre veneri che si mostrano nel volgare come si era ito formando in Toscana; qualità che trovi ancora dove è più difficile a serbarle quando per una impazienza interna si rompe il freno e si dicono i secreti più delicati dell'animo con tanta più audacia quanto maggiore è stata la compressione e con la sicurezza di chi sente che non ha torto ma ragione: è una violenza raddolcita da una grazia ineffabile e che per una naturale misura rimane ipotetica nel seguente madrigale di Alesso di Guido Donati:

In pena vivo qui sola soletta

giovin rinchiusa dalla madre mia

la qual mi guarda con gran gelosia.

Ma io le giuro alla croce di Dio

s'ella mi terrà più sola serrata

ch'i' dirò: - Fa' con Dio vecchia arrabbiata. -

E gitterò la rocca il fuso e l'ago

amor fuggendo a te di cui m'appago.

 

Questa bella forma in tanto spirito e vivacità così castigata propria e semplice e piena di grazia si andò sviluppando non perchè il suo contenuto voleva così ma in opposizione ad esso contenuto vuoto ed astratto. Anzi che qualità del contenuto o di questo e quel poeta sembra il progresso naturale dello spirito toscano dotato di un certo senso artistico che lo tirava alla forma nella piena indifferenza del contenuto. Perciò queste qualità spiccano più dove il poeta non è impedito da un contenuto convenzionale ma si abbandona a rappresentare i fatti e i moti dell'animo come gli si affacciano in situazioni ben determinate e come sono nella realtà della vita. Allora contenuto e forma sono una cosa stessa ed hai ciò che di più perfetto ha prodotto a quel tempo lo spirito toscano: come è in parecchie poesie già citate. Potremmo desiderare che la lingua e la poesia italiana si fosse ita formando per un movimento ingenito naturale e popolare com'è stato presso altri popoli. Ma sono desidèri sterili. Il fatto è che mentre la lingua si formava il contenuto era già formato e meccanizzato e convenzionale: la lingua si moveva il contenuto rimaneva stazionario lo stesso ne' più puliti scrittori tutti del pari dimenticati perchè quello solo sopravvive che ha una forma prodotta da un contenuto attivo e reale vivente della vita comune.

Tale non è il contenuto in tanta moltitudine di rimatori a quei tempi. In Toscana come in Sicilia ci era già tutto un mondo poetico non formato a poco a poco insieme col volgare ma già fissato con lineamenti precisi e costanti. C'era già una poetica e c'era anche un vocabolario comune. Concetti e parole sono in tutt'i trovatori gli stessi. Come più tardi avemmo le maschere cioè caratteri comici con lineamenti tradizionali che nessuno si attentava di alterare così ci era allora Madonna e Messere.

Madonna l'“amanza” o la cosa amata era un ideale di tutta perfezione non la tale e tale donna ma la donna in genere amata con un sentimento che teneva di adorazione e di culto. Messere era l'amante il “meo sere” che avea qualche valore solo amando. Uomo senz'amore è uomo senza valore. Amare è indizio di cor gentile. Chi ama è cavaliere ubbidiente alle leggi dell'onore difensore della giustizia protettore de' deboli umile servo o servente d'amore e soffre volentieri ove a sua Madonna piaccia e amato sta allegro ma “senza vanitate” senza menar vanto e spregia le ricchezze perchè chi è amato è ricco. Amore è “di due voleri una voglienza” ed è senza “fallimento” o “villania” senza peccato e sta contento al solo sguardo; nello stesso paradiso la gioia dell'amante è contemplare Madonna e senza Madonna “non vi vorria gire”. Il codice d'amore descrive i concetti e i sentimenti degli amanti “fini” e “cortesi”. Il codice della cavalleria descrive le leggi dell'onore i doveri di cavaliere “leale” e “franco”. Come si vede amore era tutta la vita ne' suoi vari aspetti era Dio patria e legge; la donna era la divinità di quei rozzi petti. Chi cerca nelle memorie della prima età troverà questo ideale della donna nella sua purezza e nella sua onnipotenza: l'universo è la Donna. E tale fu negl'inizi della società moderna in Germania in Francia in Provenza in Spagna in Italia. La storia fu fatta a quella immagine. Troiani e romani erano concepiti come cavalieri erranti e così arabi saraceni turchi lo soldano e Saladino. Paris e Elena Piramo e Tisbe sono eroi da romanzo come Lancillotto e Ginevra Tristano e Isaotta la bionda. In questa fraternità universale si trovano gli angioli i santi i miracoli il paradiso in istrana mescolanza col fantastico e il voluttuoso del mondo orientale tutto battezzato sotto nome di cavalleria. Le idee generali non sono ancora potenti di uscire nella loro forma e sono ancora allegorie. Le idee morali sono motti e proverbi. La letteratura di questa età infantile sono romanzi e novelle e favole e motti poemi allegorici e sonetti nel loro primo significato cioè rime con suoni canti e balli onde la canzone e la ballata.

La cavalleria poco attecchì in Italia. Castella e castellane col loro corteggio di giullari trovatori novellatori e bei favellatori doveano aver poco prestigio presso un popolo che avea disfatte le castella e s'era ordinato a comune. Vinto Federico Barbarossa e abbattuta poi Casa sveva quella vita di popolo fu assicurata e le tradizioni feudali e monarchiche perdettero ogni efficacia nella realtà. Rimasero nella memoria non come regola della vita ma come un puro gioco d'immaginazione. Nessuno credeva a quel mondo cavalleresco nessuno gli dava serietà e valore pratico: era un passatempo dello spirito non tutta la vita ma un incidente una distrazione. Ora quando un contenuto non penetra nelle intime latebre della società e rimane nel campo dell'immaginazione diviene subito frivolo e convenzionale come la moda e perde ogni sincerità e ogni serietà. Ma la stessa immaginazione era inaridita innanzi a un contenuto dato e fissato come si trovava in una letteratura non nata e formata con la vita nazionale ma venuta dal di fuori per via di traduzioni. Perciò niente di nazionale e di originale nessun moto di fantasia o di sentimento; nessuna varietà di contenuto; una così noiosa uniformità che mal sai distinguere un poeta dall'altro.

Questo contenuto non può aver vita se non si move trasformato e lavorato dal genio nazionale. Quello stesso senso artistico che avea condotta già a tanta perfezione la lingua dovea altresì risuscitare quel contenuto e dargli moto e spirito.

L'Italia avea già una coltura propria e nazionale molto progredita: l'Europa andava già ad imparare nella dotta Bologna. Teologia filosofia giurisprudenza scienze naturali studi classici aveano già con vario indirizzo dato un vivo impulso allo spirito nazionale. Quel contenuto cavalleresco dovea parer frivolo e superficiale ad uomini educati con Virgilio ed Ovidio che leggevan san Tommaso e Aristotile nutriti di Pandette e di dritto canonico ed aperti a tutte le maraviglie dell'astronomia e delle scienze naturali. Le tenzoni d'amore doveano parer cosa puerile a quegli atleti delle scuole così pronti e così sottili nelle lotte universitarie. Quella forma di poetare dovea parer troppo rozza e povera a gente già iniziata in tutti gli artifici della rettorica. Nacque l'entusiasmo della scienza una specie di nuova cavalleria che detronizzava l'antica. Lo stesso impeto che portava l'Europa a Gerusalemme la portava ora a Bologna. Gli storici descrivono co' più vivi colori questo grande movimento di curiosità scientifica il cui principal centro era in Italia.

E la scienza fu madre della poesia italiana e la prima ispirazione venne dalla scuola. Il primo poeta è chiamato il Saggio e fu il padre della nostra letteratura fu il bolognese Guido Guinicelli il nobile il massimo dice Dante il padre

 

mio e degli altri miei miglior che mai

rime d'amor usàr dolci e leggiadre.

 

Guido nel 1270 insegnava lettere nell'università di Bologna. Il volgare era già formato e si chiamava “lingua materna”: l'uso moderno in opposizione al latino. Egli vi gittò dentro tutto l'entusiasmo di una mente educata dalla filosofia alle più alte speculazioni e commossa da' miracoli dell'astronomia e dalle scienze naturali. È il mondo nuovo della scienza che si rivela con le sue fresche impressioni nella sua canzone sulla natura dell'amore. In generale le poesie de' trovatori sono una filza di concetti addossati gli uni agli altri senza sviluppo. Qui non ci è che un solo concetto ed è il luogo comune de' trovatori espresso nel celebre verso:

Amore e cor gentil sono una cosa.

 

Ma questo concetto diviene tutto un mondo innanzi a Guido e si mostra ne' più nuovi aspetti. Risorge l'immaginazione e attinge le sue immagini non da' romanzi di cavalleria ma dalla fisica dall'astronomia da' più bei fenomeni della natura con la compiacenza con la voluttà e l'abbondanza di chi addita e spiega le sue scoperte. I paragoni si accavallano s'incalzano ti par di essere in un mondo incantato e passi di maraviglia in maraviglia. Citerò alcuni brani:

 

Al cor gentil ripara sempre amore

siccome augello in selva alla verdura;

nè fe amore anti che gentil core

nè gentil core anti che amor Natura.

Che adesso com' fu il Sole

sì tosto fue lo splendor lucente

nè fu davanti al Sole.

E prende Amore in gentilezza loco

così propiamente

come il calore in chiarità di foco.

 

Foco d'Amore in gentil cor s'apprende

come virtute in pietra preziosa;

chè dalla stella valor non discende

anzi che il Sol la faccia gentil cosa...

 

Amor per tal ragion sta in cor gentile

per qual lo foco in cima del doppiero...

 

Amore in gentil cor prende rivera

com' diamante dal ferro in la miniera.

 

èere lo Sol lo fango tutto il giorno:

vile riman: nè il Sol perde calore.

Dice uom altier: - Gentil per schiatta torno: -

lui sembra il fango; e il Sol gentil valore.

Chè non dee dare uom fè

che gentilezza sia fuor di coraggio

in dignità di re

se da virtute non ha gentil core:

com'acqua ei porta raggio

e il ciel ritien la stella e lo splendore.

 

C'è qui una certa oscurità alcuna volta e un certo stento come di un pensiero in travaglio e n'escono vivi guizzi di luce che rivelano le profondità di una mente sdegnosa di luoghi comuni e per lungo uso speculatrice. Il contenuto non è ancora trasformato internamente non è ancora poesia cioè vita e realtà; ma è già un fatto scientifico scrutato analizzato da una mente avida di sapere con la serietà e la profondità di chi si addentra ne' problemi della scienza e illuminato da una immaginazione eccitata non dall'ardore del sentimento ma dalla stessa profondità del pensiero. Guido non sente amore non riceve e non esprime impressioni amorose ma contempla l'amore e la bellezza con uno sguardo filosofico; quello che gli si affaccia non è persona idealizzata ma è pura idea della quale è innamorato con quello stesso amore che il filosofo porta alla verità intuita e contemplata dalla sua mente quasi fosse persona viva. Così Platone amava le sue idee; l'amore platonico non era altro che amore d'intuizione e di contemplazione una specie di parentela tra il contemplante e il contemplato: io ti contemplo e ti fo mia. Guido ama la creatura della sua meditazione e l'amore gli move l'immaginazione e gli fa trovare i più ricchi colori sì ch'ella par fuori pomposamente abbigliata. L'artista è un filosofo non è ancora un poeta. A quel contenuto cavalleresco frivolo e convenzionale così fecondo presso i popoli dove nacque così sterile presso noi dove fu importato succede Platone la contemplazione filosofica. Non ci è ancora il poeta ma ci è l'artista. Il pensiero si move l'immaginazione lavora. La scienza genera l'arte.

La coltura cavalleresca se giovò a formare il volgare impedì la libertà e spontaneità del sentimento popolare e creò un mondo artificiale e superficiale fuori della vita che rese insipidi gl'inizi della nostra letteratura così interessanti presso altri popoli. Quel contenuto stazionario comincia a moversi presso Guido di un moto impresso non da sentimento di amore ma da contemplazione scientifica dell'amore e della bellezza che se non riscalda il core sveglia l'immaginazione. Questo dunque si ricordi bene che la nostra letteratura fu prima inaridita nel suo germe da un mondo poetico cavalleresco non potuto penetrare nella vita nazionale e rimaso frivolo e insignificante; e fu poi sviata dalla scienza che l'allontanò sempre più dalla freschezza e ingenuità del sentimento popolare e creò una nuova poetica che non fu senza grande influenza sul suo avvenire. L'arte italiana nasceva non in mezzo al popolo ma nelle scuole fra san Tommaso e Aristotele tra san Bonaventura e Platone.

La poesia di Guido ha il difetto della sua qualità: la profondità diviene sottigliezza e l'immaginazione diviene rettorica quando vuole esprimere sentimenti che non prova. Vuol esprimere il suo stato quando fu colpito dal dardo di amore e dice che quel dardo

per gli occhi passa come fa lo trono

che fèr per la finestra della torre

e ciò che dentro trova spezza e fende.

Rimagno come statua d'ottono

ove spirto nè vita non ricorre

se non che la figura d 'uomo rende.

 

Queste non sono certo le insipide sottigliezze di Iacopo da Lentino. Ci si vede l'uomo d'ingegno e la mente che pensa. Ma non è linguaggio d'innamorato questo sottilizzare e fantasticare sul suo amore e sul suo stato.

Immensa fu l'impressione che produsse questa poesia di Guido se vogliamo giudicarla da quella che n'ebbe Dante che lo imitò tante volte che lo chiamò padre suo che la magnifica terza strofa scelse a materia della sua canzone sulla nobiltà che ebbe la stessa scuola poetica che nota la celebrità a cui venne l'uno e l'altro Guido e aggiunge:

e forse è nato

chi l'uno e l'altro caccerà di nido.

Guido oscurò tutt'i trovatori e salì a gran fama presso un pubblico avido di scienza e pieno d'immaginazione di cui Guido era il ritratto; un pubblico uscito dalle scuole per il quale poesia era sapienza e filosofia verità adorna e che non pregiava i versi se non come velame della dottrina:

Mirate la dottrina che s'asconde

sotto il velame de li versi strani.

 

Tal poeta tal pubblico. E si andò così formando una scuola poetica il cui codice è il Convito di Dante.

Se Bologna si gloriava del suo Guido Arezzo avea il suo Guittone Todi il suo Iacopone e Firenze il suo Brunetto Latini.

Dante mette Guittone tra quelli che “sogliono sempre ne' vocaboli e nelle locuzioni somigliare la plebe”. Alla qual sentenza contraddicono alcuni sonetti attribuiti a lui e che per l'andamento e la maniera sembrano di fattura molto posteriore. Se guardiamo alle sue canzoni e alle sue prose non sarà alcuno che non stimerà giusta la sentenza di Dante. In Guittone è notabile questo che nel poeta senti l'uomo: quella forma aspra e rozza ha pure una fisonomia originale e caratteristica una elevatezza morale una certa energia d'espressione. L'uomo ci è non l'innamorato ma l'uomo morale e credente e dalla sincerità della coscienza gli viene quella forza. E c'è anche l'uomo colto una mente esercitata alla meditazione e al ragionamento. I suoi versi sono non rappresentazione immediata della vita ma sottili e ingegnosi discorsi che doveano parer maraviglia a quel pubblico scolastico. Venne perciò a tale celebrità che fu tenuto per qualche tempo il primo de' poeti; ma nella sua vecchia età si vide oscurato da' nuovi astri onde dice il Petrarca:

Guitton d'Arezzo

che di non esser primo par ch'ira aggia.

 

Nondimeno gli rimasero ammiratori e seguaci con grande ira di Dante che esclama: “Cessino i seguaci dell'ignoranza che estollono Guittone d'Arezzo”.

Guittone non è poeta ma un sottile ragionatore in versi senza quelle grazie e leggiadrie che con sì ricca vena d'immaginazione ornano i ragionamenti di Guinicelli. Non è poeta e non è neppure artista: gli manca quella interna misura e melodia che condusse poeti inferiori a lui di coltura e d'ingegno a polire il volgare. È privo di gusto e di grazia.

Degne di maggiore attenzione sono le poesie di Iacopone come quelle che segnano un nuovo indirizzo nella nostra letteratura. Sono le poesie di un santo animato dal divino amore. Non sa di provenzali o di trovatori o di codici d'amore: questo mondo gli è ignoto. E non cura arte e non cerca pregio di lingua e di stile anzi affetta parlare di plebe con quello stesso piacere con che i santi vestivano vesti di povero. Una cosa vuole dare sfogo ad un'anima traboccante di affetto esaltata dal sentimento religioso. Ignora anche teologia e filosofia e non ha niente di scolastico. Si capisce che un poeta così fuori di moda dovea in breve esser dimenticato dal colto pubblico sì che le sue poesie ci furono conservate come un libro di divozione anzi che come lavoro letterario. E nondimeno c'è in Iacopone una vena di schietta e popolare e spontanea ispirazione che non trovi ne' poeti colti finora discorsi. Se i mille trovatori italiani avessero sentito amore con la caldezza e l'efficacia che desta tanto incendio nell'anima religiosa di Iacopone avremmo avuta una poesia meno dotta e meno artistica ma più popolare e sincera.

Iacopone riflette la vita italiana sotto uno de' suoi aspetti con assai più di sincerità e di verità che non trovi in nessun trovatore. È il sentimento religioso nella sua prima e natia espressione come si rivela nelle classi inculte senza nube di teologia e di scolasticismo e portato sino al misticismo ed all'estasi. In comunione di spirito con Dio la Vergine i santi e gli angeli parla loro con tutta dimestichezza e li dipinge con perfetta libertà d'immaginazione co' particolari più pietosi e più affettuosi che sa trovare una fantasia commossa dall'amore. Maria è soprattutto il suo idolo e le parla con la familiarità e l'insistenza di chi è sicuro della sua fede e sa di amarla:

Di' Maria dolce con quanto disio

miravi 'l tuo figliuol Cristo mio Dio.

 

Quando tu il partoristi senza pena

la prima cosa credo che facesti

sì l'adorasti o di grazia piena

poi sopra il fien nel presepio il ponesti;

con pochi e pover' panni l'involgesti

maravigliando e godendo cred'io.

 

O quanto gaudio avevi e quanto bene

quando tu lo tenevi fra le braccia!

Dillo Maria chè forse si conviene

che un poco per pietà mi satisfaccia.

Baciavi tu allora nella faccia

se ben credo e dicevi: - O figliuol mio! -

 

Quando “figliuol” quando “padre” e “signore”

quando “Dio” e quando “Gesù” lo chiamavi;

o quanto dolce amor sentivi al core

quando in grembo il tenevi ed allattavi!

Quanti dolci atti e d'amore soavi

vedevi essendo col tuo figliuol pio!

 

Quando un poco talora il dì dormiva

e tu destar volendo il paradiso

pian piano andavi che non ti sentiva

e la tua bocca ponevi al suo viso

e poi dicevi con materno riso:

 - Non dormir più che ti sarebbe rio. -

 

Sotto l'impressione del sentimento religioso Iacopone indovina tutte le gioie e le dolcezze dell'amor materno. Iacopone non concepisce il divino nella sua purezza come un teologo o un filosofo ma vestito di tutte le apparenze e gli affetti umani. Questa è una scena di famiglia colta dal vero con una franchezza di colorito e con una grazia di movenze tutta intuitiva. Preghiere sdegni follie d'amore fantasie estasi visioni tutto trovi in Iacopone al naturale e come gli viene di dentro; ciò che ci è più semplice e commovente e ciò che ci è più strano e volgare. La forma è il sentimento esso medesimo; ed ora è soave efficace quasi elegante ora stravagante e plebea. Ha una facilità che gli nuoce ed un impeto di espressione che non dà luogo alla lima. Ma ne' suoi impeti gli escono forme di dire così fresche e felici che non disdegnarono d'imitarle Dante e il Tasso. Nè è meno terribile che soave; e vagliano a prova alcuni tratti:

Andiam tutti a vedere

Iesù quando dormia.

La terra l'aria e il cielo

fiorir rider facia:

tanta dolcezza e grazia

dalla sua faccia uscia.

 

La faccia di Gesù bambino il Natale la Vergine il volo dell'anima al paradiso gli angioli sono visioni piene di grazia e di efficacia. Nascendo Gesù:

le gerarchie superne

eran dal ciel discese:

lucean come lucerne

d'ardente foco accese

le loro ale distese.

 

Gesù ha un corteggio di donne che gli danzano intorno Verginità Umiltà Carità Speranza Povertà Astinenza: è qualche cosa di simile alle tre sorelle di Dante nella sua celebre canzone. Ecco in che modo Iacopone descrive l'Umiltà:

E questa era gioconda

onesta e mansueta

e con la treccia bionda

e a cantar la più lieta;

 

d'ogni virtù repleta

a me il capo chinava:

tanto m'assecurava

ch'io presi a favellare.

 

Quella stessa immaginazione che dipinge con tanta grazia rappresenta con evidenza terribile i terrori dell'anima peccatrice nel giudizio universale:

 

Chi è questo gran Sire

rege di grande altura?

Sotterra i' vorrei gire

tal mi mette paura.

Ove potria fuggire

dalla sua faccia dura?

Terra fa' copritura

ch'io nol veggia adirato.

... ... ... .

Non trovo loco dove mi nasconda

monte nè piano nè grotta o foresta:

chè la veduta di Dio mi circonda

e in ogni loco paura mi desta...

Tutti li monti saranno abbassati

e l'aire stretto e i venti conturbati

e il mare muggirà da tutt'i lati.

Con l'acque lor stara fermi adunati

i fiumi ad aspettare.

Allor udrai dal ciel tromba sonare

e tutti i morti vedrai suscitare

avanti al tribunal di Cristo andare

e il foco ardente per l'aria volare

con gran velocitate.

 

Iacopone non è un'apparizione isolata; ma si collega a tutta una letteratura latina popolare animata dal sentimento religioso. Là trovi il Salve regina e l'Ave maria stella e il Dies irae e drammi e vite di santi scritte da uomini eloquenti e appassionati. Anche in volgare comparivano già cantici e laudi: di Bonifazio papa c'è rimasto un breve e rozzo cantico alla Vergine. I fatti della Bibbia la passione e morte di Cristo le visioni e i miracoli de' santi i lamenti e le preghiere delle anime purganti le mistiche gioie del paradiso i terrori dell'inferno erano il tema comune de' predicatori e rappresentazioni nelle chiese e su per le piazze sotto il nome di “misteri” “feste” “moralità”. È rimasta memoria di una visione dell'inferno con la quale Gregorio settimo quando era predicatore atterriva l'immaginazione de' suoi uditori: ed è visione di un fantastico e di una crudezza di colori che mette il brivido. In Morra mio paese nativo ricordo che nella festa della Madonna quando la processione è giunta sulla piazza comparisce l'angiolo che fa l'annunzio. Ed è ancora la vecchia tradizione dell'angiolo che allora apriva la rappresentazione annunziando l'argomento. È nota la grande rappresentazione dell'altro mondo in Firenze che rottosi il ponte di legno sull'Arno costò la vita a molte persone.

Questa materia religiosa che ispirò tanti capilavori di pittura e di scultura e di architettura era efficacissima fonte di poesia congiungendo in sè il fantastico e l'affetto il divino e l'umano e nelle sue gradazioni dall'inferno al paradiso facendo vibrar tutte le corde dello spirito. La sua tendenza troppo ascetica e spirituale era vinta dal grosso senso popolare che paganizzava e umanizzava tutto. In questa storia religiosa il cui proprio teatro è l'altra vita a cui questa è preparazione l'uomo mescolava le sue passioni terrene le sue vendette i suoi odii le sue opinioni i suoi amori. Maria era l'anello che giungeva la terra al cielo e il devoto le parla con tutta familiarità e le ricorda che la è stata pur donna. Iacopone dice:

Ricevi donna nel tuo grembo bello

le mie lacrime amare.

Tu sai che ti son prossimo e fratello

e tu nol puoi negare.

Lei implora il trovatore nel suo colpevole amore a lei si raccomanda anche oggi il brigante nelle sue scellerate spedizioni. Maria Gesù i santi gli angioli Lucifero non bastano: l'immaginazione popolare personifica le virtù e ne fa un corteggio di figure allegoriche alla divinità rappresentandole con ogni libertà come fa Iacopone e come si vede ne' bassirilievi e in tante opere di scultura e di pittura. E come il paganesimo ne' suoi ultimi tempi era interpretato allegoricamente anche le figure pagane entrano in questo mondo torte dal senso letterale e volte a significato generale come Giove Plutone Amore Apollo le Muse Caronte. Come il papa aspirava a far sua tutta la terra la storia religiosa assorbiva in sè tutt'i tempi e tutte le storie. In questa mescolanza universale opera di una immaginazione primitiva e ancor rozza non hai luce uguale e non fusione di tinte: domina un fondo oscuro il sentimento di un di là della vita di un infinito non rappresentabile superiore alla forma che riempie lo spazio di grandi ombre; e quelle mescolanze di divino e di terreno di antico e di moderno di serio e di comico non sono ben fuse anzi stannosi accanto crudamente e in luogo di armonizzare producono un'impressione irresistibile di contrasto di cose che cozzano. Quel difetto di luce è il gotico e quel difetto di armonia è il grottesco: e però il gotico e il grottesco sono le prime forme artistiche di quel mondo com'è nella sua prima ingenuità non ancora vinto e domato dall'arte. Il sublime del gotico si sente nel Giudizio universale di Iacopone. Dove la veduta di Dio ti circonda senza che tu lo veda chiarissimo al sentimento inaccessibile all'immaginazione. Il peccatore vede sonar le trombe turbati i venti l'aria immobile e i fiumi fermarsi e il mare muggire e il fuoco volare per l'aria; dappertutto si sente inseguito dalla veduta di Dio ma non lo guarda non gli dà forma: non è un'immagine è un sentimento senza forma che riempie della sua ombra tutto lo spettacolo. Di qui il grande effetto di due versi stupendi che sono veri decasillabi sotto apparenza di endecasillabo pieni di movimento e di armonia:

chè la veduta di Dio mi circonda

e in ogni loco paura mi desta.

 

È il sentimento da cui sei preso innanzi alle grandi ombre di una cattedrale. Ma ciò che prevale in Iacopone è il grottesco una mescolanza delle cose più disparate senza nessun senso di convenienza e di armonia: il che se fatto con intenzione è comico; fatto con rozza ingenuità è grottesco. Trovi il plebeo l'indecente il disgustoso misto coi più gentili affetti: ciò che è pure il carattere del santo con le sue estasi e le sue stravaganze. E questo in Iacopone non è già un contrasto che celi alte intenzioni artistiche ma rozza natura così discorde e mescolata come si trova nella realtà. Ecco il principio del cantico 48:

 

O Signor per cortesia

mandami la malsania;

a me la febbre guartana

la continua e la terzana:

a me venga mal di dente

mal di capo e mal di ventre

mal de occhi e doglia di fianco

la postema al lato manco.

 

La poesia di Iacopone è proprio il contrario di quella de' trovatori. In questi è poesia astratta e convenzionale e uniforme non penetrata di alcuna realtà. In Iacopone è realtà ancora naturale non ancora spiritualizzata dall'arte; è materia greggia tutta discorde che ti dà alcuni tratti bellissimi niente di finito e di armonico.

Accanto a questa vita religiosa ancora immediata e di prima impressione spunta la vita morale un certo modo di condursi con regola e prudenza; e anch'essa è nella sua forma immediata e primitiva. Non è ragione o filosofia è pura esperienza e tradizione nella forma di motto o proverbio che riassume la sapienza degli avi. Il motto rimato è la più antica forma di poesia nel nostro volgare. Ecco alcuni motti antichissimi:

 

Ancella donnea

se donna follea.

 

In terra di lite

non poner la vite.

 

Uomo che ode vede e tace

sì vuol vivere in pace.

 

Chi parla rado

tenuto è a grado.

 

Di questa fatta sono una filza di motti ammassati da Iacopone in un suo carme una specie di catechismo a uso della vita illustrati brevemente da qualche immagine o paragone ora goffo ora egregio di concetto e di forma. Sulla vanità della vita dice:

 

Lo fior la mane è nato

la sera il vei seccato.

 

Ciò che nella sua semplicità ha più efficacia che la elegante traduzione dello stesso concetto fatta dal Poliziano la quale ti pare una Venere intonacata e lisciata:

Fresca è la rosa di mattino: e a sera

ella ha perduta sua bellezza altera.

 

I motti di Iacopone sono pensieri morali espressi per esempio e per immagini come fa l'immaginazione popolare e nella loro brevità e succo è il principale attrattivo.

 

Ove temi pericolo

non fare spesso posa.

 

Sappi di polver tollere

la pietra preziosa

e da uom senza grazia

parola graziosa;

dal folle sapienzia

e dalla spina rosa.

Prende esempio da bestia

chi ha mente ingegnosa.

 

Vediamo bella immagine

fatta con vili deta;

vasello bello ed utile

tratto da sozza creta;

pigliam da laidi vermini

la preziosa seta

vetro da laida cenere

e da rame moneta.

 

Non dimandare agli uomini

che lor nega natura:...

e non pregar la scimia

di bella portatura

nè il bue nè l'asino

di dolce parladura...

 

Quel che non si conviene

ti guarda di non fare:

nè messa ad uomo laico

nè al prete saltare;

non dece spada a femmina

nè ad uom lo filare...

 

Non piace se 'n suo loco

non ponesi la cosa:

innanzi che ti calzi

guarda da qual piè è l'uosa.

Se leggi non far punto

dove non è la posa;

dov'è piana la lettera

non fare oscura glosa.

 

In ogni cosa al prossimo

ti mostra mansueto:...

Da nimistate guàrdati

se vuoi viver quieto...

A quel modo conformati

che trovi nel paese:

al Genovese in Genova

ed in Siena alsSanese...

 

Uomo che spesso volgesi

da tuo consiglio caccia.

Se vedi volpe correre

non dimandar la traccia:

non ti sforzare a prendere

più che non puoi con braccia:

chè nulla porta a casa

chi la montagna abbraccia.

 

Quando puoi esser umile

non ti dimostrar forte:

il muro tu non rompere

se aperte son le porte...

Con signore non prendere

se tu puoi quistione;

ch'ei ti ruba ed ingiuria

per piccola cagione

e tutti gli altri gridano:

 - Messere ha la ragione... -

 

Uomo senz'amicizia

castello è senza mura...

Quella è buona amicizia

che d'ogni termpo dura:

povertà non la parte

nè nulla ria ventura.

 

Quel che tu dici in camera

non dire in ogni loco:

a piaga metti unguento

non vi mettere il foco...

 

E così hai motto a motto spesso senz'altro legame che il caso qual più qual meno felice in quella forma sentenziosa ed esemplata che è propria dell'immaginazione popolare prima ancora che nasca la favola e il racconto. E trovi certo più gusto in queste prime rozze formazioni così piene della vita e del sentire comune che ne' sonetti e canzoni morali in forma più artificiosa ma contorta e scolastica di Onesto e Semprebene e altri trovatori.

Questi uomini con tanti proverbi in bocca e con tanta divozione alla Madonna e a' santi con l'immaginazione piena di leggende e avventure cavalleresche avevano nel piccolo spazio del comune una vita politica ancora più vivace e concentrata che non è oggi allargata com'è e diffusa in quegl'immensi spazi che si chiamano “regni”. Certo i costumi si polivano come la lingua; ma religione e cavalleria misteri e romanzi se colpivano le immaginazioni poco bastavano a contenere e regolare le passioni suscitate con tanta veemenza dalle lotte municipali. Questa vita era troppo reale troppo appassionata e troppo presente perchè potesse esser vista con la serenità e la misura dell'arte. Si manifesta con la forma grossolana dell'ingiuria appena talora rallegrata da qualche lampo di spirito. Un esempio è il verso:

 

Quando l'asino raglia un guelfo nasce.

 

Questa forma primitiva dell'odio politico amara anche nel motteggio e nell'epigramma e così sventuratamente feconda tra noi anche ne' tempi più civili non esce mai dalle quattro mura del comune con particolari e allusioni così personali che manca con la chiarezza ogni interesse: prova ne sieno i sonetti di Rustico. Certo in questo antico esempio di satira politica vedi il volgare condotto a tutta la sua perfezione e ci senti uno spirito e una vivacità propria dell'acuto ingegno fiorentino. Ma che interesse volete voi che prendiamo per donna Gemma e messer Fastello e messer Messerino e ser Cerbiolino con quel suo parlare sotto figura per allusioni che non ne comprendiamo un'acca? Ciò che è meramente personale muore con la persona. Il comune sembra un castello incantato dove l'uomo entrando ignori tutto ciò che vive e si muove al di fuori. Nessun vestigio de' grandi avvenimenti di cui l'Italia era stata ed era il teatro; niente che accennasse ad alcuna partecipazione alle grandi discussioni tra papato e impero tra guelfi e ghibellini o rivelasse un sentimento politico elevato e nazionale al di sopra della cerchia del comune. Tutto è piccolo tutto va a finire là nella piccola maldicenza sulla piazza del comune. Di ciò che si passava in Italia appena un'ombra trovi in un sonetto di Orlandino Orafo eco delle preoccupazioni e ansietà pubbliche quando Carlo d'Angiò andava ad investire re Manfredi in Benevento. Ma ciò che preoccupa Orlandino non è il risultato politico e nazionale della lotta ma la grande strage che ne verrà:

Ed avverrà tra lor fera battaglia

e fia sanfaglia - tal che molta gente

sarà dolente - chi che ne abbia gioia.

 

E molti buon destrier coverti a maglia

in quella taglia - saran per niente;

qual fia perdente - allor convien che muoia.

 

A lui è uguale chi vinca e chi perda. Ciò che gli fa impressione è la lotta in se stessa co' suoi accidenti. Lo diresti uno spettatore posto fuori de' pericoli e delle passioni de' combattenti che contempla avido di emozioni i vari casi della pugna.

Questa rozzezza della vita italiana sotto i suoi vari aspetti religioso morale politico spicca più perchè in evidente contrasto con la precoce coltura scientifica divenuta il principale interesse di quel tempo. La scienza era come un mondo nuovo nel quale tutti si precipitavano a guardare. Ma la scienza era come il Vangelo che s'imparava e non si discuteva. A quel modo che troiani romani franchi e saraceni santi e cavalieri erano nell'immaginazione un mondo solo; Aristotile e Platone Tommaso e Bonaventura erano una sola scienza. Il maggiore studio era sapere e chi sapeva più era più ammirato; nessuno domandava quanta concordia e profondità era in quel sapere. Perciò venne a grandissima fama ser Brunetto Latini. Il suo Tesoro e il Tesoretto furono per lungo tempo maraviglia delle genti stupite che un uomo potesse saper tanto ed esporre in verso Aristotele e Tolomeo. Di che nessuno oggi saprebbe più nulla se Dante non avesse eternato l'uomo e il suo libro in quei versi celebri:

sieti raccomandato il mio Tesoro nel quale io vivo ancora.

La scienza in Brunetto è materia così rozza e greggia com'è la vita religiosa in Iacopone e la vita politica in Rustico. Il suo studio è di cacciar fuori tutto quello che sa così crudamente come gli è venuto dalla scuola e senza farlo passare a traverso del suo pensiero. Ciò che dice gli pare così importante e pareva così importante a' suoi contemporanei ch'egli non chiede altro e nessuno chiedeva altro a lui. Quella sua enciclopedia non è che prosa rimata.

Brunetto fu maestro di Guido Cavalcanti e di Dante che compirono i loro studi nell'Università di Bologna dalla quale uscì pure Cino da Pistoia. Si sente in tutti e tre la scuola di Guido Guinicelli. Amore si scioglie dalle tradizioni cavalleresche e diviene materia di teologia e di filosofia. Si discute sulla sua origine su' suoi fenomeni e sul suo significato. Nella sua apparenza volgare esso adombra quella forza che move il sole e le stelle; il poeta lascia al volgo il senso letterale e cerca un soprasenso il senso teologico e filosofico di cui quello sia il velo. Il lettore con le sue abitudini scientifiche disprezza il fenomeno amoroso e cerca dietro di quello la scienza. L'esistente non è per lui che un velo del pensiero una forma dell'essere; Cino da Pistoia chiama Arrigo di Lussemburgo “forma del bene”; il corpo è un velo dello spirito; la donna è la forma di ogni perfezione morale e intellettuale: spiritualismo religioso e idealismo platonico si fondono e fanno una sola dottrina. L'allegoria ch'era già prima la forma naturale di una coltura poco avanzata diviene una forma fissa del pensiero teologico e filosofico disposizione dello spirito aiutata dall'uso invalso di cercare il senso allegorico a spiegazione della mitologia e del senso letterale biblico. Ma il pensiero esercitato nelle lotte scolastiche era già tanto vigoroso che poteva anco bastare a se stesso ed avere la sua espressione diretta. Perciò nella poesia entra non solo l'allegoria ma il nudo concetto scientifico sviluppato dal ragionamento e da tutt'i procedimenti scolastici. Cino Cavalcanti e Dante erano tra' più dotti e sottili disputatori che fossero mai usciti dalla scuola di Bologna. La loro mente robusta era stata educata a guardare in tutte le cose il generale e l'astratto e a svilupparlo col sussidio della logica e della rettorica. Prima di esser poeti sono scienziati. Anche verseggiando ciò che ammirano i contemporanei è la loro scienza.

Cino maestro di Francesco Petrarca e del sommo Bartolo fu dottissimo giureconsulto. Il suo comento sopra i primi nove libri del Codice fu la maraviglia di quell'età. Ristoratore del diritto romano aperse nuove vie alla scienza e non fu uomo come dice Bartolo che più di lui desse luce alla civil giurisprudenza. L'amore di Selvaggia lo fece poeta ma non potè mutare la sua mente. In luogo di rappresentare i suoi sentimenti come poeta egli li sottopone ad analisi come critico e ne ragiona sottilmente. Posto fuori della natura e nel campo dell'astrazione ogni limite del reale si perde e quella stessa sottigliezza che legava insieme i concetti più disparati e ne traeva argomentazioni e conclusioni fuori di ogni realtà e di ogni senso comune creava ora una scolastica poetica o per dirla col suo nome una rettorica ad uso dell'amore piena di figure e di esagerazioni dove vedi comparire gli spiritelli d'amore che vanno in giro e i sospiri che parlano. In luogo di persone vive abbondano le personificazioni. In un suo sonetto de' meglio condotti e di grande perfezione tecnica vuol dire che nella sua donna è posta la salute: mèta sì alta che avanza ogni sforzo d'intelletto e però non resta altro che morire. Questo è rettorica non solo per la strana esagerazione del concetto ma per il modo dell'esposizione scolastico e dottrinale.

Questa donna che andar mi fa pensoso

porta nel viso la virtù d'Amore:

la qual fa disvegliare altrui nel core

lo spirito gentil che vi è nascoso.

Ella m'ha fatto tanto pauroso

poscia ch'io vidi quel dolce signore

negli occhi suoi con tutto 'l suo valore

che io le vo presso e riguardar non l'oso.

E s'avvien poi che quei begli occhi miri

io veggio in quella parte la salute

ove lo mio intelletto non può gire.

 

Allor si strugge sì la mia vertute

che l'anima che move li sospiri

s'acconcia per voler del cor fuggire.

 

Una così strana esagerazione non può essere scusata che dall'impeto e dalla veemenza della passione. Ma qui non ce n'è vestigio; ed hai invece una specie di tèma astratto che si fa sviluppare nelle scuole per esercizio di rettorica. La prima quartina è una maggiore di sillogismo; intelletto animo core sospiri virtù di onore e spirito gentile sono le sottili distinzioni e astrazioni delle scuole. Esule ghibellino si levò a grande speranza quando seppe della venuta di Arrigo di Lussemburgo; e quando seppe della sua morte scrisse una canzone. Quale materia di poesia! Dove dovrebbero comparire le speranze i disinganni le illusioni e i dolori dell'esule. Ma è invece una esposizione a modo di scienza sulla potenza della morte e l'immortalità della virtù. Ancora più astratta e arida è la canzone sulla natura d'amore di Guido Cavalcanti dottissimo di filosofia e di rettorica: la qual canzone fu tenuta miracolo da' contemporanei.

Adunque la vita religiosa morale e politica era appena nella sua prima formazione e la splendida vita che raggiava da Bologna era anch'essa materia greggia pretta vita scientifica messa in versi.

Siamo alla seconda metà del Dugento. La Sicilia malgrado la sua Nina è già nell'ombra. I due centri della vita italiana sono Bologna e Firenze l'una centro del movimento scientifico l'altra centro dell'arte. Nell'una prevaleva il latino la lingua de' dotti; nell'altra prevaleva il volgare la lingua dell'arte.

L'impulso scientifico partito da Bologna traendosi appresso anche la poesia dava il bando alla superficiale galanteria de' trovatori: il pubblico domandava cose e non parole. E si formò una coscienza scientifica ed una scuola poetica conforme a quella. Il tempo de' poeti spontanei e popolari finisce per sempre.

Il nuovo poeta scrive con intenzione. Più che poeta egli è lume di scienza; si chiama Brunetto Latini l'enciclopedico Cino il primo giureconsulto dell'età Cavalcanti filosofo prestantissimo Dante il primo dottore e disputatore de' tempi suoi. Scrivono versi per bandire la verità spiegare popolarmente i fenomeni più astrusi dello spirito e della natura. La poesia è per loro un ornamento la bella veste della verità o della filosofia uso amoroso di sapienza come dice Dante nel Convito. Ci è dunque in loro una doppia intenzione. Ci è una intenzione scientifica. Ma ci è pure una intenzione artistica di ornare e di abbellire. L'artista comparisce accanto allo scienziato. Questo doppio uomo è già visibile in Guido Guinicelli.

È in Toscana massime in Firenze che si forma questa coscienza dell'arte. Il volgare venuto già a grande perfezione era parlato e scritto con una proprietà e una grazia di cui non era esempio in nessuna parte d'Italia. Se i poeti superficiali dispiacevano a Bologna i poeti incolti e rozzi non piacevano a Firenze. A lungo andare non vi poterono essere tollerati Guittone e Brunetto e sorgeva la nuova scuola la quale se a Bologna significava scienza a Firenze significava “arte”.

Questo primo svegliarsi di una coscienza artistica è già notato in Cino. Egli scrive con manifesta intenzione di far rime polite e leggiadre e cerca non solo la proprietà ma anche la venustà del dire. Aveva animo gentile e affettuoso e orecchio musicale. Se a lui manca l'evidenza e l'efficacia virtù della forza non gli fa difetto la melodia e l'eleganza con una certa vena di tenerezza. Fu il precursore del grande suo discepolo Francesco Petrarca.

Ecco un esempio della sua maniera:

Raccomando agli studiosi la canzone sugli occhi della sua donna che ispirò le tre sorelle del Petrarca il quale ne imitò anche la fine che è piena di grazia:

E ci ha pure parecchi sonetti dove Cino in luogo di filosofare e sottilizzare si contenta di rappresentare con semplicità il suo stato e sono teneri ed affettuosi. Meno apparisce dotto e più si rivela artista.

La coscienza artistica si mostra in Cino nelle qualità tecniche ed esteriori della forma. La sua principale industria è di sviluppare gli elementi musicali della lingua e del verso nè fino a quel tempo la lingua sonò sì dolce in nessun poeta rendendo imagine di un bel marmo polito da cui sia rimossa ogni asprezza e ineguaglianza Ma qualità più serie e più profonde si rivelano in Guido Cavalcanti. Anche in lui la perfezion tecnica è somma anzi in lui è scienza. Innamorato della lingua natia pose ogni studio a dirozzarla e fissarla e scrisse una gramatica e un'arte del dire. Egli nota Filippo Villani dilettandosi degli studi rettorici essa arte in composizioni di rime volgari elegantemente e artificiosamente tradusse. Di che si vede quanta impressione dovè fare su' contemporanei di Guittone e Brunetto Latini tanto e sì nuovo artificio spiegato come scienza e applicato come arte. Così Guido divenne il capo della nuova scuola il creatore del nuovo stile e oscurò Guido Guinicelli:

Ma la gloria della lingua non bastava a Guido a cui lingua e poesia erano cose accessorie semplici ornamenti: sostanza era la filosofia. Perciò aveva a disdegno Virgilio parendogli dice il Boccaccio “la filosofia siccome ella è da molto più che la poesia”. Sottilissimo dialettico come lo chiama Lorenzo de' Medici introduce nella poesia tutte le finezze rettoriche e scolastiche e mira a questo non solo di dir bene ma dir cose importanti. I contemporanei studiarono la sua canzone dell'Amore come si fa un trattato filosofico e ne fecero comenti come si soleva di Aristotele e di san Tommaso: anche più tardi il Ficino vi cercava le dottrine di Platone. Così Guido era tenuto eccellente non solo come artificioso ed elegante dicitore ma come sommo filosofo.

Questo voleva Guido e questo ottenne questo gli bastò ad acquistare il primo posto fra' contemporanei. Salutavano in lui lo scienziato e l'artista.

Ma Guido fu dotto più che scienziato. Fu benemerito della scienza perchè la divulgò non perchè vi lasciasse alcuna sua orma propria. E fu artefice più che artista inteso massimamente alla parte meccanica e tecnica della forma: vanto non piccolo ma che tocca la sola superficie dell'arte.

La gloria di Guido fu là dov'egli non cercò altro che un sollievo e uno sfogo dell'animo. Fu là ch'egli senza volerlo e saperlo si rivelò artista e poeta. Vi sono uomini che i contemporanei ed essi medesimi sono incapaci di apprezzare. Guido era più grande ch'egli stesso e i suoi contemporanei non sapevano.

Guido è il primo poeta italiano degno di questo nome perchè è il primo che abbia il senso e l'affetto del reale. Le vuote generalità de' trovatori divenute poi un contenuto scientifico e rettorico sono in lui cosa viva perchè quando scrive a diletto e a sfogo rendono le impressioni e i sentimenti dell'anima. La poesia che prima pensava e descriveva ora narra e rappresenta non al modo semplice e rozzo di antichi poeti ma con quella grazia e finitezza a cui era già venuta la lingua maneggiata da Guido con perfetta padronanza. Qui sono due forosette egregiamente caratterizzate che gli cavano di bocca il suo segreto d'amore. Là è una pastorella che incontra nel boschetto e ti abbozza una scena d'amore colta dal vero. Sono gli stessi concetti de' trovatori ma realizzati non solo ornati e illeggiadriti al di fuori ma trasformati nella loro sostanza divenuti caratteri immagini sentimenti cioè a dire vita e azione. Senti là dentro l'anima dello scrittore ora lieta e serena che si esprime con una grazia ineffabile come nelle ballate delle forosette e della pastorella ora penetrata di una malinconia che si effonde con dolcezza negli amabili sogni dell'immaginazione e nella tenerezza dell'affetto come nella ballata che scrisse esule a Sarzana il canto del cigno il presentimento della morte. Qui lo scienziato sparisce e la rettorica è dimenticata. Tutto nasce dal di dentro naturale semplice sobrio con perfetta misura tra il sentimento e l'espressione. Il poeta non pensa a gradire a cercare effetti a fare impressione con le sottigliezze della dottrina e della rettorica: scrive se stesso come si sente in un certo stato dell'animo senz'altra pretensione che di sfogarsi di espandersi segnando la via nella quale Dante fece tanto cammino. I posteri poterono applicare a lui quello che Dante disse di sè:

Il che non avvenne di Lentino di Guittone rimasti al di qua del “dolce stil nuovo” perchè esagerarono i sentimenti andarono al di là della natura per “gradire” piacere a' lettori.

Di questo dolce stil nuovo il precursore fu Guinicelli il fabbro fu Cino il poeta fu Cavalcanti. La nuova scuola non era altro che una coscienza più chiara dell'arte. La filosofia per sè sola fu stimata insufficiente e si richiese la forma. Guittone d'Arezzo non fu più apprezzato quantunque “di filosofia ornatissimo grave e sentenzioso” come dice Lorenzo de' Medici perchè gli mancava lo stile “alquanto ruvido e severo nè di alcun dolce lume di eloquenza acceso”. Anche Benvenuto da Imola chiama nude le sue parole e lo commenda per le gravi sentenze ma non per lo stile. Nasceva in Firenze un nuovo senso il senso della forma.

A quel tempo fra tante feroci gare politiche la letteratura era nel suo fiore in tutta Toscana e sotto i più diversi aspetti. Dante da Maiano era un'eco de' trovatori con la sua Nina siciliana. Guittone Brunetto Orbiciani da Lucca erano poeti dotti ma rozzi come i bolognesi Onesto e Semprebene. Ma già il culto della forma l'amore del bello stile si sente in parecchi poeti. Dino Frescobaldi Rustico di Filippo Guido Novello Lapo Gianni Cecco d'Ascoli sono il corteggio nel quale emerge la figura di Guido Cavalcanti.

Ma ben presto al nome di Guido Cavalcanti si accompagnò quello di Dante Alighieri legati insieme da un'amicizia che non si ruppe se non per morte. Parvero le “nuove rime” e fu tale l'impressione ch'ei salì subito accanto a Cavalcanti. Sembrò che avesse risolto il problema di esprimere le profondità della scienza in bella forma: ultimo segno a cui si mirava. Perciò ebbe molta voga la sua canzone:

e ancora più l'altra:

Dante avea la stessa opinione. Il dotto discepolo di Bologna mira poetando a divulgare la scienza usando modi piani e aperti alla intelligenza comune. Nella canzone dove esorta la donna a dispregiare uomo che “da sè virtù fatta ha lontana” dice:

E quando pure è costretto a celare sotto benda i suoi concetti aggiunge un comento in prosa e dichiara egli medesimo la sua dottrina. Tale è il comento che fa alla canzone:

e parendogli che senza quel comento la canzone presa in se stessa rimanga fuori dell'intelligenza volgare finisce così:

C'era dunque nell'intenzione di Dante di bandire i veri della scienza ora nella forma diretta del ragionamento ora sotto il velo dell'allegoria ma in modo che la poesia quando anche non fosse compresa da' più avesse un valore in se stessa fosse bella e dilettasse. Era la teoria della nuova scuola nella sua più alta espressione una coscienza artistica più chiara e più sviluppata. Il rispetto della verità scientifica è tale che Dante si domanda come essendo Amore non sostanza ma accidente possa egli farlo ridere e parlare come fosse persona. E adduce a sua difesa che i rimatori che fanno versi in volgare hanno gli stessi privilegi de' poeti nome che dà a' latini i quali come Virgilio Ovidio Lucano Orazio diedero moto e parole alle cose inanimate: il che egli chiama “rimare sotto vesta di figura o di colore rettorico” qualificando rimatori stolti quelli che domandati non sapessero “dinudare le loro parole da cotal vesta”. Onde si vede che Dante e Cavalcanti ch'egli qui chiama il suo primo amico spregiavano e questi rimatori stolti che usavano rettorica vuota di contenuto e quelli che ti davano un contenuto scientifico nudo senza rettorica. Qui è tutta la nuova scuola poetica rimasa per molti secoli l'ultima parola della critica italiana: ciò che il Tasso chiamò “condire il vero in molli versi”.

Con queste teorie con queste abitudini della mente parecchie canzoni e sonetti sono ragionamenti con lume di rettorica concetti coloriti. Di tal natura è la canzone sulla gentilezza o nobiltà:

e l'altra:

dove sotto colore rettorico di donna amata rappresenta gli effetti che sul suo animo produce lo studio della filosofia. I fenomeni dell'amore e della natura sono spiegati scientificamente più che rappresentati com'è l'inverno nella canzone:

e come è l'amore nella canzone:

e come è la bellezza nella canzone:

Delle canzoni allegoriche e scientifiche la più accessibile e popolare è quella delle tre donne Drittura Larghezza Temperanza germane d'amore che cacciate dal mondo vanno mendicando.

Qui il poeta non ragiona ma narra e rappresenta. Il concetto scientifico è vinto dalla vivacità della rappresentazione e dalla elevatezza del sentimento. Il colore rettorico non è semplice colorito ma è la sostanza.

In queste canzoni scientifiche Dante mostra ben altra forza e vivacità e ricchezza di concetti e di colori che i due Guidi. Egli fu il suo proprio comentatore avendo nella Vita nuova e nel Convito spiegata l'occasione il concetto la forma delle sue poesie. E quanto alla parte tecnica all'uso della lingua del verso e della rima nel suo libro De vulgari eloquio mostra che ne intendeva tutt'i più riposti artifici. I contemporanei trovavano in queste poesie il perfetto esempio della loro scuola poetica: la maggior dottrina sotto la più leggiadra veste rettorica.

Il mondo lirico di Dante è la stessa materia che s'era ita finora elaborando con maggior varietà e con più chiara coscienza. Il dio di questo mondo è Amore prima con le ammirazioni i tormenti e le immaginazioni della giovanezza poi con un misticismo ed un entusiasmo filosofico. Amore non può operare che ne' cuori gentili: perciò gli amanti sono chiamati fini e cortesi. Gentilezza non nasce da nobiltà o da ricchezza ma da virtù. E però le virtù sono suore d'Amore e fanno star lucente il suo dardo finchè sono onorate in terra. Ma la virtù è in pochi e l'amore è perciò “di pochi vivanda”. L'obbietto dell'amore è la bellezza non il “bello di fuori” le parti nude ma il “dolce pomo” concesso solo a chi è amico di virtù. La bellezza non si mostra se non a chi la intende: amore è chiamato dagli antichi “intendanza” e Dante non dice “sentire amore” ma “avere intelletto d'amore”. Ad appagare l'amore basta il vedere la contemplazione. Vedere è amore amore è intendere.

E chi la vede e non se n'innamora

Le intelligenze celesti movono le stelle intendendo:

Dio move l'universo pensando:

Nè altro è amore nell'uomo che “nova intelligenza che lo tira su” lo avvicina alla prima intelligenza. La donna esemplare della bellezza è “nobile intelletto”:

La donna è perciò il viso della conoscenza la bella faccia della scienza che invaghisce l'uomo e sveglia in lui nova intelligenza lo fa intendere. La donna dunque è la scienza essa medesima è la filosofia nella sua bella apparenza: e questo è la bellezza il dolce pomo consentito a pochi. Intendere è amore e amore è operare come s'intende; perciò filosofia è “uso amoroso di sapienza” scienza divenuta azione mediante l'amore. La virtù non è altro che sapienza vivere secondo i dettati della scienza. Perciò l'amante è chiamato saggio; e la donna è saggia prima di esser bella:

La beltà non è altro che l'apparenza della saggezza sì che piaccia e innamori di sè.

Con questo misticismo filosofico si accordava il misticismo religioso secondo il quale il corpo è il velo dello spirito e la bellezza è la luce della verità la faccia di Dio somma intelligenza contemplazione degli angioli e dei santi. Dio gli angioli il paradiso rappresentano anche qui la loro parte. Teologia e filosofia si danno la mano.

È la prima volta che questo contenuto esce fuori nella sua integrità e con così perfetta coscienza. È l'idealismo di quel tempo con la sua forma naturale l'allegoria. Aggiungi l'opera della immaginazione che dà alle figure tanta vivacità di colorito ed hai l'ultimo segno di perfezione che si poteva allora desiderare.


III

LA LIRICA DI DANTE

Fin qui giunge la coscienza di Dante. Se gli domandi più in là ti risponde come Raffaello: “Noto quando Amor mi spira” ubbidisco all'ispirazione. E appunto se vogliamo trovar Dante dobbiamo cercarlo qui fuori della sua coscienza nella spontaneità della sua ispirazione. Innanzi tutto Dante ha la serietà e la sincerità dell'ispirazione. Chi legge la Vita nuova non può mettere in dubbio la sua sincerità. Ci si vede lo studente di Bologna pieno il capo di astronomia e di cabala di filosofia e di rettorica di Ovidio e di Virgilio di poeti e di rimatori; ma tutto questo non è la sostanza del libro ci entra come colorito e ne forma il lato grottesco. Sotto l'abito dello studente ci è un cuore puro e nuovo tutto aperto alle impressioni facile alle adorazioni e alle disperazioni ed una fervida immaginazione che lo tiene alto da terra e vagabondo nel regno de' fantasmi. L'amore per la bella fanciulla involta di drappo sanguigno ch'egli chiama Beatrice ha tutt'i caratteri di un primo amore giovanile nella sua purezza e verginità più nell'immaginazione che nel cuore. Beatrice è più simile a sogno a fantasma a ideale celeste che a realtà distinta e che produca effetti propri. Uno sguardo un saluto è tutta la storia di questo amore. Beatrice morì angiolo prima che fosse donna e l'amore non ebbe tempo di divenire una passione come si direbbe oggi rimase un sogno ed un sospiro. Appunto perchè Beatrice ha così poca realtà e personalità esiste più nella mente di Dante che fuori di quella ed ivi coesiste e si confonde con l'ideale del trovatore l'ideale del filosofo e del cristiano: mescolanza fatta con perfetta buona fede e perciò grottesca certo ma non falsa e non convenzionale. Queste che presso gli altri sono astrattezze scolastiche e rettoriche qui sono cacciate nel fondo del quadro sono non il quadro ma contorni e accessorii. Il quadro è Beatrice non così reale che tiri e chiuda in sè l'amante ma reale tanto che opera con efficacia sul suo cuore e sulla sua immaginazione. Non ci è proprio l'amante ma ci è il poeta che per questo o quello incidente anche minimo del suo amore si sente mosso a scrivere se stesso in un sonetto o in una canzone. Quando il suo animo è tranquillo fa capolino il dottore il retore e il rimatore; ma quando il suo animo è veracemente commosso Dante gitta via il suo berretto di dottore e le sue regole rettoriche e le sue reminiscenze poetiche e ubbidisce a l'ispirazione. Allora è Beatrice solo Beatrice che occupa la sua mente e le sue impressioni appunto perchè immediate e sincere sono quasi pure di ogni mescolanza. Il suo amore si rivela schietto come lo sente più adorazione e ammirazione che appassionato amore di donna. Tale è il sonetto

E tale è la ballata ove con la grazia e l'ingenuità di una fanciulla scesa pur ora di cielo così parla Beatrice:

Questo non è allegoria e non è concetto scientifico; o per dir meglio ci è l'allegoria e ci è il concetto scientifico ma profondato ed obbliato in questa creatura perfettamente realizzato conforme a quel primo ideale della donna che apparisce all'immaginazione giovanile.

Se nell'espressione di questa ingenua ammirazione trovi qualche reminiscenza di repertorio e qualche preoccupazione scientifica senti un accento di verità puro ed autonomo nell'espressione del dolore la vera musa di questa lirica. Perchè infine questa breve storia d'amore ha rari intervalli di gioia serena e contemplativa; la morte del padre di Beatrice il suo dolore il presentimento della sua morte e la sua morte sono la sostanza del quadro il motivo tragico della poesia. Finchè Beatrice vive è un secreto del cuore che il poeta s'industria con ogni più sottile arte di custodire; la storia è poco interessante intessuta di artificiose e fredde dissimulazioni: ma quando quell'ideale della giovanezza minaccia di scomparire quando scompare al poeta manca con quello il fondamento della sua vita e si sente solo e si sente morire insieme con quello. Ne nasce una situazione nuova nella storia della nostra poesia: l'amore appena nato simile ancora a' primi fuggevoli sogni della giovanezza che acquista la sua realtà presso alla tomba ed oltre la tomba. L'amore si rivela nella morte. Là perde quell'aria fattizia e convenzionale che gli veniva da' trovatori e dalla scienza. Là non è più concetto nè allegoria ma è sentimento e fantasia. Quell'amore che in vita della donna non si è potuto ancora realizzare eccolo qui nella sua schietta e pura espressione ora che Beatrice muore. A questa situazione si rannoda la parte più eletta e poetica di questa lirica. Poi vengono sentimenti più temperati: il poeta si consola cantando la loda della morta; Beatrice ita nel cielo diviene la Verità la cara immagine sotto la quale il poeta inviluppa le sue speculazioni la bella faccia della Sapienza. Non hai più la Vita nuova hai il Convito. L'amore non è più un sentimento individuale ma è il principio della vita divina e umana. Beatrice nella sua gloriosa trasfigurazione diviene un simbolo il dolce nome che il poeta dà al suo nuovo amore alla Filosofia.

Ma la filosofia non è in Dante astratta scienza: è Sapienza cioè a dire pratica della vita. Con che orgoglio si professa amico della filosofia! e vuol dire amico di virtù che ti fa spregiare ricchezze e onori e gentilezza di sangue e ti dà la vera nobiltà che ti viene da te e non dagli altri. Intendere è per lui il principio del fare; e la forza che dà attività all'intelletto ed efficacia alla volontà è l'amore. In questa triade è l'unità della vita: l'uno non può star senza l'altro. Or tutto questo in Dante non è mera speculazione nè vanità scientifica; ma è vero amore ma è un sentimento morale così profondo ed efficace come è la fede ne' credenti. La filosofia investe tutto l'uomo e si addentra in tutti gli aspetti della vita. Questa serietà e sincerità di sentimento fa penetrare fra tante sottili e scolastiche speculazioni una elevatezza morale tanto più poetica quanto meno espressa ma che si sente nel tono nel colorito nello stile. Tale è la sublime risposta di Amore alle sorelle esuli e quel subito ritorno del poeta in sè medesimo:

e questo sentimento rende tollerabile tanta pedanteria quanta è nella canzone sulla vera gentilezza. La quale elevatezza morale non è disgiunta in lui da un certo orgoglio direi aristocratico del sentirsi solo con pochi privilegiato da Dio alla sapienza: così alto ha collocato l'ideale della scienza e della virtù:

Sentimento di soddisfazione che si volge in tristezza e talora in fieri accenti di sdegno contro la moltitudine degli uomini “bestie che somigliano uomo. E dove non è virtù non è amore e non dovrebbe esser bellezza: onde esorta le donne a partirla da loro:

Qui sviluppato in forma scolastica è il solito concetto dell'amore che fa uno di due unisce bellezza e virtù. Ma questo concetto è per Dante cosa vivente è l'anima del mondo l'unità della vita. E poichè vede bellezza e non trova virtù sente nella vita una scissura una discordia che lo move a sdegno. Indi quel movimento d'immaginazione così nuovo e originale quel desiderare nella donna e sperar poco un atto di “bel disdegno” per il quale dica: - Poichè nell'uomo non è virtù cesso di esser bella cesso di amare. - Dante si crede obbligato ad argomentare ad esporre il suo concetto in forma dottrinale e qui è il suo torto qui è la forma che lo certifica di quel tempo; ma qui il concetto scientifico e la sua esposizione scolastica è un accessorio; la sostanza è il sentimento che sveglia nel poeta la contraddizione tra quel concetto e la realtà: “Lasso! a che dicer vegno?”. Il poeta sente la vanità de' suoi desidèri e che il mondo andrà sempre a quel modo.

Come l'amore si afferma nella morte così la filosofia si afferma nella sua morte cioè nella sua contraddizione con la vita. Qui trovi un sentimento chiaro e vivo dell'unità della vita fondata nella concordia dell'intendere e dell'atto o come si direbbe oggi dell'ideale e del reale e insieme il dolore della scissura che mette il poeta in uno stato di ribellione contro l'uomo “caduto in servo di signore” già signore di sè ora servo delle sue inclinazioni animali. Ma il sentimento di questa contraddizione non uccide l'entusiasmo e la fede come ne' poeti moderni: l'anima del poeta è ancora giovane piena di una fede robusta che il disinganno nobilita e fortifica; e però il dolore del disaccordo non lo conduce alla negazione della filosofia anzi alla sua glorificazione ad un più ardente amore della derelitta fiero di possederla e amarla egli solo con pochi e di sentirsi perciò quasi Dio tra la gregge degli uomini.

Adunque il primo carattere di questo mondo lirico è la sua verità psicologica. Se c'è negli accessorii alcunche di fattizio e di convenzionale il fondo è vero è la sincera espressione di quello che si passa nell'animo del poeta. Ti senti innanzi ad un uomo che considera la vita seriamente. La vita è la filosofia la verità realizzata; e la poesia è la voce e la faccia della verità. Amico della filosofia con orgoglio non minore si chiama poeta il banditore del vero. Filosofo e poeta si sente come investito di una missione di una specie di apostolato laicale e parla dal tripode alla moltitudine con l'autorità e la sicurezza di chi possiede la verità.

Ma il sentimento che move questo mondo lirico così serio e sincero non rimane puramente individuale o subiettivo; anzi la parte personale e contingente appena si mostra: esso è l'accento lirico dell'umanità a quel tempo la sua forma di essere di credere di sentire e di esprimersi. Quell'angeletta scesa dal cielo che non giunge ad esser donna breve apparizione che ritorna al cielo in bianca nuvoletta seguita dagli angioli che le cantano “Osanna” ma rimasa in terra come luce della verità della quale l'amante si fa apostolo è tutto il romanzo religioso e filosofico di quell'età: è la vita che ha la sua verità nell'altro mondo e che qui non è che Beatrice fenomeno apparenza velo della eterna verità. Se la terra è un luogo di passaggio e di prova la poesia è al di là della terra nel regno della verità. Beatrice comincia a vivere quando muore.

Un mondo così mistico e spiritualista nel concetto così dottrinale nella forma se può essere allegoricamente rappresentato dalla scultura se trova nella pittura e nella musica le sue movenze le sue sfumature il suo indefinito è difficilissimo a rappresentare con la parola. Perchè la parola è analisi distinzione precisione e non può rappresentare che un contenuto ben determinato e ne' suoi momenti successivi più che nella sua unità. Analizzate questo mondo e vi svanisce dinanzi come realtà o vita: l'analisi vi porta irresistibilmente al discorso al ragionamento alla forma dottrinale che è la negazione dell'arte. Non bisogna dimenticare che la vita interna di questo mondo è la scienza come concetto e come forma la pura scienza non penetrata ancora nella vita e divenuta fatto. È vero che per Dante la scienza dee essere non astratto pensiero ma realtà. Se non che il male è appunto in questo “dee essere”. Perchè prendendo a fondamento non quello che è ma quello che dee essere la sua poesia è ragionamento esortazione non rappresentazione se non in forma allegorica che aggiunge una nuova difficoltà ad un contenuto così in se stesso astruso e scientifico.

I contemporanei sentirono la difficoltà e credettero vincerla con la rettorica ornando quei concetti di vaghi fiori. Anche Dante credeva rendere poetica la filosofia dandole una bella faccia. Certo questo era un progresso; ma siamo ancora al limitare dell'arte nel regno dell'immaginazione. Guinicelli Cino Cavalcanti non possono attirare la nostra attenzione e neppur Dante ancorchè dotato di una immaginazione così potente. Anzi egli riesce meno di questi suoi predecessori nell'arte dell'ornare e del colorire perchè quelli vi pongono il massimo studio non essendo il mondo da essi rappresentato che un gioco d'immaginazione dove a Dante quel mondo è lui stesso parte del suo essere e che ha la sua importanza in se stesso: ond'egli è sobrio severo schivo del “gradire” e spesso nudo sino alla rozzezza. E non corre agli ornamenti come mezzo rettorico e a fine di ornare e di lisciare ma per rendere palpabile ed evidente il suo concetto.

Ma Dante vince in gran parte la difficoltà appunto per questo che quel mondo è vita della sua vita e anima della sua anima. Esso opera non pure sulla sua mente ma su tutto il suo essere. Questa sua fede assoluta in quel mondo non è però sufficiente a farne un poeta. La fede è la base il sottinteso la condizione preliminare e necessaria della poesia ma non è la poesia. Il poeta dee essere un credente ma non ogni credente è poeta; può essere un santo un apostolo un filosofo. Dante non fu il santo nè il filosofo del suo mondo: fu il poeta. La fede svegliò le mirabili facoltà poetiche che avea sortito da natura.

Dante ha in supremo grado la principale facoltà di un poeta la fantasia che non si vuol confondere con l'immaginazione facoltà molto inferiore. L'immaginazione ti dà l'ornato e il colore liscia la superficie: il suo maggiore sforzo è di offrirti un simulacro di vita nell'allegoria e nella personificazione. La fantasia è facoltà creatrice intuitiva e spontanea è la vera musa il “deus in nobis” che possiede il secreto della vita e te la coglie a volo anche nelle sue più fuggevoli apparizioni e te ne dà l'impressione e il sentimento. L'immaginazione è plastica; ti dà il disegno ti dà la faccia: “pulcra species sed cerebrum non habet”: l'immagine è il fine ultimo in cui si adagia. La fantasia lavora al di dentro e non ti coglie il di fuori se non come espressione e parola della vita interiore. L'immaginazione è analisi e più si sforza di ornare di disegnare di colorire più le fugge il sostanziale quel tutto insieme in cui è la vita. La fantasia è sintesi: mira all'essenziale e di un tratto solo ti suscita le impressioni e i sentimenti di persona viva e te ne porge l'immagine. La creatura dell'immaginazione è l'immagine finita in se stessa e opaca; la creatura della fantasia è il “fantasma” figura abbozzata e trasparente che si compie nel tuo spirito. L'immaginazione ha molto del meccanico è comune alla poesia e alla prosa a' sommi e a' mediocri; la fantasia è essenzialmente organica ed è privilegio di pochissimi che son detti Poeti.

Il mondo lirico di Dante o piuttosto del suo secolo così mistico e spirituale resiste a tutti gli sforzi dell'immaginazione. In balìa di questa esso non è che un mondo rettorico e artificiale di bella apparenza ma freddo e astratto nel fondo. Tale è il mondo di Guinicelli di Cavalcanti e di Cino. L'organo naturale di questo mondo è la fantasia e la sua forma è il fantasma. Il suo primo e solo poeta è Dante perchè Dante ha l'istrumento atto a generarlo è la prima fantasia del mondo moderno.

Dante non accarezza l'immagine non vi s'indugia sopra se non quando essa è lume che come paragone dia una faccia al suo concetto. Sia d'esempio la sua canzone all'Amore:

Queste immagini non sono il concetto esso medesimo ma paragoni atti a lumeggiarlo. È la maniera del Guinicelli. Costui se ne pavoneggia e vi spiega un lusso e una pompa che passa il segno e affoga il concetto nell'immagine. Dante è più severo perchè il concetto non gli è indifferente e non te ne distrae anzi per troppo amore a quello spesso te lo porge nodo e irsuto com'è da natura. Ma egli penetra in questo mondo di concetti e ne fa il suo romanzo la sua storia intima. Il concetto allora non che abbia bisogno di essere illuminato da una immagine tolta dal di fuori è trasformato è esso medesimo l'immagine. In quest'opera di trasformazione si rivela la fantasia. Pigmalione non è più una statua di marmo; ma riscaldato dall'amorosa fantasia diviene persona. La donna astratta e anonima del trovatore divenuta innanzi alla filosofia un'idea platonica l'esemplare di ogni bellezza e di ogni virtù eccola qui persona viva: è Beatrice quell'angeletta scesa dal cielo che annunzia alle genti il suo arrivo e racconta la sua bellezza:

 

Ma questo lavoro di trasformazione non va così innanzi che il concetto sia come seppellito e dimenticato nell'immagine (miracolo dell'arte greca) nè questo avviene per manco di calore e di fantasia. Dante è così immedesimato con quel suo mondo intellettuale e mistico che la sua fantasia non può oltrepassarlo non può materializzarlo. In questa dissonanza può capitare l'artista a cui il contenuto sia indifferente e che intenda alla perfezione del modello non il poeta che ha un culto per il suo mondo e vi si chiude e ne fa la sua regola e il suo limite. Dante non può paganizzare quel mondo dello spirito appunto perchè esso è il suo spirito il suo mondo il suo modo di sentire e di concepire. La sua immagine è ricordevole e trascendente e appena abbozzata è già scorporata fatta impressione e sentimento. Non descrive: non può fissare e determinare l'immagine come quella a cui l'intelletto non giunge. Gli sta innanzi un non so che luce intellettuale superiore all'espressione visibile non in se stessa ma nelle sue impressioni. Perciò esprime non quello che ella è ma quello che pare. Ciò che è più chiaro innanzi alla sua immaginazione non è il corpo ma lo spirito non è l'immagine ma il suo “parere” l'impressione:

uno spirto soave e pien d'amore

Questi ultimi tre versi sono la chiusa mirabile di un sonetto molto lodato dove il poeta vuol descrivere Beatrice e non fa che esprimere impressioni. Beatrice non la vedi mai. Ella è come Dio nel santuario. Non la vedi ma senti la sua presenza in quel mondo tutto pieno di lei. Ella piange la morte del padre. Lo sguardo del poeta non è là. Tu vedi lei nella faccia sfigurata del poeta e nel pianto delle donne che gli sono intorno che la udirono e non osarono di guardarla:

Beatrice saluta e

e gli occhi non l'ardiscon di guardare.

 

Di questa giovinetta inaccessibile allo sguardo non descritta non rappresentata di cui non hai nessuna parola e nessun atto non restano che due immagini: del nascere e del morire l'angeletta scesa di cielo che torna al cielo bianca nuvoletta. Dante non vede lei morire. La vede in sogno e già morta e quando le donne la coprian di un velo. Ma se della morte non ci è l'immagine ce n'è il vivo sentimento:

L'universo muore con Beatrice:

“Sì bella!” Questa è l'immagine. Gli basta chiamarla bella chiamarla Beatrice. Incontra per via peregrini essi soli indifferenti in tanto dolore:

La vita e la morte di Beatrice non è in lei ma negli altri in quello che fa sentire. L'immagine è immediatamente trasformata in sentimento. E questa immagine spiritualizzata è quella mezza realtà che si chiama il fantasma esistente più nella immaginazione del lettore che nella espressione del poeta. Ciascuno si fa una Beatrice a sua maniera e secondo le forze del suo spirito. Siamo nel regno musicale dell'indefinito. Beatrice è un rêve un sogno una visione. La stessa sua morte è un sogno o come dice Dante una fantasia accompagnata di particolari patetici e drammatici perchè il poeta è vittima de' suoi fantasmi e vive entro a quel mondo e ne sente e riflette tutte le impressioni. Beatrice muore perchè “esta vita noiosa”

e tornata gloriosa nel cielo diviene “spiritual bellezza grande” che spande per lo cielo luce d'amore e fa la maraviglia degli angioli. Questa bellezza spirituale o come dice Dante altrove “luce intellettual piena d'amore” è il mondo lirico realizzato nell'altra vita dove il fantasma sparisce e la verità ti si porge nel suo splendore intellettuale pura intelligenza bellezza spirituale scorporata. Il fantasma quella mezza realtà a contorni vaghi e indecisi più visibile nelle impressioni e ne' sentimenti che nelle immagini non era che il presentimento il velo la forma preparatoria di questo regno del puro spirito; era l'ombra dello spirito. Ora la luce intellettuale dissipa ogni ombra: non hai niente più d'indeciso niente più di corporeo: sei nel regno della filosofia dove tutto è precisione e dogmatismo tutto è posto con chiarezza e discorso a modo degli scolastici. E poichè la filosofia non è potuta divenire virtù poichè in terra essa è proscritta rimane una realtà puramente scientifica e dottrinale. L'impressione ultima è che la terra è il regno delle ombre e de' fantasmi la selva dell'ignoranza e del vizio la tragedia che ha per sua inevitabile fine la morte e il dolore e che la realtà l'eterna e Divina Commedia è nell'altro mondo.

Nè prima nè poi fu immaginato un mondo lirico così vasto nel suo ordito così profondo nella sua concezione così coerente nelle sue parti così armonico nelle sue forme così personale e a un tempo così umano. Esso è l'accento lirico del medio evo colto nelle sue astrazioni e nelle sue visioni la voce dell'umanità a quel tempo. Il mistero di questo mondo religioso-filosofico è la Morte “gentile” come passaggio dall'ombra alla luce dal fantasma alla realtà dalla tragedia alla commedia o come dice Dante alla pace. La morte è il principio della vita è la trasfigurazione. Perciò il vero centro di questa lirica la sua vera voce poetica è il sogno della morte di Beatrice là dove sono in presenza questa vita e l'altra e mentre il sole piange e la terra trema gli angioli cantano “Osanna” e Beatrice par che dica: - Io sono in pace -. Ci è la terra co' suoi dolori e il cielo con le sue estasi il mondo lirico nel momento misterioso della sua unità. Non credo che la lirica del medio evo abbia prodotto niente di simile a questo sogno di Dante di una rara perfezione per chiarezza d'intuizione per fusione di tinte per profondità di sentimento per correzione di condotta e di disegno per semplicità e verità di espressione.

Ma se questo mondo logicamente è uno e concorde esteticamente è scisso perchè non è insieme terra e cielo ma è ora l'uno ora l'altro imperfetti ambidue. Il fantasma è spesso simile più ad un'allegoria che ad una realtà ed è stazionario senza successione e senza sviluppo senza storia. La realtà è pura scienza in forma scolastica. Si può dire che quando in questo mondo comincia la realtà allora appunto muore la poesia s'inaridisce la fantasia e il sentimento. È un difetto organico di questo mondo che resiste a tutti gli sforzi dell'arte resiste a Dante.

D'altra parte Dante vi si mostra più poeta che artista. Quel mondo è per lui cosa troppo seria perchè possa contemplarlo col sereno istinto dell'arte. Poco a lui importa che la superficie sia scabra purchè ci sia sotto qualche cosa che si mova. Perciò è sempre evidente spesso arido e rozzo. L'Italia ha già il suo poeta; non ha ancora il suo artista.


IV

LA PROSA

Se i rimatori o dicitori in rima aiutarono molto alla formazione del volgare non minore opera vi diedero i bei favellatori o favoleggiatori. “Favella” viene da “fabella” favoletta e perciò le lingue moderne furon dette “favelle” lingue de' favoleggiatori. Costoro nelle corti e ne' castelli raccontavano novelle come i rimatori poetavano d'Amore. Così gl'inizi della nostra lingua furono

Come i versi così le prose aveano già tutto un repertorio venuto dal di fuori. I rimatori attingevano nel codice d'Amore; i novellatori o favellatori attingevano ne' romanzi della Tavola rotonda o di Carlomagno. Il cavaliere errante era il tipo convenzionale degli uni e degli altri.

Questa letteratura non produsse altro che traduzioni come sono i Conti di antichi cavalieri la Tavola rotonda e i Reali di Francia: Tristano Isotta Lancillotto il re Meliadus il profeta Merlino Carlomagno Orlando erano gli eroi dell'immaginazione popolare. Oggi ancora i cantastorie napoletani raccontano ad una plebe avida di fatti maravigliosi le geste di Orlando e di Rinaldo. Anche la storia romana prese questa forma. Un codice antico ha per titolo: Lucano tradotto in prosa ed è la versione del Giulio Cesare romanzo in versi rimati di Jacques de Forest. La guerra tra Cesare e Pompeo è narrata con colori e particolari tolti alla vita cavalleresca. Cicerone “mastro di rettorica” e “buono chierico” così comincia una sua aringa a Pompeo: “Li re e conti e baroni e l'altro popolo ti richieggono e pregano che tu non metta la cosa a indugio”. E non è maraviglia che anche nelle cronache penetri questa vita cavalleresca. Si leggono non senza diletto i Diurnali o come oggi si direbbe giornali di Matteo Spinelli la più antica cronaca italiana non solo per la semplicità e naturalezza del racconto in un dialetto assai prossimo al volgare ma per la vaghezza de' fattarelli che pare un favellatore e non uno storico. Di maggior mole è la Storia di Firenze di Ricordano Malespini che dagli inizi della città si stende sino al 1282. Quando narra fatti contemporanei è testimonio veridico ed esatto nè la sua fede guelfa lo induce ad alterare i fatti. Ma quando esce da' suoi tempi ti trovi nell'infanzia della coltura. Anacronismi ed errori geografici sono accoppiati con la più grossolana credulità nelle favole più assurde improntate di tutto il maraviglioso de' romanzi cavallereschi. Dice che la chiesa di san Pietro fu fondata a' tempi di Ottaviano quando san Pietro e Cristo stesso non erano ancora nati; che la mattina di Pentecoste fu celebrata la messa nella chiesa della canonica di Fiesole al tempo di Catilina; che il tempio di san Giovanni in Firenze fu fondato alla morte di Cristo; che Pisa viene da “pisare” o “pesare” Lucca da “luce” e Pistoia da “pistolenzia”; narra gli amori di Catilina con la regina Belisea moglie del re Fiorino e le avventure di Teverina figlia di Belisea e pare una pagina tolta a qualche romanzo allora in voga.

In queste versioni e cronache la lingua è ancor rozza e incerta desinenze goffe o dure sgrammaticature frequenti nessun indizio di periodo nessun colorito: non ci è ancora l'“io” la personalità dello scrittore.

Come la poesia così la prosa cavalleresca poco attecchì in Italia. Non solo non ci fu nessun romanzo originale ma neppure alcuna imitazione. Tutto quel maraviglioso è riprodotto con quella stessa aridità e indifferenza che senti nel Malespini anche quando narra fatti commoventissimi come la morte di Manfredi o di Bondelmonte. Come l'uomo inculto parla assai meglio che non scrive è a presumere che i novellatori raccontassero le loro favolette con una vivacità d'immaginazione e di affetto che non trovi ne' racconti e nelle cronache. Ci è una raccolta di novelle detta il Novellino che sembrano schizzi e appunti anzi che vere narrazioni simili a quegli argomenti che si danno a' giovinetti per esercizio di scrivere. Il libro fu detto “fiore del parlar gentile”; e veramente vi è tanta grazia e proprietà di dettato che stenti a crederlo di quel secolo e sembrano piuttosto racconti rozzi e in voga raccolti e ripuliti più tardi. Ma se la lingua è assai più schietta e moderna che non è ne' Conti di antichi cavalieri e ne' romanzi di quel tempo è in tutti la stessa aridità. Ci è il fatto ne' suoi punti essenziali spogliato di tutte le circostanze e i particolari che gli danno colore e senza le impressioni e i sentimenti che gli danno interesse. Pure quando il fatto è semplice e breve e non richiede arte basta a conseguire l'effetto quella naturalezza e quel candore pieno di verità che è nel racconto. Eccone un esempio:

"Leggesi del re Currado padre di Corradino che quando era garzone si avea in compagnia dodici garzoni di sua etade. Quando lo re Currado fallava li maestri che gli eran dati a guardia non batteano lui ma batteano di questi garzoni suoi compagni per lui. E quei dicea: - Perchè non battete me chè mia è la colpa? - Diceano li maestri: - Perchè tu sei nostro signore. Ma noi battiamo costoro per te: onde assai ti dee dolere se tu hai gentil cuore che altri porti pena delle tue colpe. - E perciò si dice che lo re Currado si guardava molto di fallire per la pietà di coloro."

Se il romanzo e la novella non giunse ad esser popolare tra noi e non divenne un lavoro d'arte la ragione è che una materia tanto poetica si mostrò quando lingua e arte erano ancora nell'infanzia e rimasa fuori della vita e dei costumi riuscì un frivolo passatempo come fu della poesia cavalleresca. Trattata da illetterati questa materia non potè svilupparsi e formarsi sopravvenuto in breve tempo il risorgimento de' classici e il rifiorire delle scienze che trasse a sè l'animo delle classi colte. Quantunque “chierico” significasse ancora uomo dotto e da' pergami e dalle cattedre si parlasse ancora latino ed in latino si scrivessero le opere scientifiche già il laicato usciva dalle università vigoroso ed istrutto con la giovanile confidenza nella sua dottrina e nella sua forza. Se il chierico tendeva a restringere in pochi la dottrina e farne un privilegio della sua milizia lo spirito laicale tendeva a diffonderla a volgarizzarla a farla patrimonio comune. La libertà municipale aprendo la vita pubblica a tutte le classi costituiva in modo stabile un laicato colto e operoso a cui non bastava più il latino e che formato nelle scuole superbo della sua scienza in quotidiana comunione con le altre classi aveva già un complesso d'idee comuni che costituivano la base della coltura. Erano nuove forze che entravano in azione e davano un indirizzo proprio alla vita italiana. A quella gente quei romanzi e quei racconti doveano sembrare trastullo di oziosi spasso di plebe. Le idee religiose così come venivano bandite dal pergamo non doveano aver molta grazia a' loro occhi; quella semplicità e rozzezza di esposizione dovea poco gradire a quegli uomini che tutto codificavano e sillogizzavano. Certo non fu perciò estinta la razza de' novellatori e de' predicatori; ma lo spirito della classe colta se ne allontanò e i Conti de' cavalieri e le Vite de' santi rimasero occupazione di uomini semplici e inculti senza eco e senza sviluppo. La società mirava a divulgare la scienza a diffondere le utili cognizioni a far sua tutta la cultura passata profana e sacra. I suoi eroi furono Virgilio Ovidio Livio Cicerone Aristotile Platone Galeno Giustiniano Boezio santo Agostino e san Tommaso. Il volgare divenne l'istrumento naturale di questa coltura. I poeti bandivano la scienza in verso; i prosatori traslatavano dal latino gli scrittori classici i moralisti e i filosofi. Era un movimento di erudizione e di assimilazione dell'antichità che durò parecchi secoli e che ebbe una grande azione sulla nostra letteratura. La materia a cui più volentieri si volgevano i traduttori era l'etica e la rettorica l'arte del ben fare e l'arte del ben dire. Una delle più antiche versioni è il Libro di Cato o Volgarizzamento del Libro de' costumi opera scritta in distici latini e divisa in quattro libri. L'opera ebbe tanta voga che se ne fecero tre versioni ed è spesso citata dagli scrittori. Nè è maraviglia perchè ivi la morale è nella sua forma più popolana essendo ciascuna regola del ben vivere chiusa in un distico a guisa di motto o proverbio o sentenza facile a tenere in memoria. Ecco un esempio:

Virtutem primam esse puto compescere linguam:

proximus ille Deo est Qui scit ratione tacere.

Ed è tradotto egregiamente così:

Esercizio utilissimo a' giovani sarebbe il raffronto delle tre versioni che ti mostra la lingua ne' diversi stati della sua formazione. La terza versione pubblicata dal Manni ha per compagna l'Etica di Aristotile e la Rettorica di Tullio. Questa Rettorica di Tullio è il Fiore di rettorica attribuito a frate Guidotto da Bologna e da altri con più verisimiglianza a Bono Giamboni e che comincia così: “Qui comincia la Rettorica nuova di Tullio traslatata da grammatica in volgare per frate Guidotto da Bologna”. Che importanza avesse la rettorica e quali miracoli potea produrre si vede da queste parole del traduttore:

"Fu uno nobile e vertudioso uomo cittadino nato di Capova del regno di Puglia il quale era fatto abitante della nobile città di Roma che avea nome Marco Tullio Cicerone lo quale fu maestro e trovatore della grande scienzia di rettorica la quale avanza tutte le altre scienzie per la bisogna di tutto giorno parlare nelle valenti cose siccome in far leggi e piati civili e cherminali e nelle cose cittadine siccome in fare battaglie ed ordinare schiere e confortare cavalieri nelle vicende degl'imperii regni e principati e governare popoli e regni e cittadi e ville e strane e diverse genti come conversano nel gran cerchio del mappamondo della terra."

Il libro è dedicato a re Manfredi il quale vi potrà avere “sufficiente e adorno ammaestramento a dire in piuvico e in privato”. Accanto a Cicerone comparisce il grande poeta Virgilio “il quale Virgilio si trasse tutto il costrutto dello intendimento della rettorica e ne fece chiara dimostranza”. Il frate cercando le “magne virtudi” di Cicerone aggiunge: “Sì mi mosse talento di volere alquanti membri del Fiore di rettorica volgarizzare di latino in nostra lingua siccome appartiene allo mestiere de' laici volgarmente”. Onde pare che il tradurre volgarmente in volgare era mestiere dei laici scrivendo i chierici in latino. Queste citazioni sono il ritratto del tempo. Ci si vede la grande impressione che facea su quelle menti Virgilio e Cicerone “d'arme maraviglioso cavaliere franco di coraggio armato di grande senno fornito di scienzia e di discrezione ritrovatore di tutte le cose”. E ci si vede pure la gran fede nei miracoli della scienza come se a vivere con buoni costumi e a ben dire in pubblico e in privato bastasse imparare le regole dell'etica e della rettorica. Nè si recavano in volgare le opere solo dell'antichità ma anche le contemporanee scritte in latino. Cito fra gli altri il volgarizzamento fatto da Soffredi del Grazia notaio pistoiese de' Trattati di morale dottissima opera di Albertano da Brescia scritta in prigione. Il primo trattato Della dilezione di Dio e del prossimo e della forma della vita onesta è composto l'anno 1238. L'opera levò tal grido che fu tradotta in francese e in inglese e veramente ci è lì dentro raccolta tutta la dottrina del tempo intorno all'onesto vivere sacra e profana. L'impulso fu tale che gli uomini più chiari si volsero a tradurre o compendiare grammatiche rettoriche trattati di morale di fisica di medicina. Ristoro di Arezzo scrivea sulla Composizione della terra; Cavalcanti scrivea una grammatica e una rettorica; ser Brunetto traduceva il trattato De inventione di Cicerone e parecchie orazioni di Sallustio e di Livio e sotto nome di Fiore di filosofi e di molti savi raccoglieva i detti e i fatti degli antichi filosofi Pitagora Democrito Socrate Epicuro Teofrasto e di uomini illustri come Papirio Catone. Ecco i “fiori” di Plato:

"Plato fue grandissimo savio e cortese in parole e disse queste sentenzie:

In amistade nè in fede non ricevere uomo folle: più leggermente si passa l'odio de' folli e de' malvagi che la loro compagnia.

A neuno uomo ti fare troppo compagno. L'uomo è cosa troppo singolare: non puote sofferire suo pare de' suoi maggiori hae invidia de' suoi minori hae disdegno a' suoi iguali non leggeremente s'accorda.

Quelli sono pessimi e maliziosi nimici che sono nella fronte allegri e nel cuore tristi."

Secondo la rettorica di quel tempo si diceva “fiore” quel raccogliere il meglio degli antichi e offrirlo al pubblico come un bel mazzetto. E si diceva anche “giardino” come spiegava Bono Giamboni nel suo Giardino di consolazione versione del latino: “e chiamasi questo Giardino di consolazione imperò che siccome nel giardino altri si consola e trova molti fiori e frutti così in questa opera si trovano molti e begli detti li quali l'anima del divoto leggitore indolcirà e consolerà”. In effetti questo bel libro dov'è molta semplicità e grazia di dettato è una descrizione de' vizi e delle virtù con sopra ciascuna materia i detti de' savi e de' santi Padri tanto che si può veramente dire dell'autore: “il più bel fior ne colse”. Ecco il capitolo Dell'Ebrietade:

“Ebrietade secondo che dice santo Agostino è vile sepoltura della ragione e furore della mente”. Anche dice: “La ebrietà è lusinghiere demonio dolce veleno soave peccato. Anche dice: la ebrietà molti ne ha guasti toglie il senno fa venire infermitadi ingrossa lo ingegno accende alla lussuria mai non tiene segreto induce a male parole.” Santo Basilio dice: “l'ebro quando pensa bere sì è beuto: come lo pesce che con grande desiderio inghiottisce l'esca nella sua gola e non sente l'amo; così l'ebro bevendo il vino riceve in sè nemico senza ragione.” E santo Paolo dice: “non t'inebriare di vino imperò che di vino esce lussuria.”

Nè solo “fiore” o “giardino” ma si diceva pure “tesoro” o “convito” quasi mostra di ricche pietre preziose o di elettissime vivande. Brunetto che scrisse il Fiore avea già scritto il Tesoro “in romanzo o lingua francesca” come “più dilettevole e più comune che tutti gli altri linguaggi” e voltato poi in volgare da Bono Giamboni. Il Tesoro è il Cosmos di quel tempo l'universalità della scienza come s'insegnava nelle scuole la somma o il compendio del sapere e per dirla con le parole di Brunetto “un'arnia di mèle tratta di diversi fiori” un “estratto di tutt'i membri di filosofia in una somma brevemente”. Prende capo dalla filosofia siccome “radice di cui crescono tutte le scienze” ed è descrizione di Dio dell'uomo della natura. Segue l'etica o filosofia pratica e poi la rettorica che ha come appendice la politica o l'arte di ben governare gli stati. È il disegno di una prima facoltà universitaria che prepara con questi studi i giovani alle scienze speciali. Questa vasta compilazione di cui non era esempio parve una maraviglia. Ma più importanti erano i trattati speciali dove gli scrittori mostravano qualche originalità come furono i tre trattati di Albertano e il famoso trattato De regimine principum di Egidio Colonna dottissimo patrizio napolitano volgarizzato da un toscano.

Il luogo che teneva la fede venne occupato dalla filosofia. Non che la filosofia negasse la fede anzi era proprio di quel tempo aver fede in tutto quello che era scritto; ma sotto quella forma s'affermava la società colta e si distingueva da' semplici e dagl'ignoranti. Il luogo comune di tutte le invenzioni era l'eterno Giobbe l'uomo colpito dall'avversità che maledice prima alla vita e trova poi rimedio e consolazione nella filosofia ovvero nello studio della scienza nella visione delle opere divine e umane. Questo spiega la grande popolarità del libro di Boezio Della consolazione fondato appunto su questa base dove la filosofia è rappresentata “in sembianza di donna in tale abito e in sì maravigliosa potenzia che cresceva quando le piaceva tanto che il suo capo aggiungeva di sopra alle stelle e sopra al cielo e poggiava a monte e a valle”. Tale è pure la visione di ser Brunetto Latini nel Tesoretto ch'è visione delle cose umane “secondo il corso stabilito a ciascheduna”:

La stessa base ha il libro Introduzione alle virtù di Bono Giamboni. È un giovine “caduto di buono luogo in malvagio stato” che narra di sè in questo modo:

"Seguitando il lamento che fece Giobbe cominciai a maledire l'ora e il die che io nacqui e venn'in questa misera vita e il cibo che in questo mondo m'avea nutricato e governato. E pienamente luttando con guai e gran sospiri i quali venieno della profondità del mio petto fra me medesimo dissi: - Dio onnipotente perchè mi facesti tu vivere in questo misero mondo acciocch'io patissi cotanti dolori e portassi cotante fatiche e sostenessi cotante pene? Perchè non mi uccidesti nel ventre della madre mia o incontanente che nacqui non mi desti tu la morte? Facestilo tu per dare di me esempio alle genti che neuna miseria d'uomo potesse nel mondo più montare? - Lamentandomi duramente nella profondità di un'oscura notte nel modo che avete udito di sopra e dirottamente piangendo m'apparve di sopra al capo una figura che disse: - Figliuolo mio forte mi maraviglio che essendo tu uomo fai reggimenti bestiali perciocchè stai sempre col capo chinato e guardi le oscure cose della terra laonde sei infermato e caduto in pericolosa malattia. Ma se tu dirizzassi il capo e guardassi il cielo e le dilettevoli cose del cielo considerassi come dee fare uomo naturalmente e di ogni tua malattia saresti purgato e vedresti la malizia de' tuoi reggimenti e sarestine dolente. Or non ti ricorda di quello che disse Boezio: che conciossiacosachè tutti gli altri animali guardino la terra e seguitino le cose terrene per natura solo all'uomo è dato a guardare il cielo e le celestiali cose contemplare e vedere? - Quando la boce ebbe parlato... si riposò una pezza aspettando se alcuna cosa rispondessi o dicessi; e vedendo che stava mutolo e di favellare neuno sembiante facea si rappressò verso me e prese i ghironi del suo vestimento e forbimmi gli occhi i quali erano di molte lacrime gravati per duri pianti ch'io avea fatto... Allora apersi gli occhi e guardaimi dintorno e vidi appresso di me una figura bellissima e piacente quanto più innanzi fue possibile alla natura di fare. E della detta figura nascea una luce tanto grande e profonda che abbagliava gli occhi di coloro che guardare la volieno: sicchè poche persone la poteano fermamente mirare. E della detta luce nasceano sette grandi e maravigliosi splendori che alluminavano tutto il mondo. E io vedendo la detta figura così bella e lucente avvegna che avessi dallo incominciamento paura m'assicurai tostamente pensando che cosa rea non potea così chiara luce generare. Cominciai a guardar la figura tanto fermamente quanto la debolezza del mio viso poteva sofferire. E quando l'ebbi assai mirata conobbi certamente ch'era la Filosofia nelle cui magioni avea lungamente dimorato. Allora incominciai a favellare e dissi: - Maestra delle virtudi che vai tu facendo in tanta profondità di notte per le magioni de' servi tuoi? - "

Seguono discorsi tra questo servo della Filosofia e la Filosofia il cui costrutto è questo: che la vita terrestre è vita di prova; e la vera vita è in cielo se però “porti in pace le pene e le tribulazioni di questo mondo chi vuole essere verace figliuolo di Dio e non bastardo pensando che s'egli sarà compagno di Dio nelle passioni sarà suo compagno nelle consolazioni”. La Filosofia finisce con questo lamento:

“O umana generazione quanto se' piena di vanagloria e hai gli occhi della mente e non vedi! Tu ti rallegri delle ricchezze e della gloria del mondo e di compiere i desidèri della carne che possono bastare quasi per uno momento di tempo perchè poco basta la vita dell'uomo: e queste sono veracemente la morte tua perchè meritano nell'altro mondo molte pene eternali. E della povertà e delle tribulazioni del mondo ti turbi e lamenti che poco tempo possono durare: e queste sono veracemente la tua vita perchè se si comportano in pace meritano nell'altro mondo molta gloria perpetuale... Disse uno savio: - Quello che ne diletta nel mondo è cosa di momento e quello che ne tormenta nell'altro durerae mai sempre.”

E segue citando i detti dell'Apostolo di san Pietro e di Salomone.

Questo era il tèma comune delle prediche salvo che qui il predicatore è la Filosofia che si fa interprete di Dio e cita Salomone e san Pietro e i santi Padri. Questo concetto è l'idea fondamentale della “leggenda” una storia fantastica la cui base è il peccatore condannato o redento. In queste leggende Dio e il demonio sono gli attori principali: Dio che co' suoi angioli e le sue virtù tira l'anima alla rinunzia de' beni terrestri e alla contemplazione delle cose celesti e il demonio che la tiene stretta e affezionata alla terra. L'uomo mosso dalle naturali inclinazioni vende l'anima al demonio pur d'essere felice in terra e lo spettacolo finisce nelle tenebre e nel fuoco dell'inferno. Ma spesso la tragedia si solve nella commedia cioè nel trionfo e nel gaudio dell'anima quando aiutata dalla divina grazia sa riscattarsi dal demonio e acquistare il paradiso. Questa lotta tra Dio e il demonio è la battaglia dei vizi e delle virtudi che nella Introduzione alle virtù del Giamboni la Filosofia mostra al suo servo perchè in quella immagine fortifichi la sua fede. Questa è pure la base della leggenda del dottore Fausto che vendè l'anima al diavolo leggenda così popolare al medio evo e resa immortale da Goethe. E questo è anche il concetto del mondo lirico dantesco dove Beatrice diviene la Filosofia e le gioie e i dolori dell'amore terrestre svaniscono nella contemplazione intellettuale della Scienza.

Così il secolo decimoterzo si chiude con uno stesso concetto esposto in prosa e in poesia. Brunetto Giamboni e Dante s'incontrano nella stessa idea o per dir meglio era questa l'idea comune elaborata in tutto il medio evo e che sullo scorcio di quel secolo ci si presenta netta e distinta consapevole di sè. Ma in prosa non trovò quell'adeguata espressione che seppe dare Dante al suo mondo lirico. Mancò la leggenda com'era mancata la novella e mancò il romanzo religioso o spirituale com'era mancato il romanzo cavalleresco. Lo scrittore è più intento a raccogliere che a produrre. Fra tanti “Fiori” e “Giardini” e “Tesori” manca l'albero della vita l'anima impressionata e fatta attiva che produca. Ci è un lavoro di traduzione e di compilazione non ci è ancora un lavoro di assimilazione e tanto meno di produzione. Le ricchezze son tante che tutta l'attività dello spirito è consumata a raccoglierle anzi che a crearne di nuove. Senti una stanchezza a leggere queste traduzioni o compilazioni dove niente è affermato senza un “ipse dixit” o piuttosto “ipsi dixerunt” tante e così accumulate sono le citazioni. E non ci è tregua non digressioni non varietà in questi “giardini” dove hai innanzi un cicerone insopportabile sempre con la stessa voce e lo stesso tuono. Nessun movimento d'immaginazione o di affetto; nessun vestigio di narrazione o descrizione; l'esposizione didattica il trattato riempie l'intelletto e t'uccide l'anima. L'espressione più chiara del secolo furono i dottissimi Brunetto Latini e Bono Giamboni traduttori e compilatori infaticabili. Basti dire che il Giamboni oltre le opere avanti accennate ha tradotto pure le Storie di Paolo Orosio l'Arte della guerra di Flavio Vegezio e la Forma di onesta vita di Martino Dumense.

La gloria di questo secolo cominciatore di civiltà è di aver preparato il secolo appresso lasciandogli in eredità una ricca messe di cognizioni fatte volgari e la lingua e la poesia formata nella sua parte tecnica. Quel tradurre fu un esercizio utilissimo che diede forma e stabilità alla nuova lingua e quella pieghevolezza ed evidenza che viene dalla necessità di rendere con esattezza il pensiero altrui. Principe de' traduttori fu Bono Giamboni così terso e fresco che molte pagine con lievi correzioni si direbbero scritte oggi soprattutto dove sono descrizioni di animali o di virtù e di vizi.

In queste prose didattiche non ci è di arte neppure intenzione. Ai contemporanei di Cino di Cavalcanti di Dante quelle nude e aride prose doveano sembrare assai povera cosa. E si venne confermando l'opinione che il volgare non fosse buono che a dire di amore e che le materie gravi si dovessero trattare in latino come costumavano gli scrittori di polso.


 

V

I MISTERI E LE VISIONI

Al punto a cui siamo giunti ci si porge chiara l'immagine delsecolo decimoterzo. Due sono le fonti di quella letteratura primitiva: la cavalleria e le sacre scritture. L'eroe della cavalleria il cavaliere è l'uomo che si sforza di realizzare in terra la verità e la giustizia di cui è immagine la donna suo culto e amore. La sua vita è attiva piena di avventure e di fatti maravigliosi. Senti la sua presenza nella più antica lirica nelle novelle ne' romanzi e nelle cronache. Ma la cavalleria venutaci di fuori con gli stranieri che occupavano il nostro suolo non prese radice non si sviluppò non produsse alcuna opera originale rimase stazionaria. Perdette il suo carattere serio e quasi religioso e restò un puro gioco d'immaginazione che si mescola come colorito e accessorio in tutte le storie sacre e profane. Di ben altra efficacia era l'idea religiosa penetrata ne' sentimenti e ne' costumi e nelle istituzioni compagna dell'uomo in tutti gli stati della vita. L'eroe cristiano è chiamato pure “cavaliere” il “cavaliere di Cristo”; ma è un eroe contemplativo il cui tipo è il frate il romito il santo. Come il cavaliere errante anche lui rinunzia ed ha a vile i beni terrestri ma la vita dell'uno è militante quella dell'altro è contemplante: ci è in fondo la stessa idea di cui l'uno è il soldato l'altro è il sacerdote. Certo questi due tipi entrano spesso l'uno nell'altro e il frate diviene il templario o il cavaliere di Malta soldato della fede e il cavaliere errante finisce romito e penitente. Ma il cavaliere gittandosi nelle più strane avventure dimentica e fa dimenticare il cielo attirata l'attenzione dal maraviglioso delle opere sì che destano uguale curiosità e interesse le geste de' cristiani e de' saracini e la rappresentazione rimane terrena. L'altro al contrario passando la vita ne' digiuni nella povertà nella castità e nell'orazione ci tien sempre viva innanzi l'immagine dell'altro mondo; e perciò questa vita contemplativa è schiettamente religiosa; anzi è ivi la perfezione ivi il più alto ideale. La passione dell'anima è l'esser legata al corpo alla carne e la sua beatitudine o santificazione è sciogliersi da quella e star con Cristo: al che è via la contemplazione e la preghiera. Nelle tre allegorie sull'anima pubblicate dal Palermo è detto: “Ogni bene e virtù qualunque vogli e buono in sè medesimo ma la preghiera solamente trae a sè tutte le altre virtù”. In queste allegorie compariscono tre esseri che sono i tre gradi della santificazione: “Umano” “Spoglia” e “Rinnova”. Dapprima l'anima impacciata dal terrestre dall'“Umano” non può scorgere il vero che sotto figura nel sensibile. Il secondo essere “Spoglia” è la virtù che monda e purga l'anima dagli affetti terrestri insino a che viene “Rinnova” luce mentale che “rinnova l'anima in tutto e mostra la verità senz'ombra e senza figura”. Questi tre gradi di santificazione comprendono tutta la vita del cavaliere cristiano. Inviluppato nel senso e nella carne non vede che un barlume del vero e non giunge all'ultima luce mentale all'ultimo grado se non purificandosi e mondandosi della parte terrestre. Anch'egli ha le sue battaglie ma col demonio e con la carne ch'egli macera e mortifica d'ogni maniera e le sue armi sono la contemplazione e la preghiera. Il maraviglioso di questa vita non è solo ne' miracoli ma in quella forza di volontà che trae l'uomo a vincere tutti gli affetti e le inclinazioni naturali com'è in santo Alessio il tipo più commovente di questi cavalieri di Cristo. La creazione del mondo il peccato originale le profezie la venuta di Cristo la sua passione morte e trasfigurazione l'anticristo e il giudizio universale sono l'epopea il fondo storico a cui si annodano tante vite di santi. E questa storia dell'umanità era tutt'i giorni innanzi al popolo nella predica nella confessione nella messa nelle feste. La messa non è altro che una rappresentazione simbolica di questa storia un vero dramma senza che ce ne sia l'intenzione rappresentato dal prete e da' fedeli. Ogni atto che fa il prete è pieno di significato è rappresentazione mimica. La prima parte della messa è epica o narrativa; è il Verbum Dei l'esposizione che comprende le profezie e il Vangelo e finisce con la predica. La seconda parte è drammatica è l'azione il Sacrificium l'adempimento delle profezie. La terza parte è lirica come nelle risposte de' fedeli (il coro) al prete o quando due cori si alternano nel canto e negl'inni e nelle preghiere: ciò che ha luogo principalmente nella messa cantata. Aggiungi le immagini de' santi e i fatti dell'antico e del nuovo Testamento in quelle cappelle in quelle finestre variopinte in quelle cupole e quelle grandi ombre e quelle moli restringentisi sempre più e terminate da croci slanciate verso il cielo ed avrai l'immagine e l'effetto musicale di questo stacco dalla terra di questo volo dell'anima a Dio. Dopo l'evangelo il predicatore talora per fare più effetto sull'immaginazione esponeva la sua storia sotto forma di rappresentazione come si fa in parte anche oggi ne' quaresimali. I monaci e i preti rappresentavano il fatto e il predicatore aggiungeva le sue spiegazioni e considerazioni. Era una rappresentazione liturgica cioè legata al culto parte del culto detta “divozione” o “mistero”. Di tal natura sono due divozioni che si rappresentavano il giovedì e il venerdì santo e sono piuttosto due atti di una sola rappresentazione che due rappresentazioni distinte. La prima comincia col banchetto che Cristo ebbe in casa di Lazzaro sei giorni avanti Pasqua e che qui è il giovedì santo. Cristo viene da Gerusalemme Maria con Maddalena e Marta gli va incontro. Maria prega il figlio di non tornare a Gerusalemme perchè vogliono la sua morte. Cristo risponde dover ubbidire al Padre: pur si conforti che niente farà che non lo dica a lei. Alla fine del banchetto Cristo scopre a Maddalena che dee ire a Gerusalemme dove patirà il supplizio della croce e le raccomanda la madre. Cristo esce. Sopraggiunge Maria che ha visto il figlio turbato e la prega a svelarle quello che il figlio le ha detto. Maddalena tace. E la madre va a Cristo tutta in lacrime e dice:

Dimilo figlio dimilo a mi

Cristo dice che pel riscatto del mondo dee ire a morte e Maria sviene. Tornata in sè e lamentandosi raccomanda il figlio a Giuda che risponde in modo equivoco: - So quello che ho a fare. - Poi si volge a Pietro che promette difendere il figlio contro tutto il mondo. Giunti a una porta della città Maria non vuol separarsi dal figlio; ma quando non lo vede più e sa che per un'altra porta è entrato in Gerusalemme fa pietosi lamenti innanzi al popolo:

Segue il racconto secondo la Bibbia. Le parole di Cristo tolte al Vangelo sono dette in latino. E la “divozione” finisce con la prigionia di Cristo.

La “divozione” del venerdì santo racconta la passione e la morte di Cristo. Il predicatore interrompe la rappresentazione con le sue spiegazioni e fa cenno quando si ha a continuare. Maria vi rappresenta una gran parte. Mentre Cristo prega pe' suoi nemici ella dice alla croce:

Cristo la raccomanda a Giovanni che inginocchiandosi e baciandole i piedi cerca racconsolarla. Ma essa abbraccia la croce e si lamenta:

Quando Cristo muore Maddalena gli sta a' piedi al capo Giovanni Maria nel mezzo. E bacia il corpo di Cristo gli occhi le guance la bocca i fianchi le mani “con le quali benediva il mondo” i piedi su' quali “Maddalena sparse tante lacrime”.

Queste rappresentazioni erano antichissime e si scrivevano in latino come il Ludus paschalis rappresentazione di Pasqua dove è messo in azione l'anticristo. Le due “divozioni” avanti discorse non sono probabilmente che versioni o imitazioni di opere più antiche rimase nella tradizione. Tale era pure la rappresentazione del Nostro Signore Gesù Cristo che ebbe luogo a Padova nel 1243 e il Ludus Christi una trilogia rappresentata dal clero in Cividale negli ultimi due giorni di maggio il 1298. Nella Pentecoste e ne' tre seguenti giorni il capitolo di questa città in presenza del vescovo e del patriarca di Aquileia diede questa serie di rappresentazioni: la creazione di Adamo ed Eva la profezia o l'annunzio la nascita morte e risurrezione di Cristo la discesa dello Spirito santo l'Anticristo e la venuta di Cristo nel giudizio universale. Era tutta l'epopea biblica fatta evidente e sensibile dalla musica dal canto dalle scene dalla mimica e dalla parola. Tale era pure la Passione rappresentata a Roma nel Coliseo il venerdì santo dalla Compagnia del gonfalone nel 1264.

Queste rappresentazioni di cui i preti erano attori e attrici aveano tutto il carattere di solennità o feste o cerimonie religiose. Il diavolo vi ha pure la sua parte di tentatore ma parla in modo serio e semplice secondo la sua natura e non ha niente di grottesco e di ridicolo. Chiuse nel recinto delle chiese de' conventi e delle curie vescovili rimangono tradizionali e immobili senza sviluppo artistico come anche oggi si vedon in parte nelle feste del contado.

La moralità di queste rappresentazioni era che il fine dell'uomo è nell'altra vita o come si diceva è la salvazione dell'anima; che per conseguire questo fine si ha a imitare Cristo soffrire in questo mondo per godere nell'altro. Perciò l'ideale l'eroico o come si diceva la “perfezione della vita” era il dispregio de' beni di questo mondo la resistenza a tutte le inclinazioni naturali e il vivere in ispirito nell'altro mondo con la contemplazione e la preghiera. Questa è la vita de' santi della quale si dava anche rappresentazione a' fedeli. E tra le più antiche è una ancora inedita che ha per titolo: D'uno monaco che andò a servizio di Dio probabilmente recitata a monaci da monaci in un convento. L'eroe è questo monaco un giovinetto che resiste alle lacrime della madre alle querele del padre alle tentazioni del compare e si rende frate nel deserto dove è accolto come figlio da un romito. Ma ivi prove più dure l'attendono. Mentre egli va a raccogliere per il pasto radici frutta castagne e noci il romito prega e mosso da curiosità chiede a Dio qual luogo spetti al suo novizio in paradiso e un angelo risponde che sarà dannato. Non perciò della notizia si turba il giovinetto anzi risponde tranquillo che continuerà ad amare e servire Dio. Invano il demonio lo tenta dicendogli che “ha guastato l'amor naturale” e che il meglio sarà tornare in casa del padre chè forse Dio gli avrà misericordia. Il giovinetto con gli scongiuri fuga il demonio e rimane fermo nella sua risoluzione. Allora l'angiolo annunzia al romito ch'egli è salvo. E il monaco e il romito intuonano il Te Deum o una lauda. Nell'epilogo o commiato sono esortati gli spettatori a castigare la carne e a pensare alla vita eterna. Anima della rappresentazione è l' invitta fede del giovane monaco che la preghiera e la contemplazione è la più sicura guardia contro il peccato e la tentazione della carne e che si giunge alla santificazione con rinunziare al mondo e vivere con lo spirito in Dio. Questo concetto è espresso in una forma scolastica nel canto del monaco di cui ecco alcuni brani:

Ci è una rappresentazione intitolata Commedia dell'anima che è una storia ideale della vita de' santi una specie di logica dove sono le idee fondamentali della santificazione l'ossatura e lo scheletro di tutte le vite de' santi. L'anima esce pura dalle mani di Dio e a sua immagine. Dio la contempla con amore dicendo:

Ma il demonio invidioso che “sì vil cosa abbia a fruire quel regno del qual esso è privato” si apparecchia a darle battaglia. L'angelo custode conforta l'anima e le presenta la Memoria l'Intelletto e la Volontà: le sue “potenzie”. L'Intelletto parla dopo la Memoria e dice:

E la Volontà dice:

L'Intelletto dice alla Volontà:

A te s'appartien sol deliberare

di far quel che ti è mostro fedelmente;

E la Volontà risponde:

L'anima confortata alza la preghiera a Dio e l'angelo custode aggiunge:

Cioè a dire non bastano le tre potenzie naturali Memoria Intelligenzia Volontà perchè l'anima piaccia al Signore; ci vuole anche la sua grazia l'ardente fiammella che dee cacciare il drago il demonio. E Dio manda ad assisterla le virtù teologiche Fede vestita di colore celeste con una croce nella mano destra e nella sinistra un calice e suvvi la patena; Speranza vestita di verde con gli occhi fissi al cielo e le mani giunte Carità vestita di rosso con un parvolino per mano. Intanto il demonio chiama l'Eresia la Disperazione la Sensualità e tutte le sue forze capitanate dall'Odio. Le tre virtù intorniano l'anima. La Fede dice dell'esser suo e san Giovanni Crisostomo celebra la sua potenza. Ma l'Infedeltà con acri parole la rampogna:

Allora la Speranza viene in soccorso:

Ma l'anima teme pensando la sua debolezza:

La Speranza le pone avanti l'esempio de' santi e soprattutto di santo Agostino:

Allora l'assale la Disperazione e dice:

Ma l'anima risponde allo scherno cacciandola da sè:

Segue un'altra disputa tra la Carità della quale san Paolo celebra le lodi e l'Odio in cui spunta l'ombra di un carattere qualche cosa di simile a un capitano millantatore:

Vommene pe' conventi in ogni cella

L'ultima battaglia è tra il Senso o la Sensualità e la Ragione. L'anima pregando si sente sopraffatta dal corpo:

E la Sensualità così invocata le dice beffando:

Ma ecco la Ragione dire all'anima:

E saputo il fatto dice della sua nemica:

 - Ma che dovevo fare? - dice l'anima:

La Sensualità non se ne spaventa e dopo uno scambio di villanie aggiunge:

La Ragione è vinta e l'anima cede. Ella desidera una ghirlanda con un nodo

E il demonio aggiunge:

Così la Ragione è impotente senza la Grazia. Comparisce Dio stesso:

L'anima pentita del mal pensiero risponde:

Allora Dio le manda in soccorso le virtù cardinali Prudenza Temperanza Fortezza Giustizia Misericordia Povertà Pazienza Umiltà. Ciascuna parla di sè citando talora questo o quel passo della Bibbia. Ecco alcuni brani:

PRUDENZA - Io ti conforto che tu sia prudente

TEMPERANZA - Terrai la via del mezzo in ogni cosa

FORTEZZA - Tullio dice di me questa parola:

GIUSTIZIA - Dice David con la sua voce amena:

MISERICORDIA - Mercè mercè o Giustizia divina

POVERTÀ - Io son la Povertà o città mia

PAZIENZA - O popul mio io son la Pazienzia;

POVERTÀ -... M'affliggo e doglio

PAZIENZA - Chi pensa andare al ciel per altra via

UMILTÀ - L'Umiltade son io fratei diletti

L'anima contrita e fortificata alza un canto a Dio:

Colpita da grave infermità dice:

Intorno alla morente fanno l'ultima battaglia l'angiolo e il demonio. Gli argomenti dell'angiolo si possono ridurre in questi tre versi:

Dio accoglie l'anima e pronunzia il suo giudizio:

E l'angiolo dice

E il coro accompagna l'anima al cielo con questo canto:

Così finisce questa rappresentazione detta “commedia” perchè si conchiude con la salvazione e non con la perdizione dell'anima. È detta anche “misterio” per la sua natura allegorica. È uno degli antichissimi misteri liturgici ritoccato ripulito rammodernato e fatto laico a' tempi di Lorenzo de' Medici e forse più in là a giudicare dalla forma franca e spigliata da certi tentativi di formazione artistica come nelle figure del demonio dell'Odio della Sensualità della Povertà e da un certo non so che beffardo e grottesco che svela poca serietà e unzione nello scrittore e negli spettatori. Ma se la trama è moderna la stoffa è antica e ricorda il duello del Senso e della Ragione così comune negli scritti volgari che apparvero prima e la battaglia de' vizi e delle virtù del Giamboni e le tre allegorie cristiane. Anzi questa Commedia dell'anima non è se non le tre allegorie messe in rappresentazione. Là trovi tre gradi di santificazione Umano Spoglia e Rinnova. E anche qui l'anima è prima combattuta dal senso e cade ne' suoi lacci perchè “umana cosa è cascare in errore” poi fa la sua penitenza si spoglia e si monda della scoria del peccato e così a Dio si rimarita come dice Dante o come dice il nostro autore sta “al convito celestiale con veste bella e nuziale”. Questi tre gradi aveano la loro formazione liturgica nell'inferno purgatorio e paradiso che erano appunto il senso l'Umano puro abbandonato a se stesso lo Spoglia o la penitenza che purga o monda l'anima e il Rinnovamento o la luce mentale la beatitudine. Questo era il concetto delle rappresentazioni che aveano a materia l'altro mondo come quella di cui fa menzione Giovanni Villani che ebbe luogo a Firenze. L'altro mondo era la storia o come si diceva la “Commedia dell'anima” la quale non potea giungere a redimersi dall'umanità dal corpo dalla carne dall'inferno se non con la penitenza purificandosi e purgandosi e così contrita e confessa diveniva leggiera saliva al cielo. Questa Commedia spirituale dell'anima di cui ho voluto dare un sunto possibilmente esatto è il codice di quel secolo il contenuto astratto e generale particolarizzato nelle vite nelle leggende ne' trattati e nella lirica Spiritus intus alit. Lo spirito che alita per entro a quelle prose e a quelle poesie è la “Commedia dell'anima”.

Ma in tante prose e in tante poesie non ci è ancora un vero lavoro d'individuazione e di formazione. Il contenuto rimane nella sua astratta semplicità innominato e impersonale l'anima. Essendo il suo fondamento la contemplazione e non l'azione o un'azione negativa la resistenza agl'istinti e agli affetti naturali non penetra nella vita non ne assume tutte le forme non diventa la società. Certo quell'azione negativa è molto poetica è il sublime religioso e tocca il cuore quando è rappresentata con semplicità e unzione. Ma in questo contrasto tra il sentimento religioso e la natura ciò che move più è il grido della natura come ne' lamenti della madre di santo Alessio o di santa Eugenia o nel dolore d'Isacco nel Sacrifizio di Abraam che all'annunzio della sua morte chiama la madre:

Tutta è l'anima mia trista e dolente

Quantunque questo non sia che uno de' lati più angusti e solitari della vita umana così ricca e varia ne' suoi aspetti pure offre contrasti e gradazioni che lo rendono capacissimo di un grande sviluppo artistico. Ma in quel suo albore la letteratura ha lo stesso carattere che mostra nella decadenza la naturalità o materialità del contenuto. Tante vite e storie e leggende e visioni stuzzicavano la curiosità con la varietà e novità degli accidenti e si attendeva più allo spettacoloso a colpire l'immaginazione con apparizioni nuove e maravigliose che a lavorarle e svilupparle. Mancava la virtù di mettersi gli oggetti a distanza e trasformarli: la realtà anche nuda era per se stessa maravigliosa e bastava ad ottenere l'effetto operando in modo semplice e immediato sullo scrittore e su' lettori.

Oltrechè siccome il contenuto riposava su di una dottrina liturgica stabilita e inalterabile poco era accomodato ad una rappresentazione libera e artistica anche quando usciva dalla chiesa e dal convento ed era maneggiato da' laici come fu anche de' misteri. Impadronirsi di quel contenuto cacciarlo dalla sua generalità dargli corpo e persona sarebbe sembrata una profanazione. Lo spirito mirava a rendere accessibile quella dottrina per via di esempli di sentenze e di allegorie come si vedea nella Bibbia. Il reale il concreto non avea valore se non come figura della dottrina. Ecco ad esempio in che modo è nella Commedia dell'anima figurato il paradiso:

Le ultime parole spiegano la figura. Quella è la fontana della divina Grazia. Con questa tendenza lo scrittore sta contento alla semplice personificazione e gli pare di aver fatto assai a dare una immagine che renda chiaro e sensibile il suo concetto. Oltre a ciò l'uomo colto schivo delle forme semplici e volgari dell'umile credente mira a trasformare quella dottrina in un contenuto scientifico e la traduce nelle forme scolastiche e di questa fede ragionata e sillogizzata fa la filosofia figliuola di Dio. Lo studio del secolo è di allegorizzare e dimostrare anzichè di rappresentare; è di chiarire quel contenuto lumeggiarlo volgarizzarlo ragionarlo anzichè coglierlo in azione e nell'atto della vita. Perciò l'opera letteraria tiene dell'allegoria e del trattato e ciò che è mera rappresentazione rimane nell'infanzia. Mai non ti senti ben fermo in terra in mezzo a uomini vivi con tali caratteri passioni e costumi anzi lo scrittore ti par quasi estraneo alla società e alle sue lotte e dimora nell'astratta e monotona generalità della sua contemplazione. E quando pur scende a rappresentare la vita ti senti d'un tratto balzato nel regno de' misteri delle leggende e delle visioni nell'altro mondo.

La visione è in effetti la forma naturale di questo contenuto quando si vuol rappresentarlo. La vita e la realtà è il senso la carne il peccato e lo scrittore o guarda e passa o se pur vi si trattiene è per maledirla rappresentandola non quale appare in terra ma quale è nell'altro mondo. La rappresentazione è dunque la visione della realtà come sarà dopo la morte e là si spazia e si diletta l'immaginazione. E se il mistero è commedia ed ha per conclusione la santificazione e la beatitudine la visione è spesso pittura delle pene infernali lasciate alla libera immaginazione de' predicatori de' vescovi de' frati de' santi Padri che col terrore operavano sulle rozze immaginazioni. Laghi di zolfo valli di fuoco o di ghiaccio botti d'acqua bollente rettili vermi dragoni da' denti di fuoco demòni armati di lance di fruste di martelli infocati cadaveri putridi e inverminiti scheletri tremanti sotto una pioggia di ghiaccio dannati inchiodati al suolo con tanti chiodi che “non pare la carne” o sospesi per le unghie in mezzo al zolfo o menati e rapiti da velocissime ruote di fuoco simili a “cerchi rosseggianti” o infissi a spiedi giganteschi che i demòni irrugiadano di metalli fusi: ecco la realtà delle visioni rappresentata co' più vivi colori. I tre monaci che si mettono in viaggio per iscoprire il paradiso terrestre dopo quaranta giorni di cammino attraversano l'inferno:

“E veggono un lago grandissimo pieno di serpenti che tutti pareano che gittassero fuoco e odono voci uscire di quel lago e stridere come di mirabili popoli che piagnessero e urlassero. E pervenuti che sono fra due monti altissimi appare loro un uomo di statura in lunghezza bene di cento cubiti incatenato con quattro catene e due delle quali eran confitte nell'un monte e l'altre due nell'altro; e tutto intorno a lui era fuoco e gridava sì fortemente che si udiva bene quaranta miglia da lungi. E vengono in un luogo molto profondo e orribile e scoglioso e aspro nel quale vedono una femmina nuda laidissima e scapigliata in volto e compresa tutta da un dragone grandissimo e quando ella volea aprire la bocca per parlare o per gridare quel dragone le mettea il capo in bocca e mordeale crudelmente la lingua; e i capelli di quella femmina erano grandi infino a terra.”

Nella Vita di Santa Margherita si trova questa pittura del dragone:

“Vide uscire un dragone crudelissimo e orribile con isvariati colori e la barba e i capelli pareano d'oro e ' denti suoi parevano di ferro e gli occhi acuti e lucenti come fuoco acceso e colla bocca aperta menava la lingua e parea che per le nari e per la bocca gittasse fuoco e puzzo gittava di zolfo.”

Tra le visioni è celebre il Purgatorio di San Patrizio di frate Alberico e quella d'Ildebrando poi Gregorio settimo che predicando innanzi a papa Niccolò secondo narra di un conte ricco e insieme onesto “ciò che è proprio un miracolo in questa gente” egli dice. Questo conte morto dieci anni innanzi fu visto da un santo uomo ratto in ispirito starsi al sommo d'una scala lunghissima che ergevasi illesa tra le fiamme e si perdeva giù nell'inferno. Su ciascuno scalino stava uno degli antenati del conte con quest'ordine che quando alcuno moriva di quella famiglia doveva occupare il primo gradino e colui che vi giaceva e tutti gli altri scendevano di un grado verso l'abisso dove tutti l'uno appresso l'altro si sarebbero riuniti. E chiedendo il santo uomo come fosse dannato il conte che avea lasciata in terra buona fama di sè si udì una voce rispondere: - Uno degli antenati di cui il conte è l'erede in decimo grado tolse al beato Stefano un territorio nella chiesa di Metz; e per questo delitto tutti costoro sono involti nella stessa dannazione. - Questa pena che colpisce un'intera generazione è molto poetica mostrando l'inferno nel sublime d'un lontano indeterminato messo costantemente innanzi all'immaginazione de' condannati che a grado a grado vi si avvicinano insino a che non vi caggiano entro: come quel tiranno che voleva che le sue vittime sentissero di morire il terribile prete vuole che ei sentano l'inferno.

Da queste visioni e misteri e prose e poesie si sviluppa questo concetto: che attaccarsi a questa vita come cosa sostanziale è il peccato; che la virtù è negazione della vita terrena e contemplazione dell'altra; che la vita non è la realtà ma ombra e apparenza di quella; che la vera realtà non è quello che è ma quello che dee essere ed è perciò la scienza o la verità come concetto e come contenuto è l'altro mondo l'inferno il purgatorio e il paradiso il mondo conforme alla verità e alla giustizia.

Appunto perchè l'individuo è pulvis et umbra e la realtà è pura scienza ed un di là della vita questo mondo resiste ad ogni sforzo d'individuazione e di formazione. Lo stesso amore così possente non ci può gittare un po' di calore e non ci vive se non come figura e immagine dell'amore divino. La donna come donna è peccato; essa diviene una specie di medium che lega l'uomo a Dio.

Il maggior grado di realtà a cui questo mondo sia pervenuto è nella lirica di Dante. La donna di quel secolo acquista il suo nome e la sua forma è Beatrice la fanciulla uscita pura dalle mani di Dio come l'anima nella commedia spirituale breve apparizione tornata così presto in cielo tra' canti degli angioli. La sua vita terrena è quasi non altro che nascere e morire. La sua vera vita comincia dopo la morte nell'altro mondo. Ivi è luce mentale o intellettuale verità e scienza filosofia. Ma non è filosofia incarnata mondo vivente dove l'idea di Dio o del vero sia perfettamente realizzata; è pura scienza incapace di rappresentazione nella sua forma scolastica di trattato e di esposizione. È scienza non ancora realizzata non ancora corpo; è idea non è visione; è didattica non è commedia o rappresentazione. Hai “misteri” e visioni; manca il Mistero e la Visione cioè un mondo vivente nel suo insieme e ne' suoi aspetti dove sia realizzato quel concetto teologico e filosofico dell'umanità comune al secolo e rimasto ancora nella sua astrazione dottrinale.

Il secolo decimoterzo si chiudeva lasciando una lingua già formata molta varietà di forme metriche una poetica una rettorica una filosofia ed un concetto della vita ancora didattico e allegorico con rozzi tentativi di formazione e individuazione. Il suo primo individuo poetico è Beatrice il presentimento e l'accento lirico di un mondo ancora involto nel grembo della scienza ancora fuori della vita.


 

VI

IL TRECENTO

Quello che il secolo precedente concepì e preparò fu realizzato in questo secolo detto aureo. I posteri compresero sotto questo nome tutto un periodo letterario dove si trovano mescolati dugentisti e quattrocentisti. E in verità le notizie cronologiche sono sì scarse e incerte che non è facile assegnare di ciascuno scrittore l'età seguire strettamente l'ordine del tempo. Al nostro scopo è più utile seguire il cammino del pensiero e della forma nel suo sviluppo senza violare le grandi divisioni cronologiche ma senza cercare una precisione di date che ci farebbe sciupare il tempo in conietture e supposizioni di poco interesse.

Questo secolo s'apre con un grande atto il Giubileo pontefice Bonifazio ottavo. Tutta la cristianità concorse a Roma d'ogni età d'ogni sesso di ogni ordine e condizione per ottenere il perdono de' peccati e guadagnarsi la salute eterna. Tutti animava lo stesso concetto espresso così variamente in tante prose e poesie: la maledizione del mondo e della carne la vanità de' beni e delle cure terrestri e la vita cercata al di là della vita. Il nuovo secolo cominciava consacrando in modo tanto solenne il pensiero comune nella varietà della cultura. I preti e i frati soprastavano nella riverenza pubblica non solo pel carattere religioso ma per la dottrina tenuta loro privilegio tanto che il Villani loda di scienza Dante aggiungendo: “benchè laico” e i dotti uomini benchè laici erano detti chierici. Tutta la società italiana raccolta colà dallo stesso fine rendeva una viva immagine di quel pensiero comune e di quella varia cultura. Vedevi i contemplanti i remiti i solitari del deserto e della cella col corpo macero da' digiuni da' cilizii e dalle vigilie ritratti viventi de' misteri e delle leggende. C'erano gli umili di spirito animati da schietto sentimento religioso e che tenevano la scienza come cosa profana e ci erano i dotti i predicatori e i confessori il cui testo era la Bibbia e i santi Padri. Vedevi gli scolastici e gli eruditi teologi e filosofi che univano in una comune ammirazione i classici e i santi Padri disputatori sottili di tutte le cose e anche delle cose di fede parlanti un latino d'uso e di scuola vibrato rapido vivace dove sentivi il volgare destinato a succedergli amici della filosofia con quello stesso ardore di fede che gli altri si professavano servi del Signore ma di una filosofia non ripugnante alla fede anzi sostegno illustrazione e ragione di quella confortata da sillogismi e da sentenze e da citazioni dove trovi spesso Tullio accanto a san Paolo. Alteri della loro scienza e del loro latino spregiatori del volgare da costoro uscivano que' trattati que' comenti quelle “somme” quelle storie che empivano di maraviglia il mondo. Accanto a questi veggenti della fede e della filosofia a questa vita dello spirito trovi la vita attiva e temporale affratellati dallo stesso pensiero i signori e i tirannetti feudali e i priori e gli anziani delle repubbliche il cavaliere de' romanzi e il mercatante delle cronache. Là appiè del Coliseo un ardito negoziante Giovanni Villani pensò che la sua Fiorenza figliuola di Roma era non meno degna di avere una storia e la scrisse. Fra tanto splendore e potenza del chiericato lo spregiato laico cominciava a levare la testa e pensava all'antica Roma e a Firenze figliuola di Roma. Là molte amicizie si strinsero molte paci si fecero come avviene in certi grandi momenti della storia umana; sparirono guelfi e ghibellini ottimati e popolari baroni e vassalli stretti tutti ad una sola bandiera: uno Dio uno papa uno imperatore. Là il papato ebbe l'ultimo suo gran giorno l'ultimo sogno di monarchia universale rotto per sempre dallo schiaffo di Anagni.

Il giubileo ci dà una immagine di quello che dovea essere la letteratura nel secolo decimoquarto. Ebbe dal secolo antecedente la sua materia i suoi istrumenti e il suo concetto del quale il giubileo fu una così splendida manifestazione. Ma quel concetto rimaso nella sua astrazione intellettuale e allegorica con così scarsi inizi di rappresentazione ne' misteri e nelle visioni ancora senza nome altro che di Beatrice breve apparizione svaporata subito nelle astrattezze della scienza ebbe nel Trecento la sua vita e venne a perfetta individuazione e formazione: questo fu il carattere e la gloria di quel secolo.

L'uomo che dovea dare il suo nome al secolo avea già trentatrè anni avea creato Beatrice e volgea nella mente non so che più ardito che dovesse abbracciare tutta l'umanità. Tenzonava nel suo capo il filosofo e il poeta: ci era il Convito e ci era la Commedia. Ma per apprezzare più degnamente quella vasta sintesi che ne uscì è bene preceda l'analisi studiando la fisonomia del secolo negl'ingegni più modesti che non conobbero di tutto quel mondo se non questa o quella parte.

E c'incontriamo dapprima nella letteratura claustrale ascetica mistica religiosa continuazione in prosa di fra Iacopone ma in una prosa piena di poesia. Domenico Cavalca l'autore de' Fioretti Guido da Pisa Bartolomeo da San Concordio Iacopo Passavanti Giovanni dalle Celle non sono scrittori astratti e impersonali come quelli del secolo innanzi ma anche volgarizzando senti che quegli uomini prendono viva partecipazione a quello che scrivono e vivono là dentro e ci lasciano l'impronta del loro carattere e della loro fisonomia intellettuale e morale. Usciamo dalle astrattezze de' trattati e delle raccolte sotto nome di “fiori” “giardini” e “tesori” ed entriamo nella realtà della vita nel vero giardino dell'arte. Perchè questi uomini non ragionano non disputano e di rado citano: la loro dottrina va poco al di là della Bibbia e de' santi Padri: ma narrano quel medesimo che si rappresentava ne' misteri vite leggende e visioni e sono narrazioni più vive e schiette che non i misteri del Quattrocento raffazzonamenti degli antichi con più liscio ma dove desideri la purità e semplicità delle prime ispirazioni.

Gli scrittori son tutti frati ed hanno le qualità degli uomini solitari il candore l'evidenza e l'affetto. Hanno l'ingenuità di un fanciullo che sta con gli occhi aperti a sentire e più i fatti sono straordinari e maravigliosi più tende l'orecchio e tutto si beve: qualità spiccatissima ne' Fioretti di san Francesco il più amabile e caro di questi libri fanciulleschi. L'immaginazione concitata dalla solitudine presenta gli oggetti così vivi e propri che vengon fuori di un getto non solo figurati ma animati e coloriti caldi ancora dell'impressione fatta sullo scrittore. Nel quale l'affetto è tanto più vivace e impetuoso e lirico quanto la sua vita è più astinente e compressa: quasi vendetta della natura che grida più alto dove ha più contrasto. Non ci è in queste prose alcuna intenzione artistica nessun vestigio di studio o di sforzo o di esitazione o di scelta; manca soprattutto il nesso la distribuzione la gradazione. Ma si conseguono tutti gli effetti dell'arte che nascono da movimenti sinceri e gagliardi dell'immaginazione e dell'affetto e n'escon pagine animate e potenti assai più sul tuo spirito che non tanti romanzi moderni. Cito fra l'altro la storia di Abraam romito che prende veste e costume di cavaliere mondano e mangia pane e beve vino ed usa nelle taverne per convertire la sua nipote Maria. Il suo incontro con Maria nella taverna gli allettamenti lascivi di costei la sua sorpresa e vergogna quando nel bel cavaliere scopre il suo zio e i rimproveri affettuosi di lui e le grida strazianti e disperate della bella pentita sono una vera scena drammatica alla quale non trovi niente comparabile nel teatro italiano. In queste Vite del Cavalca che sono traduzioni ma per la freschezza e spontaneità del dettato e per la commossa partecipazione del frate sono cosa originale il concetto del secolo uscito dalle astrattezze teologiche e scolastiche prende carne acquista una esistenza morale e materiale. Il santo è esso medesimo il concetto divenuto persona e la sua rappresentazione ti offre il nuovo mondo morale aperto al cristiano fatto attivo e divenuto storia la storia del santo. Cardine di questo mondo morale è la realtà della vita nell'altro mondo e la guerra a tutti gl'istinti e affetti terreni l'astinenza e la pazienza il “sustine et abstine”; e però le sue virtù non esprimono altro che la vittoria dell'uomo sopra se stesso sulla sua natura: indi l'umiltà il perdono delle offese la povertà la castità l'ubbidienza. Se la vittoria fosse preceduta dalla lotta lo spettacolo sarebbe sublime; ma il più sovente il santo entra in iscena ch'è già santo e nell'esercizio quieto delle sue cristiane virtù interrotto a volte dalle tentazioni del demonio cacciato via da scongiuri e segni di croce: ciò che è grottesco più che sublime. Il santo è troppo santo perchè la sua vita possa offrirti una vera contraddizione e battaglia tra il cielo e la natura ciò che rende così drammatica la vita di Agostino e di Paolo. Qui hai racconti uniformi infinite ripetizioni rarissimi contrasti e spesso provi noia e stanchezza. La musa di queste cristiane virtù non è la forza e non è l'azione ma è un certo languir d'amore una effusione di teneri e dolci sentimenti liriche aspirazioni ed estasi e orazioni un impetuoso prorompere degli affetti naturali tosto sedato e riconciliato il sacrificio ignorato e oscuro che ha la sua glorificazione anche terrena dopo la morte. Una delle vite più interessanti e popolari è quella di santo Alessio che abbandona la nobile casa paterna e la sposa il dì delle nozze e va peregrinando e limosinando e dopo molti anni tornato in patria serve non conosciuto in casa del padre e non si scopre alla madre e alla sposa e i servi gli danno le guanciate e lui umile e paziente. Questa vittoria sulla natura non fa effetto perchè in Alessio non ci è l'“homo sum” non ci è lotta non la coscienza del sacrifizio parendo a lui naturale e facile esercizio di virtù quello che a noi uomini pare cosa maravigliosa e quasi incredibile. L'innaturale è in lui natura: perfezione ascetica ma non artistica. L'interesse comincia quando la natura fa sentire il suo grido e col suo contrasto sublima il santo; quando saputo il fatto il pontefice con infinita moltitudine traendo a venerare il servo spregiato si odono tra la folla queste grida: “Prestatemi la via datemi loco fate che io vegga il figliuol mio quello che ha succiato le mammelle mie”. E ragionando col cuore di madre la donna accusa il figlio e lo chiama “senza cuore” e poi nel suo dolore lo glorifica e ricorda che i servi gli davano le guanciate. Scene simili non sono scarse in queste Vite: ricorderò la madre di Eugenia e Maria Maddalena eloquentissima nelle sue lacrime.

Una vera intenzione artistica si scorge nello Specchio di penitenza di Iacopo Passavanti una raccolta di prediche ridotte in forma di trattati morali accompagnati con leggende e visioni dell'altro mondo. Il frate mira a fare effetto inducendo a penitenza i fedeli con la viva rappresentazione de' vizi e delle pene. La musa del Cavalca è l'amore e la sua materia è il paradiso che tu pregusti in quello spirito di carità e di mansuetudine che comunica alla prosa tanta soavità e morbidezza di colorito. La musa del Passavanti è il terrore e la sua materia è il vizio e l'inferno rappresentato meno nel suo grottesco e nella sua mitologia che nel suo carattere umano come il rimorso è il grido della coscienza. Intralciato e monotono nel discorso il suo stile è rapido liquido pittoresco nel racconto. Diresti che provi voluttà a spaventare e tormentare l'anima: cerca immagini accessorii colori come istrumenti della tortura e ti lascia sgomento e assediato da fantasmi. Il periodo spesso ben congegnato svelto e libero la cura de' nessi e de' passaggi la distribuzione degli accessorii e de' colori l'intelligenza delle gradazioni un sentimento di armonia cupo che accompagna lo spettacolo fanno del Passavanti l'artista di questo mondo ascetico.

Ma ecco fra tante vite di santi il santo in persona scrittore e pittore di sè medesimo Caterina da Siena. Abbandonata la madre e i fratelli resasi monaca macerato il corpo co' cilizii e digiuni vive una vita di estasi e di visioni e scrive in astrazione anzi dètta con una lucidità di spirito maravigliosa. Scrive a papi a principi a re e regine come alla madre a' fratelli a frati e suore dall'altezza della sua santità con lo stesso tono di amorevole superiorità. Nelle più intricate faccende prende il suo partito risolutamente consigliando e quasi comandando quella condotta che le pare conforme alla dottrina di Cristo. Ho detto “pare” e dovrei dire “è”: perchè nessun dubbio o esitazione è nel suo spirito e le dottrine più astruse e mentali le sono così chiare e sicure come le cose che vede e tocca. Ha la visione dell'astratto e lo rende come corpo anzi fa del corpo la luce e la faccia di quello. Indi un linguaggio figurato e metaforico spesso sazievole talora continuato sino all'assurdo. È un po' il fare biblico; un po' vezzo de' tempi; ma è pure forma naturale della sua mente. Vivendo in ispirito le cose dello spirito le si affacciano palpabili e visibili come materia e così come vede Cristo e angioli vede le idee e i pensieri. È una regione spirituale divenutale per lungo uso così familiare che ne ha fatto il suo mondo e il suo corpo. Questa chiarezza d'intuizione accompagnata con la squisita sensibilità e la perfetta sincerità della fede le fanno trovare forme delicate e peregrine degne di un artista. Ma le spesse ripetizioni l'esposizione didattica quell'incalzare di consigli di esortazioni e di precetti senza tregua o riposo rendono il libro sazievole e monotono.

In queste lettere di Caterina quel mondo morale rappresentato nelle vite nelle estasi nelle visioni de' santi è sviluppato come dottrina in tutta la sua rigidità ascetica. È il codice d'amore della cristianità. La perfezione è “morire a se stesso” secondo la sua frase energica morire alla volontà alle inclinazioni agli affetti umani sino all'amore de' figli e tutto riferire a Dio di tutto fare olocausto a Dio. Il suo amore verso Cristo ha tutte le tenerezze di un amore di donna che si sfoga a quel modo lei inconscia. L'ultima frase di ogni sua lettera è: “Annegatevi bagnatevi nel sangue di Cristo”. Ardente è la sua carità pel prossimo: “Amatevi amatevi” grida la santa e predica pace concordia umiltà perdono voce inascoltata. La regina Giovanna rispondea alla santa con riverenza e continuava la vita immonda. Lo scisma giungeva al sangue nelle vie di Roma. Più alto e puro era l'ideale della santa meno era efficace sugli uomini. La sua vita si può compendiare in due parole: amore e morte. Celebre è la sua lettera sul condannato a morte da lei assistito negli ultimi momenti: “Teneva il capo suo sul petto mio. Io allora sentivo un giubilo e un odore del sangue suo; e non era senza l'odore del mio il quale io desidero di spandere per lo dolce sposo Gesù”. Il sangue di Cristo la esalta la inebbria di voluttà. Ad una serva di Dio scrive: “Inebriatevi del sangue saziatevi del sangue vestitevi del sangue”. “Sudare sangue” “trasformarsi nel sangue” “bere l'affetto e l'amore nel sangue” sono immagini di questo lirismo. Della cella “si fa un cielo” e vi gusta “il bene degl'immortali obumbrandola Dio di un gran fuoco d'amore”. Nella estasi o visione o esaltazione di mente è gittata giù e le pare come se l'anima sia partita dal corpo. Il corpo pareva quasi venuto meno. Le membra del corpo dice Caterina si sentivano dissolvere e disfare come la cera nel fuoco. E altrove: “Nel corpo a me non pareva essere ma vedevo il corpo mio come se fosse stato un altro”. Questi ardori d'anima queste illuminazioni di mente questi martìri d'amore sono espressi con una semplicità ed evidenza che testimoniano la sua sincerità. L'anima “innamorata e ansietata d'amore affocata” dal desiderio “crociato” o della croce “annegata la propria volontà” nell'amore del “dolce e innamorato Verbo” vive nel corpo come fosse fuori di quello. Posto il suo amore al di là della vita vive morendo dimorando con la mente al di là della vita. Ma questa morte spirituale non l'appaga: “muoio e non posso morire” dice la santa. Gli ultimi giorni furono battaglie con le dimonia e colloquii con Cristo e a trentatrè anni finì la vita consumata dal desiderio.

La “Commedia dell'anima” è ora pienamente realizzata nel suo aspetto religioso come espressione letteraria. Quell'anima ora ha un nome è una persona Alessio Eugenia Caterina. Il demonio e la carne sono un mondo pieno di vita ne' racconti del Passavanti. Quelle virtù allegoriche che escono in processione sulla scena sono le opere le volontà le passioni e i pensieri de' santi. E la Divina Commedia la trasfigurazione e la glorificazione dell'anima la Beatrice che torna bianca nuvoletta in cielo tra i canti degli angioli qui sono estasi rapimenti dell'anima colloquii con Dio mistica unione con Cristo e dopo la morte la santificazione e la contemplazione nell'eterna luce. Quel concetto è uscito dall'astrattezza della scienza e dell'allegoria dalla sua vuota generalità e si è incarnato è divenuto uomo.

La prosa italiana in questa letteratura acquista evidenza colorito caldezza di affetto in un andar semplice e naturale specialmente quando vi si esprimono sentimenti dolci e ingenui. È perfetto esemplare di stile cristiano guasto di poi. Alla sua perfezione manca un più sicuro nesso logico maggiore sobrietà e scelta di accessorii ed una formazione grammaticale e meccanica più corretta. Con lievi correzioni molti brani possono paragonarsi a ciò che di più perfetto è nella prosa moderna. L'Imitazione di Cristo è certo prosa superiore scritta in tempo di maggior coltura. Ci è una maggiore virilità intellettuale una logica più stretta e pura di quella pedanteria scolastica che inseguiva i frati fino nel convento. Ma non è superiore quanto a quelle qualità organiche dove è il segreto della vita la schiettezza dell'ispirazione e il calore dell'affetto; e spesso in quella prosa mirabile di precisione e di proprietà desideri l'energia e l'intuizione di Caterina.

Nè questa prosa era già fattura di un solo o di pochi perchè la trovi anche ne' minori che scrivevano delle cose dello spirito. Citerò una lettera di un discepolo di Caterina che annunzia la sua morte:

“Credo che tu sappi come la nostra reverendissima e carissima mamma se ne andò in paradiso domenica addì 29 di aprile (1380); lodato ne sia il Salvatore nostro Gesù Cristo crocifisso benedetto. A me ne pare essere rimaso orfano però che di lei avevo ogni consolazione e non mi posso tenere di piangere. E non piango lei piango me che ho perduto tanto bene. Non potevo fare maggiore perdita e tu 'l sai... .Della mamma si vuol fare allegrezza e festa quanto che è per lei; ma di quelli suoi e di quelle che sono rimasi in questa misera vita ène da piangere e da avere compassione grandissima. Con veruna persona mi so dare dolore quanto che con teco che mi fusti cagione di acquistare tanto bene. Prendo alcuno conforto perchè nel mio cuore ène rimasa e incarnata la mamma nostra assai più che non era in prima; e ora me la pare bene conoscere. Chè noi miseri ne avevamo tanta copia che non la conoscevamo e non savamo degni della sua presenzia... . Carissimo fratello io sono fatto tanto smemoriato del bene che ho perduto ch'io ti scrivo anfanando. E però di ciò non ti scrivo più.”

Lo stesso stile è in Giovanni dalle Celle Stefano Maconi e altri frati. Ecco in che modo commovente e semplice sono raccontati alcuni particolari della fine di Caterina:

“Nella domenica di sessaggesima svenne e perdè il vigore di sanità mantenutole dalla forza dello spirito e che non pareva scemarsi per inedia. Il dì poi un altro svenimento la lasciò lungamente come morta: se non che risentitasi stette in piede come se nulla fosse. Cominciò la quaresima colle solite pratiche esercizio a lei di consolazioni angosciose. Ogni mattina dopo la comunione le è forza rimettersi sfinita a letto. Di lì a due ore usciva a San Pietro un buon miglio di strada e lì stava orando infino a vespro. Così fino alla terza domenica di quaresima quando il male la spossò. E per otto settimane giacque senza potere alzare il capo tutta dolori. A ogni nuovo spasimo alzando il capo ne ringraziava Iddio lieta. Alla domenica innanzi l'Ascensione Il corpo non era omai più che uno scheletro nel mezzo in giù senza moto ma nel volto raggiante la vita. Debole; un alito di respiro; pareva in fine; e le fu data l'estrema unzione.”

Questa eccellenza di dettato trovi pure ne' volgarizzamenti de' classici o di romanzi e storie allora in voga come sono i volgarizzamenti di Livio e di Sallustio i Fatti di Enea gli Ammaestramenti degli antichi voltati da Bartolomeo da San Concordio con un nerbo ed una vigoria degna del traduttore di Sallustio. È una prosa adulta spedita calda immaginosa spesso colorita con tutto l'andare di lingua viva e parlata già nel suo fiore.

I romanzi operavano sul popolo non meno vivamente che la letteratura spirituale. Nella sua immaginazione si confondea il cavaliere di Cristo e il cavaliere di Carlomagno e con la stessa avidità leggea la vita di Alessio e i fatti di Enea e gli amori di Lancillotto e Ginevra. Caterina trae dalla cavalleria molte sue immagini. Chiama Cristo un “dolce cavaliere” “cavaliere dolcemente armato”; chiama la Redenzione un “torneo della morte colla vita”. Ma la letteratura cavalleresca rimase stazionaria e non produsse alcun lavoro originale. Le traduzioni sono fatte senza intenzione seria in prosa scarna e trascurata posto il diletto nel maraviglioso de' fatti. Agli stessi traduttori è materia frivola buona per passare il tempo e non vi partecipano non sentono colà dentro il loro mondo e la loro vita.

Accanto a questo mondo dello spirito e dell'immaginazione c'era il mondo reale il mondo della carne o della vita terrena come si dicea che si potea maledire ma non uccidere. Era la cronaca memoria dì per dì de' fatti che succedevano inanime come il dizionario o come la lista delle spese. Quelli che ne scrivevano con qualche intenzione artistica la dettavano in latino e la chiamavano storia. Latini erano anche i trattati scientifici e i lavori propriamente d'arte. Quella letteratura spirituale e cavalleresca rimanea circoscritta al popolo ed era tenuta in poco conto da' dotti. Costoro spregiavano il volgare come buono solo a dir d'amore e di cose frivole e le gravi faccende della vita le trattavano in latino. Di questi illustre per ingegno per coltura e per patriottismo fu Albertino Mussato coronato poeta in Padova sua patria. Abbiamo di lui molte opere alcune ancora inedite. Scrisse in quattordici libri De gestis Henrici septimi Caesaris e anche De gestis italicorum post mortem Henrici septimi in dodici libri de' quali alcuni sono in versi esametri. Fece epistole egloghe elegie e due tragedie l'Achilleis e l'Eccerinis. Quest'ultima rappresenta la tirannide di Ezzelino creduto per la sua ferocia figlio del demonio e la vittoria de' comuni collegati contro di lui. È narrazione più che azione come ne' misteri un narrare serrato e nervoso le cui impressioni patetiche e morali sono espresse dal coro. Sotto a quel latino ossuto e asciutto palpita l'anima del medio evo. Senti una società ancor rozza selvaggia negli odii e nelle vendette senza misura nelle passioni poco riflessiva di proporzioni epiche anche in forma drammatica. Il carattere di Ezzelino non è sviluppato in modo che n'esca fuori un personaggio drammatico. Egli rimane ravvolto nel suo manto epico come Farinata. È figlio de demonio e lo sa e se ne gloria e opera come genio del male con piena coscienza: ciò che gli dà proporzioni colossali. Invoca il padre e dice:

 

Nullis tremiscet sceleribus fidens manus;

annue Satan et filium talem proba.

E quest'uomo rimane così intero e tutto di un pezzo: manca l'analisi senza di cui non è dramma. Il concetto della tragedia è più morale che politico quantunque il fatto sia altamente politico rappresentando la lotta tra i comuni liberi e i tirannetti feudali. Certo in Mussato c'è il guelfo e ci è il padovano che l'ispira e l'appassiona. Ma il motivo tragico è affatto morale. Ezzelino è punito non perchè offende la libertà ma perchè opera scelleratamente e “qui gladio ferit gladio perit”: ciò che è in bocca al coro la conclusione del fatto:

Consors operum

meritum sequitur quisque suorum.

È il concetto ascetico dell'inferno applicato anche alla vita terrestre. Questa nella sua prima apparizione letteraria è ancora nella sua generalità morale non è sviluppata nei suoi interessi ne' suoi fini nelle sue passioni e nelle sue idee politiche: di che solo può nascere il dramma. Il senso del reale era ancora troppo scarso perchè il dramma fosse possibile. Non ci è il sentimento collettivo non il partito e non la società: ci è l'individuo appena analizzato rappresentato buono o cattivo e retribuito secondo le opere forma elementare della vita reale. Il feroce e il grottesco delle pene infernali hanno qui un riscontro nelle immani crudeltà di Ezzelino e nella immane punizione.

Questo concetto morale ancorchè non ancora penetrato e sviluppato in tutti gli aspetti della vita pure non è più un motto un proverbio un ammaestramento un “fabula docet” una esposizione didattica in prosa o in verso come nel secolo scorso ma la vita in atto con tutt'i caratteri della personalità così nella vita contemplativa come nella vita attiva così nel carbonaio del Passavanti come nell'Ezzelino del Mussato.

Onori straordinari furono conferiti al Mussato tenuto pari a' classici quando i classici erano ancora così poco noti. Anche Venezia ebbe i suoi latinisti che scrissero la sua storia Andrea Dandolo e Martin Sanuto. Nell'Italia settentrionale abbondano le cronache latine. Il volgare vi si era poco sviluppato. E dappertutto teologia filosofia giurisprudenza medicina era insegnata e trattata in latino. Scrissero le loro opere in questa lingua Marsilio da Padova Cino da Pistoia Bartolo e Baldo.

Ma in Toscana il Malespini avea già dato l'esempio di scrivere la cronaca in volgare. E Dino Compagni seguì l'esempio scrivendo in volgare i fatti di Firenze dal 1270 al 1312. Attore e spettatore prende una viva partecipazione a quello che narra e schizza con mano sicura immortali ritratti. Non è questa una cronaca una semplice memoria di fatti: tutto si move tutto è rappresentato e disegnato costumi passioni luoghi caratteri intenzioni e a tutto lo scrittore è presente si mescola in tutto esprime altamente le sue impressioni e i suoi giudizi. Così è uscita di sotto alla sua penna una storia indimenticabile.

Questa storia è una immane catastrofe. Da lui preveduta e non potuta impedire. E non si accorge che di quella catastrofe cagione non ultima fu lui. O piuttosto ne ha un'oscura coscienza quando con quel tale “senno di poi” dice: - Oh se avessi saputo! Ma chi poteva pensare? - Ma Dino peccò per soverchia bontà d'animo; gli altri peccarono per malizia e Dino li flagella a sangue. Era Bianco; ma più che Bianco era onesto uomo e patriota. Gli pareva che que' Neri e que' Bianchi quei Donati e quei Cerchi non fossero divisi da altro che da gara d'uffici e gli parea che partendo ugualmente gli uffici quelle discordie avessero a cessare. Gli parea pure che tutti amassero la città come facea lui e fossero pronti per la sua libertà e il suo decoro a fare il sacrificio de' loro odii e delle loro cupidigie. E gli parea che uomo di sangue regio non potesse mentire nè spergiurare e che nessuno potesse mancare alle promesse quando fossero messe in carta. E anche questo gli parea che gli amici stessero saldi intorno a lui e che ad un suo cenno tutti gli avessero ad ubbidire. Che cosa non parea al buon Dino? E con queste opinioni si mise al governo della repubblica. È la prima volta che si trova in presenza la morale com'era in Albertano giudice e come fu poi in Caterina la morale de' libri e la morale del mondo. E la contraddizione balza fuori con tutta l'energia di una prima impressione. Il brav'uomo al contatto del mondo reale cade di disinganno in disinganno e ciascuna volta rivela la sua ingenuità con un accento di maraviglia e d'indignazione. Immaginatevelo alle prese con Bonifazio ottavo Carlo di Valois e Corso Donati ciò che di più astuto e violento era a quel tempo. L'energia del sentimento morale offeso è il secreto della sua eloquenza. Qui non ci è nessuna intenzione letteraria: la narrazione procede rapida naturale sino alla rozzezza. Vi è un materiale crudo e accumulato e mescolato senza ordine o scelta o distribuzione; ignota è l'arte del subordinare e del graduare; mancano i passaggi e le giunture; il fatto è spesso strozzato; spesso il colorito è un po' risentito e teso difetti di composizione gravi. Pure le qualità essenziali che rendono un libro immortale stanno qui dentro la sincerità dell'ispirazione l'energia e la purità del sentimento morale la compiuta personalità dello scrittore e del tempo la maraviglia l'indignazione il dolore la passione del cronista che comunica a tutto moto e vita. In tempi meno torbidi Giovanni Villani scrisse la sua Cronaca di Firenze sino al 1348 continuata dal fratello Matteo e dal nipote Filippo. Mira a dar memoria de' fatti pigliandoli dove li trova e spesso copiando o compendiando i cronisti che lo precessero. Sono nudi fatti raccolti con scrupolosa diligenza anche i più minuti e familiari della vita fiorentina come le derrate i drappi le monete i prestiti: materiale prezioso per la storia. Ma questa cruda realtà scompagnata dalla vita interiore che la produce è priva di colorito e di fisonomia e riesce monotona e sazievole.

La Cronaca di Dino e le tre Cronache de' Villani comprendono il secolo. La prima narra la caduta de' Bianchi le altre raccontano il regno de' Neri. Tra vinti erano Dino e Dante. Tra vincitori erano i Villani. Questi raccontano con quieta indifferenza come facessero un inventario. Quelli scrivono la storia col pugnale. Chi si appaga della superficie legga i Villani. Ma chi vuol conoscere le passioni i costumi i caratteri la vita interiore da cui escono i fatti legga Dino.

Finora non abbiamo creduto necessario di entrare nel vivo della storia perchè gli scrittori o ascetici o cavallereschi o didattici scrivono come segregati dal mondo. Ma Dino vive nel mondo e col mondo; i fatti che racconta sono i fatti suoi parte della sua vita e la sua Cronaca è lo specchio del tempo non nelle regioni astratte della scienza o nel fantastico della cavalleria e dell'ascetica ma nella realtà della vita pubblica.

I partiti che straziavano Firenze con nomi venuti da Pistoia erano detti i Neri e i Bianchi gli uni capitanati da' Donati e gli altri da' Cerchi famiglie potentissime di ricchezza e di aderenze. Dante sperò di poter pacificare la città mandando in esilio i due più potenti e irrequieti capi delle due fazioni Corso Donati e Guido Cavalcanti. Venuto malato il Cavalcanti fu richiamato ma non Corso Donati: di che si menò molto scalpore massime che Dante era Bianco e amico del Cavalcanti.

I Neri erano guelfi puri e si appoggiavano sui popolani e sul papa vicino influente e centro di tutti gl'intrighi e le cospirazioni guelfe. Bonifazio ottavo venuto dopo il giubileo in maggior superbia avea chiamato a sè con molte promesse Carlo di Valois detto per dispregio “senza terra” e mandatolo a Firenze sotto colore di pacificare la città ma col proposito di ristorarvi la parte nera. Qui comincia il dramma esposto con sì vivi colori dal nostro Dino nel libro secondo.

Dante si lasciò persuadere di andare legato a Roma. Si dice abbia detto: - Se io vado chi resta? - Restò il povero Dino. Certo l'opera di Dante sarebbe stata più utile a Firenze dove lasciò il campo libero agli avversari. A Roma fu tenuto con belle parole da Bonifazio e non concluse nulla.

Dino comincia il racconto con stile concitato. Sembra un profeta o un predicatore che tuoni sopra Gomorra o Gerosolima:

“Levatevi o malvagi cittadini pieni di scandali e pigliate il ferro e il fuoco con le vostre mani e distendete le vostre malizie. Non penate più: andate e mettete in ruina le bellezze della vostra città. Spandete il sangue de' vostri fratelli spogliatevi della fede e dell'amore; nieghi l'uno all'altro aiuto e servigio. Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? Pur quella del mondo rende una per una... Non v'indugiate o miseri: chè più si consuma un dì nella guerra che molti anni non si guadagna in pace e piccola è quella favilla che a distruzione mena un gran regno.”

Qui non ci è l'uomo politico. Ci è la realtà vista da un aspetto puramente morale e religioso come gli ascetici; il concetto è lo stesso; la materia è diversa. Considerata così la realtà riesce al buon Dino altra che non pensava e in luogo di riconoscere il suo errore se la prende con la realtà e la maledice. I suoi errori nascono dal concetto falso che avea degli uomini e delle cose sì che divenne il trastullo degli uni e degli altri perdette lo stato e fu calunniato come avviene a' vinti. Allora prende la penna e li maledice tutti Neri e Bianchi raccontando i fatti con tale ingenuità che se le male passioni degli altri son manifeste non è men chiara la sua soverchia bontà.

Mentre gli ambasciatori armeggiano con Bonifazio largo promettitore purchè “sia ubbidita la sua volontà” furono in Firenze eletti i nuovi signori e Dino fu di quelli. Piacque la scelta perchè “uomini non sospetti e buoni e senza baldanza e avevano volontà d'accomunare gli uffici dicendo: - Questo è l'ultimo rimedio”. Questo è il giudizio che porta Dino di sè e de' suoi colleghi. Ma i loro avversari “n'ebbono speranza” perchè li conosceano “uomini deboli e pacifici i quali sotto spezie di pace credeano leggiermente di poterli ingannare”. Che buon Dino! Egli stesso pronunzia la sua sentenza.

I Neri “a quattro e a sei insieme preso accordo fra loro” li andavano a visitare e diceano: “Voi siete buoni uomini e di tali avea bisogno la nostra città. Voi vedete la discordia de' cittadini vostri: a voi la conviene pacificare o la città perirà. Voi siete quelli che avete la balìa e noi a ciò fare vi profferiamo l'avere e le persone di buono e leale animo”. E benchè “di così false profferte dubitassero credendo che la loro malizia coprissero con falso parlare” pure Dino per commessione de' suoi compagni rispose: “Cari e fedeli cittadini le vostre profferte noi riceviamo volentieri e cominciar vogliamo a usarle: e richieggiamvi che voi ci consigliate e pogniate l'animo a guisa che la nostra città debba posare”. Che scellerati! E che buoni uomini! Non si può meglio rappresentare la malizia degli uni e l'innocenza degli altri. Scrivendo dopo i fatti Dino si picchia il petto e dice il mea culpa: “E così perdemmo il primo tempo perchè non ardimmo a chiudere le porte nè a cessare l'udienza ai cittadini. Demmo loro intendimento di trattar pace quando si convenia arrotare i ferri”.

Poichè si trattava la pace i Bianchi smessero dalle offese e i Neri presero baldanza. E Dino confessa questo primo effetto della sua bontà: “La gente che tenea co' Cerchi ne prese viltà dicendo: - Non è da darsi fatica chè pace sarà. - E i loro avversari pensavano pur di compiere le loro malizie”.

La voce che Bonifazio ottavo si fosse chiarito contrario a' Cerchi e che Carlo di Valois veniva in Firenze dovea aver tanto imbaldanzito i Neri che a costoro pareva un atto di debolezza e di paura quello che in Dino era ispirato da sincero amore di concordia. E quelle pratiche di pace spacciavano covare sotto un tradimento. La forza materiale era ancora in mano di Dino; ma la forza morale passava agli avversari più audaci e confidenti in vicina vittoria. Già ci era un'altra aria in città. Non pur gl'indifferenti ma anche noti seguaci de' Cerchi mutavano lingua. Sicchè l'oratore di Carlo riferì che “la parte de' Donati era assai innalzata e la parte de' Cerchi era assai abbassata” veggendo come dopo le sue parole “molti dicitori si levarono in piè affocati per dire e magnificare messer Carlo”.

Dino volendo negare l'ingresso a Carlo e non osando prendere su di sè la cosa “essendo la novità grande” si rimise al suffragio de' suoi concittadini. Fu un plebiscito fatto dal debole e che riuscì in favore de' forti: solito costume de' popoli e il buon Dino nol sapea. I soli fornai si mostrarono uomini dicendo che “nè ricevuto nè onorato fusse perchè venìa per distruggere la città”.

Dino credette trovare il rimedio chiedendo a Carlo “lettere bollate che non acquisterebbe ... niuna giurisdizione nè occuperebbe niuno onore della città nè per titolo d'imperio nè per altra cagione nè le leggi della città muterebbe nè l'uso”. Dino pensava che Carlo non farebbe la lettera e provvide che il passo gli fosse negato e “vietata la vivanda”. Ma la lettera venne e “io la vidi e fecila copiare e quando fu venuto io lo domandai se di sua volontà era scritta. Rispose: - Sì certamente -”. Ora che Dino ha la lettera in tasca può viver sicuro.

E gli viene “un santo e onesto pensiero immaginando: Questo signore verrà e tutt'i cittadini troverà divisi di che grande scandalo ne seguirà”. Onde li rauna nella chiesa di San Giovanni e loro fa un fervorino perchè “sopra quel sacrato fonte onde trassero il santo battesimo” giurino buona e perfetta pace. Le parole di Dino sono di quella eloquenza semplice e commovente che viene dal cuore. In quei tempi di lotte così accese il sentimento della concordia era tanto più vivo negli animi buoni e onesti da Albertano a Caterina. E non so che in Caterina si trovino parole nella loro semplicità così affettuose come queste di Dino: “Signori perchè volete voi confondere e disfare una così buona città? Contro a chi volete pugnare? Contro a' vostri fratelli? Che vittoria avrete? Non altro che pianto”.

Tutti giurarono; e Dino aggiunge con amarezza: “I malvagi cittadini che di tenerezza mostravano lacrime e baciavano il libro ... furono i principali alla distruzione della città”. Povero Dino! E si affligge il brav'uomo e si pente e “di quel sacramento molte lacrime sparsi pensando quante anime ne sono dannate per la loro malizia”.

Carlo quintoenne e diètrogli dicendo che venìano a onorare il signore lucchesi perugini e Cante d'Agobbio e molti altri a sei e dieci per volta tutti avversari de' Cerchi: e “ciascuno si mostrava amico”. Dino fece il ponte d'oro al nemico che entra contro il proverbio. E Carlo ebbe in Firenze milledugento cavalli.

Che fa Dino? Sceglie quaranta cittadini di amendue le parti perchè provveggano alla salvezza della terra. Ciò che ci era negli animi è qui scolpito in pochi tratti: “Quelli che avevano reo proponimento non parlavano; gli altri aveano perduto il vigore. Baldino Falconieri uom vile dicea: - Signori io sto bene perchè io non dormia sicuro”. Lapo Saltarelli per riamicarsi il papa ingiuria la Signoria e tiene in casa nascosto un confinato. Albertano del Giudice monta in ringhiera e biasima i signori. Pare coraggio civile ed è viltà e diserzione. I nemici tacciono. Gli amici ingiuriano per farsi grazia. Cominciano i tradimenti. “I priori scrissero al papa segretamente; ma tutto seppe la parte nera perocchè quelli che giurarono credenza non la tennono”.

Alfine Dino si risolve ad accomunare gli uffici parlando “umilmente e con gran tenerezza” dello scampo della città. Ma era troppo tardi. I Neri non volevano parte ma tutto.

“E Noffo Guidi parlò e disse: - Io dirò cosa che tu mi terrai crudele cittadino. - E io li dissi che tacesse: e pur parlò e fu di tanta arroganza che mi domandò che mi piacesse far la loro parte nell'ufficio maggiore che l'altra; che tanto fu a dire quanto: - Disfa' l'altra parte - e me porre nel luogo di Giuda. E io li risposi che innanzi io facessi tanto tradimento darei i miei figliuoli a mangiare a' cani.”

Carlo quintoolea in mano i Signori e li facea spesso invitare a mangiare. E quelli si ricusavano adducendo che la legge li costringea che fare non lo potevano; ma era “perchè stimavano che contro a loro volontà li avrebbe ritenuti”. Un giorno disse che in Santa Maria Novella fuori della terra volea parlamentare e che piacesse alla Signoria esservi. Dino vi mandò tre soli de' compagni: “a' quali niente disse come colui che non volea parole ma sì uccidere”.

“Molti cittadini si dolsono con noi di quella andata parendo loro che andassono al martirio. E quando furono tornati lodavano Dio che da morte gli avea scampati.”

 

Volevano se la Signoria vi fosse ita tutta “ucciderli fuori della porta e correre la terra per loro”. E Dino che facea?

C'è un brano stupendo che è una pittura. Vedi come Dino passava i giorni; la sua incapacità e i suoi affanni:

“I Signori erano stimolati da ogni parte. I buoni diceano che guardassero ben loro e la loro città. I rei li contendeano con quistioni. E tra le domande e le risposte il dì se ne andava. I baroni di messer Carlo gli occupavano con lunghe parole. E così viveano con affanno.”

Un rimedio gli è suggerito da frate Benedetto: - Fate fare processione e del pericolo cesserà gran parte -. E Dino fece la processione e molti lo schernirono dicendo che “meglio era arrotare i ferri”. E Dino conchiude parlando di sè e de' colleghi: “Niente giovò perchè usarono modi pacifici e voleano essere repenti e forti. Niente vale l'umiltà contro alla grande malizia”.

Tutto ti è messo sott'occhio come in una rappresentazione drammatica. Vedi i Neri in istrada corrompere far gente mostrare la loro potenza. Diceano:

“- Noi abbiamo un signore in casa; il papa è nostro protettore; gli avversari nostri non sono guerniti nè da guerra nè da pace; danari non hanno; i soldati non sono pagati. -”

E misero in ordine “tutto ciò che a guerra bisognava ... invitati molti villani d'attorno e tutti gli sbanditi”. I Neri si armavano; i Bianchi no perchè era contro la legge e Dino minacciava di punirli. E ora che scrive a scolparsi nota che fu per avarizia perchè fece dire a' Cerchi: “- Fornitevi e ditelo agli amici vostri -”.

I Neri “conoscendo i nemici loro vili e che aveano perduto il vigore” vengono a' ferri. I Medici lasciano per morto Orlandi un valoroso popolano. Si grida a' priori: - Voi siete traditi armatevi -.

Ecco finalmente sventolare sulle finestre il gonfalone di giustizia. Molti vanno nascosamente ... dal lato di parte nera. Ma traggono alla Signoria i soldati che non erano corrotti e altre genti e amici a piè e a cavallo. Era il momento di operare con vigore. Ma “i Signori non usi a guerra erano occupati da molti che voleano essere uditi; e in poco stante si fe' notte”. Il podestà non si fe' vivo. Il capitano non si mosse come “uomo più atto a riposo e a pace che a guerra.” “La raunata gente non consigliò”. Il giorno finì: e non si concluse nulla e la gente stanca se ne andò e ciascuno pensò a se stesso. E Dino cosa facea? Dava udienza.

I Neri lusingavano e indugiavano i Bianchi con buone parole.

Li Spini diceano alli Scali:

“- Deh! Perchè facciamo noi così? Noi siamo pure amici e parenti e tutti guelfi; noi non abbiamo altra intenzione che di levarci la catena di collo che tiene il popolo a voi e a noi. E saremo maggiori che noi non siamo. Mercè per Dio siamo una cosa come noi dovemo essere. - ... Quelli che riceveano tali parole s'ammollavano nel cuore e i loro seguaci invilirono”.

 

I ghibellini credendosi abbandonati si smarrirono e gli sbanditi si avvicinavano alla città. Come farli entrare? Carlo primonstava presso la Signoria perchè si desse a lui la guardia della città e delle porte: che farebbe de' malfattori aspra giustizia. E sotto questo nascondea la sua malizia nota l'arguto Dino. Ma l'arguto Dino gli dà la guardia delle porte d'Oltrarno! Bisogna proprio sentir lui:

 

“Le chiavi gli furono negate e le porte di Oltrarno gli furono raccomandate e levati ne furono i fiorentini e furonvi messi i franciosi. E il cancelliere e il manescalco di messer Carlo giurarono nelle mani a me Dino ricevente per lo comune.... E mai credetti che un tanto signore e della casa reale di Francia rompesse la sua fede: perchè passò piccola parte della seguente notte che per la porta che noi gli demmo in guardia die' l'entrata a ... molti ... sbanditi.”

 

Fatta la breccia entrano gli altri. E i signori venuta meno tutta la loro speranza “deliberarono quando i villani fossero venuti in loro soccorso prendere la difesa.” Che erà quel prender tempo e non risolversi degli animi deboli. Furono vinti senza combattere. Tutti si gettarono là dov'era la forza:

“I malvagi villani gli abbandonarono... e i ... famigli li tradirono.... Molti soldati si volsono a servire i loro avversari. Il podestà ... andava procurando in aiuto di messer Carlo.”

Carlo manda i suoi a' priori “per occupare il giorno e il loro proponimento con lunghe parole”. Giuravano che il loro signore si tenea tradito” e che farebbe la vendetta grande. - Tenete per fermo che se il nostro signore non ha cuore di vendicare il misfatto a vostro modo fateci levare la testa. - E ora che scrive Dino aggiunge: “E non giurò messer Carlo primol vero perchè [Corso Donati] di sua saputa venne”.

Carlo è pronto ad armare i suoi cavalieri e vendicare il comune ma ad un patto che si dieno a lui in custodia i più potenti uomini delle due parti. E Dino consente.

“I Neri vi andarono con fidanza i Bianchi con temenza. Messer Carlo li fece guardare; i Neri lasciò partire ma i Bianchi ritenne presi quella notte senza paglia e senza materasse come uomini micidiali.”

Qui Dino non ne può più e prorompe:

“O buono re Luigi che tanto temesti Iddio ov'è la fede della real casa di Francia caduta per mal consiglio non temendo vergogna? O malvagi consiglieri che avete il sangue di così alta corona fatto non soldato ma assassino imprigionando i cittadini a torto e mancando della sua fede e falsando il nome della real casa di Francia!”

L'indignazione è uguale alla maraviglia del buon uomo. Come pensare che il sangue di san Luigi un Reale di Francia fosse spergiuro e assassino?

Quando non ci era più il rimedio si corse al rimedio. Dino fa sonare la campana grossa che era un chiamare alle armi. Ma nessuno uscì: “La gente sbigottita non trasse di casa i Cerchi. Non uscì uomo a cavallo nè a pie armato”.

Anche il cielo vi si mescola. Apparisce una croce vermiglia sopra il palagio de' priori:

“Onde la gente che la vide e io che chiaramente la vidi potemmo comprendere che Dio era fortemente contro alla nostra città crucciato.”

La città per sei giorni fu messa a ruba. In pochi tocchi ti sta innanzi il quadro:

“Gli uomini che temeano i loro avversari si nascondeano per le case de' loro amici. L'uno nimico offendea l'altro; le case si cominciavano ad ardere; le ruberie si faceano e fuggivansi gli arnesi alle case degl'impotenti. I Neri potenti domandavano danaro a' Bianchi; maritavansi le fanciulle a forza; uccideansi uomini; e quando una casa ardea forte messer Carlo domandava: - Che fuoco è quello? - Eragli risposto che era una capanna quando era un ricco palazzo.”

I priori multiplicando il mal fare e non avendo rimedio lasciarono il priorato. E venne al governo la parte nera.

Dino fu il Pier Soderini di quel tempo e fu a se stesso il suo Machiavelli. Nessuno può dipingerlo meglio che non fa egli medesimo.

In questa maravigliosa cronaca non ci è una parola di più. Tutto è azione che corre senza posa sino allo scioglimento. Ma è azione dove paion fuori caratteri e passioni. Un motto un tratto è un carattere. Carlo dopo di aver tratto da' fiorentini molti danari va a Roma e chiede danari a Bonifazio. - Ma io ti ho mandato alla fonte dell'oro - risponde il papa. È una risposta che è un ritratto dell'uno e dell'altro. I discorsi sono sostanziosi incisivi non meno pittoreschi: vedi personaggi vivi con la loro natura e i loro intendimenti e fanno più effetto che non le studiate e classiche orazioni venute poi. Uomo d'impressione più che di pensiero Dino intuisce uomini e cose a prima vista e ne rende la fisonomia che non la puoi dimenticare. Di Bonifazio ottavo dice:

“Fu di grande ardire e alto ingegno e guidava la Chiesa a suo modo e abbassava chi non li consentia.”

Di Corso Donati fa questo magnifico ritratto:

“Un cavaliere della somiglianza di Catilina romano ma più crudele di lui gentile di sangue bello del corpo piacevole parlatore; adorno di belli costumi sottile d'ingegno coll'animo sempre intento a mal fare (col quale molti masnadieri si raunavano e gran sèguito avea) molte arsioni e molte ruberie fece fare;... molto avere guadagnò e in grande altezza salì. Costui fu messer Corso Donati che per sua superbia fu chiamato il barone che quando passava per la terra molti gridavano: - Viva il barone. - E parea la terra sua. La vanagloria il guidava e molti servigi facea.”

La stessa sicurezza è nella rappresentazione delle cose. Rapido arido tutto fatti che balzan fuori coloriti dalle sue vivaci impressioni dalla sua maraviglia dalla sua indignazione. Una cosa soprattutto lo colpisce che “molte lingue si cambiarono in pochi giorni”. Non vi si sa rassegnare e li chiama ad uno ad uno e ricorda loro quello che diceano e quello che erano. Il mutarsi dell'animo secondo gli eventi non gli potea entrare:

“Donato Alberti ... dove sono le tue arroganze che ti nascondesti in una vile cucina? O messer Lapo Salterelli minacciatore e battitore de' rettori che non ti serviano nelle tue quistioni ove t'armasti? In casa i Pulci stando nascoso ... O messer Manetto Scali che volevi esser tenuto sì grande e temuto ove prendesti le armi? ... O voi popolani che desideravate gli ufici e succiavate gli onori e occupavate i palagi de' rettori ove fu la vostra difesa? Nelle menzogne simulando e dissimulando biasimando gli amici e lodando i nemici solamente per campare. Adunque piangete sopra voi e la vostra città.”

I soliti fenomeni delle rivoluzioni brutali e ingenerose sono da lui rappresentati con lo stesso accento di maraviglia come di cose non viste mai e svegliano nel suo animo onesto una indignazione eloquente. Ed è da quei sentimenti che è uscito questo capolavoro di descrizione:

“Molti nelle pie opere divennero grandi i quali avanti nominati non erano e nelle crudeli opere regnando cacciarono molti cittadini e feciongli rubelli e sbandeggiarono nell'avere e nella persona. Molte magioni guastarono e molti ne puniano secondo che tra loro era ordinato e scritto. Niuno ne campò che non fosse punito. Non valse parentado nè amistà; nè pena si potea minuire nè cambiare a coloro a cui determinate erano. Nuovi matrimoni niente valsero ciascuno amico divenne nimico; i fratelli abbandonavano l'un l'altro il figliuolo il padre ogni amore ogni umanità si spense. ... Patto pietà nè mercè in niuno mai si trovò. Chi più dicea: - Muoiano muoiano i traditori - colui era il maggiore.”

Tra' proscritti fu Dante. Condannato in contumacia non rivide più la sua patria. Ira vendetta dolore disdegno ansietà pubbliche e private tutte le passioni che possono covare nel petto di un uomo lo accompagnarono nell'esilio. Chi ha visto l'indignazione di Dino può misurare quella di Dante.

Il priorato fu il principio della sua rovina com'egli dice ma fu anche il principio della sua gloria. Non era uomo politico; mancavagli flessibilità e arte di vita; era tutto un pezzo come Dino. Priore volle procurare una concordia impossibile e non riuscì che a farsi ingannare da' Neri in Firenze e da Bonifazio in Roma. Esule non valse a mantenere quella preminenza che era debita al suo ingegno e alla sua virtù si lasciò soverchiare da' più audaci e arrischiati e non potendo impedire e non volendo accettare molti disegni si segregò e si fece parte per se stesso. Toltosi alle faccende pubbliche ripiegatosi in sè sviluppò tutte le sue forze intellettive e poetiche.

Dopo la morte di Beatrice erasi dato con tale ardore allo studio che la vista ne fu debilitata. Finisce la Vita Nuova con la speranza “di dire di lei quello che non fu mai detto di alcuna”. E fece di questo suo primo e solo amore “la bellissima e onestissima figlia dell'Imperatore dell'universo alla quale Pitagora pose nome Filosofia”. Frutto di questi nuovi studi furono le sue canzoni allegoriche e scientifiche.

Tra questi studi nacque la seconda Beatrice luce spirituale unità ideale l'amore che congiunge insieme intelletto e atto scienza e vita. Intelletto amore atto era questa la trinità che fu il suo secondo amore la sua filosofia. Beatrice divenne un simbolo e la poesia vanì nella scienza.

Quel mondo lirico che a noi pare troppo astratto parve poco spirituale ai contemporanei che chiamavano “sensuale” quel primo amore di Dante e poco intendevano questo suo secondo amore. E Dante per cessare da sè l'infamia e per mostrare la dottrina “nascosa sotto figura di allegoria” volle illustrare e comentare le sue canzoni egli medesimo.

Era dottissimo. Teologia filosofia storia mitologia giurisprudenza astronomia fisica matematica rettorica poetica di tutto lo scibile avea notizia e non superficiale: perchè di tutto parlò con chiarezza e con padronanza della materia. Il disegno gli si allargò: al poeta tenne dietro lo scienziato; e pensò di chiudere in quattordici trattati quante erano le canzoni tutta la scienza nella sua applicazione alla vita morale. Un lavoro simile che Brunetto chiamò Tesoro e altri chiamavano Fiore o Giardino egli chiamò Convito quasi mensa dov'è imbandito “il pane degli angeli” il cibo della sapienza. Brunetto avea scritto il Tesoro in francese gli altri trattavano la scienza in latino. La prosa volgare era tenuta poco acconcia a questa materia massime dopo l'infelice versione dell'Etica di Aristotile fatta da un tal Taddeo celebre medico nominato “l'ippocratista”. Bisogna vedere quante sottili ragioni adduce Dante per scusarsi di scrivere in volgare. Celebra il latino come “perpetuo e non corruttibile” e perchè “molte cose manifesta concepute nella mente che il volgare non può” e perchè “il ... volgare seguita uso e il latino arte”; onde il latino è “più bello più virtuoso e più nobile”. Ma appunto per questo il comento latino non sarebbe stato “suggetto alle canzoni” scritte in volgare ma “sovrano” e il comento per sua natura è servo e non signore e dee ubbidire e non comandare. Ora il latino non può ubbidire perchè “comandatore” e sovrano del volgare. Oltrechè come può il latino comentare il volgare non conoscendo il volgare? E che il latino non è conoscente del volgare si vede: “chè uno abituato di latino non distingue s'egli è d'Italia lo volgare provenzale dal tedesco nè il tedesco lo volgare italico o provenzale ”. Ecco le opinioni le forme e le sottigliezze della scuola. Questa novità di scrivere di scienza in volgare che è come dare a' convitati “pane di biado e non di formento” gli pare così grande che a difendersene spende otto capitoli modello di barbarie scolastica. Lasciando stare le sottigliezze la sostanza è questa ch'egli usa “il volgare di sì” perchè loquela propria e “delli suoi generanti” e suo “introducitore” nello studio del latino e perciò “nella via di scienza ch'è ultima perfezione”. Scrisse in volgare le rime il volgare usò “deliberando interpretando e quistionando”; dal principio della vita ebbe con esso “benivolenza e conversazione”; il volgare è l'amico suo dal quale non si sa dividere. Coloro “fanno vile lo parlare italico e prezioso quello di Provenza” che per “iscusarsi del non dire o dire male accusano e incolpano la materia cioè lo volgare proprio”. La plebe o come dice egli le “popolari persone” cadono “nella fossa” di questa falsa opinione per poca discrezione: “per che incontra che molte volte gridano: - Viva la loro morte - e: - Muoia la loro vita - purchè alcuno cominci” e sono da chiamare “pecore e non uomini”. Gli altri vi caggiono per vanità o per vanagloria o per invidia o per pusillanimità. Questo disamare lo volgare proprio e pregiare l'altrui gli pare un adulterio conchiudendo con queste sdegnose parole: “E tutti questi cotali sono gli abbominevoli cattivi d'Italia che hanno a vile questo prezioso volgare lo quale se è vile in alcuna cosa non è se non in quanto egli suona nella bocca meretrice di questi adulteri”. E però egli scrive questo comento in volgare per fargli avere “in atto e palese quella bontade che ha in potere e occulto” mostrando che la sua virtù si manifesta anche in prosa senza le accidentali adornezze della rima e del ritmo come donna “bella per natural bellezza e non per gli adornamenti dell'azzimare e delle vestimenta” e che altissimi e novissimi concetti convenientemente sufficientemente e acconciamente “quasi come per esso latino” vi si esprimono. E finisce con queste profetiche parole: “Questo sarà luce nuova sole nuovo il quale surgerà ove l'usato tramonterà”.

Tanta veemenza nell'accusare tanto ardore nel magnificare può fare intendere quanto radicata e sparsa era l'opinione degl'infiniti “ciechi” com'egli li chiama che tenevano il volgare inetto alla prosa. E non ottenne l'intento. Il latino continuò a prevalere: egli medesimo lasciato a mezza via il Convito trattò in latino la rettorica e la politica che insieme con l'etica era la materia ordinaria dei trattati scientifici.

Il libro De vulgari eloquio non è un fior di rettorica quale si costumava allora un accozzamento di regole astratte cavate dagli antichi ma è vera critica applicata ai tempi suoi con giudizi nuovi e sensati. La base di tutto l'edifizio è la lingua nobile aulica cortigiana illustre che è dappertutto e non è in alcuna parte di cui ha voluto dare esempio nel Convito. Questo ideale parlare italico è illustre in quanto si scosta dagli elementi locali ove prendono forma i dialetti e si accosta alla maestà e gravità del latino la lingua modello. Voleva egli far del volgare quello che era il latino non la lingua delle persone popolari ma la lingua perpetua e incorruttibile degli uomini colti. Sogno assai simile a quello di una lingua universale fondata con procedimenti artificiali della scienza. Scegliere il meglio di qua e di là e far cosa una e perfetta sembra cosa facile e assai conforme alla logica ma è contro natura. Le lingue come le nazioni vanno all'unità per processi lenti e storici; e non per fusioni preconcette ma per graduale assorbimento e conquista degli elementi inferiori. Il ghibellino che dispregiava i dialetti comunali e voleva un parlare comune italico di cui abbozzava l'immagine ti rivelava già lo scrittore della Monarchia.

Il trattato De Monarchia è diviso in tre libri. Nel primo dimostra la perfetta forma di governo essere la monarchia; nel secondo prova questa perfezione essere incarnata nell'impero romano sospeso non cessato perchè preordinato da Dio; nel terzo stabilisce le relazioni tra l'impero e il sacerdozio l'unico imperatore e l'unico papa.

L'eccellenza della monarchia è fondata sull'unità di Dio. Uno Dio uno imperatore. Le oligarchie e le democrazie sono “polizie oblique” governi “per accidente” reggimenti difettivi. Fin qui tutti erano d'accordo guelfi e ghibellini. Non ci erano due filosofie: le premesse erano comuni ai due partiti.

E tutti e due ammettevano la distinzione tra lo spirito e il corpo e la preminenza di quello base della filosofia cristiana. E ne inferivano che nella società sono due poteri lo spirituale e il temporale il papa e l'imperatore. Il contrasto era tutto nelle conseguenze.

Se lo spirito è superiore al corpo dunque conchiudeva Bonifazio ottavo il papa è superiore all'imperatore. “Il potere spirituale - dic'egli - ha il diritto d'instituire il potere temporale e di giudicarlo se non è buono. E chi resiste resiste all'ordine stesso di Dio a meno ch'egli non immagini come i manichei due princìpi Ciò che sentenziamo errore ed eresia. Adunque ogni uomo dee essere sottoposto al pontefice romano e noi dichiariamo che questa sottomissione è necessaria per la salute dell'anima”.

Filosofia chiara semplice popolare irresistibile per il carattere indiscusso delle premesse consentite da tutti e per l'evidenza delle conseguenze. Quando lo spirito era il sostanziale e il corpo in se stesso era il peccato e non valea se non come apparenza o organo dello spirito cos'altro potevano essere i re e gl'imperatori che erano il potere temporale se non gl'investiti dal papa gli esecutori della sua volontà? I guelfi che salve le franchigie comunali ammettevano premesse e conseguenze erano detti “la parte di santa Chiesa”.

Dante ammetteva le premesse e per fuggire alla conseguenza suppone che spirito e materia fossero ciascuno con sua vita propria senza ingerenza nell'altro e da questa ipotesi deduce l'indipendenza de' due poteri amendue “organi di Dio” sulla terra di diritto divino con gli stessi privilegi “due soli” che indirizzano l'uomo l'uno per la via di Dio l'altro per la via del mondo l'uno per la celeste l'altro per la terrena felicità. Perciò il papa non può unire i due reggimenti in sè congiungere il pastorale e la spada; anzi come vero servo di Dio e immagine di Cristo dee dispregiare i beni e le cure di questo mondo e lasciare a Cesare ciò che è di Cesare. L'imperatore dal suo canto dee usar riverenza al papa appunto per la preminenza dello spirito sul corpo; e poichè il popolo è corrotto e usurpatore e la società è viziosa e anarchica il suo uffizio è di ridurre il mondo a giustizia e concordia ristaurando l'impero della legge. Nè è a temere che sia tiranno perchè nella stessa sua onnipotenza troverà il freno a se stesso: perciò rispetterà le franchigie de' comuni e l'indipendenza delle nazioni. Questa era l'utopia dantesca o piuttosto ghibellina. Dante ne ha fatto un sistema e ne è stato il filosofo.

Scendendo alle applicazioni Dante mostra nel secondo libro che la monarchia romana fu di tutte perfettissima. La sua storia risponde alle tre età dell'uomo. Nell'infanzia ebbe i re: adulta e rettasi a popolo con geste maravigliose una serie di miracoli che attestano la sua missione provvidenziale si apparecchiò alla età virile ordinandosi a monarchia sotto Augusto che san Tommaso chiama vicario di Cristo e che Dante seguendo la tradizione virgiliana dice discendente da Enea fondatore dell'impero per disegno divino. E fu a quel tempo che nacque Cristo e “fu suddito dell'impero” e compì l'opera della redenzione delle anime mentre Augusto componeva il mondo in perfetta pace.

Da queste premesse storiche Dante conchiude che Roma per dritto divino dee essere la capitale del mondo e che giustizia e pace non può venire in terra se non con la ristaurazione dell'impero romano “la monarchia predestinata” di cui la più bella parte il giardino era l'Italia.

In apparenza questo era un ritorno al passato ma ci era in germe tutto l'avvenire: ci era l'affrancamento del laicato e l'avviamento a più larghe unità. I guelfi si tenevano chiusi nel loro comune; ma qui al di là del comune vedi la nazione e al di là della nazione l'umanità la confederazione delle nazioni. Era un'utopia che segnava la via della storia.

Guelfi e ghibellini aveano comune la persuasione che la società era corrotta e disordinata e chiedevano il paciere. La selva immagine della corruzione è un punto di partenza comune a Brunetto guelfo e a Dante ghibellino. I guelfi chiamavano paciere nelle loro discordie un legato del papa come Carlo di Valois “che giostrò con la lancia di Giuda” come dice Dante. I ghibellini invocavano l'imperatore. E credesi che Dante abbia scritto questo trattato per agevolare la via all'imperatore Arrigo settimo di Lucemburgo sceso a pacificare l'Italia e morto al principio dell'impresa glorificato da Dante celebrato da Mussato lacrimato da Cino. Non avevano ancora imparato e guelfi e ghibellini che chiamar pacieri è mettersi a discrezione altrui e che metter l'ordine e salvar la società dalle fazioni è antico pretesto di tutt'i conquistatori.

Dante scrisse lettere anche in latino. Una ne scrisse appunto ad Arrigo nella sua venuta. Raccogliendo insieme le sue opere latine di cui la più originale è quella De vulgari eloquio e unendovi il Convito si può avere un giusto concetto del suo lavoro intellettuale.

Era uomo dottissimo ma non era un filosofo. Nè la filosofia fu la sua vocazione lo scopo a cui volgesse tutte le forze dello spirito. Fu per lui un dato un punto di partenza. L'accettò come gli veniva dalla scuola e ne acquistò una piena notizia. Seppe tutto ma in nessuna cosa lasciò un'orma del suo pensiero posto il suo studio meno in esaminare che in imparare. Accoglie qualsiasi opinione anche più assurda e gran parte degli errori e de' pregiudizi di quel tempo. Cita con uguale riverenza Cicerone e Boezio Livio e Paolo Orosio scrittori pagani e cristiani. La citazione è un argomento. Il suo filosofare ha i difetti dell'età. Dimostra tutto anche quello che non è controverso; dà pari importanza a tutte le quistioni. Ammassa argomenti di ogni qualità anche i più puerili; spesso non vede la sostanza della quistione e si perde in minuterie e sottigliezze. Aggiungi il gergo scolastico e le infinite distinzioni. Pure se fra tanti viottoli ti regge ire sino alla fine troverai nella sua Monarchia un'ampiezza ed unità di disegno ed una concordanza di parti che ti fa indovinare il grande architetto dell'altro mondo.

I difetti delle opere latine sono comuni al Convito e gl'intralciano lo stile e gl'impediscono quell'andamento naturale e piano del discorso che potea renderlo accessibile agl'illetterati a' quali era destinato. La sua teoria della lingua illustre lo allontana da quell'andare soave e semplice della prosa volgare e quando gli altri volgarizzano il latino egli latinizza il volgare cercando nobiltà e maestà nelle perifrasi ne' contorcimenti e nelle inversioni. Usa una lingua ibrida non italiana e non latina spogliata di tutte le movenze e attitudini vivaci del dialetto e lontana da quella dignità e misura che ammira nel latino e a cui tende con visibile e infelice sforzo. Se la natura gli avesse concesso un più squisito senso artistico avrebbe forse potuto essere fondatore della prosa. Ma gli manca la grazia e senti la rozzezza nello sforzo della eleganza. Salvo qualche raro intervallo che la passione lo scalda e lo fa eloquente la sua prosa come la sua lirica fa desiderare l'artista.

Vocazione di Dante non fu la filosofia e non fu la prosa. Quello ch'egli cercava non potè realizzarlo come scienza e come prosa.

 - Che cerchi? - Gli domandò un frate. Rispose: - Pace. - E questo cercavano tutt'i contemporanei. Pace era concordia del regno terrestre col regno celeste dell'anima con Dio il regno di Dio sulla terra. “Adveniat regnum tuum.” Pace vera quaggiù non può essere; vera pace è in Dio nel mondo celeste; Beatrice morendo parea che dicesse: “Io sono in pace”. La vita è una prova un tirocinio per accostarsi quanto si può all'ideale celeste e meritarsi l'eterna pace.

Lo scopo della vita è la salvazione dell'anima la pace dell'anima nel mondo celeste. Vivere è morire alla terra per vivere in cielo. La vita è la storia dell'anima è un “mistero”. Uscita pura dalle mani di Dio “che la vagheggia” è sottoposta quaggiù al male e al dolore e non può tornare nella patria che purificata di ogni macula terrestre. Per giungere a pace bisogna passare per tre gradi personificati ne' tre esseri Umano Spoglia e Rinnova e a' quali rispondono i tre mondi inferno purgatorio e paradiso. Il “mistero” o la storia finisce al primo grado quando l'anima sopraffatta dall Umano e vinta nella sua battaglia col demonio viene in potere di questo: è la tragedia dell'anima la tragedia di Fausto prima che Goethe ispirato da Dante lo avesse riscattato. Ma quando l'anima vince le tentazioni del demonio e si spoglia e si purga dell'Umano hai la sua glorificazione nell'eterna pace: hai la “commedia” dell'anima. Questo è il mistero ora tragedia ora commedia secondo che prevale l'umano o il divino il terrestre o il celeste che giace in fondo a tutte le rappresentazioni e a tutte le leggende di quell'età. Messo in iscena era detto “rappresentazione”: narrato. Era “leggenda” o “vita” esposto in figura era “allegoria” rappresentato in modo diretto e immediato era “visione”; anzi le due forme si compenetravano e spesso l'allegoria era una visione e la visione era allegorica. Allegorie visioni leggende rappresentazioni erano diverse forme di questo mistero dell'anima del quale i teologi erano i filosofi e i predicatori erano gli oratori che aggiungevano spesso alla dottrina l'esempio qualche leggenda o visione com'è nello Specchio di vera penitenza. Il mistero dell'anima era in fondo tutta una metafisica religiosa che comprendeva i più delicati e sostanziali problemi della vita e produceva una civiltà a sè conforme. Ci entrava l'individuo e la società la filosofia e la letteratura.

La letteratura volgare in senso prettamente religioso si stende per due secoli da Francesco di Assisi e Iacopone sino a Caterina. L'Allegoria dell'anima la rappresentazione del Giovane monaco l'Introduzione alle virtù la Commedia dell'anima sono in forma letteraria la teoria di questo mistero che nelle lettere di Caterina raggiunge la sua perfezione dottrinale ed acquista la sua individuazione o realtà storica ne' Fioretti nelle leggende e nelle visioni del Cavalca e del Passavanti.

Ma questa letteratura era senza eco nella classe colta da cui esce l'impulso della vita intellettuale. Dante spregiava il latino della Bibbia come privo di dolcezza e di armonia. Quello scrivere così alla buona e come si parla era tenuto barbarie e rozzezza. Vagheggiavano una forma di dire illustre e nobile prossima alla maestà del latino della quale Dante die' nel Convito un saggio poco felice. Nè potea piacere quella semplicità di ragionamento con tanta scarsezza di dottrina ad uomini che uscivano dalle scuole con tanta filosofia in capo con tanta erudizione sacra e profana. Ma se aveano in poco conto quella letteratura giudicata povera e rozza non era diverso il concetto che essi avevano della vita. I teologi filosofavano e i filosofi teologizzavano. La rivelazione rimaneva integra nelle sue basi essenziali ammesse come assiomi indiscutibili. Tali erano l'unità e personalità di Dio l'immortalità dello spirito e lo scopo della vita oltre terreno.

Ma se il concetto era lo stesso la materia era più ampia abbracciando la coltura oltre la Bibbia e i santi Padri quanto del mondo antico era noto e la forma era più libera paganizzando sotto lo scudo dell'allegoria e voltando il linguaggio cristiano nelle formole di Aristotile e Platone.

Il regno di Dio chiamavano regno della filosofia. E realizzare il regno di Dio era conformare il mondo a' dettati della filosofia unificare intelletto e atto. Il mediatore era l'Amore principio delle cose divine e umane e non l'amore sensuale ch'era peccato ma un amore intellettuale l'amore della filosofia. Il frutto dell'amore è la sapienza che non è puro intelletto ma intelletto e atto congiunti la virtù. Il regno di Dio in terra era dunque il regno della virtù o come dicevano della giustizia e della pace. A realizzare questo regno erano istrumenti i due Soli i due organi di Dio il papa e l'imperatore. La politica era l'arte di realizzare questo regno della giustizia e della pace rendendo gli uomini virtuosi e felici. Il criterio politico era puramente etico come s'è visto in Albertano giudice in Egidio Colonna in Mussato in Dino Compagni. All'effettuazione di questo regno etico concorreva la tradizione virgiliana; perchè Virgilio era un testo non meno rispettabile che la Bibbia. E si attendeva la monarchia predestinata da Dio la ristorazione dell'impero romano.

In questi due secoli abbiamo due letterature quasi parallele e persistenti l'una accanto all'altra: una schiettamente religiosa chiusa nella vita contemplativa circoscritta alla Bibbia e a' santi Padri e che ha per risultato inni e cantici e laude rappresentazioni leggende visioni e l'altra che vi tira entro tutto lo scibile e lo riduce a sistema filosofico e abbraccia i vari aspetti della vita e dà per risultato somme enciclopedie trattati cronache e storie sonetti e canzoni. Tra queste due letterature erra la novella e il romanzo eco della cavalleria rimasti senza seguito e senza sviluppo quasi cosa profana e frivola.

Gli uomini istrutti si studiavano di render popolare la cultura specialmente nella sua parte più accessibile e pratica l'etica e la morale. Indi le tante versioni e raccolte di precetti etici sotto nome di Fiori Giardini Tesori Ammaestramenti. Un tentativo di questo genere fu il Tesoretto.

Nella prima parte della lirica dantesca hai la storia ideale della santa nella sua purezza soppresso il demonio e le tentazioni della carne. È il mistero dell'anima così come è rappresentato nella Commedia dell'anima. L'anima che uscita pura dalle mani di Dio dopo breve pellegrinaggio ritorna in cielo bellezza spirituale o luce intellettuale è Beatrice; e Beatrice è la santa della gente colta è la donna platonica e innominata de' poeti battezzata e santificata.

Nella seconda parte Beatrice è la filosofia che riceve la sua esplicazione dottrinale nelle Canzoni e nel Convito. La poesia va a metter capo nella pura scienza nell'esposizione scolastica di un mondo morale dell'etica.

La letteratura popolare va a finire nelle lettere dottrinali e monotone di Caterina: il suo difetto ingenito è l'astrazione dell'ascetismo. La letteratura dotta va a finire nelle sottigliezze scolastiche del Convito: il suo difetto intrinseco è l'astrazione della scienza. Tutte e due hanno una malattia comune l'astrazione e la sua conseguenza letteraria l'allegoria.

Ma il mondo di Dante non potea rimaner chiuso in questi limiti o piuttosto non era questo il suo mondo naturale e geniale conforme alle qualità del suo spirito e del suo genio e ci sta a disagio. La sua forza non è l'ardore della ricerca e della investigazione che è il genio degli spiriti speculativi. La scienza è per lui un dogma: il cervello rimane passivo in quelle scolastiche esposizioni. Avea troppa immaginazione perchè potesse rimaner nell'astratto e studia più a figurarlo e colorirlo che a discuterlo e interrogarlo. La fantasia creatrice il vivo sentimento della realtà le passioni ardenti del patriota disingannato e offeso le ansietà della vita pubblica e privata non poteano avere appagamento in quella regione astratta della scienza che pur gli era tanto cara. Sentiva il bisogno meno di esporre che di realizzare. E volle realizzare questo regno della scienza o regno di Dio che tutti cercavano farne un mondo vivente.

Il mondo è una selva oscura corrotto dal vizio e dall'ignoranza. Rimedio è la scienza secondo i cui princìpi dovrebb'esser conformato. La scienza è il mondo ideale non qual è ma quale dee essere. Questo ideale si trova realizzato nell'altra vita nel regno di Dio conforme alla verità e alla giustizia. Perciò ad uscir dalla selva non ci è che una via la contemplazione e la visione dell'altra vita. Per questa via l'anima superate le battaglie del senso e purificatasi ha la sua pace la sua eterna commedia la beatitudine.

Da questo concetto semplice e popolare uscì la contemplazione o visione detta la Commedia rappresentazione allegorica del regno di Dio il “mistero dell'anima” o la “Commedia dell'anima.”


 

VII

LA COMMEDIA

Chi mi ha seguito vede che la “Divina Commedia” non è un concetto nuovo nè originale nè straordinario sorto nel cervello di Dante e lanciato in mezzo a un mondo maravigliato. Anzi il suo pregio è di essere il concetto di tutti il pensiero che giaceva in fondo a tutte le forme letterarie rappresentazioni leggende visioni trattati tesori giardini sonetti e canzoni. L'Allegoria dell'anima e la Commedia dell'anima sono gli schemi le categorie i lineamenti generali di questo concetto.

Nel Convito la sostanza è l'etica che Dante cerca di rendere accessibile agl'illetterati esponendola in prosa volgare. Qui il problema è rovesciato. La sostanza sono le tradizioni e le forme popolari rannodate intorno al mistero dell'anima il concetto di tutt'i misteri e di tutte le leggende ed è in questo quadro che Dante gitta tutta la coltura di quel tempo. Con questa felice ispirazione pigliando a base della coltura le tradizioni e le forme popolari riunisce le due letterature che si contendevano il campo intorno al comune concetto che le ispirava il mistero dell'anima. La rappresentazione e la leggenda esce dalla sua rozza volgarità e si alza a' più alti concepimenti della scienza; la scienza esce dal santuario e si fa popolo si fa mistero e leggenda. Indi l'immensa popolarità di questo libro che gl'illetterati accettavano nel senso letterale e i dotti comentavano come un libro di scienza come la Somma di san Tommaso. Il popolo vedeva in quei versi quel medesimo che sentiva nelle prediche nelle divozioni e rappresentazioni nè è maraviglia che qualcuno guardando Dante con quella faccia pensosa e come alienata dicesse: - Costui par veramente uscito ora dall'inferno. - Gli eruditi si affannavano a cercare il senso de' versi strani e il Boccaccio iniziava quella serie di comenti che spesso in luogo di squarciare il velo lo fanno più denso.

In effetti la Divina Commedia è una visione dell'altro mondo allegorica. Cristianamente la visione e la contemplazione dell'altra vita è il dovere del credente la perfezione. Il santo vive in ispirito nell'altro mondo; le sue estasi le sue visioni si riferiscono alla seconda vita a cui sospira. Dante accetta questa base ascetica popolarissima: contemplare e vedere l'altro mondo è la via della salvazione. Per campare dalla selva del vizio e dell'ignoranza egli si getta alla vita contemplativa vede in ispirito l'altro mondo e narra quello che vede. Questo è il motivo ordinario di tutte le visioni è la storia di tutt'i santi è il tema di tutt'i predicatori è la lettera della Commedia visione dell'altro mondo come via a salute. Ma la visione è allegoria. L'altro mondo è allegoria e immagine di questo mondo è in fondo la storia o il mistero dell'anima ne' suoi tre stati detti nell'Allegoria dell'anima Umano Spoglia Rinnova che rispondono a' tre mondi Inferno Purgatorio e Paradiso. È l'anima intenebrata dal senso nello stato puramente umano che spogliandosi e mondandosi della carne si rinnova ritorna pura e divina. Questa allegoria era popolare e comune non meno che la lettera. Ciascuno vedeva un po' l'altro mondo con l'occhio di questo mondo con le sue passioni e interessi. I predicatori soprattutto nella descrizione delle pene infernali cercavano immagini delle passioni terrene. Il mistero dell'anima era la base di tutte le invenzioni la leggenda delle leggende. L'uomo caduto nell'errore e nella miseria che finisce o vendendo l'anima al demonio o purgandosi e salvandosi era il fondamento di tutte le storie popolari come s'è visto nell'Introduzione alle virtù e nella Commedia dell'anima.

La Commedia dell'anima è l'anima uscita dalle mani di Dio pura che in terra combatte le sue battaglie con la carne e col demonio e vince assistita dalla grazia di Dio. Vizi e virtù combattono come gli dei di Omero intorno all'anima; le virtù vincono e l'anima è salva. Nell'Introduzione alle virtù è un giovane caduto in miseria a cui apparisce confortatrice la Filosofia sua maestra e signora e gli mostra la battaglia de' Vizi e delle Virtù; e il giovane spregiando i beni terrestri si leva al cielo. La filosofia è anche la divina consolatrice di Boezio così popolare e di Dante a cui dopo la morte di Beatrice apparve questa “nobilissima figlia dell'Imperatore dell'universo” facendolo suo amico e servo. Il vizio e l'ignoranza la conversione per opera di Dio o della filosofia la redenzione e beatificazione visione di Dio e della scienza era il luogo comune delle due letterature de' semplici e degli uomini colti. E Dante fonde insieme le due forme e tira nella sua allegoria filosofia e teologia ragione e grazia Dio e scienza e fa un mondo armonico assegnando a ciascuno il suo luogo. L'anima nell'inferno e nel purgatorio non essendo uscita ancora dal terreno ha a guida il lume naturale la ragione o la filosofia; ma la ragione è insufficiente senza la grazia di Dio: fatta libera e monda e leggiera ha nel paradiso maestra la grazia o la teologia luce intellettuale che le mostra la scienza senza velo o Dio nella sua essenza.

Perchè l'altro mondo è allegorico figura dell'anima nella sua storia il poeta è sciolto da' vincoli liturgici e religiosi e spazia nel mondo libero dell'immaginazione. Prendendo a base le tradizioni e le forme cristiane adopera alla sua costruzione tutt'i materiali della scienza sacra e profana e le tradizioni e favole del mondo pagano mescolando insieme Enea e san Paolo Caronte e Lucifero figure classiche e cristiane. Così ha realizzato quel mondo universale della coltura tanto desiderato dalle classi colte e fino allora tentato invano cristiano nel suo spirito e nella sua lettera ma dove già penetra da tutte le parti il mondo antico. Mescolanza che in molti contemporanei pare strana e grottesca legittimata qui dall'allegoria che concede al poeta libertà di forme ch'egli creda più acconce a significare i suoi concetti. Il mondo pagano e la scienza profana sono qui materiali di costruzione usati a edificare un tempio cristiano a quel modo che colonne egizie e greche si veggono talora nelle costruzioni moderne divenire simbolo e figure de' nuovi tempi e delle nuove idee. Così a questa costruzione gigantesca prendon parte tutte le età e tutte le forme fuse insieme e battezzate penetrate da un solo concetto il concetto cristiano.

L'ordito è semplicissimo: è la storia o mistero dell'anima nella sua espressione elementare come si trova nella rappresentazione della Commedia dell'anima; e l'hai già tutta e chiara innanzi fin dal primo canto. Dante nel giorno del Giubileo quando Bonifazio facea mostra di tutta la sua possanza e il mondo cristiano si raccoglieva intorno a lui si trova smarrito in una selva oscura e sta per soggiacere all'assalto delle passioni figurate nella lonza il leone e la lupa quando a camparlo dal luogo selvaggio esce Virgilio e lo mena seco a contemplare l'inferno e il purgatorio ove confessati i suoi falli guidato da Beatrice sale in paradiso e di luce in luce giunge alla faccia di Dio. Allegoricamente Dante è l'anima Virgilio è la ragione Beatrice è la grazia e l'altro mondo è questo mondo stesso nel suo aspetto etico e morale è l'etica realizzata questo mondo quale dee essere secondo i dettati della filosofia e della morale il mondo della giustizia e della pace il regno di Dio.

Dante è l'anima non solo come individuo ma come essere collettivo come società umana o umanità. Come l'individuo così la società è corrotta e discorde e non può aver pace se non instaurando il regno della giustizia o della legge riducendosi dall'arbitrio de' molti sotto unico moderatore. E qui entra la tradizione virgiliana: la monarchia prestabilita da Dio fondata da Augusto discendente di Enea e Roma per diritto divino capo del mondo. Questo concetto politico non è intruso e soprapposto ma è come si vede lo stesso concetto etico applicato all'individuo e alla società. È tale la medesimezza che la stessa allegoria si può interpretare in un senso puramente etico per rispetto all'individuo e in un senso politico per rispetto alla società. E non è perciò maraviglia che la stessa materia si presti con tanta docilità alle più diverse interpretazioni.

Se l'allegoria ha reso possibile a Dante una illimitata libertà di forme gli rende d'altra parte impossibile la loro formazione artistica. Dovendo la figura rappresentare il figurato non può essere persona libera e indipendente come richiede l'arte ma semplice personificazione o segno d'idea sicchè non contenga se non i tratti soli che hanno relazione all'idea a quel modo che il vero paragone non esprime di se stesso se non quello solo che sia immagine della cosa paragonata. L'allegoria dunque allarga il mondo dantesco e insieme lo uccide gli toglie la vita propria e personale ne fa il segno o la cifra di un concetto a sè estrinseco. Hai due realtà distinte l'una fuori dell'altra l'una figura e adombramento dell'altra perciò amendue incompiute e astratte. La figura dovendo significare non se stessa ma un altro non ha niente d'organico e diviene un accozzamento meccanico mostruoso il cui significato è fuori di sè com'è il grifone del Purgatorio l'aquila del Paradiso e il Lucifero e Dante con le sette “P” incise sulla fronte.

La poesia non s'era ancora potuta sciogliere dall'allegoria. Il cristianesimo in nome del Dio spirituale facea guerra non solo agl'idoli ma anche alla poesia tenuta lenocinio e artifizio: voleva la nuda verità. E verità era filosofia o storia: la verità poetica non era compresa. La poesia era stimata un tessuto di menzogne e “poeta” e “mentitore” come dice il Boccaccio era la stessa cosa; i versi erano chiamati come dice san Girolamo “cibo del diavolo”. La poesia perciò non fu accettata se non come simbolo e veste del vero: l'allegoria fu una specie di salvacondotto pel quale potè riapparire fra gli uomini. Erano detti “poeti solenni” a distinzione de' “popolari” i dotti che esprimevano in poesia la dottrina sotto figura o in forma diretta. Dante definisce la poesia “banditrice del vero” sotto “il velame della favola ascoso” di modo che il lettore “sotto alla dura corteccia sotto favoloso e ornato parlare trovi salutari e dolcissimi ammaestramenti”. La poesia è in sè una “bella menzogna” che non ha alcun valore se non come figura del vero.

Con questa falsa poetica di cui abbiamo visto l'influenza ne' nostri lirici Dante lavora sopra idee astratte: trova una serie di concetti e poi ti forma una serie corrispondente di oggetti. Le menti erano assuefatte a questo processo a correre al generale. Il campo ordinario della filosofia scolastica era l'Ente con tutte le altre generalità e la pratica del sillogismo avea avvezzi tutti anche i poeti a cercare in ogni cosa la maggiore la proposizione generale. Ora quel mondo di concetti è la maggiore dell'altro mondo.

Quali sieno questi concetti io dirò quasi con le stesse parole di Dante.

La patria dell'anima è il cielo e come dice Dante discende in noi da altissimo abitacolo. Essa partecipa della natura divina.

L'anima uscendo dalle mani di Dio è “semplicetta” “sa nulla”; ma ha due facoltà innate la ragione e l'appetito “la virtù che consiglia” e l'esser “mobile ad ogni cosa che piace” l'esser “presta ad amare”.

L'appetito (affetto amore) la tira verso il bene. Ma nella sua ignoranza non sa discernere il bene segue la sua falsa immagine e s'inganna. L'ignoranza genera l'errore e l'errore genera il male.

Il male o il peccato è posto nella materia nel piacere sensuale.

Il bene è posto nello spirito: il sommo Bene è Dio puro spirito. L'uomo dunque per esser felice dee contrastare alla carne e accostarsi al sommo Bene a Dio. A questo fine gli è stata data la ragione come consigliera: indi nasce il suo libero arbitrio e la moralità delle sue azioni.

La ragione per mezzo della filosofia ci dà la conoscenza del bene e del male. Lo studio della filosofia è perciò un dovere è via al bene alla moralità. La moralità è la “bellezza della filosofia”: è l'etica “regina delle scienze” “il primo cielo cristallino”.

A filosofare è necessario amore. L'Amore (appetito) può esser sementa di bene e di male secondo l'oggetto a cui si volge. Il falso amore è “appetito non cavalcato dalla ragione”. Il vero amore è studio della filosofia “unimento spirituale dell'anima con la cosa amata”.

Filosofia è “amistanza a sapienza” amicizia dell'anima con la sapienza. Nelle nature inferiori l'amore è “sensibile dilettazione”. Solo l'uomo come “natura razionale ha amore alla verità e alla virtù” (alla filosofia). Ciò è vera felicità che per contemplazione della verità si acquista.

In questi concetti si trova il succo della morale antica. Già i filosofi pagani aveano mostrato la filosofia come unico porto fra le tempeste della vita: esser filosofo significava e significa anche oggi resistere alle passioni ed a' piaceri vincer se stesso serbare l'eguaglianza dell'animo nelle umane vicissitudini.

Ma ecco ora sopraggiungere il cristianesimo.

L'umanità per il peccato d'origine cadde in servitù dei sensi (del male o del peccato) e la ragione e l'amore non furono più sufficienti a salvarla. La ragione andava a tentoni e menava all'errore; “i filosofi andavan e non sapevan dove”; l'amore rimaso senza “rettore” divenne appetito sensuale. Era necessaria una redenzione soprannaturale. Dio si fece uomo e redense l'umanità offrendosi vittima espiatoria per lei.

Mediante questo sacrificio la ragione è stata avvalorata dalla fede l'amore avvalorato dalla grazia la filosofia è stata compiuta dalla teologia la rivelazione.

Redenta l'umanità ciascun uomo ha acquistato la virtù di salvarsi con l'aiuto di Dio. Guidato dalla ragione e dalla fede fortificato dall'amore e dalla grazia può affrancarsi da' sensi e levarsi di mano in mano sino a Dio al sommo Bene.

Questo cammino dalla materia o dal peccato sino allo spirito o al bene comprende tutto il circolo della morale o etica. La conoscenza della morale (naturale e rivelata filosofia e teologia) è perciò necessaria a salute.

La morale è il “Nosce te ipsum” la conoscenza di se stesso. L'uomo si trova in questa vita in uno de' tre stati di cui tratta la morale stato di peccato stato di pentimento stato di grazia.

L'altro mondo è figura della morale. L'inferno è figura del male o del vizio; il paradiso è figura del bene o della virtù; il purgatorio è il passaggio dall'uno all'altro stato mediante il pentimento e la penitenza. L'altro mondo è perciò figura de' diversi stati ne' quali l'uomo si trova in questa vita.

La rappresentazione dell'altro mondo è dunque un'etica applicata una storia morale dell'uomo com'egli la trova nella sua coscienza. Ciascuno ha dentro di sè il suo inferno e il suo paradiso.

Il viaggio nell'altro mondo è figura dell'anima nel suo cammino a redenzione. Ed è Dante stesso che fa questo viaggio.

Si trova in una selva oscura (stato d'ignoranza e di errore la selva erronea del Convito) vede il dilettoso colle principio e cagione di tutta gioia (la beatitudine) illuminato dal sole che mena dritto altrui per ogni calle (la scienza) ma tre fiere (la carne gli appetiti sensuali) gli tengono il passo. L'uomo da sè non può salire il calle non può giungere a salute: viene dunque il deus ex machina l'aiuto soprannaturale. Si richiede non solo ragione ma fede non solo amore ma grazia. Virgilio (ragione e amore) lo guida insino a che confesso e pentito e purgato d'ogni macula terrena succede Beatrice (ragione sublimata a fede amore sublimato a grazia). Con questo aiuto esce dallo stato d'ignoranza e di errore (la selva) e prende il cammino della scienza (l'altro mondo il mondo etico e morale). Gli si affaccia prima l'inferno (l'anima nello stato del male) e conosce il male nella sua natura nelle sue specie ne' suoi effetti (vedi canto XI). Entra allora in purgatorio (pentimento ed espiazione) dove ancor vive la memoria e l'istinto del male e conosciuto il suo stato pentito e mondo diventa libero (dalla carne o dal peccato). Si trova allora ricondotto allo stato d'innocenza nel quale era l'uomo avanti il peccato d'origine e vede il paradiso terrestre e vede Beatrice (fede e grazia) Con la sua guida sale in paradiso (l'anima nello stato di beatitudine) di grado in grado si leva sino alla conoscenza e amore (contemplazione beatifica) di Dio del sommo Bene e in questa mistica congiunzione dell'umano e del divino si riposa (è beato).

La redenzione della società ha luogo nello stesso modo che degl'individui. La società serva della materia è anarchia discordia sviata dall'ignoranza e dall'errore. E come l'uomo non può ire a pace se non vinca la carne ed ubbidisca alla ragione così la società non può ridursi a concordia se non presti ubbidienza ad un supremo moderatore (l'imperatore) che faccia regnare la legge (la ragione) guida e freno dell'appetito.

Con questo fondo generale si lega tutto lo scibile di quel tempo metafisica morale politica storia fisica astronomia ecc

Il centro intorno a cui gira questa vasta enciclopedia è il problema dell'umana destinazione che si trova in fondo a tutte le religioni e a tutte le filosofie il mistero dell'anima pensiero della letteratura volgare sotto tutte le sue forme. Il problema è posto ed è sciolto cristianamente. L'umanità ha perduto ed ha racquistato il paradiso; questa storia epica di Milton è l'antecedente del problema. L'umanità ha racquistato il paradiso cioè ciascun uomo ha acquistato la forza di salvarsi. Ma in che modo? Qual è la via di salvazione? La Commedia è la risposta a questa domanda la soluzione del problema.

Il cristianesimo ne' primi tempi di fervore rispondea: - L'uomo si salva imitando Cristo che ha salvato l'umanità si salva con l'amore. Bisogna volger le spalle alla vita terrena e seguire Dio lui amare lui contemplare. - Di qui la preminenza della vita contemplativa che Dante chiama eccellentissima e simile alla vita divina. Il che dovea menar dritto alla visione estatica alla comunione tra l'anima e Dio al misticismo tanta parte della letteratura volgare. Gli uomini stanchi del mondo cercavano pace e obblio nei monasteri e nutrivano l'anima del pensiero della morte della meditazione dell'altra vita; i santi Padri esortano spesso i fedeli a volger la mente all'altro mondo; anche oggi le prediche i libri ascetici i libri di preghiera non sono che un continuo “Memento mori”; è famoso il “Pensa anima mia” frase formidabile a cui il lettore vede già in aria venir dietro il giudizio universale e le fiamme dell'inferno. Se le cose di quaggiù sono caduche e “nulla promission rendono intera” se il significato serio della vita è nell'altro mondo se là è il vero è la realtà: l'Iliade il poema della vita è la Commedia la storia dell'altro mondo.

In quei primi tempi la scienza non è necessaria a salute anzi i cristiani menavano vanto della loro ignoranza: “Beati pauperes spiritu”. Avendo per avversari gli uomini più dotti del paganesimo rispondevano ex abundantia cordis con la sicurezza e l'eloquenza della fede la loro lingua di fuoco. Ma questo amore di cuori semplici che spesso umiliava l'orgoglio di una scienza vòta e arida non bastò più appresso. Aristotele dominava nelle scuole; la scienza si era introdotta nella teologia e ne avea fatto un cumulo di sottigliezze: lo stesso misticismo avea preso forme scientifiche divenuto ascetismo scienza della santificazione in Agostino Bernardo e Bonaventura. L'Amore dunque prende un contenuto diviene scienza e la loro unità è la filosofia uso amoroso di sapienza.

La scienza però non contraddice non annulla anzi fortifica e dimostra lo stesso concetto della vita. Anche per Dante la santificazione è posta nella contemplazione; l'oggetto della contemplazione è Dio; la beatitudine è la visione di Dio; al sommo della scala de' beati mette i contemplanti non gli operanti; ma per giungere all'unione con Dio non basta volere bisogna sapere ci vuole la sapienza che è amore e scienza unità del pensiero e della vita. Perciò Virgilio non può esser ragione che non sia anche amore e Beatrice non può esser fede che non sia anche grazia; Dante stesso conosce e vuole a un tempo; ogni suo atto del conoscere mena a un suo atto del volere. L'intelletto è in cima della scala: l'amore dee essere inteso se ne dee avere intelletto.

Tale è la soluzione dantesca. A quattro secoli di distanza il problema si ripresenta ma i termini sono mutati. Il punto di partenza non è più l'ignoranza la selva oscura ma la sazietà e vacuità della scienza l'insufficienza della contemplazione il bisogno della vita attiva. La sapiente Beatrice si trasforma nell'ignorante e ingenua Margherita; e Fausto non contempla ma opera; anzi il suo male è stato appunto la contemplazione lo studio della scienza e il rimedio che cerca è ribattezzarsi nelle fresche onde della vita. Ma al tempo di san Tommaso la ragione entrava appena nella sua giovinezza; sorgea da lungo ozio curiosa credula acuta tanto più confidente quanto meno esperta della misura di sè e delle cose; le si domandava tutto e prometteva tutto. Dovea ella darci la pietra filosofale del mondo morale la felicità. Lo scopo della scienza non era speculativo solamente ma pratico. Nell'ordine speculativo era già conseguito il suo scopo divenuta per Dante un libro chiuso di cui tutte le pagine sono scritte. Ma la scienza dee operare anche sulla volontà menare a virtù e felicità. E se questo miracolo non era ancora avvenuto se la realtà era tanto disforme alla scienza doveasene recare la cagione secondo Dante e i contemporanei all'ignoranza. Bisognava dunque volgarizzare la scienza darle uno scopo morale drizzarla all'opera. Indi l'importanza che ebbe l'etica e la rettorica la scienza de' costumi e l'arte della persuasione.

I tentativi fatti compreso il Convito furono infelici. Trattandosi di verità da esporre e non da cercare manca lo spirito e l'ardore scientifico manca in tutti anche in Dante. La stessa esposizione non è libera predeterminata da forme scolastiche. Da queste condizioni non potea uscire una letteratura filosofica quella forma propria degli uomini meditativi che ti rivela non solo l'idea ma come in te nasce come la si presenta con esso i sentimenti che l'accompagnano pregna di altre idee le quali per la potenza comprensiva della parola intravvedi ancora senza contorni mobili nasciture. Qui sta la vita superiore della forma filosofica generata immediatamente dal travaglio del pensiero che mette in moto tutte le altre facoltà compresa l'immaginazione. In quei tentativi il contenuto scientifico ci sta non nel punto che tu lo trovi e vi metti sopra la mano ma già trovato divenuto nello spirito un antecedente non esaminato tolto pesolo e grezzo dalla scuola. La terra si manifesta meglio al coltivatore che al proprietario. Dante sa di avere i tali fondi ma non ci va non entra in comunione con quelli non vive della vita de' campi non li lavora li conosce sulla carta. Rimane una proprietà astratta senza effettiva possessione senza assimilazione un mio che non è me non è fatto parte dell'anima mia. Non ci è investigazione e non ci è passione dico la passione che è generata da un amoroso lavoro intellettuale. Il filosofo fora la superficie e si seppellisce nel mondo sotterraneo dove come dice Mefistofele stanno le profonde radici della scienza. Ma qui la scienza è salita sulla superficie e se ne coglie i frutti senza fatica. Tutto è dato la scienza con esso le sue prove e il suo linguaggio; sì che ferme e intangibili le parti superiori della scienza non riman libera che l'ultima e più bassa operazione dell'intelletto distinguere e sottilizzare.

Essendo la scienza base di tutto l'edificio ne seguitò quella falsa poetica di cui è detto. La letteratura solenne e dotta divenne un istrumento della scienza un modo di volgarizzarla. E tenne due vie l'esposizione diretta o l'allegorica. Nè altro fu l'intendimento di Dante nella rappresentazione dell'altro mondo. Come que' filosofi che sotto nome di utopia costruiscono un mondo dove sia realizzato il loro sistema Dante costruisce il mondo allegorico della scienza dove pur trova modo di esporla in forma diretta nelle sue parti sostanziali.

Egli ha aria di dire: - Volete salvarvi l'anima? Venite appresso a me nell'altro mondo; ivi impareremo dalla bocca de' morti la filosofia morale la scienza della salvazione. - E i morti parlano ed espongono la scienza soprattutto in paradiso i cui stalli sembrano convertiti in vere cattedre o pulpiti. Nè la scienza è solo nelle parole de' morti ma anche nella costruzione e rappresentazione dell'altro mondo dove essa è sposta sotto figura in forma allegorica. Il sistema insegue il poeta in mezzo a' suoi fantasmi e dice: - Bada che tu non passeggi per curiosità per osservare e dipingere: il tuo scopo è l'insegnamento della scienza per la salute dell'anima; non ti dimenticare della scienza. - E la poetica gli soggiunge: - Pensa che tutte le tue invenzioni belle che sieno e maravigliose sono nè più nè meno che sciocche bugie quando non rendano odore di scienza: la poesia è un velo sotto il quale si dee nascondere la dottrina. - Ond'è che il poeta costringe la stessa realtà a produrre un contenuto scientifico: dietro la realtà ci è la scienza come dietro l'ombra ci è il corpo; qui la scienza è il corpo e la realtà è l'ombra “ombrifero prefazio del vero” anzi è meno che ombra perchè nell'ombra ci è pure l'immagine del corpo. È l'alfabeto della scienza come la parola è del pensiero un alfabeto composto non di lettere ma di oggetti ciascuno segno della tale e tale idea.

Questi erano i concetti e queste le forme a cui lo spirito era giunto. Perciò quel concetto fondamentale dell'età il mistero dell'anima o dell'umana destinazione non era ancora realizzato come arte; perchè l'arte è realtà vivente che abbia il suo valore e il suo senso in se stessa e qui la scienza in luogo di calare nel reale ed obbliarvisi lo tira e lo scioglie in sè.

Il mistero dell'anima era dunque o rozza e greggia realtà nella letteratura popolare o trattato e allegoria nella letteratura dotta e solenne.

Dante s'impadronì di questo concetto e tentò realizzarlo come arte. Ma ci si mise con le stesse intenzioni e con le stesse forme. Prese quella rozza realtà degli ascetici e volle farne l'ombrifero prefazio del vero l'allegoria della scienza. Da questa intenzione non potea uscir l'arte.

Neppure l'esposizione della scienza in forma diretta è arte. Il poeta che vuole esporre la scienza e vuol pur fare una poesia si propone un problema assurdo voler dare corpo a ciò che per sua natura è fuori del corpo. La poesia si riduce dunque a un puro abbigliamento esteriore non penetra l'idea non se l'incorpora; l'idea rimane invitta nella sua astrazione. Dante spiega in questo assunto tutte le forze della sua immaginazione; nessuno più di lui ha saputo con tanta potenza assalire la scienza nel proprio campo e farle forza; ma questo connubio della poesia e della scienza ch'egli chiama nel Convito un “eterno matrimonio” non è uno di due è un eterno due. La poesia può farle preziosi doni può vestirla sontuosamente ingemmarla girarle attorno carezzevole può abbigliarla non possederla. E la possiede allora solamente quando non la vede più fuori di sè perchè è divenuta la sua vita e anima la realtà.

L'allegoria è una prima forma provvisoria dell'arte. È già la realtà che però non ha valore in se stessa ma come figura il cui senso e il cui interesse è fuori di sè nel figurato oggetto o concetto che sia. E poichè nel figurato ci è qualche cosa che non è nella figura e nella figura ci è qualche cosa che non è nel figurato la realtà divenuta allegorica vi è necessariamente guasta e mutilata. O il poeta le attribuisce qualità non sue ma del figurato come il veltro che si ciba di sapienza e di virtude o esprime di lei solo alcune parti e non perchè sue ma perchè si riferiscono al figurato come il grifone del Purgatorio. In tutti e due i casi la realtà non ha vita propria o per dir meglio non ha vita alcuna: l'interesse è tutto nel figurato nel pensiero. Ora o il pensiero è oscuro e cessa ogni interesse; o è dubbio di maniera che ti si affaccino più sensi e tu rimani sospeso e raffreddato; o è chiaro e lo hai innanzi nella sua generalità senza carattere poetico. La selva è figura della vita terrena. E la vita terrena appunto perchè figurato ti si porge spoglia di ogni particolare per cui e in cui è vita generale e immobile come un concetto. Questo povero figurato è condannato come Pier delle Vigne a guardarsi il suo corpo penzolare innanzi senza che mai sen rivesta; e non propriamente suo perchè quel corpo singolare che chiamasi figura serve a due padroni è sè ed un altro è insieme lettera e figura un corpo a due anime rappresentato in guisa che prima paia se stesso la selva e considerato attentamente mostri in sè le orme di un altro. Talora la figura fa dimenticare il figurato; talora il figurato strozza la figura. Per lo più nel senso letterale penetrano particolari estranei che lo turbano e lo guastano e per volerci procurare un doppio cibo ci si fa stare digiuni.

Adunque in queste forme non ci è ancora arte. La realtà ci sta o come immagine del pensiero astratto ed estrinseco o come figura di un figurato parimente astratto ed estrinseco. Non ci è compenetrazione dei due termini. Il pensiero non è calato nell'immagine; il figurato non è calato nella figura. Hai forme iniziali dell'arte non hai ancora l'arte.

Dante si è messo all'opera con queste forme e con queste intenzioni. Se l'allegoria gli ha dato abilità a ingrandire il suo quadro e a fondere nel mondo cristiano tutta la coltura antica mitologia scienza e storia ha d'altra parte viziato nell'origine questo vasto mondo togliendogli la libertà e spontaneità della vita divenuto un pensiero e una figura una costruzione a priori intellettuale nella sostanza allegorica nella forma.

E se la Commedia fosse assolutamente in questi termini sarebbe quello che fu il Tesoretto prima e il Quadriregio poi grottesca figura d'idee astratte.

Ma dirimpetto a quel mondo della ragione astratta viveva un mondo concreto e reale la cui base era la storia del vecchio e nuovo Testamento nella sua esposizione letterale e allegorica e che nelle allegorie nei misteri nei cantici nelle laude nelle visioni nelle leggende avea avuta già tutta una letteratura. Era la letteratura degli uomini semplici poveri di spirito. A costoro la via a salute era la contemplazione non di esseri allegorici figurativi della scienza ma reali; Dio la Vergine Cristo gli angioli i santi l'inferno il purgatorio il paradiso; ciò che essi chiamavano l'altra vita non figura di questa anzi la sola che essi chiamavano realtà e verità. Il contemplante o il veggente era il santo il profeta l'apostolo banditore della parola di Dio; Dante l'amico della filosofia contemplando il regno divino se ne fa non solo il filosofo ma il profeta e l'apostolo rivelandolo e predicandolo agli uomini; diviene il missionario dell'altro mondo ed è san Pietro che gli apre la bocca e lo investe della sacra missione:

e non asconder quel ch'io non ascondo.

Ora questo mondo cristiano di cui si faceva il profeta era per lui una cosa così seria come per tutt'i credenti seria nel suo spirito e nella sua lettera. Ne parla col linguaggio della scienza lo intravvede attraverso la scienza ma la scienza non lo dissolveva anzi lo illustrava e lo confermava. Supporre che esso fosse una figura una forma trovata per adombrarvi i suoi concetti scientifici è un anacronismo è un correre sino a Goethe. La scienza penetra in questo mondo come ragionamento o come allegoria e spiega la sua costruzione e il suo pensiero a quel modo che il filosofo spiega la natura. E come la natura così l'altro mondo è per Dante più che figura è vivace e seria realtà che ha in se stessa il suo valore e il suo significato.

Nè quel mondo cristiano rimane nella sua generalità religiosa com'è nei cantici nelle prediche e ne' misteri e leggende. Dalla vita contemplativa cala nella vita attiva e si concreta nella vita reale. Essendo la perfezione religiosa nel dispregio de' beni terreni i credenti da Francesco d'Assisi a Caterina non poteano vedere con animo quieto i costumi licenziosi de' chierici e de' frati la corruzione della città santa dove Cristo si mercava ogni giorno il papa divenuto sovrano temporale e dominato da fini e interessi terreni in tresca adultera co' re. Su questo punto i santi sono così severi come Dante; più avean fede e maggiore era l'indignazione. Venendo più al particolare abbiam visto Bonifazio legarsi con Filippo il Bello contro l'imperatore ciò che Dante chiama un adulterio inviare Carlo di Valois a Firenze cacciarne i Bianchi instaurarvi i guelfi. Il guelfismo era allora la Chiesa fatta meretrice del re di Francia che la trasse poco poi in Avignone divenuta pietra di scandalo e aizzatrice di tutte le discordie civili. Come potere e interesse temporale era essa non solo radice e causa della corruzione del secolo ma impedimento alla costituzione stabile delle nazioni e massime d'Italia in quella unità civile o imperiale che rendea immagine dell'unità del regno di Dio. A questo mondo guasto contrapponevano la purezza de' tempi evangelici e primitivi e il vivere riposato e modesto delle città prima che vi entrasse la corruzione e la licenza de' costumi di cui la Chiesa dava il mal esempio.

Come si vede il mondo politico entrava per questa via nel mondo cristiano e ne facea parte sostanziale. La politica non era ancora una scienza con fini e mezzi suoi: era un'appendice dell'etica e della rettorica. E come vita reale il suo modello era il mondo cristiano di cui si ricordava un'immagine pura in tempi più antichi una specie di età dell oro della vita cristiana.

Questo mondo cristiano-politico non era già per Dante una contemplazione astratta e filosofica. Mescolato nella vita attiva egli era giudice e parte. Offeso da Bonifazio sbandito da Firenze errante per il mondo tra speranze e timori fra gli affetti più contrari odio e amore vendetta e tenerezza indignazione e ammirazione con l'occhio sempre volto alla patria che non dovea più vedere in quella catastrofe italiana c'era la sua catastrofe le sue opinioni contraddette la sua vita infranta nel fiore dell'età e offesi i suoi sentimenti di uomo e di cittadino. Le sue meditazioni le sue fantasie mandano sangue. Non è Omero contemplante sereno e impersonale; è lui in tutta la sua personalità vero microcosmo centro vivente di tutto quel mondo di cui era insieme l'apostolo e la vittima.

Se dunque come filosofo e letterato involto nelle forme e ne' concetti dell'età volea costruire un mondo etico o scientifico in forma allegorica come entra in quel mondo non vi trova più la figura. Simile a quel pittore che s'inginocchia innanzi al suo san Girolamo trasformatasi nell'immaginazione la figura nella persona del santo egli cerca la figura e trova una realtà piena di vita trova se stesso.

Oltre a ciò Dante era poeta. Invano afferma che “poeta” vuol dire “profeta” banditore del vero. Sublime ignorante non sapea dov'era la sua grandezza. Era poeta e si ribella all'allegoria. La favola ciò ch'egli chiama “bella menzogna” lo scalda lo soverchia e vi si lascia ir dietro come innamorato nè sa creare a metà arrestarsi a mezza via. Nel caldo dell'ispirazione non gli è possibile starsi col secondo senso innanzi e formar figure mozze che vi rispondano appuntino particolare con particolare accessorio con accessorio come riesce a' mediocri. La realtà straripa oltrepassa l'allegoria diviene se stessa; il figurato scompare in tanta pienezza di vita fra tanti particolari. Indi la disperazione de' comentatori: egli fece il suo mondo e lo abbandonò alle dispute degli uomini.

Per metter d'accordo la sua poetica con la sua poesia Dante sostiene nel Convito che il senso letterale dee essere indipendente dall'allegorico di modo che sia intelligibile per se stesso. Con questa scappatoia si è salvato dalle strette dell'allegoria ed ha conquistato la sua libertà d'ispirazione la libertà e indipendenza delle sue creature. Sia pure l'altro mondo figura della scienza; ma è prima e innanzi tutto l'altro mondo e Virgilio è Virgilio e Beatrice è Beatrice e Dante è Dante e se di alcuna cosa ci dogliamo è quando il secondo senso vi si ficca dentro e sconcia l'immagine e guasta l'illusione.

Sicchè nella Commedia come in tutt'i lavori d'arte si ha a distinguere il mondo intenzionale e il mondo effettivo ciò che il poeta ha voluto e ciò che ha fatto. L'uomo non fa quello che vuole ma quello che può. Il poeta si mette all'opera con la poetica le forme le idee e le preoccupazioni del tempo; e meno è artista più il suo mondo intenzionale è reso con esattezza. Vedete Brunetto e Frezzi. Ivi tutto è chiaro logico e concorde: la realtà è una mera figura. Ma se il poeta è artista scoppia la contraddizione vien fuori non il mondo della sua intenzione ma il mondo dell'arte.

Come l'argomento siasi affacciato a Dante non è chiaro. Le memorie secrete del genio non sono scritte ancora e mal si può indovinare da quello che è espresso quello che è preceduto nello spirito d'un autore. È difficile far la geologia di un lavoro d'arte trovare nel definitivo le tracce del provvisorio. È probabile che la Commedia sia stata vagamente concepita fin dalla giovinezza ad imitazione di quelle “commedie dell'anima” di quelle visioni dell'altra vita così in voga; e che dapprima il poeta pensasse solo alla glorificazione di Beatrice e alla rappresentazione pura e semplice dell'altro mondo; e forse de' frammenti e anche de' canti furono scritti prima che un disegno ben chiaro e concorde gli entrasse in mente. Questo è il tempo oscuro alla critica e altamente drammatico il tempo de' tentennamenti del silenzioso contendere con se stesso degli abbozzi del va e vieni storia intima del poeta. Il quale quando gli si mostra l'argomento vede per prima cosa dissolversi quella parte di realtà che vi risponde fluttuante come in una massa di vapori guardata da alto dove gli alberi i campanili i palazzi tutte le figure si decompongono e si offrono a frammenti. Chi non ha la forza di uccidere la realtà non ha la forza di crearla. Ma sono frammenti già penetrati di virtù attrattiva amorosi che si cercano si congregano con desiderio con oscuro presentimento della nuova vita a cui sono destinati. La creazione comincia veramente quando quel mondo tumultuario e frammentario trovi un centro intorno a cui stringersi. Allora esce dall'illimitato che lo rende fluttuante e prende una forma stabile; allora nasce e vive cioè si sviluppa gradatamente secondo la sua essenza. Ora il mondo dantesco trovò la sua base nella idea morale.

La idea morale non è concetto arbitrario ed estrinseco all'argomento è insito nell'altro mondo è il suo concetto; perchè senza di quella l'altro mondo non ha ragion d'essere. La base dunque è vera è nell'argomento; e se difetto c'è il difetto è nella natura dell'argomento. Ma Dante meditandovi sopra e non come poeta ma come filosofo valicò l'argomento. Non è contento che la ci sia ma la mostra e la spiega. E non si contenta neppure di questo. Quella idea diviene la filosofia tutto un sistema di concetti ben coordinato e non è più la base il senso interiore dell'altro mondo a quel modo che lo spirito è nella natura ma è essa il contenuto essa l'argomento essa lo scopo. Così quella vivace realtà si va ad evaporare in una generalità filosofica e il lavoro diviene un insegnamento morale-politico sotto il velo dell'altro mondo. Il poeta spontaneo e popolare si volta nel poeta dotto e solenne. Descrivere l'altro mondo così alla semplice e nel suo senso immediato gli pare un frivolo passatempo la maniera de' narratori volgari. La lettera ci è ma è per i profani per gli uomini semplici che non vedono di là dell'apparenza. Ma egli scrive per gl'iniziati per gl'intelletti sani e loro raccomanda di non fermarsi alla corteccia di guardare di là! E tutti si son messi a guardare di là.

Così sono nati due mondi danteschi uno letterale e apparente l'altro occulto la figura e il figurato. E poichè l'interesse è in questo senso occulto in questo di là i dotti si son messi a cercarlo. L'hanno cercato e non l'hanno trovato e dopo tante dispute e vane congetture esce infine il buon senso esce Voltaire e dice: “Gl'italiani lo chiamano divino ma è una divinità occulta; pochi intendono i suoi oracoli; la sua fama si manterrà sempre perchè nessuno lo legge”. E Voltaire vuol dire: - Abbiamo sudato parecchi secoli per capirti; e poichè non ti vuoi far capire statti con Dio -. E vuol dire ancora: - Ne val poi la pena? È una falsa divinità quella che rimane nascosta -. Pure nè il veto del Voltaire valse ad arrestare le ricerche nè il suo disprezzo ad intiepidire l'ammirazione. Con nuovo ardore italiani e stranieri si misero a interpretare questo Giano a due facce o piuttosto a due mondi l'uno visibile e l'altro invisibile; ciascuno si provò ad alzare un lembo del velo di cui si è ravvolto il dio. Ma nè acutezza d'ingegno nè copia di dottrina nè profonda conoscenza di quei tempi nè studio paziente delle altre sue opere hanno potuto trarci fuori delle ipotesi e delle congetture. Gli antichi interpreti dissentivano ne' particolari; il dissenso de' moderni è più profondo: hai interi sistemi che si confutano a vicenda. Oggi ancora non si pubblica un Dante in Germania che non ci si appicchino nuove spiegazioni; non puoi leggere una critica della Commedia che non ti trovi ingolfato in un pelago di quistioni. Dante è divenuto un nome che spaventa irto di sillogismi e soprasensi e spesso sei ridotto a domandarti: - Qual è il vero Dante? - Poichè ciascun comentatore ha il suo ciascuno gli appicca le opinioni e passioni sue e lo fa cantare a suo modo e chi ne fa un apostolo di libertà di umanità di nazionalità chi un precursore di Lutero chi un santo Padre. Cercano Dante dove non è cercano i suoi pregi dove sono i suoi difetti e qual maraviglia che il Lamartine alla sua volta cercandolo colà e non vel trovando si sia affrettato a conchiudere: “Dunque Dante non esiste”? Io ne conchiudo: - Poichè non è là cerchiamolo altrove. - La grandezza del dio non è nel santuario ma là dove si mostra con tanta pompa al di fuori. A forza di cercar maraviglie in un mondo ipotetico non vediamo quelle che ci si affacciano innanzi. Parlando a coro della dignità della Commedia e de' veri e del senso arcano si è data una importanza fattizia a questo mondo intellettuale-allegorico se non fosse per altro per la fatica che ci si è spesa. Se Dante tornasse in vita sentendo a dire che Beatrice è l'eresia o la sua anima che le arpie sono i monaci domenicani che Lucifero è il papa che il suo vocabolario è un gergo settario e vedendo quanti sensi occulti gli sono affibbiati potrebbe a più d'uno tirargli le orecchie e dire: - Cotesto “arri” non ci misi io -. Ma gli si potrebbe rispondere: - Vostra colpa: perchè non siete stato più chiaro? Ci avete promessa un'allegoria: perchè non ci avete data un'allegoria? La vostra figura non risponde appuntino al figurato: perchè l'avete fatta sì bella? Perchè le avete data tanta realtà? In tanta ricchezza di particolari dove o come trovare l'allegoria? E qual maraviglia che la stessa figura significhi una per me e una per voi? Qual maraviglia che nella stessa figura si trovi di che provare la verità di tre o quattro interpretazioni? E ci fosse solo un senso! Ma ci fate sapere che oltre all'allegorico ci è il senso morale e l'anagogico: dove trovare il bandolo? I vostri ascetici gridano che il corpo è un velo dello spirito: ma il peccatore fa di cappello allo spirito e adora la carne. E anche voi gridate che i versi sono un velo della dottrina; e come il peccatore piantate lì il figurato e correte appresso alla figura e la fate così impolpata così corpulenta che è un velo denso e fitto di là dal quale non si vede nulla e perciò si vede tutto quello che intendete voi e quello che intendiamo noi. Se dunque la vostra allegoria è come l'ombra di Banco messa tra voi e noi che ci toglie la vostra vista se il vostro poema è divenuto un immenso geroglifico un mondo ignoto alla cui scoperta si son messi infruttuosamente molti Colombi; di chi è la colpa? Non è forse della vostra poca logica che altro intendete e altro fate? - Rimproveri che sono un elogio.

Così è. Dante è stato illogico; ha fatto altra cosa che non intendeva. Ciascuno è quello che è anche a suo dispetto anche volendo essere un altro. Dante è poeta e avviluppato in combinazioni astratte trova mille aperture per farvi penetrare l'aria e la luce. Tratto ad una falsa concezione dal vezzo de' tempi valica l'argomento e si trova in un mondo di puri concetti e fa di questi la sua intenzione e si tira appresso tutta la realtà e ne vuol fare la figura de' suoi concetti. Ma come attinge il reale ivi sente se stesso ivi genera ivi l'ingegno trova la sua materia; quelle figure prendono corpo acquistano una vita propria; e le diresti creature libere e indipendenti se quella benedetta intenzione non vi fosse rimasa attaccata come una palla di piombo impacciando a volta a volta i loro movimenti. Così quel mondo intenzionale tanto caro al poeta si è ito come nebbia dissipando innanzi alla luce del mondo reale solo rimasto vivo. Tutto l'altro è l'astratto di quel mondo è il lavoro oltrepassato: non è la Commedia è il suo di là la sua nebbia che pur penetra qua e là e lascia delle grandi ombre che gl'interpreti dilatano e trasformano in una sola e vasta ombra. A quel modo che i geologi scoprono i vestigi di forme imperfette che attestano la lenta e progressiva formazione della materia qui si discernono i frammenti di un mondo prosaico intellettuale allegorico scissi isolati sterili più o meno tollerabili secondo la maggiore o minore abilità dell'esposizione inviluppati in una forma più alta alla quale il genio sospinge il poeta attraverso gli errori della sua poetica. I quali frammenti sono i fossili della Commedia morti già da gran tempo vivi solo agli eruditi i geologi della letteratura; e se la loro morte non ha potuto seco involgere il rimanente gli è che il vero lavoro è in questo rimanente dotato di una vita così fresca e tenace che distende un po' di sua luce anche sulle parti morte. Quel contenuto astratto vive in grazia del mondo in cui si trova entrato: spiccatenelo isolatelo e non se ne parlerebbe più.

Che cosa è dunque la Commedia? È il medio evo realizzato come arte malgrado l'autore e malgrado i contemporanei. E guardate che gran cosa è questa! Il medio evo non era un mondo artistico anzi era il contrario dell'arte. La religione era misticismo la filosofia scolasticismo. L'una scomunicava l'arte abbruciava le immagini avvezzava gli spiriti a staccarsi dal reale. L'altra viveva di astrazioni e di formole e di citazioni drizzando l'intelletto a sottilizzare intorno a' nomi e alle vacue generalità che si chiamavano “essenze”. Gli spiriti erano tirati verso il generale più disposti a idealizzare che a realizzare: ciò che è proprio il contrario dell'arte. Ne' poeti semplici trovi il reale rozzo senza formazione come ne' misteri nelle visioni nelle leggende. Ne' poeti solenni trovi una forma o crudamente didascalica o figurativa e allegorica. L'arte non era nata ancora. C'era la figura; non c'era la realtà nella sua libertà e personalità.

Dante raccoglie da' misteri la Commedia dell'anima e fa di questa storia il centro di una sua visione dell'altro mondo. Tutta questa rappresentazione non è che senso letterale; la visione è allegorica i personaggi sono figure e non persone; ma ciò che è attivo nel suo spirito lo porta verso la figura e non verso il figurato. La sua natura poetica tirata per forza nelle astrattezze teologiche e scolastiche ricalcitra e popola il suo cervello di fantasmi e lo costringe a concretare a materializzare a formare anche ciò che è più spirituale e impalpabile anche Dio. Quel mondo letterale lo ammalia lo perseguita lo assedia e non posa che non abbia ricevuta la sua forma definitiva; e non è più lettera ma è spirito non è più figura ma è realtà è un mondo in sè compiuto e intelligibile perfettamente realizzato. Visione e allegoria trattato e leggenda cronache storie laude inni misticismo e scolasticismo tutte le forme in questo gran mistero dell'anima o dell'umanità poema universale dove si riflettono tutt'i popoli e tutti i secoli che si chiamano il “medio evo”.

Ma questo mondo artistico uscito da una contraddizione tra l'intenzione del poeta e la sua opera non è compiutamente armonico non è schietta poesia. La falsa coscienza poetica disturba l'opera di quella geniale spontaneità e vi gitta dentro un tentennare un non so che di mal sicuro e di non compiuto una mescolanza e crudezza di colori. Il pensiero ora nella sua crudità scolastica ora abbellito d'immagini che pur non bastano a vincere la sua astrattezza vi ha troppo gran parte. Le sue figure allegoriche ricordano talora più i mostri orientali che la schietta bellezza greca personificazioni astratte anzi che persone conscie e libere. Preoccupato del secondo senso che ha in mente spesso gli escono particolari estranei alla figura che turbano e distraggono il lettore e gli rompono l'illusione. La presenza perenne di un altro senso che aleggia al di sopra della rappresentazione ed introducevisi a quando a quando ne turba la chiarezza e l'armonia. Anche lo stile inviluppato alcuna volta in rapporti lontani e sottili perde la sua lucidità e riesce intralciato e torbido. Non è un tempio greco: è un tempio gotico pieno di grandi ombre dove contrari elementi pugnano non bene armonizzati. Or rozzo or delicato. Ora poeta solenne or popolare. Ora perde di vista il vero e si abbandona a sottigliezze ora lo intuisce rapidamente e lo esprime con semplicità. Ora rozzo cronista ora pittore finito. Ora si perde nelle astrattezze ora di mezzo a quelle fa germogliare la vita. Qui cade in puerilità là spicca il volo a sopraumane altezze. Mentre tien dietro a un sillogismo brilla la luce dell'immagine. E mentre teologizza scoppia la fiamma del sentimento. Talora ti trovi innanzi ad una fredda allegoria quando tutto ad un tratto vi senti dentro tremare la carne. Talora la sua credulità ti fa sorridere talora la sua audacia ti fa stupire. Fu un piccolo mondo dove si rifletteva tutta l'esistenza com'era allora. I contrari elementi che fermentavano in una società ancora nello stato di formazione contendevano in lui. E senza che ne avesse coscienza. Se guardi alle sue aspirazioni tutto è armonia. Filosofo pensa il regno della scienza e della virtù. Cristiano contempla il regno di Dio. Patriota sospira al regno della giustizia e della pace. Poeta vagheggia una forma tutta luce e proporzione e armonia lo bello stile: il suo autore è Virgilio. Maggiore era la barbarie e la rozzezza e più si vagheggiava un mondo armonico e concorde. Ma il poeta è inviluppato egli medesimo in quella rozza realtà e in quelle forme discordi; e ne sente la puntura e gli manca la serenità dell'artista. E gli esce dalla fantasia un mondo dell'arte in gran parte realizzato ma dove pur trovi gli angoli e le scabrosità di una materia non perfettamente doma.

Entriamo in questo mondo e guardiamolo in se stesso e interroghiamolo. Perchè un argomento non è tabula rasa dove si può scrivere a genio ma è marmo già incavato e lineato che ha in sè il suo concetto e le leggi del suo sviluppo. La più grande qualità del genio è d'intendere il suo argomento e diventare esso risecando da sè tutto ciò che non è quello. Bisogna innamorarsene vivere ivi dentro essere la sua anima o la sua coscienza E parimente il critico in luogo di porsi innanzi regole astratte; e giudicare con lo stesso criterio la Commedia e l'Iliade e la Gerusalemme e il Furioso dee studiare il mondo formato dal poeta interrogarlo indagare la sua natura che contiene in sè virtualmente la sua poetica cioè le leggi organiche della sua formazione il suo concetto la sua forma la sua genesi il suo stile. Che cosa è l'altro mondo?

È il problema dell'umana destinazione sciolto è il mistero dell'anima spiegato è la fine della storia umana il mondo perfetto l'eterno presente l'immutabile necessità. Nella natura non ci è più accidente nell'uomo non ci è più libertà. La natura è predeterminata e fissata secondo una logica preconcetta secondo l'idea morale. Reale e ideale diventano identici apparenza e sostanza è tutt'uno. L'uomo non ha più libero arbitrio: è lì fissato e immobilizzato come natura. Ogni azione è cessata; ogni vincolo che lega gli uomini in terra è sciolto: patria famiglia ricchezze dignità costumi. Non c'è più successione nè sviluppo non principio e non fine: manca il racconto e manca il dramma. L'individuo scompare nel genere. Il carattere la personalità non ha modo di manifestarsi. Eterno dolore eterna gioia senza eco senza varietà senza contrasto nè gradazione. Non ci è epopea perchè manca l'azione; non ci è dramma perchè manca la libertà; la lirica è l'immutabile e monotona espressione di una sola aria; rimane l'esistenza nella sua immobile estrinsechezza descrizione della natura e dell'uomo.

Che cosa è dunque l'altro mondo per rispetto all'arte? È visione contemplazione descrizione una storia naturale.

Ma in questa visione penetra la leggenda o il mistero perchè ivi dentro è rappresentata la commedia o redenzione dell'anima nel suo pellegrinaggio dall'umano al divino “di Fiorenza in popol giusto e sano”. Ci hai dunque l'apparenza di un dramma che si svolge nell'altro mondo i cui attori sono Dante Virgilio Catone Stazio il demonio Matilde Beatrice san Pietro san Bernardo la Vergine Dio dramma allegorico come allegorica è la Commedia dell'anima. Dico apparenza di un dramma perchè la santificazione nasce non dall'operare ma dal contemplare e Dante contempla non opera e gli altri mostrano insegnano. Il dramma dunque svanisce nella contemplazione.

Questo mondo così concepito era il mondo de' misteri e delle leggende divenuto mondo teologico-scolastico in mano a' dotti. Dante lo ha realizzato gli ha dato l'esistenza dell'arte ha creato quella natura e quell'uomo. E se il suo mondo non è perfettamente artistico il difetto non è in lui ma in quel mondo dove l'uomo è natura e la natura è scienza e da cui è sbandito l'accidente e la libertà i due grandi fattori della vita reale e dell'arte.

Se Dante fosse frate o filosofo lontano dalla vita reale vi si sarebbe chiuso entro e non sarebbe uscito da quelle forme e da quell'allegoria. Ma Dante entrando nel regno de' morti vi porta seco tutte le passioni de' vivi si trae appresso tutta la terra. Dimentica di essere un simbolo o una figura allegorica ed è Dante la più potente individualità di quel tempo nella quale è compendiata tutta l'esistenza com'era allora con le sue astrattezze con le sue estasi con le sue passioni impetuose con la sua civiltà e la sua barbarie. Alla vista e alle parole di un uomo vivo le anime rinascono per un istante risentono l'antica vita ritornano uomini; nell'eterno ricomparisce il tempo; in seno dell'avvenire vive e si muove l'Italia anzi l'Europa di quel secolo. Così la poesia abbraccia tutta la vita cielo e terra tempo ed eternità umano e divino; ed il poema soprannaturale diviene umano e terreno con la propria impronta dell'uomo e del tempo. Riapparisce la natura terrestre come opposizione o paragone o rimembranza. Riapparisce l'accidente e il tempo la storia e la società nella sua vita esterna ed interiore; spunta la tradizione virgiliana con Roma capitale del mondo e la monarchia prestabilita ed entro a questa magnifica cornice hai come quadro la storia del tempo Bonifazio ottavo Roberto Filippo il Bello Carlo di Valois i Cerchi e i Donati la nuova e l'antica Firenze la storia d'Italia e la sua storia le sue ire i suoi odii le sue vendette i suoi amori le sue predilezioni.

Così la vita s'integra l'altro mondo esce dalla sua astrazione dottrinale e mistica cielo e terra si mescolano sintesi vivente di questa immensa comprensione Dante spettatore attore e giudice. La vita guardata dall'altro mondo acquista nuove attitudini sensazioni e impressioni. L'altro mondo guardato dalla terra veste le sue passioni e i suoi interessi. E n'è uscita una concezione originalissima una natura nuova e un uomo nuovo. Sono due mondi onnipresenti in reciprocanza d'azione che si succedono si avvicendano s'incrociano si compenetrano si spiegano e s'illuminano a vicenda in perpetuo ritorno l'uno nell'altro. La loro unità non è in un protagonista nè in un'azione nè in un fine astratto ed estraneo alla materia ma è nella stessa materia; unità interiore e impersonale vivente indivisibile unità organica i cui momenti si succedono nello spirito del poeta non come meccanico aggregato di parti separabili ma penetranti gli uni negli altri e immedesimantisi com'è la vita. Questa energica e armoniosa unità è nella natura stessa de' due mondi materialmente distinti ma una cosa nell'unità della coscienza. Cielo e terra sono termini correlativi l'uno non è senza l'altro; il puro reale ed il puro ideale sono due astrazioni; ogni reale porta seco il suo ideale; ogni uomo porta seco il suo inferno e il suo paradiso; ogni uomo chiude nel suo petto tutti gli dei d'Olimpo: lo scettico può abolire l'inferno non può abolir la coscienza. Appunto perchè i due mondi sono la vita stessa nelle sue due facce in seno a questa unità si sviluppa il più vivace dualismo anzi antagonismo: l'altro mondo rende i corpi ombre ombre gli affetti e le grandezze e le pompe ma in quelle ombre freme ancora la carne trema il desiderio suonano d'imprecazioni terrene fino le tranquille vòlte del cielo. Gli uomini con esso le loro passioni e vizi e virtù rimangono eterni come statue in quell'attitudine in quella espressione di odio di sdegno di amore che sono stati colti dall'artista; ma mentre l'altro mondo eterna la terra trasportandola nel suo seno e ponendole dirimpetto l'immagine dell'infinito ne scopre il vano e il nulla: gli uomini sono gli stessi in un diverso teatro che è la loro ironia. Questa unità e dualità uscente dall'imo stesso della situazione balena al di fuori nelle più varie forme ora in un'apostrofe ora in un discorso ora in un gesto ora in un'azione ora nella natura ora nell'uomo. In questa unità penetra la più grande varietà nè è facile trovare un lavoro artistico in cui il limite sia così preciso e così largo. Niente è nell'argomento che costringa il poeta a preferire il tal personaggio il tal tempo la tale azione: tutta la storia tutti gli aspetti sotto a' quali si è mostrata l'umanità sono a sua scelta; e può abbandonarsi a suo talento alle sue ire e alle sue opinioni e può intramettere nello scopo generale fini particolari senza che ne scapiti l'unità. Il che dà al suo universo compiuta realità poetica veggendosi nella permanente unità tutto ciò che sorge e dalla libertà dell'umana persona e dall'accidente e moversi con vario gioco tutt'i contrasti e il necessario congiunto col libero arbitrio e il fato col caso.

Adunque che poesia è codesta? Ci è materia epica e non è epopea; ci è una situazione lirica e non è lirica; ci è un ordito drammatico e non è dramma. È una di quelle costruzioni gigantesche e primitive vere enciclopedie bibbie nazionali non questo o quel genere ma il tutto che contiene nel suo grembo ancora involute tutta la materia e tutte le forme poetiche il germe di ogni sviluppo ulteriore. Perciò nessun genere di poesia vi è distinto ed esplicato: l'uno entra nell'altro l'uno si compie nell'altro. Come i due mondi sono in modo immedesimati che non puoi dire: - Qui è l'uno e qui è l'altro -; così i diversi generi sono fusi di maniera che nessuno può segnare i confini che li dividono nè dire: - Questo è assolutamente epico e questo è drammatico. -

È il contenuto universale di cui tutte le poesie non sono che frammenti il “poema sacro” l'eterna geometria e l'eterna logica della creazione incarnata ne' tre mondi cristiani: la città di Dio dove si riflette la città dell'uomo in tutta la sua realtà del tal luogo e del tal tempo; la sfera immobile del mondo teologico entro di cui si movono tempestosamente tutte le passioni umane.

L'idea che anima la vasta mole e genera la sua vita e il suo sviluppo è il concetto di salvazione la via che conduce l'anima dal male al bene dall'errore al vero dall'anarchia alla legge dal molteplice all'uno. È il concetto cristiano e moderno dell'unità di Dio sostituita alla pluralità pagana. Questo concetto se fosse solo un di fuori spiegato nella sua astrattezza dottrinale come pensiero o rappresentato in forma allegorica come figurato non basterebbe a generare un'opera d'arte. Ma qui è non solo il di fuori ma il di dentro non solo il significato e la scienza di quel mondo opera di filosofo e di critico ma principio attivo com'è nell'uomo e nella natura che costruisce e forma quel mondo e gli dà una storia e uno sviluppo. Questo principio attivo se nella sua astrattezza si può chiamare il vero o il bene o la virtù o la legge come realtà viva e operosa è lo spirito che ha per suo contrario la materia o la carne dove sta come in una prigione o in un “vasello” da cui si sforza di uscire. La vita è perciò un antagonismo una battaglia tra lo spirito e la carne tra Dio e il demonio. E la sua storia è la progressiva vittoria dello spirito la costui consapevolezza e libertà sotto le forme in cui vive il suo successivo assottigliarsi e scorporarsi e idealizzarsi sino a Dio assoluto spirito la Verità la Bontà l'Unità l'ultimo Ideale. Il concetto dantesco lo spirito che alita per entro al suo mondo è dunque la progressiva dissoluzione delle forme un costante salire di carne a spirito l'emancipazione della materia e del senso mediante l'espiazione e il dolore la collisione tra il satanico e il divino l'inferno e il paradiso posta e sciolta. Omero trasporta gli dèi in terra e li materializza; Dante trasporta gli uomini nell'altro mondo e li spiritualizza. La materia vi è parvenza; lo spirito solo è; gli uomini sono ombre; i fatti umani si riproducono come fantasmi innanzi alla memoria; la terra stessa è una rimembranza che ti fluttua avanti come una visione; il reale il presente è l'infinito spirito; tutto l'altro è “vanità che par persona”. Questo assottigliamento è progressivo: il velo si fa sempre più trasparente. L'Inferno è la sede della materia il dominio della carne e del peccato; il terreno vi è non solo in rimembranza ma in presenza; la pena non modifica i caratteri e le passioni; il peccato il terrestre si continua nell'altro mondo e s'immobilizza in quelle anime incapaci di pentimento: peccato eterno pena eterna. Nel Purgatorio cessano le tenebre e ricomparisce il sole la luce dell'intelletto lo spirito; il terreno è rimembranza penosa che il penitente si studia di cacciar via e lo spirito sciogliendosi dal corporeo si avvia al compiuto possesso di sè alla salvazione. Nel Paradiso l'umana persona scomparisce e tutte le forme si sciolgono ed alzano nella luce; più si va su e più questa gloriosa trasfigurazione s'idealizza insino a che al cospetto di Dio dell'assoluto spirito la forma vanisce e non rimane che il sentimento:

Questo concetto comprende tutto lo scibile e tutta la storia; non solo costruisce e sviluppa il mondo dantesco ma lo incontrate sempre vivo nel cammino intellettuale e storico della vita sotto tutte le forme in tutte le quistioni che si affacciano al poeta in religione in filosofia in politica in morale e così si concreta e compie in tutti gl'indirizzi della vita. In religione è il cammino dalla lettera allo spirito dal simbolo all'idea dal vecchio al nuovo Testamento; nella scienza dall'ignoranza e dall'errore alla ragione e dalla ragione alla rivelazione; in morale dal male al bene dall'odio all'amore mediante l'espiazione; in politica dall'anarchia all'unità. Sottoposto alle condizioni di spazio e di tempo diventa storia: il tale uomo il tale popolo il tale secolo. In religione vi sta innanzi la Chiesa romana il papato che il poeta vuole emancipare dalle cure e passioni terrene e ricondurre al suo fine spirituale; in filosofia avete la scienza volgare e la scienza della verità in paradiso; in morale vi stanno innanzi le passioni le discordie le colpe e i vizi della barbara età dalle quali vi sentite a poco a poco allontanare nel vostro cammino verso il sommo bene; in politica è l'Italia anarchica e sanguinosa che il poeta aspira a comporre a pace e concordia nell'unità dell'impero. Così un solo concetto penetra il tutto come forma come pensiero e come storia. Mai più vasta e concorde comprensione non era uscita da mente di uomo. Alcuni ci vedono dentro l'altro mondo e il resto è una intrusione e quasi una profanazione; Edgardo Quinet rimane choqué veggendo come le passioni del poeta lo inseguono fino in paradiso; altri ci veggono un mondo politico di cui quello sia la rappresentazione sotto figura. Chiamano questo poema o “religioso” o “politico” o “didascalico” o “morale” lo riducono a querele di cattolici e protestanti a dispute di guelfi e ghibellini. Guardano non dall'alto del monte dalla pianura e prendono per il tutto quello che incontrano nella diritta linea del loro cammino. Ciascuno si fabbrica un piccolo mondo e dice: - Questo è il mondo di Dante. - E il mondo di Dante contiene tutti quei mondi in sè. È il mondo universale del medio evo realizzato dall'arte.

Questa immensa materia si forma e si sviluppa secondo il concetto in tre mondi de' quali l'inferno e il paradiso sono le due forze in antagonismo carne e spirito odio e amore e il purgatorio è il termine medio o di passaggio: tre mondi de' quali la letteratura non offriva che povere e rozze indicazioni e che escono dalla fantasia dantesca vivi e compiuti.

L'inferno è il regno del male la morte dell'anima e il dominio della carne il caos: esteticamente è il brutto.

Dicesi che il brutto non sia materia d'arte e che l'arte sia rappresentazione del bello. Ma è arte tutto ciò che vive e niente è nella natura che non possa esser nell'arte. Non è arte quello solo che ha forma difettiva o in sè contraddittoria cioè l'informe o il deforme o il difforme: e perciò non è arte il confuso l'incoerente il dissonante il manierato il concettoso l'allegorico l'astratto il generale il particolare: tutto questo non è vivo è abbozzo o aborto di artisti impotenti. L'altro bello o brutto che si chiami in natura esteticamente è sempre bello.

In natura il brutto è la materia abbandonata a' suoi istinti senza freno di ragione: e ne nasce una vita che ripugna alla coscienza morale e al senso estetico. Alla sua vista il poeta vede negata la sua coscienza negato se stesso e perciò lo concepisce come brutto e gli dice: - Tu sei brutto. - Più il suo senso morale ed estetico è sviluppato e più la sua impressione è gagliarda più lo vede vivo e vero innanzi alla immaginazione. Perciò non pensa a palliarlo e tanto meno ad abbellirlo anzi lo pone in evidenza e lo ritrae co' suoi propri colori.

Il brutto è elemento necessario così nella natura come nell'arte; perchè la vita è generata appunto da questa contraddizione tra il vero e il falso il bene e il male il bello e il brutto. Togliete la contraddizione e la vita si cristallizza. Verità così palpabile che le immaginazioni primitive posero della vita due princìpi attivi il bene e il male l'amore e l'odio Dio e il demonio; antagonismo che si sente in tutte le grandi concezioni poetiche. Perciò il brutto così nella natura come nell'arte ci sta con lo stesso dritto che il bello e spesso con maggiori effetti per la contraddizione che scoppia nell'anima del poeta. Il bello non è che se stesso; il brutto è se stesso e il suo contrario ha nel suo grembo la contraddizione perciò ha vita più ricca più feconda di situazioni drammatiche. Non è dunque maraviglia che il brutto riesca spesso nell'arte più interessante e più poetico. Mefistofele è più interessante di Fausto e l'inferno è più poetico del paradiso.

Dante concepisce l'inferno come la depravazione dell'anima abbandonata alle sue forze naturali passioni voglie istinti desidèri non governati dalla ragione o dall'intelletto; contraddizione ch'egli esprime con l'energia di uomo offeso nel suo senso morale:

L'anima è dannata in eterno per la sua eterna impenitenza; peccatrice in vita peccatrice ancor nell'inferno salvo che qui il peccato è non in fatto ma in desiderio. Onde nell'inferno la vita terrena è riprodotta tal quale essendo il peccato ancor vivo e la terra ancora presente al dannato. Il che dà all'inferno una vita piena e corpulenta la quale spiritualizzandosi negli altri due mondi diviene povera e monotona. Gli è come un andare dall'individuo alla specie e dalla specie al genere. Più ci avanziamo e più l'individuo si scarna e si generalizza. Questa è certo perfezione cristiana e morale ma non è perfezione artistica. L'arte come la natura è generatrice e le sue creature sono individui non specie o generi non tipi o esemplari; sono res non species rerum Perciò l'inferno ha una vita più ricca e piena ed è de' tre mondi il più popolare. Aggiungi che la vita terrena o infernale è colta dal poeta nel vivo stesso della realtà in mezzo a cui si trova essendo essa la rappresentazione epica della barbarie nella quale il rigoglio della passione e la sovrabbondanza della vita trabocca al di fuori. Dante stesso è un barbaro un eroico barbaro sdegnoso vendicativo appassionatissimo libera ed energica natura. Al contrario la vita negli altri due mondi non ha riscontro nella realtà ed è di pura fantasia cavata dall'astratto del dovere e del concetto e ispirata dagli ardori estatici della vita ascetica e contemplativa.

Essendo l'inferno il regno del male o della materia in se stessa e ribelle allo spirito la legge che regola la sua storia o il suo sviluppo è un successivo oscurarsi dello spirito insino alla sua estinzione alla materia assoluta.

Il suo punto di partenza è l'indifferente l'anima priva di personalità e di volontà il negligente. Il carattere qui è il non averne alcuno. In questo ventre del genere umano non è peccato nè virtù perchè non è forza operante: qui non è ancora inferno ma il preinferno il preludio di esso. Ma se moralmente considerati i negligenti tengono il più basso grado nella scala de' dannati e paiono a Dante “sciaurati” più che peccatori il concetto morale rimane estrinseco alla poesia e non serve che a classificare i dannati. Altri sono i criteri del poeta. La morale pone i negligenti sul limitare dell'inferno la poesia li pone più giù dell'ultimo scellerato che Dante stima più di questi mezzi uomini. E la poesia è d'accordo con la tempra energica del gran poeta e de' suoi contemporanei. A quegli uomini vestiti di ferro anima e corpo questi esseri passivi e insignificanti doveano ispirare il più alto dispregio. E il dispregio fa trovare a Dante frasi roventi. Sono uomini che vissero senza infamia e senza lode” anzi “non fur mai vivi”. La loro pena è di essere stimolati continuamente essi che non sentirono stimolo alcuno nel mondo. La pena è minima eppure tale è la loro fiacchezza morale sono così vinti nel “duolo” che lacrimano e gettano le alte strida che fanno tumultuare l'aria

come la rena quando il turbo spira.

 

A' loro piedi è la loro immagine il verme. Turba infinita senza nome: appena accenna ad un solo e senza nominarlo

 

colui che fece per viltate il gran rifiuto

 

Il loro supplizio è la coscienza della loro viltà il sentirsi dispregiati cacciati dal cielo e dall'inferno. Ritratto immortale e popolarissimo di cui alcuni tratti sono rimasti proverbiali. Esseri poetici appunto perchè assolutamente prosaici la negazione della poesia e della vita: onde nasce il sublime negativo degli ultimi tre versi:

 

Se i negligenti non sono nell'inferno perchè mancò loro la forza del bene e del male gl'innocenti e i virtuosi non battezzati non sono in paradiso perchè mancò loro la fede sono nel Limbo. E anche qui il concetto teologico ci sta per memoria per semplice classificazione. La poesia nasce da altre impressioni e da altri criteri. Il valore poetico dell'uomo non è nella sua moralità e nella sua fede ma nella sua energia vitale; non è una idea ma una forza il personaggio poetico. Perciò il negligente considerato esteticamente è un sublime negativo la negazione della forza il non esser vivo. E perciò qui nel Limbo la mancanza di fede è un semplice accessorio e l'interesse è tutto nel valore intrinseco dell'uomo come essere vivo come forza. Dio ha lo stesso criterio poetico e dà ad alcuni un luogo distinto non per la loro maggiore bontà ma per la fama che loro acquistò in terra la grandezza dell'ingegno e delle opere:

Concetto poco ascetico e poco ortodosso; ma Dio si fa poeta con Dante e gli fabbrica un Eliso pagano un pantheon di uomini illustri. E chi vuol trovare le impressioni di Dante quando alzava questo magnifico tempio della storia e della coltura antica e le impressioni che ne dovettero ricevere i contemporanei ricordi le sue impressioni quando giovinetto su' banchi della scuola gli si affacciavano le maraviglie di questo mondo greco-latino. Aristotile Omero Virgilio Cesare Bruto ciascuno di questi nomi quante memorie quante fantasie suscitava! Nudo è qui un elenco di nomi tra alcuni tratti caratteristici che segnano i protagonisti il “signore dell'altissimo canto” e il “maestro di color che sanno”. E colui che a quella vista si sente “esaltare” in se stesso e s'incorona poeta con le sue mani e si proclama il primo poeta de' tempi nuovi “sesto tra cotanto senno” è non il Dante dell'altro mondo ma Dante Alighieri. Ecco ciò che rende il Limbo così interessante come il mondo de' negligenti due concezioni originalissime uscite da un profondo sentimento della vita reale e rimaste freschissime ne' secoli. Molti tratti sono ancora oggi in bocca del popolo.

Come l'inferno è concepito e ordinato lo spiega nel canto undecimo il poeta stesso architetto e filosofo delle sue costruzioni. Quel regno del male è partito in tre mondi rispondenti alle tre grandi categorie del delitto: la incontinenza e violenza la malizia e la fredda premeditazione. Ciascuna di queste categorie si divide in generi e specie in cerchi e gironi. Il concetto etico di questa scala de' delitti è che dove è più ingiuria è più colpa e l'ingiuria non è tanto nel fatto quanto nell'intenzione. Perciò la malizia e la frode è più colpevole della incontinenza e violenza e la fredda premeditazione de' traditori è più colpevole della malizia. Indi la storica evoluzione dell'inferno dove da' meno colpevoli gl'incontinenti si passa alla città di Dite sede de' violenti e poi si scende in Malebolge e di là nel pozzo de' traditori. Questo è l'inferno scientifico o etico. Ma non è ancora l'inferno poetico.

La poesia dee voltare questo mondo intellettuale in natura vivente. L'ordine scientifico presenta una serie di concetti astratti il poetico una serie di figure di fatti e d'individui: il primo una serie di delitti il secondo una serie non solo d'individui colpevoli ma di tali e tali individui. Dividere in categorie significa considerare in un gruppo d'individui non quello che ciascuno ha di proprio ma quello che ha di comune col gruppo a cui appartiene. Così una classificazione è possibile una esatta riduzione a generi e specie. Ma la poesia ritorna l'individuo nella sua libera personalità e lo considera non come essere morale ma come forza viva e operante. E più in lui è vita più è poesia. Perciò se l'inferno come mondo etico è il successivo incattivirsi dello spirito sì che alla violenza comune all'uomo e all'animale succede la malizia “male proprio dell'uomo” e alla malizia la fredda premeditazione questo concetto poeticamente rimane ozioso e non serve che alla sola classificazione. Come natura vivente o come forma l'inferno è la morte progressiva della natura la vita e il moto che manca a poco a poco sino alla compiuta immobilità alla materia come materia dove insieme con la vita muore la poesia. Indi la storia dell'inferno.

Dapprima la situazione è tragica: il motivo è la passione dove la vita si manifesta in tutta la sua violenza; perchè la passione raccoglie tutte le forze interiori distratte e sparpagliate nell'uso quotidiano della vita intorno a un punto solo di modo che lo spirito acquista la coscienza della sua libertà infinita. Preso per se stesso lo spirito ed isolato dal fatto la sua forza è infinita e non può esser vinta neppure da Dio non potendo Dio fare ch'esso non creda non senta e non voglia quello che crede sente e vuole. Non vi è donnicciuola così vile che non si senta forza infinita quando è stretta dalla passione. - Io ti amo e ti amerò sempre e se dopo morte si ama ed io ti amerò e piuttosto con te in inferno che senza te in paradiso. - Queste sono le eloquenti bestemmie che traboccano da un cuore appassionato e che rendono eroiche la timida Giulietta e la gentile Francesca.

Ma quando la passione vuole realizzarsi s'intoppa in un altro infinito nell'ordine generale delle cose di cui si sente parte e innanzi a cui è un fragile individuo. E n'esce la tragica collisione tra la passione e il fato l'uomo e Dio il peccato. Nella vita nè la passione nè il fato sono nella loro purezza: la passione ha le sue fiacchezze e oscillazioni; il fato talora è il caso o l'espressione collettiva di tutti gli ostacoli naturali e umani in cui intoppa il protagonista. Ma nell'inferno l'anima è isolata dal fatto ed è pura passione e puro carattere perciò inviolabile e onnipotente e il fato è Dio come eterna giustizia e legge morale: onde la prima parte dell'inferno ove incontinenti e violenti esseri tragici e appassionati mantengono la loro passione di rincontro a Dio è la tragedia delle tragedie l'eterna collisione nelle sue epiche proporzioni.

Tutto questo mondo tragico è penetrato dello stesso concetto. La natura infernale non è ancora laida e brutta; anzi balzan fuori tutt'i caratteri che la rendono un sublime negativo l'eternità la disperazione le tenebre. L'eterno è sublime perchè ti mostra un di là sempre allo stesso punto per quanto tu ti ci avvicini; la disperazione è sublime perchè ti mostra un fine non possibile a raggiungere per quanto tu operi; la tenebra è sublime come annullamento della forma e morte della fantasia per quella stessa ragione che è sublime la morte il male il nulla. Leggete la scritta sulla porta dell'inferno. Ne' primi tre versi è l'eterno immobile che ripete se stesso dolore dolore e dolore quel luogo quel luogo e quel luogo per me per me e per me insino a che in ultimo l'eterno risuona nella coscienza del colpevole come disperazione:

La luce il “dolce lome” rende sublimi le tenebre morte del sole e delle stelle e dell'occhio come è “l'aer senza stelle” e il “loco d'ogni luce muto” e quel “ficcar lo viso al fondo” e “non discernere alcuna cosa”. Certo l'eternità le tenebre e la disperazione sono caratteri comuni a tutto l'inferno; ma solo qui sono poesia quando l'inferno si affaccia per la prima volta alla immaginazione nella gagliardia e freschezza delle prime impressioni. Appresso diventano spettacolo ordinario come è il sole visto ogni giorno.

E Dante che parte da princìpi preconcetti nelle sue costruzioni scientifiche quando è tutto nel realizzare e formare i suoi mondi opera con piena spontaneità abbandonato alle sue impressioni. Il canto terzo è il primo apparire dell'inferno e come ci si sente la prima impressione come si vede il poeta esaltato turbato dalla sua visione assediato di forme di fantasmi impazienti di venire alla luce! In quel “diverse voci orribili favelle” ecc. non ci è solo il grido de' negligenti: ci è lì tutto l'inferno che manda il suo primo grido. Quel canto del sublime è una sola nota musicale variamente graduata è l'eterno il tenebroso il terribile l'infinito dell'inferno che invade e ispira il poeta e vien fuori co' vivi colori della prima impressione è il vero canto del regno de' morti della “morta gente” è l'albero della vita che il poeta sfronda a foglia a foglia ad ogni passo che fa e ne toglie la speranza:

E ne toglie le stelle:

E ne toglie il tempo:

E ne toglie il cielo:

E ne toglie Dio:

Questa natura sublime dapprima è indeterminata senza contorni cerchio loco null'altro: la diresti natura vuota se non la riempissero l'eternità e le tenebre e la morte e la disperazione. Nel regno de' violenti prende una forma. Si esce dal sublime: si entra nel bello negativo. Incontri tutto ciò che è figura ordine regolarità proporzione in terra; anzi con vocabolo umano è chiamata città la città di Dite. Vedi selve laghi sepolcri; e l'effetto poetico nasce dal trovare la stessa figura ma spogliata di tutti gli accessorii che la rendono bella in terra.

La natura spogliata della sua vita del suo cielo della sua luce delle sue speranze è un sublime che ti gitta nell'animo il terrore; la natura spogliata della sua bellezza è un bello negativo pieno di strazio e di malinconia. È la natura snaturata depravata a immagine del peccato: con la virtù se n'è ita la bellezza sua faccia.

Questa natura snaturata vien fuori con maggior vita nelle pene. Perchè il concetto nella natura sta immobile come nell'architettura e nella scultura; dove nelle pene acquista ogni varietà di attitudini e di movenze. Le pene sono la coscienza fatta materia e qui esprimono la violenza della passione. In quella natura eterna e tenebrosa odi un mugghio “come fa mar per tempesta” e il rovescio della grandine e il cozzo delle moltitudini: moti disordinati violenti come i moti dell'animo. Vedi tombe ardenti laghi di sangue alberi che piangono e parlano la natura sforzata e snaturata dal peccatore. Gli strani accozzamenti producono l'effetto del maraviglioso e del fantastico ma il fantastico è presto vinto e ti piglia il raccapriccio e l'orrore. Il poeta prende in troppa serietà il suo mondo per darsi uno spasso di artista e sorprenderti con colpi di scena: tocca e passa; e non vuol fare effetto sulla tua immaginazione vuol colpire la tua coscienza. Dove il fantastico è più sviluppato è nella selva de' suicidi; ma anche lì vien subito la spiegazione e la maraviglia dà luogo a una profonda tristezza.

Ma il concetto non ha ancora la sua subiettività non è ancora anima. Un primo grado di questa forma è nel demonio. Cielo e inferno sono stati sempre popolati di legioni angeliche e sataniche che riempiono l'intervallo tra l'uomo e Dio tra l'uomo e Satana. È la storia del bene e del male che si sviluppa nella nostra anima un progressivo indiarsi o indemoniarsi. Diversi di nomi e di forme secondo le religioni e le civiltà i demòni hanno per base i diversi gradi del male e per forma il gigantesco e il mostruoso il puro terrestre il bestiale giunto all'umano e spesso preponderante come nella sfinge nella chimera in Cerbero. Il demonio di Dante non ha più la sua storia come in terra spirito tentatore accanto all'uomo e ribelle e rivale di Dio. Qui è immobilizzato come l'uomo; la sua storia è finita; cosa gli resta? Soffrire e far soffrire vittima e carnefice a un tempo simbolo esso stesso e immagine del peccato che flagella nell'uomo. Il Satana di Milton e Mefistofele che combattono contro Dio e contro l'uomo erano compiute persone poetiche. Altra è qui la situazione e altro è il demonio. Esso è il vinto di Dio e meno che uomo perchè non è dell'uomo che una sua parte sola il peccato. È piuttosto tipo specie simbolo che persona. È il più basso gradino nella scala degli esseri spirituali lo spirito tra l'umano e il bestiale in cui l'intelletto è ancora istinto e la volontà è ancora appetito. Figure vive e mobili della colpa ma figure semplice esteriorità: non carattere non passione non intelligenza non volontà. Fra gl'incontinenti e i violenti il demonio è tragico e serio: è azione mimica e tutta esterna passione tradotta in moti e gesti senza la parola salvo brevi imprecazioni. La natura ti dà figura e colore: qui la figura si muove e il colore si anima è la figura in azione. Il poeta ha scossa la polvere dalle antiche forme pagane e le ha rifatte e rinnovate. Come a costruire il suo inferno toglie alla terra le sue forme e strappandole dal circolo loro assegnato le compone diversamente e ti crea una nuova natura; così ad esprimere lo spirito toglie dalla mitologia tutte le forme demoniache Minos Caronte Cerbero Pluto Gerione le arpie le furie e le trasporta nel suo inferno: le trova vuote e libere spogliate di concetto di vita e di religione e le ricrea le battezza impressovi sopra il suo pensiero e la sua religione. Il demonio meno lontano dall'uomo è Caronte in cui vien fuori l'apparenza di un carattere: impaziente rissoso manesco che grida e batte. Il poeta si è ben guardato di sviluppare il comico che è in questo carattere: la figura di Caronte rimane severa e grave e non fa dissonanza con la solennità della natura infernale dove si trova collocata. Minos è il giudizio rappresentato in modo affatto esteriore e plastico e rapido come saetta:

Le altre figure sono schizzi appena disegnati; ingegnoso è il ritratto di Gerione che ha ispirato una delle più belle ottave dell'Ariosto.

Noi concepiamo oramai la costruzione de' singoli canti. Il poeta comincia col porci innanzi la natura del luogo e la qualità della pena; il demonio ora precede ora vien subito dopo; poi vedi peccatori presi insieme e misti non ancora l'individuo ma l'uomo collettivo gruppi di mezzo a' quali spesso si stacca l'individuo e tira la tua attenzione.

I gruppi sono l'espressione generale del sentimento che riempie i peccatori nella società infernale; sono la parentela del delitto dove trovi nello stesso lago di sangue i tiranni Ezzelino e Attila e gli assassini di strada Rinier da Corneto e Rinier Pazzo.

Come nella natura e nel demonio così ne' gruppi l'aspetto è dapprima severo e tragico. Essi esprimono il sublime dello spirito la disperazione. L'uomo ha bisogno di avere innanzi a sè qualche cosa a cui tenda; al pensiero succede pensiero; il cuore vive quando da sentimento germoglia sentimento; l'uomo vive quando è in un'onda assidua di pensieri e di sentimenti; la disperazione è l'annullamento della vita morale la stagnazione del pensiero e del sentimento la morte il nulla il caos le tenebre dello spirito un sublime negativo. Come il sublime delle tenebre è nella luce che muore il sublime della disperazione è nella morte della speranza:

L'espressione estetica della disperazione è la bestemmia violenta reazione dell'anima innanzi a cui tutto muore e che nel suo annichilamento involge l'universo:

La passione trasforma la faccia dell'uomo abitualmente tranquilla il peccato gli siede sulla fronte e fiammeggia negli occhi: momento fuggevole che Dante coglie e rende eterno ne' suoi gruppi. Gli avari stanno col pugno chiuso gl'irosi si lacerano le membra: violenza di moti appassionati niente che sia basso o vile: puoi abborrirli non puoi disprezzarli.

Immaginate una piramide. Nella larghissima base vedete la natura infernale. Più su è il demonio figura bestiale in faccia umana bestia talora in tutto mai in tutto uomo. Alzate ancora l'occhio e vedete gruppi nella violenza della passione. È la stessa idea che si sviluppa e si spiritualizza insino a che da questo triplice fondo si eleva sulla cima la statua l'individuo libero l'idea nella sua individuale realtà e più che l'idea se stesso nella sua libertà. È di mezzo a quella folla confusa a quei gruppi che escono i grandi uomini dell'inferno o piuttosto della terra; è da questa triplice base dell'eternità che esce fuori il tempo e la storia e l'Italia e più che altri Dante come uomo e come cittadino.

L'inferno degl'incontinenti e de' violenti è il regno delle grandi figure poetiche. Qui trovi come in una galleria di personaggi eroici Francesca Farinata Cavalcanti Pier delle Vigne Brunetto Latini Capaneo Dante il Fato Dio e la Fortuna. Sono in presenza forze colossali la energia della passione e la serenità del fato. Qui è Francesca eternamente unita al suo Paolo là è la Fortuna che non ode le imprecazioni degli uomini e beata si gode. Ora ti percote il suono della divina giustizia che in eterno rimbomba; ora ti stupisce Capaneo che tra le fiamme oppone sè a tutte le folgori di Giove. Su questo fondo tragico s'innalza la libera persona umana e vi si spiega in tutta la ricchezza delle sue facoltà. Qui usciamo dalle astrattezze mistiche e scolastiche e prendiamo possesso della realtà. La donna non è più Beatrice il tipo realizzato de' trovatori fluttuante ancora tra l'idea e la realtà; qui acquista carattere storia passioni una ricca e vivace personalità è Francesca da Rimini la prima donna del mondo moderno. L'uomo non è più il santo con le sue estasi e le sue visioni; qui ha la sua patria il suo uffizio il suo partito la sua famiglia le sue passioni e il suo carattere; è Farinata è Cavalcanti è Brunetto è Pier delle Vigne è Dante Alighieri alla cui fiera natura Virgilio applaude:

L'inferno dà loro una realtà più energica creando nuove immagini e nuovi colori. Pier delle Vigne giura “per le nuove radici del suo legno”. Farinata dice:

All'annunzio della morte del figlio Cavalcanti

Brunetto raccomanda il suo Tesoro nel quale si sente vivere ancora. Capaneo può dire: “Qual i' fui vivo tal son morto”. E Francesca ricorda il tempo felice nella miseria. L'inferno è il loro piedistallo sul quale si ergono col petto e con la fronte affermando la loro umanità. Nascono situazioni e forme novissime che danno rilievo alle figure e a' sentimenti.

Questo mondo tragico dove l'impeto della passione e la violenza del carattere mette in gioco tutte le forze della vita ha la sua perfetta espressione in questi grandi individui rimasti così vivi e giovani e popolari come Achille ed Ettore. È il mondo della grande poesia della epopea e della tragedia. E ora quale contrasto! Lasciamo appena le falde dilatate di foco e la rena che s'infiamma come esca sotto fucile e ci troviamo in una pozzanghera che fa zuffa con gli occhi e col naso. Lasciamo i tragici demòni dell'antichità i centauri e le arpie e incontriamo diavoli con le corna e armati di frusta e vilissimi uomini che alle prime percosse scappano senz'aspettar le seconde nè le terze. In luogo di Capaneo con la fronte levata il primo che vediamo ha gli occhi bassi vergognoso di mostrarsi; e Dante così riverente e pietoso finora e anche sdegnoso diviene maligno e sarcastico e compone per la prima volta il labbro ad un sorriso sardonico. Chiama “salse pungenti” quel letamaio

che dagli uman privati parea mosso

 

. Un altro lo sgrida:

 

E Dante che lo vede col capo lordo tanto che non parea “s'era laico o cherco” gli ricorda crudelmente di averlo veduto in terra co' capelli asciutti. E quegli esprime il suo dolore “battendosi la zucca”. Tutto è mutato: natura demonio e uomo immagini e stile. Cadiamo in pieno plebeo. Chi sono questi uomini? Sono adulatori e meretrici dannati alla stessa pena: gli uni vendono l'anima le altre vendono il corpo. Sentite che noi passiamo in un altro mondo nel mondo de' fraudolenti.

Esteticamente il mondo de' fraudolenti è la prosa della vita; precipitata dal suo piedistallo ideale e divenuta volgarità. È la passione che si muta in vizio il carattere che diviene abitudine la forza che diviene malizia. La passione è poetica perchè ha virtù di concitare tutte le forze dell'anima sì ch'elle prorompano di fuori liberamente: il vizio è la passione fatta abitudine ripetizione degli stessi atti un fare perchè si è fatto; è l'artista divenuto artefice l'arte divenuta mestiere. L'uomo appassionato spiritualizza la sua azione ci mette dentro se stesso ma nel vizioso l'anima è sonnolenta la sua azione è stupida materia atto meccanico a cui lo spirito rimane estraneo. La passione produce il carattere la forte volontà che è la stessa passione in continuazione; il vizio ha compagna la fiacchezza e bassezza dell'anima non essendo altro la bassezza che l'abdicazione e l'apostasia della propria anima. I grandi caratteri sicuri di sè hanno a loro istrumento la forza impetuosi fino all'imprudenza semplici fino alla credulità; gli animi fiacchi hanno a loro istrumento la malizia coscienza della loro impotenza e pipistrelli notturni assaltano alle spalle e non osano guardare in viso.

In questo mondo il di fuori è mutato perchè mutato è il di dentro ove non trovi più caratteri e passioni ma vizio bassezza e malizia lo spirito oscurato e materializzato la dissoluzione della vita. A quei cerchi indeterminati a quella città rosseggiante di Dite nomi e figure terrene succede un non so che una cosa senza nome che il poeta chiama bizzarramente “Malebolge” una natura sformata e in dissoluzione ripe scoscese scogli mobili che fanno da ponticelli e giù valloni paludosi dove le acque finora impetuose e correnti stagnano e si putrefanno valloni angusti bolge valigie borse che stringendosi più e più vanno a finire in un pozzo: natura piccola in rovina e in putrefazione. Al demonio mitologico iroso e appassionato succede il diavolo cornuto essere grottesco o piuttosto i diavoli che vanno in frotte e si mescolano in ignobili parlari con la gente più abbietta e canzonano e sono canzonati maliziosi bugiardi plebei osceni. Al vivo movimento delle bufere e delle grandini e delle fiamme succede la materia in decomposizione quanti strazi di carne umana ti offrono i campi di battaglia e quante malattie ti offre lo spedale. Tali la natura il demonio le pene. Vedi ora l'uomo. La faccia umana è rimasta finora inviolata: innanzi all'immaginazione la passione invermiglia la faccia di Francesca e la grandezza dell'anima pare nella faccia dell'uomo che si leva dritto dalla cintola in su. Qui la faccia umana sparisce: hai caricature e sconciature di corpi. Uomini cacciati in una buca capo in giù piedi in su; vólti travolti in su le spalle sì che il pianto scende giù per le reni; visi occhi e corpi imbacuccati e incappucciati; musi umani fuor della pegola a modo di ranocchi; corpi altri smozzicati accismati altri marciti e imputriditi scabbiosi tisici idropici. Di questa figura umana deturpata e contraffatta l'immagine più viva è Bertram dal Bormio il cui busto si fa lanterna del suo capo che porta pesol per le chiome. In questo mondo prosaico e plebeo che comincia con Taide e finisce con mastro Adamo la materia ovvero la parte bestiale prevale tanto che spesso siamo in sul domandarci: - Costoro sono uomini o bestie? - Non sono ancora bestie e l'uomo già muore in loro:

Sono figure miste in una faccia tra bestiale e umana; e la più profonda concezione di Malebolge è questa trasformazione dell'uomo in bestia e della bestia in uomo: hanno l'appetito e l'istinto della bestia hanno la coscienza dell'uomo. Si sanno uomini e sono bestie; e qui è la pena nella coscienza umana che loro è rimasta.

La forma estetica di questo mondo è la commedia rappresentazione de' difetti e de' vizi. Fra tanta fiacchezza della personalità il grande uomo l'individuo è gittato nell'ombra e vien su il descrittivo l'esteriorità. Nell'inferno tragico le descrizioni sono sobrie e rapide l'interesse principale è negli attori che prendono la parola: qui è un gregge muto visto da lontano. Virgilio dice a Dante: - Vedi là Mirra vedi Giasone vedi Manto. - Appena è se qualche epiteto ti segna in fronte alcuno de' più grandi personaggi come si fa di Giasone:

Prima dite: “Il canto di Francesca di Farinata di ser Brunetto Latini” ; ora dite: “Il canto de' ladri de' falsari de' truffatori”: vi sono gruppi non individui; vi è il descrittivo manca il drammatico. Manca la grandezza negli attori e manca la pietà negli spettatori. La figura umana così torta che il pianto degli occhi bagnava le natiche cava a Dante lacrime; l'“homo sum” si sente colpito in lui; ma Virgilio lo sgrida:

Abbonda il descrittivo; l'immaginazione di Dante è così robusta che avendo a fare con oggetti così fuori della natura non che sentirsi impacciata pare che scherzi: con tanta facilità e spontaneità esprime le più varie e strane attitudini: la fiamma parla come lingua d'uomo le zanche piangono e fremono. Il più grande sforzo dell'immaginazione umana è la trasformazione di uomini in bestie nel canto ventesimoquinto quantunque la soverchia minutezza generi sazietà.

Fra tanti gruppi sorge qua e là alcuno individuo in cui si sviluppa con più chiara coscienza il concetto di Malebolge. Un lato serio di questo concetto è lo spirito che varca il limite assegnatogli. Se la ragione potesse veder tutto

L'esperienza avea le sue colonne d'Ercole; la ragione avea pure le sue colonne. Questo concetto qui è serio non è sublime nè tragico; perchè l'uomo che con la temerità oraziana sforza la natura è qui non dirimpetto a Dio come Prometeo e Capaneo ma colpito e soggiogato senza che in lui paia vestigio di ribellione di orgoglio e di violenza:

L'uomo di Orazio è sublime perchè lo vedi nell'opera senti in lui la voluttà del frutto proibito malgrado Dio e la natura. Anfiarao è un puro nome; sublime di terrore è quel suo precipitare a valle mostrandocelo successivamente inabissarsi ma il grottesco vien subito dopo:

Ulisse che ha varcato i segni di Ercole è travolto nelle acque per giudizio di Dio “come a lui piacque”. Pure un po' dell'audacia di Ulisse è ancora in Dante che gli mette in bocca nobili parole e ti fa sentire quell'ardente curiosità del sapere che invadeva i contemporanei. Ti par di assistere al viaggio di Colombo. Il peccato diviene virtù. Se la logica ghibellina pone in inferno l'autore dell'agguato contro Troia radice dell'impero sacro romano la poesia alza una statua a questo precursore di Colombo che indica col braccio nuovi mari e nuovi mondi e dice a' compagni:

Ulisse è il grand'uomo solitario di Malebolge. È una piramide piantata in mezzo al fango. Il comico penetra da tutt'i lati traendosi appresso il lordo l'osceno il disgustoso: lo spirito divenuto malizia è qui decaduto degradato; e con lui si oscura la nobile faccia umana. Ulisse stesso per la sua malizia ha la sua figura coperta e fasciata dalle fiamme. Siamo in un mondo comico.

La regina delle forme comiche è la caricatura il difetto colto come immagine e idealizzato. Al che si richiede che il personaggio operi ingenuamente e brutalmente come non avesse coscienza del suo difetto a quel modo che si vede in Sancio Panza e in don Abbondio eccellenti caratteri comici. I dannati di Malebolge sono così fatti: essi sono cinici e perciò ridicoli come i diavoli nel canto ventesimosecondo rissosi abietti vanitosi bassamente feroci ne' loro atti. Così sono i ladri i truffatori i barattieri plebe in cui il vizio è così connaturato che non se ne accorge più. Tale è Nicolò terzo vano del suo papale ammanto che crede Dante venuto nell'inferno apposta per veder lui. Tali sono pure Sinone e maestro Adamo. Essi si mostrano nella loro naturalezza e possono essere rappresentati nella forma diretta e immediata isolando il difetto dagli accessorii e idealizzandolo divenuto un contromodello l'immagine opposta a quel tipo a quel modello di perfezione che ciascuno ha in mente: qui è la caricatura. Le concezioni di Dante sono di un comico plebeo della più bassa lega: sia esempio la rissa tra Sinone e maestro Adamo. Si rimane nel buffonesco l'infimo grado del comico. Quest'uomo così possente creatore d'immagini nell'inferno tragico qui si sente arido freddo in un mondo non suo. Le situazioni sono comiche ma il comico è rozzamente formato e non è artistico non ha la sua immagine che è la caricatura nè la sua impressione che è il riso. Due persone in rissa cadono in un lago d'acqua bollente che li divide. Situazione comica se mai ce ne fu. Il poeta dice:

Espressione vivace ma che non sveglia nessuna immagine e ti lascia freddo. Non ha saputo cogliere quel movimento quella smorfia che fanno quando si sentono scottare e si sciolgono. La pancia di mastro Adamo che sotto il pugno di Sinone “sonò come fosse un tamburo” è una felice caricatura; ma è una freddura il dire:

Manca spesso a Dante la caricatura e i suoi versi più comici non fanno ridere. Perchè a fare la caricatura bisogna fermare l'immaginazione nell'oggetto comico spassarcisi obbliarsi in quello alzarlo a contromodello. Dante non ha questo sublime obblio comico non ha indulgenza nè amabilità. Teme di sporcarsi tra quella gente e se ode se ne fa rimproverare da Virgilio e se ci sta se ne scusa:

Il suo riso è amaro; di sotto alla facezia spunta il disdegno; e spesso nella mano la sferza gli si muta in pugnale.

Il riso muore quando il personaggio comico ha coscienza del suo vizio e non che sentirne vergogna vi si pone al di sopra e ne fa il suo piedistallo. Allora non sei tu che gli fai la caricatura; ma è lui stesso il suo proprio artista che si orna del suo difetto come di un manto reale e se ne incorona e se ne fa un'aureola atteggiandosi e situandosi nel modo più acconcio a dire: - Miratemi -; più acconcio a dare spicco al suo vizio. La bestia non cela il suo vizio e non arrossisce; il rossore è proprio della faccia umana. L'uomo consapevole del suo difetto che vi si pone al di sopra rinuncia alla faccia umana e dicesi “sfacciato” o “sfrontato”. Qui la caricatura uccide se stessa il comico giunto alla sua ultima punta si scioglie; e n'esce un sentimento di supremo disgusto e ribrezzo che è il sublime del comico: la propria abbiezione predicata e portata in trionfo aggiunge al disgusto un sentimento che tocca quasi l'orrore. Qui Dante è nel suo campo. Il suo eroe è Vanni Fucci. Mastro Adamo è come animale senza coscienza della sua bassezza Vanni Fucci ha avuto la coscienza e l'ha soffocata; sono i due estremi nella scala del vizio; l'uno non è mai salito fino all'uomo; l'altro è passato per l'uomo ed è ricaduto nella bestia. Si sente bestia e si pone come tipo bestiale e sceglie le circostanze più acconce a darvi risalto:

Ecco l'uomo che fa le fiche a Dio il Capaneo di Malebolge l'umano divenuto bestiale e idealizzato come tale.

Ma l'umano non muore mai in tutto. L'uomo diviene bestia ma la bestia torna uomo. E con senso profondo Dante anche sulla faccia sfrontata di Vanni Fucci scoperto ladro gitta il rossore della vergogna:

L'uomo che ha coscienza del suo vizio e se ne vergogna in luogo di mostrarlo al naturale (ciò che produce la caricatura) cerca occultarlo sotto contraria apparenza: il poltrone fa il bravo. Nasce il contrasto tra l'essere e il parere: la situazione divien comica e la sua forma è l'ironia. Lo spettatore indulgente e che vuole spassarsi a sue spese finge di crederlo e di secondarlo; accetta come seria l'apparenza che si dà anzi la carica ancora di più; fa il bravo ed egli lo chiama un “Orlando” ma accompagnando le parole di un cotale ammiccar d'occhi che esprima scambievole intelligenza di un tuono di voce in falsetto di un riso equivoco che vuol dire: - Io ti conosco. - Perciò l'essenziale dell'ironia non è nell'immagine ma nel sottinteso: è il riflesso che succede allo spontaneo; immagine sottilizzata nel sentimento. Forma delicata perchè lo spettatore alla vista del difetto che altri cerca di mascherare non sente collera non gli strappa la maschera dal viso anzi se la mette egli stesso e serba una compostezza e una pulitezza equivoca ne' movimenti e ne' gesti. Forma di tempi civili assai rara nelle età barbare e nelle poesie primitive. Dante accigliato brusco tutto di un pezzo com'è ne' suoi ritratti ha troppa bile e collera e non è buono nè alla caricatura nè all'ironia. Ma dalla sua fantasia d'artista è uscita una di quelle creazioni che sono le grandi scoperte nella storia dell'arte un mondo nuovo: il “nero cherubino” che strappa a san Francesco l'anima di Guido da Montefeltro è il padre di Mefistofele. Egli crea il diavolo gli dà il suo concetto e la sua funzione. Il diavolo è l'ironia incarnata: non ci è uomo tanto briccone che il diavolo non sia più briccone di lui e capite che non è disposto a guastarsi la bile per le bricconerie degli uomini. L'uomo può ingannare un altro uomo ma non può ficcarla al diavolo perchè il diavolo nel suo senso poetico è lui stesso la sua coscienza che risponde con un'alta risata a' suoi sofismi e gli fa il controsillogismo e gli dice beffandolo:

Il brutto come il bello muore nel sublime. E il brutto è sublime quando offende il nostro senso morale ed estetico e ci gitta in violenta reazione. Scoppia la collera l'indignazione l'orrore: il comico è immediatamente soffocato. Quando veggo un difetto rivelarsi all'improvviso uso la caricatura. Quando veggo un difetto che cerca mascherarsi prendo la maschera anch'io e uso l'ironia. Ma quando quel difetto mi offende mi sfida mi provoca si mette dirimpetto a me come contraddizione al mio intimo senso la mia coscienza così audacemente negata e contraddetta reagisce: io strappo al vizio la maschera e lo mostro qual è nella sua laida nudità. La caricatura e l'ironia si risolvono in una forma superiore il sarcasmo la porta per la quale volgiamo le spalle al comico e rientriamo nella grande poesia.

Nel sarcasmo caricatura e ironia riappariscono ma per morire: nasce la caricatura ed è guastata; spunta la maschera ed è strappata. E la morte viene da questo che nella forma sarcastica del brutto ci è l'idea che l'uccide il suo contrario. Nel canto de' simoniaci il sarcasmo fa la sua splendida apparizione. Il comico muore sotto l'ira di Dante. L'antitesi tra quello che è di fuori e quello che è nella sua anima scoppia in ravvicinamenti innaturali come “calcando i buoni e sollevando i pravi” “Dio d'oro e d'argento”; e spesso in parole a doppio contenuto che è l'immagine del sarcasmo. Tale è la parola rimasa proverbiale con che è qualificata la servilità della Chiesa. Parimente chiama “adulterio” la simonia e “idolatria” l'avarizia parole nelle quali entrano come elementi la santità del matrimonio e il vero Dio: in una sola immagine c'è il brutto e ci è l'idea che lo condanna.

Ma il sarcasmo dee purificare e consumare se stesso. Finchè rimane nel particolare e nel personale il linguaggio è acre bilioso: hai Giovenale e Menzini. Il poeta non che rimanere imprigionato in quello spettacolo dee spiccarsene porcisi al di sopra allargare l'orizzonte essere eloquente voce di verità espressione impersonale della coscienza. Certo in quel canto de' simoniaci vive immortale la vendetta dell'uomo ingannato che anticipa a Bonifazio l'inferno e del ghibellino e del cristiano che vede nel papato temporale una pietra d'inciampo e di scandalo. Ma i sentimenti e le passioni personali se hanno ispirato il poeta e resa terribilmente ingegnosa la sua fantasia non penetrano nella rappresentazione. Bisogna sapere la storia per indovinare i terribili incentivi dell'alta creazione. Ciò che qui senti è la convinzione la buona fede del poeta la sincerità e l'impersonalità della sua collera: onde sgorga dal suo labbro eloquente tanta magnificenza d'immagini e di concetti. Prima Dante è in collera con Nicolò pinto in pochi tratti vano piccolo col cervello e co' sensi nel piede. E comincia col “tu” e l'assale corpo a corpo con ironia amara che si trasforma nel pugnale del sarcasmo:

Ma nel pendìo dell'ingiuria si contiene d'un tratto passaggio meritamente ammirato: la piccola persona di Nicolò scomparisce; sottentra il “voi” i papi il papato; le idee guadagnano di ampiezza senza perdere di energia e da ultimo la collera svanisce in una certa tristezza pura di ogni stizza; è un deplorare non è più un inveire:

Tale è Malebolge: miniera inesausta di caratteri comici concezione delle più originali dove il comico è posto ed è sciolto. Poco felice nel maneggio delle forme comiche il poeta è insuperabile quando se ne sviluppa mutato il riso in collera come nella sua invettiva nella pena di Bertram dal Bormio nella rappresentazione di Vanni Fucci. Rimane un fondo comico che aspetta ancora il suo artista. Pure in quella materia appena formata vive immortale il suo nero cherubino.

Nel pozzo de' traditori la vita scende di un grado più giù: l'uomo bestia diviene l'uomo ghiaccio l'essere petrificato il fossile. In questo regresso dell'inferno in questo cammino a ritroso dell'umanità siamo giunti a quei formidabili inizi del genere umano regno della materia stupida vuota di spirito il puro terrestre rappresentato ne' giganti figli della terra nella loro lotta contro Giove natura celeste e spirituale inferiore di forza fisica ma armato del fulmine:

Con questo mito concorda la storia biblica degli angeli ribelli. Qui all'ingresso trovi i giganti; alla fine Lucifero: mitologia e Bibbia si mescolano espressioni della stessa idea. La lotta è finita: i giganti sono incatenati; Lucifero è immenso e stupido carname il gradino infimo nella scala de' demòni. Il gigantesco è la poesia della materia; ma qui vuoto e inerte è prosa. Tra' giganti e Lucifero stanno i dannati fitti nel ghiaccio. Le acque putride di Malebolge ventate dalle enormi ali di Lucifero si agghiacciano s'indurano diventano mare di vetro di dentro a cui traspariscono come festuche i traditori contro i congiunti nella Caina contro la patria nell'Antenora contro gli amici nella Tolomea e contro i benefattori nella Giudecca. La pena è una ma graduata secondo il delitto. Il movimento si estingue a poco a poco la vita si va petrificando finchè cessa in tutto la lacrima la parola e il moto. L'immagine più schietta di questo mondo cristallizzato è il teschio dell'arcivescovo Ruggieri inanimato e immobile sotto i denti di Ugolino.

L'Ugolino è una delle più straordinarie e interessanti fantasie. E per lui che la vita e la poesia entra in questo mare morto dove la natura e il demonio e l'uomo è materia stupida e senza interesse. Come concetto morale il tradimento è la colpa più grave; ma qui manca l'organo della colpa: il grido della coscienza sembra agghiacciato insieme col colpevole. Questo grido può uscire dal petto concitato di Dante spettatore come è già avvenuto in Malebolge dove l'invettiva di Dante risolve il comico. Qui ci è di meglio. Tra questi esseri petrificati Dante gitta il suo Ugolino ghiacciato con gli altri come traditore egli pure ma col capo sul capo di Ruggieri perchè insieme egli è il suo tradito e il suo carnefice. È la vittima che qui alza il grido contro il traditore e gli sta eternamente co' denti sul capo saziando in quello il suo odio istrumento inconscio della vendetta di Dio. Così è nato l'Ugolino il personaggio più ricco più moderno più popolare di Dante dove l'analisi è più profonda e più sviluppata nelle sue straordinarie proporzioni così umano e vero.

Prendete ora una carta topografica dell'inferno e guardate questa piramide capovolta a forma d'imbuto. Vedete l'immensa base alla cima senza figura altra che di cerchi fra le tenebre eterne; e poi quei cerchi prendon figura di città rosseggiante di fiamme e la città di bolgia putrida e puzzolenta e la bolgia di pozzo entro il quale è petrificata la natura; in cima l'infinito alla fine il tristo buco

e voi avete così l'immagine visibile di questo inferno estetico. Gli è come nelle rivoluzioni. Nel primo entusiasmo tutto è grande; poi vien fuori il sanguinario il feroce l'orribile finchè da' più bassi fondi della società sale su il laido l'abietto e il plebeo. Questa decomposizione e depravazione successiva della vita è l'Inferno.

L'Inferno è l'uomo compiutamente realizzato come individuo nella pienezza e libertà delle sue forze. E può misurare la grandezza dell'opera chi vede gli abbozzi di Dino Compagni o lo scarno Ezzelino o le rozze formazioni de' misteri e delle leggende. L'individuo era ancora astratto e impigliato nelle formole nelle allegorie e nell'ascetismo. In quelle vuote generalità ci è la donna e l'uomo come genere come simbolo come l'anima; manca l'individuo. E manca tanto che spesso non ha un nome ed è la “mia donna” o “un giovine” “un santo uomo”. Non un nome solo era rimasto vivo nel mondo dell'arte fra tante liriche e leggende. Dante volea scrivere il mistero dell'anima; si cacciò tra allegorie e formole ed ecco uscirgli dalla fantasia l'individuo volente e possente nel rigoglio e nella gioventù della forza spezzato il nocciolo dove lo avea chiuso il medio evo. I pittori disegnavano santi e cupole i filosofi fantasticavano sull'ente; i lirici platonizzavano gli ascetici contemplavano e pregavano: Dante pensava l'inferno; e là tra' furori della carne e l'infuriar delle passioni trovava la stoffa di Adamo l'uomo com'è impastato con la sua grandezza e con la sua miseria e non descritto ma rappresentato e in azione e non solo ne' suoi atti ma ne' suoi motivi più intimi. Così apparvero sull'orizzonte poetico Francesca Farinata Cavalcanti la Fortuna Pier delle Vigne Brunetto Capaneo Ulisse Vanni Fucci il “nero cherubino” Nicolò terzo e Ugolino. Tutte le corde del cuore umano vibrano. Vedi attorno a questa schiera d'immortali turba infinita di popolo nella maggior varietà di attitudini di forme di sentimenti di caratteri che ti passano avanti alcuni appena sbozzati altri numero e nome altri segnati in fronte di qualche frase indimenticabile che li eterna come Taide Mosca Giasone Omero Aristotile papa Celestino Bonifazio Clemente Bruto Bocca degli Abati Bertram dal Bormio. Nel regno de' morti si sente per la prima volta la vita nel mondo moderno. Come è bella la luce il “dolce lome” a Cavalcanti! Quanta malinconia è in quella selva de' suicidi spogliata del verde! Come è commovente Brunetto che raccomanda a Dante il suo Tesoro e Pier delle Vigne che gli raccomanda la sua memoria! Come ride quel giardino del peccato innanzi a Francesca! Col vivo sentimento della dolce vita della bella natura è accompagnato il sentimento della famiglia. Quel padre che cade supino udendo la morte del figlio e Ugolino che dannato a morire di fame guarda nel viso a' figliuoli e Anselmuccio che gli domanda: - Che hai? - E Gaddo che gli dice: - Perchè non mi aiuti? - Sono scene solitarie della poesia italiana. Ciascuno è in una situazione appassionata. I sentimenti spinti alla punta idealizzano e ingrandiscono gli oggetti. Tutto è colossale e tutto è naturale E in mezzo torreggia Dante il più infernale il più vivente di tutti pietoso sdegnoso gentile crudele sarcastico vendicativo feroce col suo elevato sentimento morale col suo culto della grandezza e della scienza anche nella colpa coi suo dispregio del vile e dell'ignobile alto sopra tanta plebe così ingegnoso nelle sue vendette così eloquente nelle sue invettive.

Queste grandi figure là sul loro piedistallo rigide ed epiche come statue attendono l'artista che le prenda per mano e le gitti nel tumulto della vita e le faccia esseri drammatici. E l'artista non fu un italiano: fu Shakespeare.

Chi vuole ora concepire il Purgatorio si metta in quella età della vita che le passioni si scoloriscono e l'esperienza e il disinganno tolgono le illusioni e scemata la parte attiva e personale l'uomo si sente generalizzare si sente più come genere che come individuo. Spettatore più che attore la vita si manifesta in lui non come azione ma come contemplazione artistica filosofica religiosa. In quella calma delle passioni e de' sensi era posto l'ideale antico del savio l'ideale nuovo del santo fuso insieme in quel Catone che Dante chiama nel Convito anima nobilissima e la più perfetta immagine di Dio in terra. Catone è il savio antico pinto come i filosofi con quella sua lunga barba in quella calma e gravità della sua decorosa vecchiezza:

Ma è qualcosa di più; è il savio battezzato e santificato con la fronte radiante illuminata dalla grazia sì che pare un sole. Virgilio non comprende questo savio cristianizzato e parla al Catone di sua conoscenza ricordando la sua virtù la sua morte per la libertà la sua Marzia. E il nuovo Catone risponde: - Marzia che piacque tanto agli occhi miei non mi move più; ma se Donna del cielo ti guida non ci è mestier lusinga:

Che cosa è il Purgatorio? È il mondo dove questo doppio ideale è realizzato: il mondo di Catone o della libertà dove lo spirito si sviluppa dalla carne e cerca la sua libertà:

Libertà va cercando ch'è sì cara

come sa chi per lei vita rifiuta.

Altro concetto altra natura altro uomo altra forma altro stile. Non è più l'Iliade è l'Odissea è un nuovo poema. Paragonare Inferno e Purgatorio e maravigliarsi che qui non sieno le bellezze ammirate colà gli è come maravigliarsi che il purgatorio sia purgatorio e non inferno. O se pur vogliamo maravigliarci di qualche cosa maravigliamoci che il poeta abbia potuto così compiutamente dimenticare l'antico se stesso le sue abitudini di concepire di disporre di colorire e seppellito in questo nuovo mondo ricrearsi l'ingegno e la fantasia a quella immagine e con tanta spontaneità che pare non se ne accorga: obblio dell'anima nella cosa il secreto della vita dell'amore e del genio.

L'inferno e il regno della carne che scende con costante regresso sino a Lucifero. Il purgatorio e il regno dello spirito che sale di grado in grado sino al paradiso. È là che si sviluppa il mistero la Commedia dell'anima la quale dall'estremo del male si riscote e si sente e mediante l'espiazione e il dolore si purifica e si salva. Onde con senso profondo il purgatorio esce dall'ultima bolgia infernale e Lucifero principe delle tenebre e quello stesso per le spalle del quale Dante salendo esce a riveder le stelle.

Ci è un avanti-purgatorio dove la carne fa la sua ultima apparizione. Il suo potere non è più al di dentro: l'anima è già libera; della carne non resta che la mala abitudine. Gradazione finissima e altamente comica dalla quale è uscito l'immortale ritratto di Belacqua caricatura felicissima nella figura ne' movimenti nelle parole e tanto più comica quanto più Belacqua si sforza di rimaner serio usando un'ironia che si volge contro di lui.

Questo avanti-purgatorio è quasi una transizione tra l'inferno e il purgatorio: il peccato vi è e non v'è; e ancora nell'abitudine non è più nell'anima; il demonio ci sta sotto la forma del serpente d'Eva involto tra l'erbe e i fiori cacciato via da due angioli dalle vesti e dalle ali di color verde simbolo della speranza. Comparisce per scomparire quasi per far testimonianza che se ne va dalla scena per sempre. Innanzi alla porta del purgatorio scompare il diavolo e muore la carne e con la carne gran parte di poesia se ne va.

L'anima non appartiene più alla carne ma l'ha avuta una volta sua padrona e se ne ricorda. La carne non è più una realtà come nell'inferno ma una ricordanza. Ne' sette gironi rispondenti a' sette peccati mortali le anime ricordano le colpe per condannarle; ricordano le virtù per compiacersene.

Quel ricordare le colpe non è se non l'inferno che ricomparisce in purgatorio per esservi giudicato e condannato; quel ricordare le virtù non è se non il paradiso che preluce in purgatorio per esservi desiderato e vagheggiato: l'inferno ci sta in rimembranza; il paradiso ci sta in desiderio. Carne e spirito non sono una realtà: la tirannia della carne è una rimembranza; la libertà dello spirito è un desiderio.

Poichè la realtà non è più in presenza ma in immaginazione essa vi sta non come azione rappresentata e drammatica ma come immagine dello spirito a quel modo che noi riproduciamo dentro di noi la figura delle cose non presenti e pingiamo al di fuori quello spettro della mente. Questa realtà dipinta vien fuori nelle pareti e ne' bassirilievi del purgatorio. Nell'inferno e nel paradiso non sono pitture perchè ivi la realtà è natura vivente è l'originale di cui nel purgatorio hai il ritratto. Inferno e paradiso sono in purgatorio ma in pittura come il passato e l'avvenire delle anime non presenti agli occhi ma all'immaginativa. Quelle pitture sono il loro “memento” lo spettacolo di quello che furono di quello che saranno che le stimola mette in attività la loro mente si che ricordano altri esempli e si affinano si purgano.

Siamo dunque fuori della vita. Le passioni tornano innanzi alle anime ma non sono più le loro passioni sono fuori di esse contemplate in sè o in altri con l'occhio dell'uomo pentito. Anche le virtù sono estrinseche alle anime contemplate al di fuori come esempli e ammaestramenti. Le anime sono spettatrici contemplanti non attrici. Passioni buone o cattive non sono in presenza e in azione ma sono una visione dello spirito figurata in intagli e pitture.

Questa concezione così semplice e vera nella sua profondità è la pittura e la scoltura l'arte dello spazio idealizzata nella parola e fatta poesia. Perchè il poeta non dipinge ma descrive il dipinto. La parola non può riprodurre lo spazio che successivamente e perciò è inefficace a darti la figura come fa il pennello e lo scarpello. Nè Dante si sforza di dipingere entrando in una gara assurda col pittore. Ma compie e idealizza il dipinto mostrando non la figura ma la sua espressione e impressione: dinanzi all'immaginazione la figura diviene mobile acquista sentimento e parola.

Le aguglie di Traiano in vista si movono al vento; la vedovella è atteggiata di lagrime e di dolore; nell'attitudine di Maria si legge: “Ecce ancilla Dei”; l'angiolo intagliato in atto soave non sembrava immagine che tace:

Davide ballando sembra più e meno che re; e gli sta di contro Micol che ammirava

Erano i tempi di Giotto e parevano maravigliosi quei primi tentativi dell'arte. Quest'alto ideale pittorico di Dante fa presentire i miracoli del pennello italiano. Il poeta avea innanzi all'immaginazione figure animate parlanti dipinte da

Colui che mai non vide cosa nuova

ben più vivaci che non gliele potevano offrire i suoi contemporanei.

Più in la il dipinto sparisce: senza aiuto di senso per sua sola virtù lo spirito intuisce il bene e il male ricorda i buoni e i cattivi esempli vede da se stesso e in se stesso. La realtà non solo non ha la sua esistenza come cosa sensata il sensibile; ma neppure come figurativa in pittura; diviene una visione diretta dello spirito che opera già libero e astratto dal senso. Nasce un'altra forma dell'arte la visione estatica. L'anima vede farsi dentro di sè una luce improvvisa nella quale pullulano immagini sopra immagini come bolle d'acqua che gonfiano e sgonfiano e l'universo visibile si dilegua innanzi a questa luce interiore di modo che il “suono di mille tube” non basterebbe a rompere la contemplazione. Dante trova forme nuove ed energiche ad esprimere questo fenomeno. Le immagini “piovono” nell'alta fantasia; la mente è

... ... sì ristretta

dentro di se' che di fuor non venia

cosa che fosse allor da lei ricetta.

L'immaginativa ne “ruba” di fuori sì

che uom non s'accorge

perchè d'intorno suonin mille tube.

 

L'anima vòlta in estasi ficca gli occhi nell'immagine con ardente affetto:

Tra queste visioni bellissima è quella del martirio di santo Stefano: un quadro a contrasto dove tra la folla inferocita che grida: - Martira martira - è la figura del santo la persona già aggravata dalla morte e china verso terra ma gli occhi al cielo preganti pace e perdono: è il soprastare dell'anima nell'abbandono del corpo.

Siamo dunque in piena vita contemplativa. Il processo della santificazione si sviluppa. Nell'inferno i tumulti e le tempeste della vita reale appassionata dal furore de' sensi: qui entriamo in quel mondo di romiti e di santi in quel mondo de' misteri e delle estasi così popolare nel mondo di Girolamo di Francesco d'Assisi e di Bonaventura dove la pittura attingea le sue ispirazioni.

Nella visione estatica lo spirito ha già un primo grado di santificazione ha conquistato la sua libertà dal senso ha già il suo paradiso; ma è un paradiso interiore immagine e desiderio e non sarà realtà paradiso reale se non quando quella luce e quelle immagini vedute dallo spirito entro di sè sieno fuori di sè sieno cose e non immagini. Il purgatorio è il regno delle immagini uno spettro dell'inferno un simulacro del paradiso.

Nella visione estatica lo spirito è attivo e conscio; nel sogno è passivo e inconscio: è una forma di visione superiore non solo senza opera del senso ma senza opera dello spirito; è visione divina prodotta da Dio. Perciò il sogno

e l'anima

Nel sogno si rivela il significato delle visioni e delle apparenze del purgatorio. Che cosa significano quelle pitture e quelle estasi? che cosa è il purgatorio? È il regno dell'intelletto e del vero dove il senso è spogliato delle sue belle e piacevoli apparenze e mostrato qual'è brutto e puzzolento. L'apparenza è una sirena:

Ma una donna santa la Verità fende i drappi; e la mostra qual femmina balba e scialba e mostra il ventre:

Vinto il senso e l'apparenza si presenta a Dante in sogno l'immagine della vita non quale pare ma qual è la vera vita a cui sospira e che cerca nel suo pellegrinaggio. E vede la vita nella prima delle due sue forme la vita attiva lo affaticarsi nelle buone opere per giungere alla beatitudine della vita contemplativa. La sirena è rozzamente abbozzata: manca a Dante il senso della voluttà; senti nel verso stesso non so che intralciato e stanco. Lia è una delle sue più fresche creazioni personaggio tipico così perfetto nel suo genere come la Fortuna. La sua felicità non è ancora beatitudine come è della suora che vive guardando Dio il suo miraglio; ma appunto perciò è più interessante e poetica più umana più vicina a noi questa bella fanciulla che va tutta lieta pel prato e coglie fiori e se ne fa ghirlanda e si mira allo specchio. Tale è la prima immagine che il giovine incontra sovente ne' suoi sogni!

L'ultima forma sotto la quale si presenta la realtà è la visione simbolica dove la forma non significa più se stessa ma un'altra cosa. Il purgatorio finisce tra' simboli: è il paradiso che si offre all'anima sotto figura. Cristo è un grifone e il carro su cui sta è la Chiesa e Dante ha una serie di strane visioni che rappresentano simbolicamente la storia della Chiesa.

Così la realtà corpulenta e tempestosa dell'inferno si va diradando e sottilizzando per trasformarsi nella vera realtà lo spirito o il paradiso. Questo processo di carne a spirito è il purgatorio dove la forma diviene pittura estasi sogno simbolo. Il simbolo già non è più forma ma puro spirito lavoro intellettuale. Sotto la figura ci è la nuova e vera realtà pronta a svilupparsene e comparire essa direttamente.

L'uomo del purgatorio ha i sentimenti conformi a questo stato dell'anima. Il suo carattere è la calma interiore assai simile alla tranquilla gioia dell'uomo virtuoso che nella miseria terrena sulle ali della fede e della speranza alza lo spirito al paradiso. Le ombre sono contente nel fuoco gli affetti hanno dolci e temperati il desiderio puro d'inquietudine e d'impazienza. Ne nasce un mondo idillico che ricorda l'età dell'oro dove tutto è pace e affetto e dove si manifestano con effusione le pure gioie dell'arte i dolci sentimenti dell'amicizia. In questo mondo di pitture e scolture Dante si è coronato di artisti: Casella Sordello Guido Guinicelli Buonagiunta da Lucca Arnaldo Daniello Oderisi Stazio e ne ha cavato episodi commoventi che fanno vibrare le fibre più delicate del cuore umano. Ricorderò il suo incontro con Casella e il ritratto di Sordello e i cari ragionamenti dell'arte con Guinicelli e Buonagiunta e l'incontro di Stazio e Virgilio. È un lato della vita nuovo pur così vero in tempi che la vita intima della famiglia dell'arte e dell'amicizia era un rifugio e quasi un asilo fra le tempeste della vita pubblica. Come tocca il core l'amicizia di Dante e di Forese fratello di Corso Donati il principale nemico di Dante e quel domandar ch'egli fa di Piccarda! I movimenti improvvisi dell'affetto e della maraviglia sono colti con tanta felicità che rimangono anche oggi vivi nel popolo come è l'“o” lungo e roco delle anime che veggon l'ombra di Dante o il paragone delle pecorelle e la calma di Sordello

mutata subito in un sì vivace impeto di affetti e Stazio che corre incontro a Virgilio per abbracciarlo obliando di essere un'ombra e il cerchio dell'anime intorno a Dante

e Casella che se ne spicca e si gitta tra le braccia di Dante:

Questa intimità questo tenere nel cuore un cantuccio chiuso al mondo riservato alla famiglia agli amici all'arte alla natura quasi tempio domestico impenetrabile a' profani è il mondo rappresentato nel Purgatorio. Le ricordanze de' casi anche più tristi sono pure di amarezza raddolcite dalle speranze dell'ultimo giorno. Manfredi non ha una ingiuria per i suoi nemici chiede perdono ed ha già perdonato.

piangendo a quei che volentier perdona.

Buonconte di Montefeltro racconta le circostanze più strazianti della sua morte con una calma e una serenità che diresti indifferenza se non te ne rivelasse il secreto il sentimento espresso in questi versi:

Ciascuno ha conservato in quel cantuccio del cuore il suo tempio domestico. Ciascuno vuol essere ricordato a' suoi diletti. Come è caro quel Forese con quel “Nella mia”

E Buonconte ricorda la sua Giovanna e gli altri che si sono dimenticati di lui e Manfredi vuol essere ricordato a Costanza e Iacopo a' suoi fanesi che pregassero per lui: la sola Pia non ha alcun nome nel suo santuario domestico e non ha che Dante che possa ricordarsi di lei:

Questo mondo così affettuoso è penetrato di malinconia: sentimento nuovo che avrà tanta parte nella poesia moderna e generato qui nel Purgatorio. Questo sentimento ti prende a udir la Pia così delicata nella solitudine del suo cuore; eppure non era sola e ricorda la gemma pegno d'amore. La tenerezza e delicatezza de' sentimenti dispone l'animo alla malinconia: perchè malinconia non è se non dolce dolore dolore raddolcito da immagini care e tenere. Richiede perciò anime raccolte che vivano in fantasia sieno “pensose” non distratte dal mondo chiuse nella loro intimità La malinconia è il frutto più delicato di questo mondo intimo. Come ti va al core quell'ora che incomincia i tristi lai la rondinella presso alla mattina e quella squilla di lontano

e quell'ora della sera che i naviganti partono e s'inteneriscono pensando

Qui Dante gitta via l'astronomia che rende spesso così aride le sue albe e le sue primavere e rende tutte le dolcezze di una natura malinconica. Tra le scene più intime più penetrate di malinconia è il suo incontro con Casella. Cominciano espansioni di affetto. Nel primo impeto corrono ad abbracciarsi. Casella dice:

nel mortal corpo così t'amo sciolta.

Dante risponde: - Casella mio! - e lo prega a voler cantare come faceva in vita che col canto gli acquietava l'anima e ora l'anima sua è così affannata. E Casella canta una poesia di Dante e Dante e Virgilio e le anime fanno cerchio rapite dimentiche del purgatorio sgridate da Catone. Ma se Catone non perdona perdonano le muse. Quest'oblio del purgatorio questa musica che ci riconduce alle care memorie della vita la terra che scende nell'altro mondo e si impossessa delle anime sì che obliano di essere ombre e vogliono abbracciare gli amici e pendono dalla bocca di Casella questo è poesia. Ci si sente qua dentro la malinconia dell'esilio l'uomo che giovine ancora desiderava con la sua Bice e i suoi amici e le loro donne ritrarsi in un'isola e farne il santuario dei suoi affetti e obliarvi il mondo.

E c'è la malinconia propria del purgatorio quel vedere di là con mutati occhi le grandezze e gli affetti terreni quel disabbellirsi della vita quel cadere di tutte le illusioni:

Una delle figure più interessanti è Adriano. All'ultimo della grandezza dice:

Questo papa disilluso ha lunga e mala parentela e sono tutti morti per lui eccetto la buona Alagia:

Quest'ultimo verso è pregno di malinconia.

Questa calma filosofica che fa guardare dall'alto del purgatorio la vita e ne scopre il vano e il nulla restringe il circolo della personalità e della realtà terrena. Gli individui appariscono e spariscono appena disegnati; hanno la bellezza ma anche la monotonia e l'immobilità della calma. Sono uomini che discutono e conversano in una sala più che uomini agitati e appassionati. I grandi individui storici le grandi creature della fantasia scompariscono.

Più che negli individui la vita si manifesta nei gruppi: la vita qui è meno individuo che genere. La comune anima ha la sua espressione nel canto. Nell'inferno non ci son cori; perchè non vi è l'unità dell'amore. L'odio è solitario; l'amore è simpatia e armonia; la musica e il canto conseguono i loro effetti nella misurata varietà delle voci e degl'istrumenti. Qui le anime sono esseri musicali che escono dalla loro coscienza individuale assorte in uno stesso spirito di carità:

Le anime compariscono a gruppi e cantano salmi e inni espressione varia di dolore di speranza di preghiera di letizia di lodi al Signore. Quando giungono al purgatorio le odi cantare: “In exitu Israel de Aegypto”. Giungono nella valle ed ecco intonare il Salve Regina. La sera odi l'inno: “Te lucis ante terminum  Rerum creator poscimus”. Entrando nel purgatorio risuona il Te Deum. Sono i salmi e gl'inni della Chiesa cantati secondo le varie occasioni e di cui il poeta dice le prime parole. Ti par d'essere in chiesa e udir cantare i fedeli. Quei canti latini erano allora nella bocca di tutti erano cantati da tutti in chiesa; il primo verso bastava a ricordarli. Il poeta ha creduto bastar questo ad accendere ne' petti l'entusiasmo religioso. E forse bastava allora quando quei versi suscitavano tante rimembranze e immagini della vita religiosa. La poesia qui non è nella rappresentazione ma in quei lettori e in quei tempi. Un nome una parola basta in certi tempi a produrre tutto l'effetto: con quei tempi se ne va la loro poesia e restano cosa morta. Molte parti del poema dantesco aride liste di nomi e di fatti soprattutto le allusioni politiche allora così vive oggi son morte. E tutta questa lirica del purgatorio è cosa morta. Perchè Dante non crea dal suo seno quei sentimenti ma li trova belli e scritti ne' canti latini e si contenta di dirne le prime parole. Pure la situazione delle anime purganti è altamente lirica; la loro personalità non è individuale ma collettiva e l'espressione di quella comune anima svegliatasi in loro è l'onda canora de' sentimenti. Qui mancò la vena e la forza al gran poeta e si rimise a Davide di quello ch'era suo compito. Più che visioni e simboli e dipinti la vita del purgatorio era questa effusione lirica di dolore di speranza di amore di quell'incendio interiore che rende le anime affettuose concordi in uno stesso spirito di carità. Ha saputo così ben dipingerle queste anime ardenti che s'incontrano si baciano e vanno innanzi tirate su verso il cielo!

E che poteva e sapeva con pari felicità esprimere i loro sentimenti non solo il vago e l'indeterminato ma anche il proprio e il successivo ed essere il Davide del suo purgatorio lo mostra il suo “paternostro” rimaso canto solitario.

Le fuggitive apparizioni degli angeli sono quasi immagine anticipata del paradiso nel luogo della speranza. In essi non e alcuna subbiettività: sono forme eteree vestite di luce fluttuanti come le mistiche visioni dell'estasi e nondimeno ciascuna con propria apparenza e attitudine.

Molto per la pittura poco per la poesia. Manca la parola manca la personalità. Ci è il corpo dell'angiolo; non ci è l'angiolo. Nelle dolci note tra quelle forme d'angioli l'anima s'infutura “gusta le primizie del piacere eterno”. Di che prende qualità la natura del purgatorio una montagna scala al paradiso in principio faticosa a salire:

Il luogo è rallegrato da luce non propria ma riflessa dal sole e dalle stelle che sono il paradiso dantesco. La prima impressione della luce uscendo dall'inferno cava a Dante questa bella immagine:

La natura è l'accordo musicale e la voce di quel di dentro: qui natura angeli e anime sono un solo canto un solo universo lirico. Scena stupenda è nel canto settimo maravigliosa consonanza tra le ombre sedute quete che cantano “Salve Regina” e la vista allegra del seno erboso e fiorito dove stanno:

Salve Regina” in sul verde e in su' fiori

Le anime piangono e cantano e il luogo alpestre è lieto di apriche valli e di campi odorati: il quale contrasto ha termine quando l'anima si leva con libera volontà a miglior soglia tolte le “schiume della coscienza” con pura letizia. Così come nell'inferno si scende sino al pozzo ghiacciato della morte nel purgatorio si sale sino al paradiso terrestre immagine terrena del paradiso dove l'anima è monda del peccato o della carne e rifatta bella e innocente. Tutto è qui che alletti lo sguardo e lusinghi l'immaginazione: riso di cielo canti di uccelli vaghezza di fiori e tremolar di fronde e mormorare di acque descritto con dolcezza e melodia ma insieme con tale austera misura che non dà luogo a mollezza ed ebbrezza di sensi nè il diletto turba la calma.

Il purgatorio è il centro di questo mistero o commedia dell'anima; è qua che il nodo si scioglie. Dante più che spettatore è attore. Uscito dall'inferno appena all'ingresso del purgatorio l'angiolo incide sulla sua fronte sette “P” che sono i sette peccati mortali che si purgano ne' sette gironi. Da un girone all'altro una “P” scomparisce dalla fronte finchè van via tutte e puro e rinnovellato giunge al paradiso terrestre. Passa da uno stato nell'altro in sonno cioè a dire per virtù della grazia senza sua coscienza. È Lucia “nemica di ciascun crudele” che lo piglia dormente e sognante e lo conduce in purgatorio. Così la storia intima dell'anima i suoi errori le passioni i traviamenti i pentimenti sono storia esterna e simbolica: il dramma è strozzato nella sua culla. La crisi del dramma il punto in cui il nodo si scioglie e il pentimento l'anima che si riconosce e caccia via da sè il peccato e si pente e si vergogna e ne fa confessione. A questo punto il dramma si fa umano e ciò che avrebbe potuto far Dante si vede da quello che ha fatto qui; ma una storia intima personale drammatica dell'anima com'è il Faust non era possibile in tempi ancora epici simbolici mistici e scolastici.

Qui tutt'i personaggi del dramma si trovano a fronte. Di qua Dante Virgilio Stazio; di là Beatrice con gli angeli; in mezzo e il rio che li divide bipartito in due fiumi Lete l'obblio ed Eunoè la forza. Nell'uno l'anima si spoglia della scoria del passato; nell'altra attinge virtù di salire alle stelle.

Di là è Matilde che tuffa le anime pagato lo scotto del pentimento e le passa all'altra riva rifatte nell'antico stato d'innocenza. E lo specchio dell'anima rinnovellata è Matilde che danza e sceglie fiori in sembianza ancora umana celeste creatura con l'ingenua giocondità di fanciulla con la leggerezza di una silfide col pudico sguardo di vergine il viso radiante di luce. Tale era Lia affacciatasi al poeta in sogno il presentimento di Matilde il nunzio del paradiso terrestre.

La scena dove questo mistero dell'anima si scioglie ha le sacre e venerabili apparenze di un mistero liturgico una di quelle sacre rappresentazioni che si facevano durante le processioni. Vedi una Chiesa animata e ambulante in processione: sette candelabri che a distanza parevano sette alberi d'oro e dietro gente vestita di bianco che canta “Osanna” e le fiammelle lasciano dietro di sè lunghe liste lucenti e sotto questo cielo di luce sfila la processione. Ecco a due a due i profeti e i patriarchi dell'antico Testamento sono ventiquattro seniori coronati di giglio:

Segue la Chiesa in figura di carro trionfale a due ruote (i due testamenti) tra quattro animali (i quattro vangeli) tirato da un grifone simbolo di Cristo; a destra Fede Speranza e Carità; a sinistra Prudenza Giustizia Fortezza e Temperanza vestite di porpora; dietro due vecchi san Luca e san Paolo e dietro a loro quattro in umile paruta forse gli scrittori dell'Epistole e solo e dormente san Giovanni dall'Apocalisse:

Si ode un tuono. La processione si ferma. Comincia la rappresentazione. Virgilio guarda attonito non meno che Dante. Il senso di quella processione allegorica gli sfugge. La missione del savio pagano è finita. Hai innanzi la dottrina nuova la Chiesa di Cristo co' suoi profeti e patriarchi co' suoi evangelisti e apostoli co' suoi libri santi.

Fermata la processione uno canta e gli altri ripetono: “Veni sponsa de Libano” e sul carro si leva moltitudine di angioli che cantano e gittano fiori.

Benedictus qui venis

anibus o date lilia plenis. -

Tra questa nuvola di fiori appare donna sovra candido velo cinta d'oliva sotto verde manto vestita di colore di fiamma; appare come la Madonna nelle processioni sotto i fiori che le gittano dalle finestre i fedeli. Dante non la vede ma la sente: è Beatrice.

Quest'apoteosi di Beatrice questo primo apparire della sua donna ancora velata fra tanta gloria scioglie l'immaginazione dalla rigidità de' simboli e de' riti e le dà le libere ali dell'arte. Il dramma si fa umano; spuntano le immagini e i sentimenti:

L'apparire di Beatrice è lo sparire di Virgilio. Qui l'astrattezza del simbolo è superata. Ti senti innanzi ad un'anima d'uomo. Quella donna è la sua Beatrice l'amore della sua prima giovinezza; e Virgilio e il dolcissimo padre che sparisce quando più ne aveva bisogno quando era proprio come un fantolino in paura che si volge alla mamma; e si volge e non lo vede più e lo chiama tre volte per nome nella mente sbigottita. Il mistero liturgico si trasforma in un dramma moderno:

Dal pianto di Dante esce un felicissimo passaggio per introdurre in iscena Beatrice:

Gli occhi di Dante sono là verso la donna che lo chiama per nome:

E gli occhi cadono nella fontana e non sostenendo la propria vista cadono sull'erba:

Qui è la prima volta e sola che un'azione è rappresentata nel suo cammino e nel suo svolgimento come in un mistero e Dante vi rivela un ingegno drammatico superiore. I più intimi e rapidi movimenti dell'animo scappan fuori; i due attori Dante e Beatrice vi sono perfettamente disegnati; gli angioli fanno coro e intervengono. La scena è rapida calda piena di movimenti e di gradazioni fini e profonde. La vergogna di Dante senza lacrime e sospiri giunge a poco a poco sino al pianto dirotto. Dapprima sta li più attonito che compunto ma quando gli angioli nel loro canto hanno aria di compatirgli come se dicessero: “Donna perchè sì lo stempre?” scoppia il pianto. Quello che non potè il rimprovero ottiene il compatimento. Gradazione vera e profonda e rappresentata con rara evidenza d'immagine. Instando Beatrice: - Di' di' se questo è vero - tra confusione e vergogna esitando e incalzato gli esce un tale “sì” dalla bocca che si poteva vedere ma non udire:

I sentimenti dell'animo scoppiano con tanta ingenuità e naturalezza che rasentano il grottesco; quando Beatrice dice: “Alza la barba” il nostro dottore con linguaggio della scuola riflette:

Il berretto dottorale spunta tutto ad un tratto sul capo di Dante fra le lacrime e i sospiri e dà a questa magnifica storia del cuore un colorito locale.

Queste gradazioni corrispondono alle parole di Beatrice. Qui non ci è dialogo: è lei che parla: le risposte di Dante sono le sue emozioni. Pure non ci è monotonia ne declamazione: tutto esce da una situazione vera e finamente analizzata. “Regalmente proterva” la sua severità è raddolcita poi dal canto degli angioli. Beatrice non parla più a Dante: parla agli angioli e narra loro la storia di Dante. La situazione diviene meno appassionata ma più elevata: mai la poesia non s'era alzata a un linguaggio sì nobile; lo spiritualismo cristiano trovava la sua musa:

Poi si volta a Dante e il discorso diviene personale stringente implacabile nella sua logica. E una sola idea sotto varie forme ostinata insistente che vuole da Dante una risposta. - Sei uomo hai la barba: come potesti preferire a me le cose fallaci della terra

 - E quando Dante potè formare la voce viene la risposta:

Come si vede è l'antica lotta tra il senso e la ragione che qui ha il suo termine; è la vita tragica dell'anima fra gli errori e le battaglie del senso che qui si scioglie in commedia cioè in lieto fine con la vittoria dello spirito. L'idea è più che trasparente è manifestata direttamente nel suo linguaggio teologico. Ma l'idea e calata nella realtà della vita e produce una vera scena drammatica con tale fusione di terreno e di celeste di passione e di ragione di concreto e di astratto che vi trovi la stoffa da cui dovea sorgere più tardi il dramma spagnuolo.

Dante pentito tuffato nel fiume Lete e menato a Beatrice dalle virtù sue ancelle:

E Beatrice gli svela la sua faccia. Non è poesia che possa rendere quello che Dante vede quello che sente:

Compiuta la rappresentazione ricomincia la processione sino all'albero della vita dove antitesi a questa Chiesa gloriosa di Cristo apparisce in visione allegorica la Chiesa terrena trafitta dall'impero travagliata dall'eresia corrotta dal dono di Costantino smembrata da Maometto e in ultimo meretrice fra le braccia del re di Francia. Concetto stupendo questo apparire della vita terrena nell'ultimo del purgatorio germogliata dall'albero infausto del peccato di Adamo. Il terreno apparisce quando ci si dilegua per sempre dinanzi non solo in realtà ma in ricordanza. Siamo già alla soglia del paradiso.

Così finisce questa processione dantesca una delle concezioni più grandiose del poema anzi in sè sola tutto un poema dove ci vediamo sfilare davanti tutt'i grandi personaggi della Chiesa celeste immagine anticipata del regno di Dio un'apoteosi del cristianesimo entro di cui si rappresenta il più alto mistero liturgico la Commedia dell'anima.

Questa processione dove far molta impressione in quei tempi delle processioni de' misteri e delle allegorie quando gli angeli le virtù e i vizi e Cristo e Dio stesso entravano in iscena. Ma è appunto questo carattere liturgico e simbolico che qui scema in gran parte la bellezza della poesia. Questo difetto nuoce soprattutto nella rappresentazione della Chiesa terrena dove l'aquila la volpe e il drago e il gigante e la meretrice rimpiccoliscono un concetto così magnifico una storia così interessante.

Lo stesso contrasto si affaccia a Dante quando il mantovano Sordello sentendo Virgilio esser di Mantova esce dalla sua calma di leone:

E Dante pensa alla sua Firenze dove

Qui non è impigliato nelle allegorie. Scoppia il contrasto impetuoso eloquente e n'esce una poesia tutta cose dove si riflettono i più diversi movimenti dell'animo il dolore lo sdegno la pietà l'ironia una calma tristezza.

Il Purgatorio è il dolce rifugio della vecchiezza. Quando la vita si disabbella a' nostri sguardi quando le volgiamo le spalle e ci chiudiamo nella santità degli affetti domestici tra la famiglia e gli amici nelle opere dell'arte e del pensiero il Purgatorio ci s'illumina di viva luce e diviene il nostro libro e ci scopriamo molte delicate bellezze una gran parte di noi. Fu il libro di Lamennais di Balbo di Schlosser.

Viene il Paradiso. Altro concetto altra vita altre forme.

Il paradiso e il regno dello spirito venuto a libertà emancipato dalla carne o dal senso perciò il soprasensibile o come dice Dante il trasumanare il di la dall'umano. È quel regno della filosofia che Dante volea realizzare in terra il regno della pace dove intelletto amore e atto sono una cosa. Amore conduce lo spirito al supremo intelletto e il supremo intelletto è insieme supremo atto. La triade è insieme unità. Quando l'uomo è alzato dall'amore fino a Dio hai la congiunzione dell'umano e del divino il sommo bene il paradiso.

Questo ascetismo o misticismo non è dottrina astratta è una forma della vita umana. Ci è nel nostro spirito un di là ciò che dicesi il sentimento dell'infinito la cui esistenza si rivela più chiaramente alle nature elevate.

L'arte antica avea materializzato questo di là umanando il cielo e la filosofia partendo dalle più diverse direzioni era giunta a questa conclusione pratica che l'ideale della saggezza e perciò della felicità è posto nella eguaglianza dell'animo ciò che dicevasi “apatia” affrancamento dalle passioni e dalla carne: pagana tranquillità che vedi nelle figure quiete e serene e semplici dell'arte greca.

Questa calma filosofica trovi nelle figure eroiche del limbo:

Parlavan rado con passi soavi

Virgilio n'è il tipo più puro le cui impressioni vanno di rado al di là di un sospiro o di un movimento tosto represso. Questa calma è la fisonomia del purgatorio il carattere più spiccato di quelle anime dove l'aspirazione al cielo è senza inquietudine sicure di salirvi quandochessia. Ma già in quelle anime penetra un elemento nuovo l'estasi il rapimento la contemplazione; ci sta Catone ma irradiato di luce.

Col cristianesimo s'era restaurato nello spirito questo inquieto di là e divenne in breve molta parte della vita anzi la principale occupazione della vita. E si sviluppò un'arte e una letteratura conforme. Chi vede gli ammirabili mosaici del paradiso sotto le cupole di San Marco e di San Giovanni Laterano o le facce estatiche de' santi consumate dal fervore divino ha innanzi stampato il tipo di questo uomo nuovo. Quel di là il celeste il divino appare su quelle facce come appare nella Città di Dio di santo Agostino e nella Dieta salutis di san Bonaventura. A questa immagine avea composta la sua Gerusalemme celeste frate Giacomino da Verona nel secolo decimoterzo.

Questo di là intravveduto nelle estasi ne' sogni nelle visioni nelle allegorie del purgatorio eccolo qui nella sua sostanza è il paradiso. Il quale intravveduto nella vita ha una forma e può essere arte; ma non si concepisce come veduto ora nella sua purezza come regno dello spirito possa avere una rappresentazione. Il paradiso può essere un canto lirico che contenga. non la descrizione di cosa che è al di sopra della forma ma la vaga aspirazione dell'anima a “non so che divino” ed anche allora l'obietto del desiderio pur rimanendo “un incognito indistinto” riceve la sua bellezza da immagini terrene come nell'Aspirazione e nel Pellegrino di Schiller e in questi bei versi del Purgatorio imitati dal Tasso:

Per rendere artistico il paradiso Dante ha immaginato un paradiso umano accessibile al senso e all'immaginazione. In paradiso non c'è canto e non luce e non riso; ma essendo Dante spettatore terreno del paradiso lo vede sotto forme terrene:

Così Dante ha potuto conciliare la teologia e l'arte. Il paradiso teologico è spirito fuori del senso e dell'immaginazione e dell'intelletto; Dante gli dà parvenza umana e lo rende sensibile ed intelligibile. Le anime ridono cantano ragionano come uomini. Questo rende il paradiso accessibile all'arte.

Siamo all'ultima dissoluzione della forma. Corpulenta e materiale nell'Inferno pittorica e fantastica nel Purgatorio qui è lirica e musicale immediata parvenza dello spirito assoluta luce senza contenuto fascia e cerchio dello spirito non esso spirito. Il purgatorio come la terra riceve la luce dal sole e dalle stelle e queste l'hanno immediatamente da Dio sicchè le anime purganti come gli uomini veggono il sole e nel sole intravvedono Dio offertosi già alla fantasia popolare come emanazione di luce; ma i beati intuiscono Dio direttamente per la luce che move da lui senza mezzo:

Adunque il paradiso e la più spirituale manifestazione di Dio; e perciò di tutte le forme non rimane altro che luce di tutti gli affetti non altro che amore di tutt'i sentimenti non altro che beatitudine di tutti gli atti non altro che contemplazione. Amore beatitudine contemplazione prendono anche forma di luce; gli spiriti si scaldano ai raggi d'amore; la beatitudine o letizia sfavilla negli occhi e fiammeggia nel riso; e la verità è siccome in uno specchio dipinta nel cospetto eterno:

Gli affetti e i pensieri delle anime si manifestano con la luce; l'ira di san Pietro fa trascolorare tutto il paradiso.

Il paradiso ha ancora la sua storia e il suo progresso come l'inferno e il purgatorio. È una progressiva manifestazione dello spirito o di Dio in una forma sempre più sottile sino al suo compiuto sparire manifestazione ascendente di Dio che risponde a' diversi ordini o gradi di virtù. Sali di stella in stella come di virtù in virtù sino al cielo empireo soggiorno di Dio.

Ad esprimere queste gradazioni unica forma è la luce. Perciò non hai qui come nell'inferno o nel purgatorio differenze qualitative ma unicamente quantitative un più e un meno. Prima la luce non è così viva che celi la faccia umana; più si sale e più la luce occulta le forme come in un santuario. Come è la luce così è il riso di Beatrice un “crescendo” superiore ad ogni determinazione; la fantasia formando non può seguire l'intelletto che distingue. Bene il poeta vi adopera l'estremo del suo ingegno conscio della grandezza e difficoltà dell'impresa:

Dapprima caldo di questo mondo sua fattura allettato dalla novità o dal maraviglioso de' fenomeni che gli si affacciano le immagini gli escono vivaci peregrine; poi quasi stanco diviene arido e dà in sottigliezze; ma lo vedi rilevarsi e poggiare più e più a inarrivabile altezza sereno estatico: diresti che la difficoltà lo alletti la novità lo rinfranchi l'infinito lo esalti.

Il paradiso propriamente detto è il cielo empireo immobile e che tutto move centro dell'universo. Ivi sono gli spiriti ma secondo i gradi de' loro meriti e della loro beatitudine appariscono ne' nove cieli che girano intorno alla terra la luna Mercurio Venere il sole Marte Giove Saturno le stelle fisse e il primo mobile. Ne' primi sette cieli che sono i sette pianeti ti sta avanti tutta la vita terrena. La luna è una specie di avanti-paradiso. I negligenti aprono l'inferno e il purgatorio e aprono anche il paradiso. E i negligenti del paradiso sono i manchevoli non per volontà propria ma per violenza altrui. Il loro merito non è pieno perchè mancò loro quella forza di volontà che tenne Lorenzo sulla grata e fe' Muzio severo alla sua mano. Perciò in loro rimane ancora un vestigio della terra: la faccia umana. In Mercurio Venere il sole Marte Giove hai le glorie della vita attiva i legislatori gli amanti i dottori i martiri i giusti. In Saturno hai la corona e la perfezione della vita i contemplanti. Percorsi i diversi gradi di virtù comincia il tripudio o come dice il poeta il trionfo della beatitudine. Ed hai nelle stelle fisse il trionfo di Cristo nel primo mobile il trionfo degli angioli e nell'empireo la visione di Dio la congiunzione dell'umano e del divino dove s'acqueta il desiderio. Questa storia del paradiso secondo i diversi gradi di beatitudine ha la sua forma ne' diversi gradi di luce.

La luce veste e fascia delle anime è la sola superstite di tutte le forme terrene e non è vera forma ma semplice parvenza e illusione dell'occhio mortale. Essa è la stessa beatitudine la letizia delle anime che prende quell'aspetto agli occhi di Dante:

Queste parvenze dell'interna letizia si atteggiano si determinano si configurano ne' più diversi modi e non sono altro che i sentimenti o i pensieri delle anime che paion fuori in quelle forme. E n'esce la natura del paradiso luce diversamente atteggiata e configurata che ha aspetto or di aquila or di croci or di cerchio or di costellazione ora di scala con viste nuove e maravigliose. Queste combinazioni di luce non sono altro che gruppi d'anime che esprimono i loro pensieri co' loro moti e atteggiamenti. A rendere intelligibili le parvenze di questo mondo di luce il poeta si tira appresso la natura terrestre e ne coglie i fenomeni più fuggevoli più delicati e ne fa lo specchio della natura celeste. Così rientra la terra in paradiso non come sostanziale ma come immagine parvenza delle parvenze celesti. È la terra che rende amabile questo paradiso di Dante; è il sentimento della natura che diffonde la vita tra queste combinazioni ingegnose e simboliche. La terra ha pure la sua parte di paradiso ed è in quei fenomeni che inebbriano innalzano l'animo e lo dispongono alla tenerezza e all'amore: trovi qui tutto che in terra è di più etereo di più sfumato di più soave. E come l'impressione estetica nasce appunto da questo profondo sentimento della natura terrestre avviene che il lettore ricorda il paragone senza quasi più sapere a che cosa si riferisca. Questi paragoni di Dante sono le vere gemme del Paradiso:

Queste tre ultime terzine sono mirabili di spontaneità e di evidenza. Il poeta ha circonfuso le celesti sustanze di tutto ciò che in terra è più ridente e smagliante. Siamo nell'empireo. La virtù visiva è stanca ma si raccende alle parole di Beatrice sì che gli appare la riviera di luce e fortificata la vista in quella riviera in quei fiori inebbrianti in quell'oro in quei rubini in quelle vive faville Dante discerne ambo le corti del cielo nel santo delirio del loro tripudio. Ma in verità gli scanni de' beati sono meno poetici di queste due rive dipinte di mirabil primavera.

Ma la forma come parvenza dello spirito è un press'a poco un quasi un come “fioca e corta” al concetto. Questa impotenza della forma produce un sublime negativo che Dante esprime con l'energia intellettuale di chi ha vivo il sentimento dell'infinito:

La letizia che move le anime e “trascende ogni dolzore” non è se non beatitudine. E rende beate le anime l'entusiasmo dell'amore e la chiarezza intellettiva o come dice Dante “luce intellettual piena d'amore”. Esse hanno allegro il cuore e allegra la mente. Nel cuore è perenne desiderio e perenne appagamento. Nella mente la verità sta come “dipinta”.

La luce è forma inadeguata della beatitudine. Ti dà la parvenza ma non il sentimento e non il pensiero. Spuntano perciò due altre forme il canto e la visione intellettuale.

Quello che nel purgatorio è amicizia nel paradiso è amore ardore di desiderio placato sempre non saziato mai infinito come lo spirito. Stato lirico e musicale che ha la sua espressione nella melodia e nel canto. La medesimezza del sentimento spinto sino all'entusiasmo genera la comunione delle anime; la persona non è l'individuo ma il gruppo come è delle moltitudini nei grandi giorni della vita pubblica. I gruppi qui non sono cori che accompagnino e compiano l'azione individuale ma sono la stessa individualità diffusa in tutte le anime o se vogliamo chiamarli cori sono il coro di personaggi invisibili e muti di Cristo di Maria e d'Iddio. Ecco il coro di Maria:

Regina coeli” cantando sì dolce

Quella facella è l'angiolo Gabriele e il coro è angelico. Angioli e beati sono penetrati dello stesso spirito hanno vita comune se non che negli angioli la virtù è innocenza e la letizia è irriflessa: plenitudine volante tra' beati e Dio che il poeta ha rappresentato in alcuni bei tratti; è un andare e venire nel modo abbandonato e allegro della prima età tripudianti e folleggianti con una espansione che il poeta chiama “arte” e “gioco”:

L'amicizia o comunione delle anime è detta dal poeta “sodalizio”. I loro moti sono danze le loro voci sono canti; ma in quell'accordo di voci in quel turbine di movimenti la personalità scompare: è una musica in cui i diversi suoni si confondono e si perdono in una sola melode. Non ci è differenza di aspetto ma per dir così una faccia sola. Questa comunanza di vita è il fondo lirico del Paradiso ma è la sua parte fiacca perchè il poeta contento a citare le prime parole di canti ecclesiastici non ha avuta tanta libertà e attività di spirito da creare la lirica del paradiso rappresentando nel canto i sentimenti e gli affetti del celeste sodalizio. E dove potea giungere lo mostra la preghiera di san Bernardo che è un vero inno alla Vergine e l'inno a san Francesco d'Assisi e l'inno a san Domenico nella loro semplicità anche un po' rozza tutto cose e più schietti che i magniloquenti inni moderni.

I canti delle anime sono vuoti di contenuto voci e non parole musica e non poesia: è tutto una sola onda di luce di melodia e di voce che ti porta seco:

È l'armonia universale l'inno della creazione. La luce vincendo la corporale impenetrabilità e frammischiando i suoi raggi esprime anche al di fuori questa compenetrazione delle anime l'individualità sparita nel mare dell'essere. Il poeta signore anzi tiranno della lingua forma ardite parole a significare questa medesimezza amorosa degli esseri nell'essere: “inciela” “imparadisa” “india” “intuassi” “immei” “inlei” “s'infutura” “s'illuia” delle quali voci alcune dopo lungo obblio rivivono. La redenzione dell'anima è la sua progressiva emancipazione dall'egoismo della coscienza; la sua individualità non le basta; si sente incompiuta parziale disarmonica e sospira alla idealità nella vita universale. Questo è il carattere della vita in paradiso. Non solo sparisce la faccia umana ma in gran parte anche la personalità. Vivono gli uni negli altri e tutti in Dio.

Questo vanire delle forme e della stessa personalità riduce il paradiso a una corda sola a lungo andare monotona se non vi penetrasse la terra e con la terra altre forme ed altre passioni. La terra penetra come contrapposto a questa vita d'amore e di pace. È vita d'odio e di vana scienza e provoca le collere e i sarcasmi de' celesti.

Il contrapposto è colto in alcuni momenti altamente poetici. Accolto nel sole gloriosamente allato a Beatrice si affaccia al poeta tutta la vanità delle cure terrestri:

Un altro momento di alta poesia è quando il poeta dall'alto delle stelle fisse guarda alla terra:

La terra “che ci fa tanto feroci” veduta dal cielo gli pare un'aiuola. Il concetto abbellito e allargato dal Tasso ha qui una severità di esecuzione quasi ieratica. Il poeta si sente già cittadino del cielo e guarda così di passata e con appena un sorriso a tanta viltà di sembiante volgendone immediatamente l'occhio e mirando in Beatrice:

Pure è quest'aiuola che desta nel seno de' beati varietà di sentimenti e di passioni facendo vibrar nuove corde. Accanto all'inno spunta la satira in tutte le sue gradazioni il frizzo la caricatura l'ironia il sarcasmo. Qual frizzo che l'allusione di Carlo Martello così pungente nella sua generalità:

Beatrice dottissima in teologia si mostra non meno dotta nel maneggio della caricatura e dell'ironia frustando i predicatori plebei di quel tempo:

Or si va con motti e con iscede

a predicare e pur che ben si rida

gonfia 'l cappuccio e più non si richiede.

Giustiniano conchiude il suo nobilissimo racconto dei casi e della gloria dell'antica Roma con fiere minacce ai guelfi nemici dell'aquila imperiale. Papa e monaci sono i più assaliti. San Tommaso dette le lodi di san Francesco riprende i francescani e san Benedetto i benedettini e san Pietro il papa. Tutt'i re di quel tempo mandano sangue sotto il flagello di Dante. Non si può attendere da' santi alcuna indulgenza alle umane fralezze. La satira è acerba; la sua musa è l'indignazione e la sua forma ordinaria è l'invettiva. Le forme comiche sono uccise in sul nascere e si sciolgono nel sarcasmo. Il sarcasmo non è qui nè un pensiero nè un tratto di spirito ma pittura viva del vizio con parole anche grossolane come “cloaca” che mettano in vista il laido e il disgustoso. Il vizio è colto non in una forma generale e declamatoria ma là in quegli uomini in quel tempo sotto quelli aspetti con pienezza di particolari ed esattezza di colorito. Capilavori di questo genere sono la pittura de' benedettini e l'invettiva di san Pietro.

Questo contrapposto tra il cielo e la terra non è altro se non l'antitesi che è in terra tra i buoni e i cattivi e per scendere al particolare tra l'età dell'oro del cristianesimo e i tempi degeneri del poeta; è il presente condannato dal passato è il passato messo in risalto dal suo contrasto con la corruzione presente. Ci erano i benedettini ma ci era stato san Benedetto; ci era Bonifazio e Clemente ma ci era stato san Pietro e Lino e Cleto e Sisto e Pio e Calisto e Urbano. Gli uomini di quell'aurea età più illustri per santità e per scienza sono qui raccolti come in un pantheon; è il mondo eroico cristiano succeduto a quel mondo eroico pagano stato descritto nel Limbo e di cui Giustiniano fa il panegirico in paradiso.

Questa età dell'oro collocata nel passato e messa a confronto con la tristizia di quei tempi ha ispirato a Dante una delle scene più interessanti ed è la pittura dell'antica e della nuova Firenze fatta dal Cacciaguida uno de' suoi antenati. Ivi inno e satira sono fusi insieme: vedi l'ideale dell'età dell'oro e della domestica felicità con tanta semplicità di costumi con tanta modestia di vita e di rincontro vedi il villano di Aguglione e le sfacciate donne fiorentine. La conclusione di questa scena di famiglia prende proporzioni epiche: Dante si fa egli medesimo il suo piedistallo. Nella predizione che Cacciaguida gli fa del suo esilio è tanta malinconia e tanto affetto che ben si pare la profonda tristezza del vecchio e stanco poeta. L'esilio non è rappresentato ne' patimenti materiali: Dio riserba dolori più acuti ai magnanimi lasciare ogni cosa diletta più caramente e domandare il pane all'insolente pietà degli estranei: questo strazio di tanti miseri vive qui immortale ne' versi divenuti proverbiali del più misero e del più grande. Ma è un dolore virile: tosto rileva la fronte e dall'alto del suo ingegno e della sua missione poetica vede a' suoi piedi tutt'i potenti della terra.

La letizia delle anime non è solo amore ma visione intellettuale. La luce il riso non sono altro che manifestazione del loro perfetto vedere: perciò la luce e detta “intellettuale”. Beatrice spiega così il suo riso a Dante:

La beatitudine e la contemplazione e la contemplazione è appunto questa perfetta visione intellettuale. Perciò le anime non investigano non discutono e non dimostrano ma veggono e descrivono la verità non come idea ma come natura vivente. In terra ci è l'apparenza del vero e perciò diversità di sistemi filosofici come spiega Beatrice:

In paradiso la verità è tutta dipinta nel cospetto eterno; in Dio è legato con amore in un volume ciò che per l'universo si squaderna; vedere Dio è vedere la verità. E non è visione solo di cose ma di pensieri e di desidèri. I beati vedono il pensiero di Dante senza ch'egli lo esprima.

La scienza com'era concepita a' tempi di Dante sposata alla teologia avea una forma concreta e individuale materia contemplabile e altamente poetica. Un Dio personale che immobile motore produce amando l'idea esemplare dell'universo pura intelligenza e pura luce che penetra e risplende in una parte più e meno in un'altra sino alle ultime contingenze; gli astri dove si affacciano i beati influenti sulle umane sorti e governati da intelligenze da cui spira il moto e le virtù de' loro giri; il cielo empireo centro di tutt'i cerchi cosmici e soggiorno della pura luce; l'universo splendore della divinità dove appare squadernato ciò che in Dio è un volume; l'ordine e l'accordo di tutto il creato dalle infime incarnazioni fino alle nove gerarchie degli angioli; la caduta dell'uomo per il primo peccato e il suo riscatto per l'incarnazione e la passione del Verbo; la verità rivelata oscura all'intelletto visibile al cuore avvalorata dalla fede confortata dalla speranza infiammata dalla carità: in questa scienza della creazione il pensiero è talmente concretato e incorporato che il poeta può contemplarlo come cosa vivente come natura. Perciò la forma scientifica è qui meno un ragionamento che una descrizione come di cosa che si vede e non si dimostra. Il perfetto vedere de' beati è privilegio di Dante; nessuno gli sta del pari nella forza e chiarezza della visione. Spirito dommatico credente e poetico predica dal paradiso la verità assoluta e non la pensa la scolpisce. Diresti che pensi con l'immaginazione aguzzata dalla grandezza e verità dello spettacolo. Nascono ardite metafore e maravigliose comparazioni. L'accordo della prescienza col libero arbitrio è una delle concezioni più difficili e astruse; ma qui non è una concezione è una visione uno spettacolo: così potente è questa immaginazione dantesca:

Il poeta procede per deduzione guardando le cose dall'alto del paradiso da cui dechina via via fino alle ultime conseguenze: forma contemplativa e dommatica anzi che discorsiva e dimostrativa e propria della poesia presentando all'immaginazione vasti orizzonti in una sola comprensione:

Questa forma poetica della scienza questa visione intellettuale abbozzata nel Tesoretto è condotta qui a molta perfezione. È un certo modo di situare l'oggetto e metterlo in vista sì che l'occhio dell'immaginazione lo comprenda tutto. Se ci è cosa che ripugna a questa forma è lo scolasticismo con la barbarie delle sue formole e le sue astrazioni; ma l'immaginazione vi fa penetrare l'aria e la luce: miracolo prodotto dalle due grandi potenze della mente dantesca la virtù sintetica e la virtù formativa. Veggasi la stupenda descrizione che fa Beatrice del moto degli astri di poco inferiore alla storia del processo creativo il capolavoro di questo genere. Qui la scienza della creazione è abbracciata in un solo girar d'occhio con sì stretta e rapida concatenazione che tutto il creato ti sta innanzi come una sola idea semplice. Ci sono concetti difficilissimi ad esprimersi come l'unità della luce nella sua diversità e l'imperfezione della natura che non ti dà mai realizzato l'ideale. I concetti qui non sono astrazioni ma forze vive gli attori della creazione la luce il cielo la natura e non hai un ragionamento hai una storia animata con una chiarezza e vigore di rappresentazione che fa di Dio e della natura vere persone poetiche:

Queste tre terzine sono una maraviglia di chiarezza e di energia in dir cosa difficilissima. Nè minor potenza d'intuizione trovi nella fine quando paragonando l'ideale alla cera del suggello aggiunge:

Ed anche la mano di Dante trema che fra tante bellezze ci è non poca scoria. Non di rado vedi non il poeta ma il dottore che esce dall'università di Parigi pieno il capo di tesi e di sillogismi. Molte quistioni sono troppo speciali altre sono infarcite di barbarie scolastica: definizioni distinzioni citazioni argomentazioni. E questo è non per difetto di virtù poetica ma per falso giudizio. A lui pare che questo lusso di scienza sia la cima della poesia e se ne vanta e si beffa di quelli che lo hanno sin qui seguito in piccola barca. - Tornate indietro - egli dice - che il mio libro e per soli quei pochi che possono gustare il pan degli angioli; - e sono i filosofi e i dottori suoi pari. Perciò il Paradiso e poco letto e poco gustato. Stanca soprattutto la sua monotonia che par quasi una serie di dimande e di risposte fra maestro e discente.

La visione intellettuale è la beatitudine. L'esposizione della scienza riesce in cantici e inni le ultime parole del veggente si confondono con gli osanna del cielo:

Dio lodiamo

Santo santo santo !”

Così è sciolto questo mistero dell'anima. Adombrato ne' simboli e allegorie del Purgatorio qui il mistero è svelato è la Divina Commedia dell'anima il suo indiarsi nell'eterna letizia. La forza che tira Dante a Dio si che sale come rivo

è l'amore è Beatrice che all'alto volo gli veste le piume Beatrice è in sè il compendio del paradiso lo specchio dove quello si riflette ne' suoi mutamenti. Puoi dipingerla quando prega Virgilio o quando “regalmente proterva” rimprovera l'amante; ma qui è spiritualizzata tanto che è indarno opera di pennello. La stessa parola non è possente di descrivere quel riso e quella bellezza trasmutabile se non ne' suoi effetti su Dante e su' celesti. Ecco uno de' più bei luoghi:

Spiritualizzato il corpo spiritualizzata l'anima. L'amore è purificato: nulla resta più di sensuale. Dante che nel purgatorio sentì il tremore dell'antica fiamma qui ode Beatrice con un sentimento assai vicino alla riverenza. Quando ella si allontana ei non manda un lamento: ogni parte terrestre è in lui arsa e consumata. Le sue parole sono affettuose; ma è affetto di riverente gratitudine siccome nel piccolo cenno che gli fa Beatrice l'amore dell'uomo come ombra si dilegua nell'amore di Dio ella lo ama in Dio:

Come Dante non potè entrare nel paradiso terrestre a vedere il simbolo del trionfo di Cristo senza lo “scotto” del pentimento così non può ne' “gemelli” o stelle fisse contemplare il trionfo di Cristo che non dichiari la sua fede. Allora san Pietro lo incorona poeta e poeta vuol dire banditore della verità. San Pietro gli dice:

Così la Commedia ha la sua consacrazione e la sua missione. È la verità bandita dal cielo della quale Dante si fa l'apostolo e il profeta: è il “poema sacro”. Con quella stessa coscienza della sua grandezza che si fe' “sesto fra cotanto senno” qui si pone accanto a san Pietro e se ne fa l'interprete congiungendo in sè le due corone il savio e il santo l'antica e la nuova civiltà il filosofo e il teologo. Dichiarata la sua fede consacrato e incoronato Dante si sente oramai vicino a Dio. Avea già contemplata la divinità nella sua umanità il Dio-uomo. Il trionfo di Cristo la festa dell'Incarnazione sembra reminiscenza di funzioni ecclesiastiche co' suoi principali attori Cristo la Vergine Gabriello. Cristo e la Vergine sono come nel santuario invisibili; la festa è tutta fuori di loro e intorno a loro. Succede il trionfo degli angioli e poi nell'empireo il trionfo di Dio.

L'empireo è la città di Dio il convento de' beati il proprio e vero paradiso. Beatrice raggia sì che il poeta si concede vinto più che tragedo o comico superato dal suo tema e desiste dal seguir

Ivi è la luce intellettuale che fa visibile

La luce ha figura circolare come il giallo di una rosa le cui bianche foglie si distendono per l'infinito spazio e sono gli scanni de' beati. San Bernardo spiega e descrive il maraviglioso giardino. Il punto che più splende è là dove sono

dove è la Vergine e gli angioli. Quel punto è la pacifica orifiamma del paradiso la bandiera della pace. Il giardino la rosa l'orifiamma sono immagini graziose ma inadeguate. Queste metafore non valgono la stupenda terzina dove san Bernardo è rappresentato in forma umana e intelligibile:

Il paradiso appunto perchè paradiso non puoi determinarlo troppo e descriverlo senza impiccolirlo. La sua forma adeguata è il sentimento l'eterno tripudio: ciò che è ben colto in quella plenitudine volante di angeli che diffondono un po' di vita tra quella calma. Il vero significato lirico del paradiso è nell'inno di Dante a Beatrice e nell'inno di san Bernardo alla Vergine ne' quali è il paradiso guardato dalla terra con sentimenti e impressioni di uomo. I beati stessi diventano interessanti quando tra quella luce vedi spuntare

visi a carità suadi

ed atti ornati di tutte onestadi

o quando “chiudon le mani” implorando la Vergine.

Anche Dio ha voluto descrivere Dante e vede in lui l'universo e poi la Trinità e poi l'Incarnazione congiunzione dell'umano e del divino in cui si acqueta il desiderio il “disiro” e il “velle

Dante vede ma è visione di cui hai le parole e non la forma; ci è l'intelletto non ci è più l'immaginazione divenuta un semplice lume un barlume. La forma sparisce; la visione cessa quasi tutta; sopravvive il sentimento:

L'immaginazione morendo manda in questi bei versi l'ultimo raggio. All'“alta fantasia” manca la possa; e insieme con la fantasia muore la poesia.

Così finisce la storia dell'anima. Di forma in forma di apparenza in apparenza ritrova e riconosce se stessa in Dio pura intelligenza puro amore e puro atto. Ed è in questa concordia che l'anima acqueta il suo desiderio trova la pace. Nell'Inferno signoreggia la materia anarchica: le sue forme ricevono d'ogni sorte differenze spiccate distinte corpulente e personali. Nel Purgatorio la materia non è più la sostanza ma un momento: lo spirito acquista coscienza di sua forza e contrastando e soffrendo conquista la sua libertà: la realtà vi è in immaginazione rimembranza del passato da cui si sprigiona aspirazione all'avvenire a cui si avvicina; onde le sue forme sono fantasmi e rappresentazioni dell'immaginativa anzi che obbietti reali: pitture sogni visioni estatiche simboli e canti. Nel Paradiso lo spirito già libero di grado in grado s'india; le differenze qualitative si risolvono e tutte le forme svaporano nella semplicità della luce nella incolorata melodia musicale nel puro pensiero. Quel regno della pace che tutti cercavano quel regno di Dio quel regno della filosofia quel “di là” tormento e amore di tanti spiriti è qui realizzato. Il concetto della nuova civiltà di cui avevi qua e là oscuri e sparsi vestigi è qui compreso in una immensa unità che rinchiude nel suo seno tutto lo scibile tutta la coltura e tutta la storia. E chi costruisce così vasta mole ci mette la serietà dell'artista del poeta del filosofo e del cristiano. Consapevole della sua elevatezza morale e della sua potenza intellettuale gli stanno innanzi acuti stimoli all'opera la patria la posterità l'adempimento di quella sacra missione che Dio affida all'ingegno acuti stimoli ne' quali sono purificati altri motivi meno nobili l'amor della parte la vendetta le passioni dell'esule: ci è là dentro nella sua sincerità tutto l'uomo ci è quel d'Adamo e ci è quel di Dio. A poco a poco quel mondo della fantasia diviene parte del suo essere il suo compagno fino agli ultimi giorni e vi gitta come nel libro della memoria l'eco de' suoi dolori delle sue speranze e delle sue maledizioni. Nato a immagine del mondo che gli era intorno simbolico mistico e scolastico quel mondo si trasforma e si colora e s'impolpa della sua sostanza e diviene il suo figlio il suo ritratto. La sua mente sdegna la superficie guarda nell'intimo midollo e la sua fantasia ripugna all'astratto a tutto dà forma. Onde nasce quella intuizione chiara e profonda che è il carattere del suo genio. E non solo l'oggetto gli si presenta con la sua forma ma con le sue impressioni e i suoi sentimenti. E n'esce una forma che è insieme immagine e sentimento immagine calda e viva sotto alla quale vedi il colore del sangue il movere della passione. E con l'immagine tutto è detto e non vi s'indugia e non la sviluppa e corre lievemente di cosa in cosa e sdegna gli accessorii. A conseguire l'effetto spesso gli basta una sola parola comprensiva che ti offre un gruppo d'immagini e di sentimenti e spesso mentre la parola dipinge non fosse altro con la sua giacitura l'armonia del verso ne esprime il sentimento. Tutto è succo tutto è cose cose intere nella loro vivente unità non decomposte dalla riflessione e dall'analisi. Per dirla con Dante il suo mondo è un volume non squadernato. È un mondo pensoso ritirato in sè poco comunicativo come fronte annuvolata da pensiero in travaglio. In quelle profondità scavano i secoli e vi trovano sempre nuove ispirazioni e nuovi pensieri. Là vive involto ancora e nodoso e pregno di misteri quel mondo che sottoposto all'analisi umanizzato e realizzato si chiama oggi letteratura moderna.


 

VIII

IL CANZONIERE

Dante morì nel 1321. La sua Commedia riempie di sè tutto il secolo. I contemporanei la chiamarono “divina” quasi la parola sacra il libro dell'altra vita o come diceano il “libro dell'anima”. Un tal Trombetta quattrocentista la mette fra le opere sacre e i libri dell'anima “da studiarsi in quaresima” come le Vite de' santi Padri la Vita di san Girolamo. Il popolo cantava i suoi versi anche in contado e pigliava alla semplice la sua fantasia. I dotti ammiravano la scienza sotto il velo delle favole quantunque alcuni austeri come Cecco d'Ascoli quel velo non ce l'avrebbero voluto. E Fazio degli Uberti crede di far cosa più degna rimovendo ogni velo ed esponendoci arida scienza nel suo Dittamondodicta mundi”.

L'impressione non fu puramente letteraria. Ammiravano la forma squisita ma tenevano il libro più che poesia. Vedevano là entro il libro della vita o della verità e ben presto fu spiegato e comentato come la Bibbia e come Aristotile accolto con la stessa serietà con la quale era stato concepito.

Oscurissimo in molti particolari e per le allusioni politiche e storiche e pel senso allegorico il libro nel suo insieme è così chiaro e semplice che si abbraccia tutto di un solo sguardo. La scienza della vita o della creazione è colta ne' suoi tratti essenziali e rappresentata con perfetta chiarezza e coesione. L'armonia intellettuale diviene cosa viva nell'architettura così coerente e significativa nelle grandi linee così accurata ne' minini particolari. L'immaginazione anche più pigra concepisce di un tratto inferno purgatorio e paradiso. Il pensiero nuovo mistico e spiritualista lunga elaborazione dei secoli compariva qui perfettamente armonizzato e pieno di vita. In questo mondo intellettuale e dommatico così ben rispondente alla coscienza universale si sviluppava la storia o il mistero dell'anima nella più grande varietà delle forme sì che vi si rifletteva tutta la vita morale nel suo senso più serio e più elevato. Il sentimento della famiglia la viva impressione della natura l'amor della patria un certo senso d'ordine di unità di pace interiore che fa contrasto al disordine e alla licenza di quei costumi pubblici e privati la virtù dell'indignazione il disprezzo di ogni viltà e volgarità la virilità e la fierezza della tempra l'aspirazione ad un ordine di cose ideale e superiore il vivere in ispirito e in contemplazione come staccato dalla terra il sentimento della giustizia e del dovere la professione della verità piaccia o non piaccia con l'occhio volto a' posteri e quella fede congiunta con tanto amore quell'accento di convinzione quella coscienza che ha il poeta della sua personalità della sua grandezza e della sua missione; tutto questo appartiene a ciò che di più nobile ed elevato e nella natura umana. Anche quel non so che scabro e rozzo e quasi selvaggio ch'è nella superficie rendeva l'immagine di quella eroica e ancor barbara giovinezza del mondo moderno.

Ma l'impressione prodotta dalla Commedia rimaneva circoscritta nell'Italia centrale. La scuola del nuovo stile non avea fatto ancora sentire la sua azione nelle rimanenti parti d'Italia dove la lingua dominante era sempre il latino scolastico ed ecclesiastico. Malgrado l'esempio di Dante non era ancora stabilito che in rima si potesse scrivere d'altro che di cose d'amore. E in questa sentenza era anche Cino da Pistoia solo superstite di quella scuola immortale dalla quale era uscita la Commedia. Compariva sulla scena la nuova generazione.

Lo studio de' classici la scoperta di nuovi capilavori una maggior pulitezza nella superficie della vita la fine delle lotte politiche col trionfo de' guelfi la maggior diffusione della coltura sono i tratti caratteristici di questa nuova situazione. La superficie si fa più levigata il gusto più corretto sorge la coscienza puramente letteraria il culto della forma per se stessa. Gli scrittori non pensarono più a render le loro idee in quella forma più viva e rapida che si offrisse loro innanzi; ma cercarono la bellezza e l'eleganza della forma. Dimesticatisi con Livio Cicerone Virgilio parve loro barbaro il latino di Dante; ebbero in dispregio quei trattati e quelle storie che erano state l'ammirazione della forte generazione scomparsa e non poterono tollerare il latino degli scolastici e della Bibbia. Intenti più alla forma che al contenuto poco loro importava la materia pur che lo stile ritraesse della classica eleganza. Così sorsero i primi puristi e letterati in Italia e capi furono Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio.

Nel Petrarca si manifesta energicamente questo carattere della nuova generazione. Fece lunghi e faticosi viaggi per iscoprire le opere di Varrone le storie di Plinio la seconda deca di Livio; trovò le epistole di Cicerone e due sue orazioni. Dobbiamo a' suoi conforti e alla sua liberalità la prima versione di Omero e di parecchi scritti di Platone. Scopritore instancabile di codici emendava postillava copiava: copiò tutto Terenzio. In questa intima familiarità co' più grandi scrittori dell'antichità greco-latina tutto quel tempo di poi che fu detto “il medio evo” gli apparve una lunga barbarie; di Dante stesso ebbe assai poca stima; gli stranieri chiamava “barbari”; gl'italiani chiamava “latin sangue gentile”; voleva una ristaurazione dell'antichità e che non fosse ancora fattibile ne accagiona la corruttela de' costumi. Era Petracco e si fece chiamare Petrarca; sbattezzò i suoi amici e li chiamò Socrati e Lelii ed essi sbattezzarono lui e lo chiamarono Cicerone. Conchiuse la sua vita scrivendo epistole a Cicerone a Seneca a Quintiliano a Tito Livio ad Orazio a Virgilio ad Omero co' quali viveva in ispirito e poco innanzi di morire scrisse una lettera alla posterità alla quale raccomanda la sua memoria.

Così appariva l'aurora del Rinnovamento. L'Italia volgeva le spalle al medio evo e dopo tante vicissitudini ritrovava se stessa e si affermava popolo romano e latino. Questo proclamava Cola da Rienzo dall'alto del Campidoglio. Guelfi e ghibellini divennero nomi vieti; gli scolastici cessero il campo agli eruditi e a' letterati; la teologia fu segregata dagli studi di coltura generale e divenne scienza de' chierici; la filosofia conquistò il primato in tutto lo scibile; le allegorie le visioni le estasi le leggende i miti i misteri separati dal tronco in cui vivevano divennero forme puramente letterarie e d'imitazione; tutto quel mondo teologico mistico nel concetto scolastico e allegorico nelle forme fu tenuto barbarie da uomini che erano già in grado di gustare Virgilio e Omero.

Questa nuova Italia che ripiglia le sue tradizioni e si sente romana e latina e si pone nella sua personalità di rincontro agli altri popoli tutti stranieri e barbari ispira al giovine Petrarca la sua prima canzone. Qui non ci è più il guelfo o il ghibellino non il romano o il fiorentino: c'è l'Italia che si sente ancora regina delle nazioni; ci è l'italiano che parla con l'orgoglio di una razza superiore e ricorda Mario come se fosse vivuto l'altro ieri e quella storia fosse la sua storia; ci è la viva impressione di quel mondo classico sul giovine poeta che ivi trova i suoi antenati e cerca di nuovo quell'Italia potente e gloriosa l'Italia di Mario. L'orgoglio nazionale e l'odio de' barbari è il motivo della canzone lo spirito che vi alita per entro. Vi compariscono già tutte le qualità di un grande artista. La chiarezza e lo splendore dello stile la fusione delle tinte l'arte de' chiaroscuri la perfetta levigatezza e armonia della dizione la sobrietà nel ragionamento la misura ne' sentimenti un dolce calore che penetra dappertutto senza turbare l'equilibrio e la serenità e l'eleganza della forma fanno di questa canzone uno de' lavori più finiti dell'arte. L'Italia ha avuto il suo poeta; ora ha il suo artista.

In questa risurrezione dell'antica Italia è naturale che la lingua latina fosse stimata non solo lingua de' dotti ma lingua nazionale e che la storia di Roma dovesse sembrare agl'italiani la loro propria storia. Da queste opinioni uscì l'Africa che al Petrarca dove parere la vera Eneide la grande epopea nazionale rappresentata in quella lotta ultima nella quale Roma vincendo Cartagine si apriva la via alla dominazione universale. Questo poema rispondeva così bene alla coscienza pubblica che Petrarca fu incoronato principe de' poeti ed ebbe tal grido e tali onori che nessun uomo ha avuto mai. Nuovo Virgilio volle emulare anche a Cicerone accettando volentieri legazioni che gli dessero occasione di recitare pubbliche orazioni. Scrisse egloghe trattati dialoghi epistole sempre in latino: lavori molto apprezzati da' contemporanei ma tosto dimenticati quando cresciuta la coltura e raffinato il gusto parve il suo latino così barbaro come barbaro era parso a lui il latino di Dante e de' Mussati de' Lovati e de' Bonati tenuti a' tempi loro quasi redivivi Orazii e Virgilii.

Ma la lingua latina potea così poco rivivere come l'Italia latina. Il latino scolastico avea pure alcuna vita perchè lo scrittore sforzava la lingua e l'ammodernava e ci mettea se stesso. Ma il latino classico non potea produrre che un puro lavoro d'imitazione. Lo scrittore pieno di riverenza verso l'alto modello non pensa ad appropriarselo e trasformarlo ma ad avvicinarvisi possibilmente. Tutta la sua attività è volta alla frase classica che gli sta innanzi nella sua generalità spoglia di tutte le idee accessorie che suscitava ne' contemporanei e dove è il più fino e il più intimo dello stile. Perciò schiva il particolare e il proprio corre volentieri appresso le perifrasi e le circonlocuzioni e arido nelle immagini povero di colori scarso di movimenti interni e dice non quanto o come gli sgorga dal di dentro ma ciò che può rendersi in quella forma e secondo quel modello: difetti visibili nell'Africa. Così si formo una coscienza puramente letteraria lo studio della forma in se stessa con tutti gli artifici e i lenocini della rettorica: ciò che fu detto “eleganza” “forma scelta e nobile”; maniera di scrivere artificiosa che pare anche nelle sue canzoni politiche come quella a Cola di Rienzo opera più di letterato che di poeta e perciò pregiata molto finchè in Italia durò questa coscienza artificiale.

In verità il Petrarca era tutt'altro che romano o latino come pur voleva parere: potè latinizzare il suo nome ma non la sua anima. Lo scrittore latino è tutto al di fuori ne' fatti e nelle cose è tutto vita attiva e virile diresti non abbia il tempo di piegarsi in sè e interrogarsi. Al Petrarca sta male l'abito di Cicerone; anche i contemporanei a sentirlo battevano le mani e ridevano. Non sentivano l'uomo in tutto quel rimbombo ciceroniano. L'uomo c'era ma più simile all'anacoreta e al santo che a Livio e a Cicerone più inclinato alle fantasie e alle estasi che all'azione. Natura contemplativa e solitaria la vita esterna fu a lui non occupazione ma diversione; la sua vera vita fu tutta al di dentro di sè: il solitario di Valchiusa fu il poeta di se stesso. Dante alzo Beatrice nell'universo del quale si fece la coscienza e la voce; egli calò tutto l'universo in Laura e fece di lei e di sè il suo mondo. Qui fu la sua vita e qui fu la sua gloria.

Pare un regresso: pure è un progresso. Questo mondo è più piccolo è appena un frammento della vasta sintesi dantesca ma è un frammento divenuto una compiuta e ricca totalità un mondo pieno concreto sviluppato analizzato ricerco ne' più intimi recessi. Beatrice sviluppata dal simbolo e dalla scolastica qui è Laura nella sua chiarezza e personalità di donna; l'amore scioltosi dalle universe cose entro le quali giaceva inviluppato qui non è concetto nè simbolo ma sentimento; e l'amante che occupa sempre la scena ti dà la storia della sua anima instancabile esploratore di se stesso. In questo lavoro analitico-psicologico la realtà pare sull'orizzonte chiara e schietta sgombra di tutte le nebbie tra le quali era stata ravvolta. Usciamo infine da' miti da' simboli dalle astrattezze teologiche e scolastiche e siamo in piena luce nel tempio dell'umana coscienza. Nessuna cosa oramai si pone di mezzo tra l'uomo e noi. La sfinge è scoperta: l'uomo è trovato.

Gli è vero che la teoria rimane la stessa. La donna è “scala al Fattore” l'amore è il “principio delle universe cose”. Ma tutto questo è accessorio è il convenuto; la sostanza del libro è la vicenda assidua de' fenomeni più delicati del cuore umano. Cresciuto in Avignone fra le tradizioni provenzali e le corti d'amore quando Francesco da Barberino avea già pubblicato i Documenti d'amore e i Reggimenti delle donne raccolta di tutte le leggi e costumanze galanti egli attinge nello stesso arsenale e spaccia la stessa rettorica allegorie concetti sottigliezze spiritose galanterie. Soprattutto tiene molto a questo che tutto il mondo sappia non essere il suo amore sensuale ma amicizia spirituale fonte di virtù. Dante chiama infamia l'accusa di avere espresso il suo amore troppo sensualmente e a cessare da sè l'infamia trasformò Beatrice nella filosofia e scrisse canzoni filosofiche. Ma le continue proteste e dichiarazioni del Petrarca non convincono nessuno; perchè e il corpo di Laura non come la bella faccia della sapienza ma come corpo che gli scalda l'immaginazione. Laura è modesta casta gentile ornata di ogni virtù; ma sono qualità astratte non è qui la sua poesia. Ciò che move l'amante e ispira il poeta è Laura da' capei biondi dal collo di latte dalle guance infocate da' sereni occhi dal dolce viso la quale egli situa e atteggia in mille maniere e ne cava sempre un nuovo ritratto che spicca in mezzo ad un bel paesaggio il verde del campo la pioggia de' fiori l'acqua che mormora fatta la natura eco di Laura.

Questo sentimento delle belle forme della bella donna e della bella natura puro di ogni turbamento è la musa di Petrarca. Diresti Laura un modello del quale il pittore sia innamorato non come uomo ma come pittore intento meno a possederlo che a rappresentarlo. E Laura è poco più che un modello una bella forma serena posta lì per essere contemplata e dipinta creatura pittorica non interamente poetica: non è la tale donna nel tale e tale stato dell'animo ma è la Donna non velo o simbolo di qualcos'altro ma la donna come bella. Non ci è ancora l'individuo: ci è il genere. In quella quietudine dell'aspetto in quella serenità della forma ci è l'ideale femminile ancora divino sopra le passioni fuori degli avvenimenti non tocco da miseria terrena che il poeta crederebbe profanare calandolo in terra e facendolo creatura umana. La chiama una dea ed è una dea; non è ancor donna. Sta ancora sul piedistallo di statua; non è scesa in mezzo agli uomini non si è umanata. Coloro i quali vogliono leggere nell'anima di questo essere muto e senza espansione e cercarvi il suo segreto fanno il contrario di quello che volle il poeta cercano la donna dov'egli vedeva la dea. Certo a' nostri occhi Laura dee parere una forma monotona e anche talora insipida; ma chi si mette in quei tempi mitici e allegorici troverà in Laura la creatura più reale che il medio evo poteva produrre.

La vita di Laura diviene umana appunto allora che è morta ed è fatta creatura celeste. Qui l'amore non può aver niente più di sensuale: è l'amore di una morta viva in cielo e può liberamente spandersi. Non vedi più i “capei d'oro” e le “rosee dita” e il “bel piede” dal quale l'“erbetta verde” e i “fiori di color mille” desiderano d'esser tocchi. Pure questa Laura non dipinta e più bella e soprattutto più viva perchè “meno altera” meno dea e più donna quando apparisce all'amante e siede sulla sponda del suo letto e gli asciuga gli occhi con quella mano tanto desiata; e salendo al cielo fra gli angioli si volge indietro come aspetti qualcuno; e nella suprema beatitudine desidera il bel corpo e l'amante ed entra con lui in dolci colloqui. Così il mistero di Laura si scioglie nell'altro mondo com'è nella Commedia: tutte le contraddizioni finiscono. Sciolta dalle condizioni del reale tolta di mezzo la carne divenuta creatura libera dell'immaginazione Laura par fuori con chiarezza acquista un carattere dove ci è la santa e ci è soprattutto la donna. Esseri taciturni e indefiniti mentre vivono Beatrice e Laura cominciano a vivere appunto quando muoiono.

E il mistero si scioglie anche nel Petrarca. In vita di Laura sorge l'opposizione tra il senso e la ragione tra la carne e lo spirito. Questo concetto fondamentale del medio evo se nel Petrarca è purificato della sua forma simbolica e scolastica rimane pur sempre il suo “credo” cristiano e filosofico. L'opposizione era sciolta teoricamente con l'amicizia platonica o spirituale legame d'anime puro di ogni concupiscenza; dalla quale astrazione non potea uscire che una lirica dottrinale e sbiadita senza sangue dove non trovi nè l'amante nè l'amata nè l'amore. Vi sono momenti nella vita del Petrarca abbastanza tranquilli e prosaici perchè egli si possa dare a questo spasso. Allora riproduce la scuola de' trovatori con tutt'i suoi difetti in una forma eletta e vezzosa che li pallia. E vi trovi il convenzionale il manierato le regole e le sottigliezze del codice d'amore soprattutto il concettoso dotato com'era di uno spirito acuto. Non coglie se stesso nel momento dell'impressione; l'impressione è passata e se la mette dinanzi e la spiega come critico o filosofo: hai un di là dell'impressione l'impressione generalizzata e spiegata come è nella più parte de' suoi sonetti in vita di Laura; antitesi freddure sottigliezze ragionamenti in forma pretensiosa e civettuola. Allora tutto è chiaro; tutto e spiegato con Platone e col codice d'amore; hai il solito contenuto lirico allora in voga sulla donna sull'amore pomposamente abbigliato. Trovi un maraviglioso artefice di verso un ingegno colto ornato acuto elegante: non trovi ancora il poeta e non l'artista. Ma nel momento delle impressioni tra le sue irrequietezze e agitazioni circuito di fantasmi par fuori la sua personalità: trovi il poeta e l'artista. Quello che sente è in opposizione con quello che crede. Crede che la carne è peccato; che il suo amore è spirituale; che Laura gli mostra la via “che al ciel conduce”; che il corpo è un velo dello spirito. E se in questo “credo” trovasse ogni suo appagamento avremmo Dante e Beatrice. Ma non vi si appaga: l'educazione classica e l'istinto dell'artista si ribella contro queste astrazioni di uno spiritualismo esagerato; si rivela in lui uno spirito nuovo il senso del reale e del concreto così sviluppato ne' pagani. Non vi si appaga l'artista e non vi si appaga l'uomo; perchè si sente inquieto non ben sicuro di quello che crede e vuol far credere e sente il morso del senso e tutte le ansietà di un amore di donna. Scoppia fuori la contraddizione o il mistero. Il suo amore non e così possente che lo metta in istato di ribellione verso le sue credenze nè la sua fede è così possente che uccida la sensualità del suo amore. Nasce un fluttuar continuo di riflessioni contraddittorie un sì ed un no un voglio e non voglio:

Nasce il mistero dell'amore che ti offre le più diverse apparenze senza che il poeta giunga ad averne chiara coscienza:

Manca al Petrarca la forza di sciogliersi da questa contraddizione e più vi si dimena più vi s'impiglia. Il canzoniere in vita di Laura è la storia delle sue contraddizioni. Ora gli pare che contraddizione non ci sia e unisce in pace provvisoria cielo e terra ragione e senso gli occhi che mostrano la via del cielo e gli occhi alfin dolci tremanti

Sono i suoi momenti di sanità e di forza di entusiasmo più artistico che amoroso dal quale escono le vivaci descrizioni del bel corpo e le tre “canzoni sorelle”. Ora si sente inquieto e si lascia ir dietro alla corrente delle impressioni e delle immagini e vede il meglio e al peggior s'appiglia come conchiude nella canzone

dove è rappresentata la lotta interna tra la ragione e il senso la ragione che parla e il senso che morde. E ci sono pure momenti che la ragione piglia il di sopra e si volge a Dio e si confessa e fa proposito di svellere dal suo cuore il “falso dolce fuggitivo”

Non c'è dunque nel Canzoniere una storia un andar graduato da un punto all'altro; ma è un vagar continuo tra le più contrarie impressioni secondo le occasioni e lo stato dell'animo in questo o quel momento della vita. Non ci è storia perchè nell'anima non ci è una forte volontà ne uno scopo ben chiaro; perciò è tutta in balìa d'impressioni momentanee tirata in opposte direzioni. Di che nasce un difetto d'equilibrio la discordia o la scissura interiore. Il reale comparisce la prima volta nell'arte condannato maledetto chiamato il “falso dolce fuggitivo”: pur desiderato di un desiderio vago che si appaga solo in immaginazione debolmente contraddetto e debolmente secondato. Minore è la speranza più vivo è il desiderio il quale mancatagli la realtà si appaga in immaginazione. Nasce una vita di sogni di estasi di fantasie di quello che l'animo desidera non con la speranza di conseguirlo anzi con la coscienza di non conseguirlo mai. Il poeta sogna e sa che sogna e gli piace sognare

Perchè se per averne più certezza rompe il corso dell'immaginazione sopraggiunge il disinganno. Così vive in fantasia fabbricandosi godimenti interrotti spesso dalla riflessione con un “ahi lasso!” in un flutto perenne d'illusioni e disillusioni. Il disaccordo interno è appunto in questo nella immaginazione che costruisce e nella riflessione che distrugge: malattia dello spirito nata appunto dall'esagerazione dello spiritualismo. Lo spirito non è sano perchè a forza di segregarsi dalla natura e dal senso si trova al fine di rincontro e ribelle l'immaginazione e l'immaginazione non è sana perchè ha di rincontro a sè e ribelle la riflessione che in un attimo le dissipa i suoi castelli incantati. Lo spirito rimane pura riflessione o ragione astratta e non ha forza di sottoporsi la volontà per il contrasto che trova nell'immaginazione. L'immaginazione rimane pura immaginazione e non ha forza sulla volontà non lavora a realizzare i suoi dolci fantasmi per il contrasto che trova nella riflessione. Se una delle due forze potesse soggiogar l'altra nascerebbe l'equilibrio e la salute; ma le due forze lottano senza alcun risultato non si giunge mai a un virile “io voglio” ci è al di dentro il sì e il no in eterna tenzone: perciò la vita non esce mai al di fuori in un risultato in un'azione rimane pregna di pensieri e immaginazioni tutta al di dentro:

Lo spirito consuma se stesso in un fantasticare inutile e in una inutile riflessione. È punito là dove ha peccato. Ha voluto assorbir tutto in sé; e ora si trova solo e si ciba di se stesso ed è egli medesimo il suo avoltoio. Stanco svogliato disgustato di una realtà a cui si sente estraneo il poeta come un romito volge le spalle al mondo e si riduce nella solitudine di Valchiusa e ne fa il suo eremo e rimane solo con se stesso a fantasticare “solo e pensoso” incalzato dal suo interno avoltoio:

Da questa situazione sono uscite le due più profonde canzoni del medio evo l'una poco nota l'altra assai popolare amendue poco studiate l'una che incomincia:

l'altra che incomincia:

Se il Petrarca avesse avuto piena e chiara coscienza della sua malattia di questa attività interna inutile e oziosa una specie di lenta consunzione dello spirito impotente ad uscir da sè e attingere il reale avremmo la tragedia dell'anima come Dante ne concepì la commedia (una tragedia nella quale il medio evo avrebbe riconosciuto la sua impotenza e la sua condanna) tra' dolori della contraddizione vedremmo il misticismo morire spuntare l'alba della realtà il senso o il corpo proscritto e dichiarato il peccato ripigliare la parte che gli tocca nella vita. Ma nel Petrarca la lotta è senza virilità. Gli manca la forza che abbondò a Dante d'idealizzarsi nell'universo; e rimanendo chiuso nella sua individualità gli manca pure ogni forza di resistenza: sì che la tragedia si risolve in una flebile elegia. Il poeta si abbandona facilmente e prorompe in lacrime e in lamenti. Acuto più che profondo non guarda negli abissi del suo male e si contenta descriverne i fenomeni condensati in immagini e in sentenze rimaste proverbiali. Tenero e impressionabile capace più di emozioni che di passioni non dimora lungamente nel suo dolore che vien presto l'alleviamento lo scoppio delle lagrime e de' lamenti. Artista più che poeta e disposto a consolarsi facilmente quando l'immaginazione abbia virtù di offrirgli un simulacro di quella realtà di cui sente la privazione:

La famiglia la patria la natura l'amore sono per il poeta com'era Dante cose reali che riempiono la vita e le danno uno scopo. Per il Petrarca sono principalmente materia di rappresentazione: l'immagine per lui vale la cosa. Ma come ci è insieme in lui la coscienza che è l'immagine e non la cosa la sua soddisfazione non è intera ci è in fondo un sentimento della propria impotenza ci e questo: - Non potendo avere la realtà mi appago del suo simulacro. - Onde nasce un sentimento elegiaco “dolce-amaro” la malinconia sentimento di tutte le anime tenere che non reggono lungamente allo strazio e non osano guardare in viso il loro male e si creano amabili fantasmi e dolci illusioni. Manca al suo strazio l'elevata coscienza della sua natura e la profondità del sentimento. Ci è anzi in lui la tendenza a dissimularselo cercando scampo nella benefica immaginazione. La fisonomia di questo stato del suo spirito è scolpita nella canzone:

cielo fosco e funebre che a poco a poco si rasserena ne' più cari diletti dell'immaginazione insino a che da ultimo divien luce di paradiso:

Il poeta è così attirato in questo mondo fabbricatogli dall'immaginazione che quando si riscuote domanda:

Il suo obblio il suo sogno era stato così tenace così simile alla realtà che gli parea essere in cielo non là dov'era. Questa dolce malinconia è la verità della sua ispirazione è il suo genio. Quando si sforza di uscirne spunta spesso il retore: le sue collere le sue ammirazioni non sono senza una esagerazione e ricercatezza che rivelano lo sforzo. Ma quando vi s'immerge e vi si annega la sua forma acquista il carattere della verità congiunta con la grandezza è un modello di semplicità e naturalezza.

Gli è che natura negandogli le grandi convinzioni e le grandi passioni e lo sguardo profondo di Dante ne aveva fatto un artista finito. L'immagine appaga in lui non solo l'artista ma tutto l'uomo. Senza patria senza famiglia senza un centro sociale in mezzo a cui viva altro che letterario ritirato nella solitudine dello studio e nell'intimo commercio degli antichi la verità e la serietà della sua vita e tutta in queste espansioni estetiche come la vita del santo e nelle sue estasi e contemplazioni. Dante è sbandito da Firenze ma la sua anima è sempre colà. Il Petrarca è costretto a dimostrare la sua italianità:

A Dante non fa bisogno di rettorica. Si sente italiano e ne ha tutte le passioni e ne senti il fremito e il tumulto nella sua poesia. Ciò che al contrario ti colpisce nel mondo personale e solitario del Petrarca è la privazione della realtà e un desiderio di essa scemo di forza che si appaga ne' docili sogni dell'immaginazione. Tutto converge nell'immaginazione; tutto gli si offre come un sensibile: il pensiero e il sentimento sono in lui contemplazione estetica bella forma. Ciò che l'interessa non è entusiasmo intellettuale nè sentimento morale o patriottico ma la contemplazione per se stessa in quanto è bella un sentimento puramente estetico. Laura piange; egli dice: - Quanto son belle quelle lacrime! - Laura muore; egli dice:

Fantastica sulla sua morte. Ed ecco Laura che prega sulla sua fossa

La bellezza per Dante è apparenza simbolica la bella faccia della sapienza: dietro a quella ci sta la vita nella sua serietà vita intellettuale e morale. Qui la bellezza emancipata dal simbolo si pone per se stessa sostanziale libera indipendente quale si sia il suo contenuto sia pure indifferente o frivolo o repugnante. Il contenuto già così astratto e scientifico anzi scolastico qui pare per la prima volta essenzialmente come bellezza schietta realtà artistica. Al Petrarca non basta che l'immagine sia viva come bastava a Dante; vuole che sia bella. Ciò che move il suo cervello a sviluppare e formare l'immagine non è l'idea come storia o filosofia o etica ma è il piacere estetico che in lui s'ingenera della sua contemplazione.

Questo sentimento della bella forma è così in lui connaturato che penetra ne' minimi particolari dell'elocuzione della lingua e del verso. Dante anche nei più minuti particolari di esecuzione guarda il di dentro e non lo perde mai di vista perchè è il di dentro che l'appassiona; il Petrarca rimane volentieri al di fuori e non resta che non l'abbia condotto all'ultima perfezion tecnica. Nelle immagini ne' paragoni nelle idee non cerca novità e originalità anzi attinge volentieri ne' classici e ne' trovatori intento non a cercare o trovare ma a dir meglio ciò che è stato detto da altri. L'obbiettivo della sua poesia non è la cosa ma l'immagine il modo di rappresentarla. E reca a tanta finezza l'espressione che la lingua l'elocuzione il verso finora in uno stato di continua e progressiva formazione acquistano una forma fissa e definitiva divenuta il modello de' secoli posteriori. La lingua poetica è anche oggi quale il Petrarca ce la lasciò nè alcuno gli è entrato innanzi negli artifici del verso e dell'elocuzione. Quel tipo di una lingua illustre che Dante vagheggiava nella prosa il Petrarca lo ha realizzato nella poesia dalla quale è sbandito il rozzo il disarmonico il volgare il grottesco e il gotico elementi che pur compariscono nella Commedia. È una forma bella non solo per rispetto all'idea ma per se stessa aulica aristocratica elegante melodiosa. La parola vale non solo come segno ma come parola. Il verso non è solo armonia o rispondenza con quel di dentro ma melodia elemento musicale in se stesso.

Ma questa bella forma non è un puro artificio tecnico o meccanico una vuota sonorità anzi vien fuori da una immaginazione appassionata e innamorata che ha il suo riposo il suo ultimo fine in se stessa. È una immaginazione chiusa in sè non trascendente che di rado si alza a fantasia o a sentimento anzi rifugge dal fantasma e tende spesso a produrre immagini finite ben contornate chiare e fisse. E se vi si appagasse sarebbe poesia assolutamente pagana e plastica. Ma il grande artista ne' momenti anche più geniali della produzione sente come un vuoto qualche cosa che gli manchi e non è soddisfatto ed è malinconico. Che gli manca?

Gli manca com'è detto il possesso e il godimento e la serietà e la forza della vita reale. Come artista si sente incompiuto; come immaginazione si sente isolato: vivere in immaginazione gli piace; pur sente che là non è la vita e vi trova sollievo non appagamento. Questo sentimento del vuoto che penetra ne' più cari diletti dell'immaginazione e li tronca bruscamente questa immaginazione che appunto perchè si sente immaginazione e non realtà produce le sue creature con la lacrima del desiderio negli occhi questo desiderio inestinguibile che pullula dal seno stesso dell'arte e la chiarisce ombra e simulacro e non cosa viva sono il fondo originale e moderno della poesia petrarchesca. L'immagine nasce trista perchè nasce con la coscienza di essere immagine e non cosa e lo strazio di questa coscienza è raddolcito perchè non ci essendo la cosa ci è l'immagine e così bella così attraente. Situazione piena di misteri di contraddizioni e di chiaroscuri che genera quel non so che “dolce amaro” detto malinconia un sentirsi consumare e struggere dolcemente:

La malinconia è la musa cristiana e il male di Dante e de' più eletti spiriti di quel tempo. Ma la malinconia del Petrarca e della nuova generazione che gli stava attorno e già di un'altra natura e accenna a tempi nuovi.

La malinconia di Dante ha radice nello spirito stesso del medio evo che poneva il fine della vita in un di là della vita nella congiunzione dell'umano e del divino che è la base della Divina Commedia. Le anime del purgatorio sono malinconiche perchè sospirano appresso ad un bene di cui hanno innanzi la sola immagine nelle pitture ne' simboli nelle visioni estatiche. Quei godimenti dell'immaginativa aguzzano più il desiderio. Non basta loro l'immagine: vogliono la realtà; e questo volere raddolcito alla presenza del simulacro genera la loro malinconia. Sono prive del paradiso ma lo veggono in immaginazione e sperano di salirvi quando che sia: perciò sono contente nel fuoco. La condizione delle anime purganti è molto simile a quella degli uomini nella vita terrena: è lo stesso tarlo che li rode. La vita corporale è un velo un simulacro di quel di là che la fede e la scienza offriva chiarissimo all'intelletto e all'immaginazione; perciò la vita corporale era in se stessa il peccato o la carne l'inferno il vasello o la prigione dove l'anima vive malinconica: il giorno della morte è per l'anima il giorno della vita e della libertà. Non che profondarsi nel reale e cercare di assimilarselo l'anima tende a separarsene e vivere in ispirito o in immaginazione fabbricandosi un simulacro di quel di là a cui spera di giungere: indi la tendenza all'ascetismo alla solitudine all'estasi e al misticismo. Questa era la malinconia di Caterina quando dicea: “Muoio e non posso morire”.

La stessa tendenza e la stessa malinconia è nel Petrarca. Anch'egli cerca fabbricarsi ombre e simulacri di Laura anch'egli cerca l'obblio e il riposo ne' sogni dell'immaginazione. Quando la santa e il poeta s'incontrarono in Avignone dovettero sentirsi sotto un aspetto parenti di spirito. Il poeta aveva la stessa inclinazione alla solitudine alla contemplazione al raccoglimento all'estasi alla malinconia. E se guardiamo all'apparenza c'era in tutti e due le stesse credenze e le stesse aspirazioni. Quel “muoio e non posso morire” corrisponde bene a questo grido del poeta:

Ma qui fiutate la rettorica e là avete l'espressione nuda ed energica di un sentimento che investe tutta l'anima e consuma la santa a trentatrè anni. Questa concentrazione ed unità delle forze intorno ad un punto solo in che è la serietà della vita mancò al Petrarca. Il suo mondo è pur quello di Caterina e di Dante mondato della sua scorza scolastica e simbolica ridotto in forma più chiara e artistica ma pur quello. Se non che questo mondo mistico non lo possiede tutto e sovrano e indiscusso nella mente non tira a sè tutte le forze della vita. È in lui visibile una dispersione e distrazione di forze come di uomo tirato in qua e in là da contrarie correnti che vorrebbe pigliar la sua via e non se ne sente la forza e vaga in balìa dei flutti scontento e riluttante. La bella unità di Dante che vedeva la vita nell'armonia dell'intelletto e dell'atto mediante l'amore è rotta. Qui ci è scompiglio interiore ribellione contraddizione:

La malinconia di Caterina è l'impazienza del morire di unirsi con Cristo; la malinconia di Dante è la dissonanza fra il mondo divino e la selva oscura la vita terrena malinconia piena di forza e di speranza che si scioglie nell'azione. La malinconia del Petrarca è la coscienza della sua interna dissonanza e della sua impotenza a conciliarla malinconia insanabile perchè il male non è nell'intelletto è nella volontà non certo ribelle ma debole e contraddittoria. Per palliare la dissonanza esce in mezzo la sofistica e la rettorica con le più smaglianti frasi con le più sottili distinzioni: intervalli di tregua che fanno risorgere più acuta la coscienza del male. Gli è che il medio evo è già nel suo petto in fermentazione penetrato di altri elementi senza che egli abbia una distinta coscienza di questo nuovo stato: accanto al cristiano ascetico ci è l'erudito il letterato l'artista il pagano l'uomo di mondo con tutti gl'istinti e le tendenze naturali che vogliono farsi valere. Si forma in lui un essere contraddittorio come ne' tempi di transizione che non è ancora l'uomo nuovo e non è più l'uomo antico.

La malinconia del Petrarca non è dunque più la malinconia del medio evo di un mondo formato e trascendente che rende quaggiù malinconico lo spirito per il suo legame a quel corpo ma è la malinconia di un mondo nuovo che oscuro ancora alla coscienza si sviluppa in seno al medio evo e ci sta a disagio e tende a sprigionarsene e non ne ha la forza per la resistenza che trova nell'intelletto. L'intelletto appartiene al medio evo alle cui dottrine ha tolta la ruvida scorza non la sostanza. Quel mondo nuovo plastico pagano reazione della natura contro il misticismo è ancora così debole così poco lineato che l'intelletto può condannarlo e maledirlo o assimilarselo con una sofistica apparenza di conciliazione e se cacciato dalla vita reale riapparisce nell'immaginazione può penetrare anche colà e dirgli: - Tu non sei che un fantasma.

Se in vita di Laura questo sentimento nuovo che sorge più vicino all'uomo e alla natura e dissimulato co' più ingegnosi sofismi quasi peccato che si cerchi di palliare dopo la morte di Laura purificato e trasformato si manifesta con più energia. Beatrice morta diviene per Dante la scienza la voce di quel mondo di là ov'era lo scopo della vita. La storia di Beatrice è sviluppo di idee e di dottrine nella lirica e nella Commedia. Il suo riso è luce intellettuale raggio dell'intelletto. La storia di Laura è profondamente umana e reale eco de' più delicati sentimenti delle più tenere emozioni delle più vivaci impressioni che colpiscono l'uomo in terra.

La poesia in vita di Laura è dominata dall'intelletto da una riflessione sofistica e rettorica che altera la purità de' sentimenti e sottilizza le immagini e raffredda le impressioni e con vani sforzi di conciliazione mette più in vista quel sì e quel no che battagliavano nella debole volontà del poeta. In morte di Laura ogni battaglia cessa e non ci è più vestigio di sofismi e di rettorica perchè la conciliazione cercata finora così ingegnosamente e non conseguita e già avvenuta per la natura delle cose. Laura morta diviene libera creatura dell'immaginazione non più persona autonoma e resistente ma docile fantasma. Il poeta ne fa la sua creatura può darle affetti e pensieri quali gli piaccia: può piangerla vederla parLare seco vivere seco in ispirito. La situazione è semplice e umana. È la donna amata sparita dalla terra che ti apparisce in sogno e ti asciuga gli occhi e ti prende per mano e ti parla: consolazioni malinconiche interrotte da una lacrima quando ti svegli. Dante si asciuga presto la lacrima e si gitta fra le onde agitate dell'esistenza e si rifà un ideale e lo chiama Beatrice. A lui manca il tempo di piangere perchè tiene nel suo petto due secoli ed ha la forza di comprenderli e realizzarli. Il Petrarca giunge qui che è già stanco e disgustato dell'esistenza vi giunge con l'anima di solitario e di romito e non ha altra forza che di piangere:

Piange la fine delle illusioni il vacuo dell'esistenza il perire di tutte le cose:

Così dopo vane speranze e vani timori quest'anima tenera e impressionabile rinunzia alla lotta e si abbandona e si separa da un mondo dove invano erasi sforzata di penetrare e si ritira nella solitudine della sua immaginazione con Laura chiamando partecipi de' suoi lamenti l'usignolo e il vago augelletto e la valle e il bosco e l'aura e l'onda. La scissura interna dà luogo ad una calma elegiaca; il cuore stanco si riconcilia con l'intelletto. Il passato cagione di gioie e di affanni gli pare un sogno; la vita gli pare insipida; vivere è un breve sonno; morire è svegliarsi tra gli spiriti eletti; quando gli occhi si chiudono allora si aprono nell'eterno lume; il mondo cristiano non contraddetto mai dal suo intelletto ora penetra nel suo cuore gli appare come un mondo nuovo che dipinge con accenti di maraviglia:

Ecco in che modo rappresenta questo nuovo stato nel suo inno alla Vergine:

Quest'uomo che gitta sul passato lo sguardo del disinganno che chiama la sua vita miseria e peccato che vede gli anni fuggiti con tanta rapidità senza alcun frutto ben si promette di fare un altro canzoniere alla Vergine ma e troppo tardi. - Omai son stanco! - Grida. E se ne' Trionfi cerca ingrandire il suo orizzonte e uscire da sè e contemplare l'umanità ciò che ne' suoi versi ha ancora qualche interesse è il suo passato che i vecchi hanno il privilegio di evocare rifarne qualche frammento; e soprattutto il sogno di Laura tanto imitato da poi.

Chi legge il Canzoniere non può non ricevere questa impressione di un mondo astratto rettorico sofistico quale fu foggiato da' trovatori dove appariscono sentimenti più umani e reali e forme più chiare e rilevate o se vogliamo guardare più alto di un mondo mistico-scolastico oltreumano ammesso ancora dall'intelletto ma repulso dal cuore e condannato dall'immaginazione. Se guardiamo alla forma quel mondo ha perduto il suo aspetto simbolico-dottrinale che lo teneva al di là della vita e dell'arte e si è umanizzato è divenuto immagine e sentimento; il tempio gotico si è trasformato in un bel tempietto greco nobilmente decorato elegante con luce uguale con perfetta simMetria ispirato da Venere dea della bellezza e della grazia. Il grottesco il gotico gli angoli le punte le ombre l'indefinito il dissonante il prolisso il superfluo il volgare il difforme tutto è cacciato via da questo tempio dell'armonia maraviglia d'arte che chiude un secolo e ne annunzia un altro. L'artista gode; l'uomo è scontento. Perchè sotto a questa bella forma così levigata e pulita vive un povero core d'uomo nutrito di desidèri e d'immagini a cui lo tira la natura da cui lo allontana la ragione senza la forza di uscire dalla contraddizione e senza la ferma volontà di realizzarle. L'uomo è minore dell'artista. L'artista non posa che non abbia data l'ultima finitezza al suo idolo; l'uomo non osa di guardarsi e abbozza i moti del proprio cuore e salta nelle più opposte direzioni quasi tema di fermarsi troppo di esser costretto a volere e a risolversi. Perciò quella bella superficie riman fredda; non ha al di sotto profondità di esplorazione o energia di volontà e di convinzione. La situazione poteva esser tragica rimane elegiaca; poesia di un'anima debole e tenera che si effonde malinconicamente in dolci lamenti assai contenta quando possa vivere in immaginazione e fantasticare: l'uomo svanisce nell'artista. Gli è che a quest'uomo mancava quella fede seria e profonda nel proprio mondo che fece di Caterina una santa e di Dante un poeta. Quel mondo giace nel suo cervello già decomposto e in fermentazione mescolato con altre divinità. Ciò che di più serio si move nel suo spirito è il sentimento dell'arte congiunto con l'amore dell'antichità e dell'erudizione. È in abbozzo l'immagine anticipata de' secoli seguenti di cui fu l'idolo. L'arte si afferma come arte e prende possesso della vita.

Così il medio evo quando appena cominciava a svilupparsi negli altri popoli presso di noi per una precoce cultura si dissolveva prima che avesse potuto esplicarsi in tutti gli aspetti dell'arte e produrre la forma drammatica. Dante che dovea essere il principio di tutta una letteratura ne fu la fine. Quel mondo così perfetto al di fuori è al di dentro scisso e fiacco: è contemplazione d'artista non più fede e sentimento. Questa dissonanza tra una forma così finita e armonica e un contenuto così debole e contraddittorio ha la sua espressione ne' sentimenti che prevalgono a' tempi di transizione la malinconia la tenerezza la delicatezza il molle e voluttuoso fantasticare. E l'illustre malato abbandonato a' flutti di questo doppio mondo di un mondo che se ne va e di un mondo che se ne viene e che con tanta dolcezza e grazia rappresenta una contraddizione a scioglier la quale gli manca la coscienza e la forza è Francesco Petrarca.


 

IX

IL DECAMERONE

Se ora apri il Decamerone letta appena la prima novella gli è come un cascar dalle nuvole e un domandarti col Petrarca: “Qui come venn'io o quando?”. Non è una evoluzione ma è una catastrofe o una rivoluzione che da un dì all'altro ti presenta il mondo mutato. Qui trovi il medio evo non solo negato ma canzonato.

Ser Ciapperello è un Tartufo anticipato di parecchi secoli con questa differenza che il Molière te ne fa venire disgusto e ribrezzo con l'intenzione di concitare gli uditori contro la sua ipocrisia dove il Boccaccio ci si spassa con l'intenzione meno d'irritarti contro l'ipocrita che di farti ridere a spese del suo buon confessore e de' creduli frati e della credula plebe. Perciò l'arma del Molière è l'ironia sarcastica; l'arma del Boccaccio è l'allegra caricatura. Per giungere a queste forme e a queste intenzioni bisogna andare fino al Voltaire. Giovanni Boccaccio sotto un certo aspetto fu il Voltaire del secolo decimoquarto.

Molti se la pigliano col Boccaccio e dicono ch'egli guastò e corruppe lo spirito italiano. Egli medesimo in vecchiezza fu preso dal rimorso e finì chierico condannando il suo libro. Ma quel libro non era possibile se nello spirito italiano non fosse già entrato il guasto se “guasto” s'ha a dire. Ove le cose di cui ride il Boccaccio fossero state venerabili poniamo pure ch'egli avesse potuto riderne i contemporanei ne avrebbero sentita indignazione. Ma fu il contrario. Il libro parve rispondere a qualche cosa che volea da lungo tempo uscir fuori dalle anime parve dire a voce alta ciò che tutti dicevano nel loro segreto e fu applauditissimo con tanto successo che il buon Passavanti se ne spaventò e vi oppose come antidoto lo Specchio di penitenza. Il Boccaccio fu dunque la voce letteraria di un mondo quale era già confusamente avvertito nella coscienza. C'era un segreto: egli lo indovinò e tutti batterono le mani. Questo fatto in luogo d'essere maledetto merita di essere studiato.

Il carattere del medio evo è la trascendenza un dì là oltreumano ed oltrenaturale fuori della natura e dell'uomo il genere e la specie fuori dell'individuo la materia e la forma fuori della loro unità l'intelletto fuori dell'anima la perfezione e la virtù fuori della vita la legge fuori della coscienza lo spirito fuori del corpo e lo scopo della vita fuori del mondo. La base di questa teologia filosofica è l'esistenza degli universali. Il mondo fu popolato di esseri o intelligenze sulla cui natura molto si disputò: sono esse idee divine? Sono generi e specie reali? Sono specie intelligibili? Questo edificio gemeva già sotto i colpi dei nominalisti cioè di quelli che negavano l'esistenza de' generi e delle specie e li chiamavano puri nomi e dicevano esistere solo il singolo l'individuo. Sulla loro bandiera era scritto un motto divenuto così popolare: “Non bisogna moltiplicare enti senza necessità”.

L'ascetismo era il frutto naturale di un mondo teocratico spinto all'esagerazione. La vita quaggiù perdeva la sua serietà e il suo valore. L'uomo dimorava con lo spirito nell'altra vita. E la cima della perfezione fu posta nell'estasi nella preghiera e nella contemplazione.

Così nacque la letteratura teocratica così nacquero le leggende i misteri le visioni le allegorie: così nacque la Commedia il poema dell'altra vita. Il pensiero non aveva intimità non calava nell'uomo e nella natura ma se ne teneva fuori tutto intorno alla natura e alle qualità degli enti che erano le stesse forze umane e naturali sciolte dall'individuo ed esistenti per sè stesse. Le astrazioni dello spirito divennero esseri viventi. E perchè le astrazioni frutto dell'intelletto inesauribile nelle sue distinzioni e suddistinzioni sono infinite questi esseri moltiplicarono nell'acuto intelletto degli scolastici. Come il mondo scolastico fu popolato di esseri astratti così il mondo poetico fu popolato di esseri allegorici l'uomo l'anima la donna l'amore le virtù i vizi. Non erano persone come le pagane divinità: erano semplici personificazioni.

Il sentimento come frutto di inclinazioni umane e naturali era peccato. Le passioni erano scomunicate. La poesia era madre di menzogne. Il teatro cibo del diavolo. La novella e il romanzo generi di letteratura profani. Tutto questo si chiamava il senso e il luogo comune di questo mondo ascetico era la lotta del senso con la ragione da fra Guittone a Francesco Petrarca. Il sentimento reietto come senso e costretto ad esser ragione strappato dal cuore umano divenne anch'esso un universale un fatto esteriore ora simbolico ora scolastico o come si diceva “platonico”. Il padre de' sentimenti l'amore divenne un fatto filosofico forza unitiva unità dell'intelletto e dell'atto. Così nacque la lirica platonica dal Guinicelli al Petrarca. Il senso e l'immaginazione si ribellavano contro questo platonismo. Ed è in questa ribellione ancorachè poco scrutata e poco accentuata che è la grandezza della lirica petrarchesca. Rappresentare i moti del cuore e della immaginazione nella loro naturalezza e intimità era vietato. E colui che più gustò di questo frutto proibito fu il Petrarca.

L'immaginazione era un istrumento dell'intelletto destinata a creare forme e simboli di concetti astratti. Lo sa il povero Dante. Nessuno ebbe mai l'immaginazione così torturata. E nacquero forme simboliche e intellettuali nella cui generalità scomparve l'individuo con la sua personalità. Erano forme tipiche generi e specie anzichè l'individuo. La regina delle forme la donna non potè sottrarsi a questa invasione degli universali e rimase un ideale più divino che umano bella faccia ma faccia della sapienza più amata che amante e amata meno come donna che come scala alle cose celesti. Così nacquero Beatrice e Laura.

Certo a nessuno è lecito parlare con poca riverenza di questo mondo dell'autorità che segna un momento interessantissimo nella storia dello spirito umano e che ha pure il suo fondamento nella vita. L'illuminismo o il misticismo la visione estatica è un portato naturale dello spirito nella sua alienazione dal corpo ciò che dicevasi a “vivere in astrazione”: momento di concitazione e di entusiasmo che l'uomo pare più che uomo e sembra in lui parli un dio o un demonio. Perciò quell'entusiasmo fu detto “furore divino” o “estro” qualità de' profeti e de' poeti che sono tutt'uno per Dante. Questa elevazione dell'anima in se stessa e al di sopra de' limiti ordinari della vita reale è il lato eroico dell'umanità il privilegio della giovinezza la condizione di tutte le società primitive quando cessati i bisogni materiali vi si sveglia lo spirito. Tutto ciò che ci fa disprezzare la vita e le ricchezze e i piaceri è degno di stima.

Ma è uno stato di tensione e di disquilibrio che non può aver durata. L'arte la coltura la conoscenza e l'esperienza della vita lo modificano e lo trasformano.

L'arte impossessandosi di questo mondo lo umanizza lo accosta all'uomo e alla natura lo mescola di altri elementi vi fa penetrare le passioni e i furori del senso. Non ci hai ancora equilibrio; non ci hai qualche cosa che sia la vita nella sua intimità insieme paradiso e inferno; ma già di rincontro al paradiso hai l'inferno di rincontro a Beatrice hai Francesca da Rimini e di rincontro a Dante simbolo dell'umanità hai Dante Alighieri l'individuo in tutta la sua personalità. Nel Canzoniere quel mondo si spoglia pure le sue forme natie teologiche scolastiche allegoriche e prende aspetto più umano e naturale.

E se fosse durato ancora un pezzo nella coscienza non è dubbio che l'arte vi si sarebbe compiutamente sviluppata e come la visione e la leggenda divenne la Commedia come Selvaggia divenne Beatrice e Beatrice Laura dal seno de' misteri sarebbe uscito il dramma e molti generi di letteratura ancora iniziali e abbozzati già nella Commedia sarebbero venuti a maturità come l'inno e la satira. Ma già quel mondo nel Canzoniere non ha più il calore dell'entusiasmo e della fede e in quelle forme così eleganti lascia una parte della sua sostanza. Il sentimento religioso morale politico vive fiaccamente nella coscienza del poeta; e il posto rimasto vuoto è occupato dall'arte.

Questo infiacchirsi della coscienza questo culto della bella forma fra tanta invasione di antichità greco-romana sono i due fatti caratteristici della nuova generazione che succede all'età virile e credente e appassionata di Dante. Quegli uomini non si appassionano più per le dottrine e non cercano il vero sotto i “versi strani”; la “bella veste” li appaga. I loro studi non hanno più a guida l'investigazione della verità ma l'erudizione: c'è il sapere per il sapere come l'arte per l'arte. I Fiori I Giardini I Conviti I Tesori dove la sapienza sacra e profana era usata a scopo morale danno luogo a raccolte semplicemente storiche ed erudite. Ci sono ancora gli scolastici che chiamano il Petrarca un insipiente ma le loro querele si sperdono nel plauso universale che pone il Petrarca accanto a Virgilio. E codesto Virgilio non è più il mago precursore del cristianesimo e neppure il savio “che tutto seppe” ma è il dolce ed elegante poeta. Dante s'incorona da sè in paradiso poeta profeta e apostolo: i contemporanei incoronano nel Petrarca l'autore dell'Africa della nuova Eneide. La coltura e l'arte sono i nuovi idoli dello spirito italiano.

Ma la coltura e l'arte non è il naturale fiorire di un mondo interiore anzi è accompagnata con l'infiacchirsi della coscienza e si pone già per se stessa come un fatto estrinseco che abbia il suo valore in sè e sia a un tempo mezzo e scopo. È una coltura e un'arte “formale” non riscaldata abbastanza dal contenuto. Ci è lì dentro lo stesso mondo di Dante ma c'è come ragione in lotta col sentimento e con l'immaginazione; lotta fiacca e inconcludente: scemato è il vigore della fede e della volontà.

Gli è che quel mondo mistico fuori della natura e dell'uomo appunto per la sua esagerazione non poteva avere alcun riscontro con la realtà. Ebbe la sua età dell'oro evocata da Dante con tanta malinconia; ma a lungo andare dovea rimanere pura teoria ammessa per tradizione e per abitudine e contraddetta nella vita pratica. Più alto era il modello più visibile era la contraddizione e più scandalosa. Nel secolo di Dante e di Caterina grandi sono i lamenti e le invettive per la corruttela de' costumi specialmente ne' papi e ne' chierici che con l'esempio contraddicevano alle loro dottrine. Queste invettive divennero il luogo comune della letteratura e ne odi l'eco un po' rettorica ne' versi eleganti del Petrarca contro l'avara Babilonia. Ma lo spettacolo divenuto abituale e generale non moveva più indignazione; e mentre Caterina ammoniva e il Petrarca satireggiava il mondo continuava sua via. Allato al misticismo vedevi il cinismo. Dirimpetto a Caterina vedevi Giovanna di Napoli.

La corruttela de' costumi non era negazione ardita delle dottrine cristiane anzi tutti si tenevano buoni cristiani ed erano zelantissimi contro gli eretici e molti facevano all'ultimo penitenza. Ma era qualche cosa di peggio: era indifferenza un oscurarsi del senso morale. Quel mondo viveva ancora nell'intelletto non creduto e non combattuto ozioso senza alcuna efficacia su' sentimenti e sulle azioni.

In questa condizione degli spiriti la coltura dovea avere un effetto deleterio. La parte leggendaria fantastica miracolosa di quel mondo dovea parere a quegl'ingegni così svegliati cosa così poco seria come le prediche de' frati contraddette dalla vita. Sparisce quel candore infantile di fede anche nelle cose più assurde che tanto ci alletta negli scrittori antecedenti. Le classi colte cominciano a separarsi dalla plebe e a prendersi spasso della sua credulità. Esser credente era prima un titolo di gloria de' più forti ingegni. Essere incredulo diviene ora indizio di animo colto.

D'altra parte la maggiore coltura generando un più vivo sentimento della natura e dell'uomo dovea affrettare la rovina di un mondo così astratto e così estrinseco alla vita. Il reale disconosciuto dovea prender la sua rivincita; la natura troppo compressa dovea reagire a sua volta. Così di rincontro a quello spiritualismo esagerato sorgeva una reazione inevitabile il naturalismo e il realismo nella vita pratica.

Indi è che la coltura in luogo di calare in quel mondo e modificarlo e trasformarlo e riabilitarlo nella coscienza come fu più tardi in Germania si collocò addirittura fuori di esso e lasciata la coscienza vuota impiegò la sua attività ne' piaceri dell'erudizione e dell'arte.

Così quel mondo si trovò fuori della coscienza senza lotta intellettuale anzi rimanendo ozioso padrone dell'intelletto. Ci erano anche allora i liberi pensatori soprattutto ne' conventi ma erano sforzi isolati scuciti. Una lotta più seria era stata iniziata da' ghibellini; ma la rotta di Benevento e il trionfo durevole de' guelfi avea posto fine alla discussione e all'esame. Gli uomini amavano meglio scoprire e postillare manoscritti e nelle cose di fede lasciar dire il papa e vivere a modo loro.

Questo fu il naturale effetto della vittoria guelfa. Finirono le lotte e le discussioni; successe l'indifferenza religiosa e politica fra tanto fiorire di coltura di erudizione di arte di commerci e d'industrie. Ci erano tutti i segni di un grande progresso: una più esatta conoscenza dell'antichità un gusto più fine e un sentimento artistico più sviluppato una disposizione meno alla fede che alla critica e all'investigazione minor violenza di passioni maggiore eleganza di forme: l'idolo di questa società dovea essere il Petrarca nel quale riconosceva e incoronava se stessa. Ma sotto a quel progresso v'era il germe di una incurabile decadenza l'infiacchimento della coscienza.

Il Canzoniere posto tra quei due mondi senza esser nè l'uno nè l'altro così elegante al di fuori così fiacco e discorde al di dentro è l'ultima voce letteraria rettorica ed elegiaca di un mondo che si oscurava nella coscienza. I contemporanei applaudivano alla bella forma e non cercavano e non si appassionavano pel contenuto come avveniva con la Commedia.

Quel mondo divenuto letterario e artistico anche un po' rettorico e convenzionale non rispondeva più alle condizioni reali della vita italiana. Quel misticismo quell'estasi dello spirito che si rivela un'ultima volta con tanta malinconia e tenerezza nel Petrarca era in aperta rottura con le tendenze e le abitudini di una società colta erudita artistica dedita a' godimenti e alle cure materiali ancora nell'intelletto cristiana non scettica e non materialista ma nella vita già indifferente e incuriosa degli alti problemi dell'umanità. Il linguaggio era lo stesso ma dietro alla parola non ci era più la cosa. Questo era il segreto di tutti quel qualche cosa non avvertito e non definito ma che pur si manifestava con tanta chiarezza nella vita pratica. E colui che dovea svelare il segreto e dargli una voce letteraria non usciva già dalle scuole: usciva dal seno stesso di una società che dovea così bene rappresentare.

Tutti i grandi scrittori erano usciti dall'università di Bologna Guinicelli Cino Cavalcanti Dante Petrarca.

Giovanni Boccaccio nato il 1313 nove anni dopo il Petrarca e otto prima della morte di Dante “non pienamente avendo imparato grammatica” come scrive Filippo Villani “volendo e costringendolo il padre per cagione di guadagno fu costretto ad attendere all'abbaco e per la medesima cagione a peregrinare”. Il padre era un mercante fiorentino e alla mercatura indirizzò il figlio. Quando i giovani appena cominciavano i loro studi nella università il nostro Giovanni faceva come si direbbe oggi il commesso viaggiatore in servigio del padre e il suo libro era la pratica e la conoscenza del mondo. Girando di città in città si mostrava più dedito alle piacevoli letture e a' passatempi che all'esercizio della mercatura e più uomo di spirito e d'immaginazione che uomo d'affari. Era chiamato “il poeta”. Venuto in Napoli a ventitrè anni menava vita signorile bazzicava in corte usava co' gentiluomini spendeva largamente amoreggiava scribacchiava leggicchiava. Dicesi che alla vista della tomba di Virgilio rimase pensoso e sentì la sua vocazione poetica. Fatto è che il buon padre visto che non se ne potea cavare un mercante pensò farne un giureconsulto e lo mise a studiare i canoni con gran rincrescimento del giovane che chiama sciupato il tempo messo a fare il mercante e ad imparare i canoni. Finalmente libero di sè si gittò agli studi letterari e come portava il tempo si die' al latino e al greco e si empì il capo di mitologia e di storia greca e romana. Ei menava la vita mezzo tra gli studi e i piaceri spesso viaggiando non più a mercatare ma a cercar manoscritti. Narrasi che al 7 aprile del 1341 siAsi nella chiesa di San Lorenzo invaghito di Maria figlia naturale di re Roberto: certo nella corte spensierata e licenziosa della regina Giovanna non potè prender lezione di buon costume nè di amori platonici. E volse lo studio e l'ingegno a rallegrare col suo spirito la corte e la sua non ingrata Maria che con nome poetico chiamò Fiammetta. Il Petrarca non era ancora comparso sull'orizzonte: tutto era pieno di Dante e tra' suoi più appassionati era il nostro poeta. Frutto della sua ammirazione fu la Vita di Dante uno de' suoi lavori giovanili. Ma egli poteva ammirarlo non comprenderlo perchè lo spirito di Dante non era in lui. Formatosi fuori della scuola alieno da ogni seria coltura scolastica e ascetica profano anzichè mistico ne' sentimenti e nella vita si foggiò un Dante a sua immagine. Chi vuol conoscere le opinioni e i sentimenti del nostro giovane legga quel libro e vi troverà già la stoffa da cui uscì il Decamerone. Nessuna originalità e profondità di pensiero nessuna sottigliezza di argomentazione; tutto vi è dimostrato anche le più comuni verità ma il fondamento della dimostrazione non è nell'intelletto è nella memoria; non hai innanzi un pensatore nè un disputatore ma un erudito. Vuol mostrare l'ingratitudine di Firenze verso Dante ed ecco uscir fuori Solone “il cui petto uno umano tempio di divina sapienza fu reputato” e la Siria la Macedonia la greca e la romana repubblica e Atene e Argo e Smirne e Pilos e Chios e Colofon e Mantova e Sulmona e Venosa e Aquino. “Tu sola ” conchiude il poeta “quasi i Cammilli i Publicoli i Torquati Fabrizi Catoni Fabi Scipioni ... in te fossero ... avendoti lasciato il tuo antico cittadino Claudiano cader dalle mani non hai avuto del presente poeta cura ma l'hai da te scacciato sbandito e privatolo se tu avessi potuto del tuo soprannome”. Volendo parlar di Dante comincia ab ovo dalla prima fondazione di Firenze. Spesso lascia lì Dante ed esce in lunghe digressioni tra le quali è notabile quella sulla natura della poesia. Secondo lui il linguaggio poetico fu trovato per porgere “sacrate lusinghe” alla divinità con parole lontane “da ogni altro plebeo e pubblico stile di parlare” e “sotto legge di certi numeri composte per li quali alcuna dolcezza si sentisse e cacciassesi il rincrescimento e la noia”. I poeti imitarono “dello Spirito santo le vestigie” perchè come nella divina Scrittura “la quale teologia appelliamo quando con figura di alcuna storia quando col senso di alcuna visione” si mostra l'“alto mistero della Incarnazione del Verbo divino la vita di quello le cose occorse nella sua morte e la resurrezione vittoriosa ... così i poeti ... quando con finzioni di vari iddii quando con trasmutazioni di uomini in varie forme quando con leggiadre persuasioni ne dimostrano le cagioni delle cose e gli effetti delle virtù e de' vizi”. Poi spiega ciò che lo Spirito santo volle mostrare nel rogo di Mosè nella visione di Nabuccodonosor nelle lamentazioni di Geremia; e ciò che i poeti vollero mostrare in Saturno Giove Giunone Nettuno e Plutone e nelle trasformazioni di Ercole in dio e di Licaone in lupo e nella bellezza degli Elisi e nell'oscurità di Dite. E ribattendo quelli che chiamano i poeti antichi “uomini insensati” inventori di favole “a niuna verità convenienti” conclude che “la teologia e la poesia quasi una cosa si posson dire” anzi che la “teologia niun'altra cosa è che una poesia d'Iddio” e “poetica finzione”. L'erudito poeta non si arresta qui e ci regala la favola di Dafne amata da Febo e in lauro convertita per darci spiegazione perchè i poeti avevano la corona d'alloro. Di quello che fu il mondo interiore di Dante qui non è alcun vestigio; invece il mondo esterno vi è sviluppato fino all'aneddoto fino al pettegolezzo. Ci si vede uno spirito curioso e profano che cerca il maraviglioso e lo straordinario negli accidenti umani disposto a spiegarli con la superficialità di un erudito e di un uomo di mondo o “del secolo” come si diceva allora. Spende le ultime pagine ad almanaccare sopra un sogno attribuito alla madre di Dante e vi fa pompa di tutta la sua erudizione. Sotto il suo sguardo profano Beatrice perde tutta la sua idealità e l'amore di Dante scacciato dalle sue regioni ascetiche e platoniche e scolastiche acquista una tinta romanzesca. Il nostro Giovanni non si fa capace come Dante a nove anni abbia potuto amare Beatrice. Il caso gli pare strano e ne cerca diverse spiegazioni. Forse fu “conformità di complessioni o di costumi”; forse anche “influenza da cielo”. Ma queste spiegazioni non lo appagano e si ferma in quest'altra che cava dall'esperienza. Dante secondo lui vide Beatrice in una festa il primo di maggio quando la “dolcezza del cielo riveste dei suoi ornamenti la terra e tutta per la varietà de' fiori mescolati tra le verdi fronde la fa ridente e per esperienza veggiamo nelle feste per la dolcezza de' suoni per la generale allegrezza per la delicatezza de' cibi e de' vini gli animi eziandio degli uomini maturi non che de' giovanetti ampliarsi e divenire atti a poter leggermente esser presi da qualunque cosa che piace”.

Dante dunque amò fanciullo per la stessa ragione che può amare un uomo maturo; i cibi e i vini delicati e l'allegrezza generale ecco ciò che dispose il suo animo all'amore. Beatrice era per Dante “angeletta bella e nova” senza contorni e senza determinazioni scesa di cielo a mostrare le bellezze e le virtù che le piovono dalle stelle. Tutto questo non entra al Boccaccio il quale vuol pure spiegarsi come la potè parere un'angioletta e si foggia nella profana immaginazione una bella immagine di fanciulla e la descrive così:

 

“Assai leggiadretta secondo la sua fanciullezza e ne' suoi atti gentilesca e piacevole molto con costumi e con parole assai più gravi e modeste che 'l suo picciolo tempo non richiedeva; ed oltre a questo aveva le fattezze del volto dilicate molto e ottimamente disposte e piene oltre alla bellezza di tanta onesta vaghezza che quasi un'angioletta era reputata da molti.”

Ecco un'angioletta di carne; eccoci dalle mistiche altezze di Dante caduti in piena fisiologia e notomia. Dante amò perchè tra vivande e sollazzi l'animo è disposto ad amare; e Beatrice parea quasi un'angioletta perchè era fatta così e così. Beatrice muore a ventiquattro anni. Il nostro biografo non se ne maraviglia perchè “un poco di soperchio di freddo o di caldo che noi abbiamo ... ci conduce” alla morte. I parenti e gli amici per consolare Dante gli diedero moglie:

“Oh menti cieche oh tenebrosi intelletti!” esclama il nostro scapolo e nemico dell'amore regolato. “Qual medico” egli aggiunge

 

“s'ingegnerà di cacciare l'acuta febbre col fuoco o 'l freddo delle midolla delle ossa col ghiaccio o colla neve? Certo niun altro se non colui il quale con nuova moglie crederà le amorose tribolazioni mitigare”.

 

E qui da uomo esperto della materia parla della natura e de' fenomeni dell'amore e dell'indole delle donne e delle noie e degli affanni de' mariti e compiange il povero Dante. Dipinge con tocchi sicuri e in certi punti è eloquente perchè qui è in casa sua. Udite questo periodo: “Possiamo pensare quanti dolori nascondono le camere li quali da fuori da chi non ha occhi la cui perspicacia trapassa le mura sono riputati diletti”. Ma Dante secondo ch'egli narra dimenticò presto moglie e Beatrice e si die' all'amore delle donne: ciò che l'indusse al gran viaggio nell'altro mondo ove se ne fece così aspramente rimproverare da Beatrice. Il quale amore non pare poi un così gran peccato al nostro scapolo: “Chi sarà tra' mortali giusto giudice a condannarlo? Non io”. Ed ecco venire innanzi l'erudito e citare parecchi casi di uomini illustri vinti dalle donne Giove Ercole Paride Adamo Davide Salomone Erode. Ti par di assistere a una parodia. Eppure niente è più serio. Il giovane è pieno di ammirazione verso Dante che chiama un “iddio fra gli uomini” e crede con questa Vita riparare alla ingratitudine di Firenze e alzargli un monumento.

La Vita di Dante è una rivelazione. Qui dentro si manifesta l'autore in tutta la sua ingenuità e spontaneità: vi trovi il nuovo uomo che si andava formando in Italia. Mette in un fascio mondo sacro e profano Bibbia e mitologia teologia e poesia: la teologia è una “poesia di Dio” una “finzione poetica”. Questa strana mescolanza era già comune al secolo; Dante stesso ne dava esempio. Ma dove Dante tirava il mondo antico nel circolo del suo universo e lo battezzava lo spiritualizzava il Boccaccio sbattezza tutto l'universo e lo materializza. In teoria ammette la religione e parla con riverenza della teologia che ci fa conoscere “la divina essenza e le altre separate intelligenze”. Ma in pratica questo mondo dello spirito rimane perfettamente estraneo alla sua intelligenza e al suo cuore. Misticismo platonicismo scolasticismo tutto il mondo dantesco non ha alcun senso per lui. Non solo questo mondo gli rimane estraneo come coltura ma ancora più come sentimento. E gli manca non solo il sentimento religioso ma fino quella certa elevatezza morale che talora ne fa le veci. Spento è in lui il cristiano e anche il cittadino. Non gli è mai venuto in mente che servire la patria e dare a lei l'ingegno e le sostanze e la vita è un dovere così stretto come è il provvedere al proprio sostentamento. Dietro al cittadino comincia a comparire il buon borghese che ama la sua patria ma a patto non gli dia molto fastidio e lo lasci attendere alla sua industria e non lo tiri per forza di casa o di bottega. De' guelfi e ghibellini è perduta la memoria tanto che il Boccaccio crede doverne spiegare il significato. E non si persuade come Dante siesi potuto mescolare nelle pubbliche faccende e ne reca la cagione alla sua vanità ed ha quasi l'aria di dirgli: - Ben ti sta. - Non voglio dire con questo che il Boccaccio fosse uomo dispregiatore della religione o della virtù o della patria. Sciolto era di costumi pure tutti i doveri comuni della vita li adempiva con la stessa puntualità e diligenza degli altri e molte legazioni gli furono commesse da' suoi concittadini. Ma l'età eroica era passata; la nuova generazione non comprendeva più le lotte e le passioni de' padri; il carattere era caduto in quella mezzanità che non è ancora volgarità e non è più grandezza; della religione della libertà dell'uomo antico c'erano ancora le forme ma lo spirito era ito. Di vita pubblica qualche apparenza era ancora in Toscana sede della coltura; nelle altre parti era vita di corte. L'erudizione l'arte gli affari i piaceri costituivano il fondo di questa nuova società borghese e mezzana della quale ritratto era il Boccaccio gioviale cortigiano erudito artista. Se la malinconia dell'estatico Petrarca ti presentava un simulacro dell'uomo antico la spensierata giovialità del Boccaccio è l'ingresso nel mondo a voce alta e beffarda della materia o della carne la maledetta il peccato; è il primo riso di una società più colta e più intelligente disposta a burlarsi dell'antica; è la natura e l'uomo che pure ammettendo l'esistenza di separate intelligenze non ne tien conto e fa di sè il suo mezzo e il suo scopo.

Questo tempo fu detto di transizione. Vivevano insieme nel seno degli uomini due mondi il passato nelle sue forme se non nel suo spirito ed un mondo nuovo che si affermava come reazione a quello fondato sulla realtà presa in se stessa e vuota di elementi ideali. Erano in presenza il misticismo con le sue forme ricordevoli del mondo soprannaturale e il puro naturalismo. Ma il misticismo indebolito già nella coscienza era divenuto abituale e tradizionale applaudito nel Petrarca non come il mondo sacro ma come un mondo artistico e letterario. Il naturalismo al contrario sorgeva allora in piena concordia con la vita pratica e co' sentimenti con tutti gli allettamenti della novità. Questo mutamento nello spirito dovea capovolgere la base della letteratura. Il romanzo e la novella rimasti generi di scrivere volgari e scomunicati presero il sopravvento. Al mondo lirico con le sue estasi le sue visioni e le sue leggende il suo entusiasmo succede il mondo epico o narrativo con le sue avventure le sue feste le sue descrizioni i suoi piaceri e le sue malizie. La vita contemplativa si fa attiva; l'altro mondo sparisce dalla letteratura; l'uomo non vive più in ispirito fuori del mondo ma vi si tuffa e sente la vita e gode la vita. Il celeste e il divino sono proscritti dalla coscienza vi entra l'umano e il naturale. La base della vita non è più quello che dee essere ma quello che è: Dante chiude un mondo; il Boccaccio ne apre un altro.

Mettiamo ora il piè in questo mondo del Boccaccio. Che vi troviamo? Opere latine di gran mole: una specie di dizionario storico ove hai tutte le antiche forme mitologiche usate da' poeti e con le loro spiegazioni allegoriche e i fatti degli uomini illustri e delle celebri donne libri tradotti in francese in tedesco in inglese in ispagnuolo in italiano di cui si fecero moltissime edizioni accolti con infinito favore da' contemporanei come una nuova rivelazione dell'antichità. Prima ci erano le enciclopedie e i “fiori” e i “giardini” ove si raccoglieva ciò che gli antichi pensarono in filosofia in etica in rettorica; il Boccaccio raccoglie quello che gli antichi immaginarono quello che operarono. Al mondo del puro pensiero succede il mondo dell'immaginazione e dell'azione. Vediamolo ora all'opera. Quest'uomo che ha pieno il capo di tanta erudizione greca e latina che ammira Dante perchè ha saputo molto bene imitare Virgilio Ovidio Stazio e Lucano e a cui di fiorentino è rimasto l'amore del bello idioma e il sentimento dell'arte è insieme il trovatore e il giullare della corte rallegrata dalle sue facezie e dai suoi racconti è l'erede della gaia scienza sa a menadito romanzi francesi italiani e provenzali e scrive per sollazzarsi e per sollazzare. Ci erano in lui parecchi uomini non ben fusi l'erudito l'artista il trovatore il letterato e l'uomo di mondo.

Ecco uscirgli dall'immaginazione il Filocolo. Il titolo è greco come più tardi è il Filostrato e come sarà il Decamerone. La materia è tratta da un romanzo spagnuolo ed è gli amori di Florio e Biancofiore. Ma si tratta della Spagna pagana al tempo di Roma pagana quando già vi penetrava il cristianesimo. La materia è tale che il giovane autore vi può sviluppare tutte le sue tendenze. Ai giovani innamorati e alle amorose donzelle consacra i “nuovi versi i quali - egli dice loro - non vi porgeranno i crudeli incendimenti dell'antica Troia nè le sanguinose battaglie di Farsaglia ma udirete i pietosi avvenimenti dell'innamorato Florio e della sua Biancofiore i quali vi fiano graziosi molto”. Probabilmente i giovani vaghi e le donne innamorate avrebbero desiderato una storia di amore più breve e meno dotta. Ma come resistere alla tentazione? Il giovane ci ficca dentro tutta la mitologia e ad ogni menoma occasione esce fuori con la storia greca e romana. Giulia uccisole il marito nell'ultima disperazione parlando all'uccisore cita Ecuba e Cornelia. Nè la mitologia ci sta a pigione come semplice colorito ma è la vera macchina del racconto come in Omero e Virgilio. E se Giove Pluto Venere Pallade e Cupido fossero personaggi vivi avremmo un grottesco non dispiacevole; ma sono personificazioni ampollose e rettoriche formate dalla memoria non dall'immaginazione. Ancora visto che teologia e poesia sono una stessa cosa la teologia è paganizzata e Dio diviene Giove e Lucifero diviene Pluto; sì che pagani e cristiani inimicandosi a morte usano le stesse forme e adorano gli stessi iddii. Macchinismo vuoto che s'intramette dappertutto e guasta il linguaggio naturale del sentimento introducendo ne' fatti e nelle passioni un'espressione artificiale e metaforica. Volendo dire giovani innamorati si dice: “i quali avete la vela della barca della vaga mente dirizzato a' venti che muovono dalle dorate penne ventilanti del giovane figliuolo di Citerea”. L'avvicinarsi della sera è espresso così: “I disiosi cavalli del sole caldi per lo diurno affanno si bagnavano nelle marine acque d'occidente”. Altrove è detto: “L'Aurora aveva rimossi i notturni fuochi e Febo avea già rasciutte le brinose erbe”. Nasce uno stile pomposo e freddo che invano l'autore cerca incalorire con le figure rettoriche in cui è maestro. Spesseggiano le interrogazioni le esclamazioni le personificazioni le apostrofi; il sentimento si sviluppa dalle cose e si pone per se stesso in una forma ampollosa e pretensiosa. Il prode Lelio è ucciso sul campo di battaglia e il poeta vi recita su questa magnifica tirata rettorica:

“Oh misera Fortuna quanto sono i tuoi movimenti vani e fallaci nelle mondane cose! Ove sono i molti tesori che tu con ampia mano gli avevi dati? Ove i molti amici? Ove la gran famiglia? Tu gli hai con subito giramento tolte tutte queste cose e il suo corpo senza sepoltura morto giace negli strani campi. Almeno gli avessi tu concedute le romane lacrime e le tremanti dita del vecchio padre gli avessero chiusi i morienti occhi e l'ultimo onore della sepoltura gli avesse potuto fare!”

Giulia sviene: “gli spiriti ... vagabondi pare che vadano per lo vicino aere”; e il poeta fa una lunga apostrofe a Lelio che al suo pericol correndo lei semiviva abbandona e dice di Amore:

“Deh! Quanto Amore si portò villanamente tra voi avendovi tenuti insieme con la sua virtù tanto tempo caramente congiunti; e ora nell'ultimo partimento non consentì che voi vi avessi insieme baciati o almeno salutati.”

I personaggi fanno spesso lunghe orazioni con tutti gli artifici della rettorica com'è la parlata di Pluto a' ministri infernali imitata dal Tasso. Spesso la sensualità si scopre tra le lacrime. Giulia si straccia i capelli e si squarcia le vesti; il giovane deplora quello “sconcio tirare” che traeva “i biondi capelli” “dell'usato modo e ordine” e aggiunge: “I vestimenti squarciati mostravano le colorite membra che in prima soleano nascondere”. Non mancano qua e colà tratti affettuosi e anche modi e forme di dire semplici ed efficaci; ma rimane il più spesso fuori dell'uomo e della natura inviluppato in perifrasi circonlocuzioni aggettivi orazioni descrizioni e citazioni: ci si sente una viva tendenza al reale guastata dalla rettorica e dall'erudizione. Accampandosi nel mondo antico e portandovi pretensioni erudite e rettoriche la letteratura se da una parte si emancipava da quel mondo teologico-scolastico che sorgeva come barriera tra l'arte e la natura s'intoppava dall'altra in una nuova barriera un mondo mitologico-rettorico.

Il successo del Filocolo alzò l'animo del giovane a più alto volo. Pensò qualche cosa come l'Eneide e scrisse la Teseide. Ma niente era più alieno dalla sua natura che il genere eroico niente più lontano dal secolo che il suono della tromba. Qui hai assedii battaglie congiure di dei e di uomini pompose descrizioni artificiosi discorsi tutto lo scheletro e l'apparenza di un poema eroico; ma nel suo spirito borghese non entra alcun sentimento di vera grandezza e Teseo e Arcita e Palemone e Ippolito ed Emilia non hanno di epico che il manto. Il suo spirito è disposto a veder le cose nella loro minutezza ma più scende ne' particolari più l'oggetto gli si sminuzza e scioglie sì che ne perde il sentimento e l'armonia. Le armi i modi del combattere i sacrifizii le feste tutta l'esteriorità è rappresentata con la diligenza e la dottrina di un erudito; ma dov'è l'uomo? E dov'è la natura? De' suoi personaggi carichi di emblemi e di medaglie antiche si è perduta la memoria. Ecco un campo di battaglia. Egli vede con molta chiarezza i fenomeni che ti presenta ma è la chiarezza di un naturalista scompagnata da ogni movimento d'immaginazione; ci è l'immagine manca il fantasma que' sottintesi e que' chiaroscuri che ti danno il sentimento e la musica delle cose:

È un'ottava prosaica dove un fenomeno comunissimo è sminuzzato con la precisione e distinzione di un anatomico non di un poeta. Il Tasso tutto condensa in un verso solo che ti presenta in unica immagine il campo di battaglia:

La stessa prosaica maniera trovi nell'ottava seguente:

Qui il sangue è talmente analizzato negli oggetti e congiunto con particolari così vuoti e insignificanti che se ne perde l'impressione. Alla grande maniera sobria rapida densa di Dante del Petrarca succede il prolisso il diluito e il volgare. Chi ricorda descrizioni simili nell'Ariosto e nel Tasso vi troverà le stesse cose ma vive e mobili piene di sentimento e di significato. Nel canto duodecimo descrive la bellezza di Emilia da' capelli fino alle anche anzi fino a' piedi e non si contenta di passare a rassegna tutte le parti del corpo chè di ciascuna fa minuta descrizione e non solo nel quale ma nel quanto sì che pare un geometra misuratore. Delle ciglia dice:

Ecco un'ottava similmente prosaica su' capelli:

Ottave e versi soffrono malattia di languore: così procede il suono fiacco e sordo.

La Teseide è indirizzata a Fiammetta e copertamente e sotto nomi greci espone una vera storia d'amore. Ma la gravità del soggetto e le intenzioni letterarie soperchiarono l'autore e lo tirarono in un mondo epico pel quale non era nato. Meglio riuscì nel Filostrato dove lo scheletro greco e troiano esattamente riprodotto nella sua superficie è penetrato di una vita tutta moderna. L'allusione non è in questo o quel fatto come nella Teseide ma è nello spirito stesso del racconto. I languori di Troilo gli artifici di Pandaro che è il mezzano le resistenze sempre più deboli di Griseida le gradazioni voluttuose di un amore fortunato le arti e le lusinghe di Diomede presso Griseida la sua vittoria e le disperazioni di Troilo questo non è epico e non è cavalleresco se non solo ne' nomi de' personaggi: è una pagina tolta alla storia secreta della corte napoletana è il ritratto della vita borghese collocata di mezzo fra la rozza ingenuità popolana e l'ideale vita feudale o cavalleresca. Qui per la prima volta l'amore squarciato il velo platonico si manifesta nella sua realtà ed autonomia separato da' suoi antichi compagni l'onore e il sentimento religioso; e non è già amore popolano ma borghese cioè a dire raffinato pieno di tenerezze e di languori educato dalla coltura e dall'arte. Mancati tutti gli alti sentimenti della vita pubblica e religiosa non rimane altra poesia che della vita privata. La quale è vil prosa quando il fine del vivere non è che il guadagno ed è nobilitata dall'amore. Vivere tra' godimenti di amore con l'animo lontano da ogni cupidigia di onori e di ricchezze questo è l'ideale della vita privata nella quale la parte seria e prosaica è rappresentata dal mercante. È un ideale che il Boccaccio trova nella sua propria vita quando volse le spalle alla mercatura e si diè a' piacevoli studi e all'amore. Descritti in morbidissime ottave i voluttuosi ardori di Troilo e Griseida il poeta calda ancora l'immaginazione così prorompe:

Ottave sconnesse e saltellanti assai inferiori alle bellissime che precedono; il poeta sa meglio descrivere che ragionare: pure ci senti per entro un po' di calore e la conclusione è felicissima: è un moto subito e vivace di immaginazione come di rado gl'incontra.

Sotto aspetto epico questo racconto è una vera novella con tutte le situazioni divenute il luogo comune delle storie d'amore i primi ardenti desiri l'intramessa di un amico pietoso e le ritrosie della donna le raffinate voluttà del godimento la separazione degli amanti le promesse e i giuramenti e gli svenimenti della donna la sua fragilità e i lamenti e i furori del tradito amante. Sotto vernice antica spunta il mondo interiore del Boccaccio una mollezza sensuale dell'immaginazione congiunta con una disposizione al comico e al satirico. L'infedeltà di Griseida lo fa uscire in questo ritratto della donna:

A Beatrice e Laura succede Griseida; all'amore platonico l'amore sensuale; al volo dell'anima verso la sua patria il cielo succede il tripudio del corpo. La reazione è compiuta. A Dante succede il Boccaccio.

La contraddizione prende quasi aria di parodia inconscia nell'Amorosa visione. La Commedia è imitata nel suo disegno e nel suo meccanismo. Anche il Boccaccio ha la sua visione. Anch'egli incontra la bella donna che dee guidarlo all'altura che è “principio e cagion di tutta gioia” via a salute e pace. Ma dove nella Commedia si va di carne a spirito sino al sommo Bene in cui l'umano è compiutamente divinizzato o spiritualizzato dove nella Commedia il sommo Bene è scienza e contemplazione: qui il fine della vita è l'umano e la scienza è il principio e l'ultimo termine è l'amore e la fine del sogno è in questi versi:

Il paradiso del Boccaccio è un tempio dell'umanità un nobile castello che ricorda il Limbo dantesco ricco di sale splendide e storiate come sono le pareti del purgatorio. Ed è tutta la storia umana che ti viene innanzi in quelle pitture. Dante invoca le muse l'alto ingegno; il Boccaccio invoca Venere:

Una scala assai stretta mena al castello e sulla piccola porta è questa scritta:

Eccoci nella prima sala. E vi son pinte le sette scienze e via via schiere di filosofi e poi di poeti a quel modo che fa Dante nel limbo. Tutto il canto quinto è consacrato a Virgilio e a Dante del quale dice:

Dalla sala delle Muse si passa nella sala della Gloria. E ti sfilano innanzi moltitudine di uomini venuti in fama quasi un quadro della storia del mondo. Da Saturno e Giove scendi all'età de' giganti e degli eroi; poi giungi agli uomini e alle donne illustri di Grecia e di Roma in ultimo viene la cavalleria ne' suoi due circoli di Arturo e Carlomagno sino all'ultimo cavaliere Federico secondo e l'occhio si stende a Carlo di Puglia Corradino Ruggieri di Loria e Manfredi. Il poeta dà libero corso alla sua vasta erudizione intento più a raccogliere esempli che a lumeggiarli: sicchè nessuno de' suoi personaggi è giunto a noi così vivo come è l'Omero e l'Aristotile del limbo dantesco o l'Omero del Petrarca.

Siamo infine nella sala di Amore e Venere. E come innanzi la storia qui vien fuori la mitologia e senti le prodezze amorose di Giove Marte Bacco e Pluto ed Ercole. Poi vengono gli amori di Giasone Teseo Orfeo Achille Paride Enea Lancillotto.

Scienza gloria amore ecco la vita quando non vi s'intrometta la Fortuna e colpisca Cesare o Pompeo nel sommo della felicità. Percorsi i circoli della vita comincia il tripudio o la beatitudine; e non sono già le danze delle luci sante nel trionfo di Cristo o degli angeli ma le voluttuose danze di un paradiso maomettano o le danze delle ninfe napolitane a Baia. Il poeta s'innamora e mentre in sogno si tuffa negli amorosi diletti e tiene fra le braccia la donna si sveglia e la sua guida gli dice:

E mentre la visione si dilegua ella lo raccomanda al “sir di tutta pace” all'Amore.

Con le stesse forme e con lo stesso disegno di Dante il Boccaccio riesce a un concetto della vita affatto opposto alla glorificazione della carne nella quale è il riposo e la pace. La “Divina Commedia” qui è cavata fuori del soprannaturale in cui Dante aveva inviluppata l'umanità e se stesso e il suo tempo ed è umanizzata trasformata in un real castello sede della coltura e dell'amore. Se non che il Boccaccio non vide che quelle forme contemplative e allegoriche naturale involucro di un mondo mistico e soprannaturale mal si attagliavano a quella vita tutta attiva e terrena ed erano disformi al suo genio superficiale ed esterno privo di ogni profondità ed idealità: perciò riesce monotono prolisso e volgare. Oggi a tanta distanza c'è difficile a concepire come non abbia trovato subito il suo genere che è la rappresentazione della vita nel suo immediato sciolta da ogni involucro non solo teologico e scolastico ma anche mitologico e cavalleresco. Ma lento è il processo dell'umanità anche nell'individuo che passa per molte prove e tentennamenti prima di trovare se stesso. Il Boccaccio amico delle muse stima co' suoi contemporanei che “le cose volgari non possono fare un uomo letterato” e che si richiedono “più alti studi”. E gli alti studi sono il latino e il greco la conoscenza dell'antichità. Il suo maggior titolo di gloria era l'ampia erudizione che lo rendeva superiore a Dante ed anche al suo “Silvano” il Petrarca. Trova innanzi a sè forme consacrate e ammirate le forme epiche di Virgilio e Stazio le forme liriche di Dante e di Silvano e in quelle forme vuol realizzare un mondo prosaico che gli si moveva dentro. Nei suoi primi lavori salta fuori tutto il suo mondo greco-romano mitologico e storico con grande ammirazione de' contemporanei. Gli amori di Troilo e Griseida d'Arcita e Palemone passarono le Alpi e fecondarono l'immaginazione di Chaucer; i quadri storici e mitologici della sua Visione ispirarono molti Saggi e molti Tempi dell'umanità. Chi legge i Reali di Francia e tante scarne traduzioni di romanzi francesi allora in voga può concepire che gran miracolo dovè parere la Teseide il Filostrato e il Filocolo. Anche nelle sue Rime si vede l'uomo nuovo alle prese con forme vecchie. Vi trovi il solito repertorio l'innamoramento i sospiri i desiri i pentimenti il volgersi a Dio e alla Madonna ma la bella unità lirica del mondo di Dante e del Petrarca è rotta ed ogni idealità è scomparsa. Dietro alle stesse forme è un diverso contenuto che mal vi si adagia. La donna in nome è ancora un'angioletta ma che angiolo! Ella sta non raccolta e modesta nella sua ingenuità infantile come Bice; o nella sua casta dignità come Laura; ma

tende lacci

Hai la donna vezzosa e civettuola della vita comune ed un amante distratto che ora esala sospiri profani in forme platoniche e tradizionali ora pianta lì la sua angioletta e si sfoga contro i suoi avversari e ragiona della morte e della fortuna o inveisce contro le donne:

Perchè meglio si comprenda questa disarmonia tra forme convenzionali e un contenuto nuovo guardiamo questo sonetto:

Il sonetto comincia bene in forma disinvolta e fresca ancorachè per la parte tecnica un po' trascurata. In quelle giovanette che cantano a mare e vanno a visitare le amiche e sono ammirate dalla gente vedi una scena tutta napolitana e ti corre innanzi Baia sede di secrete delizie che destano le furie gelose del poeta. Ma questa bella scena alla fine si guasta col solito “spirito” e col solito “Amore vago di commendare” e riesce in una freddura. Chi vuol vedere un sonetto affatto moderno dove l'autore si è sciolto da ogni involucro artificiale e ti coglie in atto la vita di Baia con le sue soavità e le sue licenze senta questo:

Qui senti il Boccaccio in quella sua mescolanza di sensuale e malizioso. Gli scherzi del venticello sono abbozzati con l'anima di un satiro che divora con gli occhi la preda e la chiusa cinica così inaspettata ti toglie a ogni idealità e ti gitta nel comico. Qui il Boccaccio trova se stesso. Fu chiamato “Giovanni della tranquillità” per quella sua spensierata giovialità che lo tenea lontano da ogni esagerazione delle passioni e tiravalo nel godimento e nel gusto della vita reale. E quantunque si doglia dell'epiteto come d'una ingiuria e lo rifiuti sdegnosamente pure è là il suo genio e la sua gloria e non dove sfoggia in forme rettoriche sentimento ed erudizione. Fu chiamato anche “uomo di vetro” per una cotal sua mobilità d'impressioni e di risoluzioni di cui sono esempio le Rime dove invano cerchi l'unità organica del Canzoniere e un disegno qualunque avvolto il poeta dalle onde delle impressioni e della vita reale e de' suoi studi e reminiscenze classiche. Pure tra molte volgarità trovi un elevato sentimento dell'arte o come egli dice “l'amor delle muse che lo trae d'inferno” come chiama la terra deserta dalle muse. “Vidi” egli canta

Da questo elevato sentimento dell'arte è uscito il sonetto sopra Dante scritto con una gravità e vigore di stile così insueto che farebbe quasi dubitare sia cosa sua:

La stessa disparità tra le forme e il contenuto troviamo nella Fiammetta e nel Corbaccio o Laberinto d'amore. Sono due generi nuovi e pel contenuto affatto moderni. La Fiammetta e un romanzo intimo e psicologico dove una giovane amata e abbandonata narra ella medesima la sua storia rivelando con la più fina analisi le sue impressioni. Il Corbaccio è la satira del sesso femminile fatta dal vendicativo scrittore canzonato da una donna. La scelta di questi argomenti è felicissima. L'autore volge le spalle al medio evo e inizia la letteratura moderna. Di un mondo mistico-teologico-scolastico non è più alcun vestigio. Oramai tocchiamo terra: siamo in cospetto dell'uomo e della natura. Abbiamo una pagina di storia intima dell'anima umana colta in una forma seria e diretta nella Fiammetta in una forma negativa e satirica nel Corbaccio. La letteratura non è più trascendente ma immanente cioè a dire vede l'uomo e la natura in se stessa e non in forme estrinseche e separate mitologiche e allegoriche. Ma il Boccaccio non sa trovare le forme convenienti a questo contenuto. Per rappresentarlo nella sua verità non aveva che a mettersi in immediata comunione con quello ed esprimere le sue impressioni così naturali e fresche come gli venivano. Ma s'accosta a questo mondo con l'animo preoccupato dall'erudizione dalla storia dalla mitologia e dalla rettorica e lo vede lo dipinge a traverso di queste forme. L'impressione giungendo nel suo spirito vi è immediatamente falsificata nè si riconosce più dietro a quel denso involucro che se non è teologico-scolastico è pur qualche cosa di più strano è mitologico-rettorico. Nasce una nuova trascendenza la cui radice non è nel naturale sviluppo del pensiero religioso e filosofico come l'antica ma nell'avviamento classico preso dalla coltura. Fiammetta abbandonata da Panfilo prima di fare i suoi lamenti vuol vedere come in Virgilio si lamenta Didone abbandonata pensando che a lei non è lecito di lamentarsi in altra guisa. E se vuol consolarsi cercando compagni al suo dolore ti fa un trattato di storia antica narrando tutti i casi infelici di amore degli antichi iddii ed eroi. E se sogna cerca in Ovidio la spiegazione de' sogni. Vuol dire che sente vergogna di palesare i suoi godimenti amorosi? E ti definisce la vergogna e ragiona lungamente de' suoi effetti sulle donne. Vuol esprimere gioia speranza timore dolore ira gelosia? E analizza ciascuno di questi sentimenti facendo tesoro di tutti i luoghi topici registrati da Aristotile. Bisogna vedere con che diligenza il Sansovino nota tutti i luoghi etici e patetici e le imitazioni e le erudizioni della Fiammetta a guida de' maestri e degli scolari. Dante Minerva oscura potè spesso tra le nebbie delle sue allegorie attingere il mondo reale perchè era artista e se è scolastico non è mai rettorico: il Boccaccio non può distrigarsi da quel mondo artificiale e coglier la natura perchè gli manca ogni serietà di vita interiore nel pensiero e nel sentimento e vi supplisce con le esagerazioni e le amplificazioni. Che dirò delle sue descrizioni così minute come le sue analisi e tutte di seconda mano non ispirate dall'impressione immediata della natura? Veggasi il suo inverno e la primavera e l'autunno e tutte le sue descrizioni della bellezza virile e femminile fatte con la squadra e col compasso. Così gli è venuto scritto un romanzo prolisso noioso in guisa che a sentir quegli eterni lamenti della Fiammetta che aspetta Panfilo siamo tentati di dire: - Panfilo torna presto! Che non la sentiamo più. -

Più conforme al suo genio è il Corbaccio satira delle donne. Ma come il burlato è lui le risa sono a sue spese specialmente quando si lamenta che una donna abbia potuto farla a lui che pure è un letterato. Vi mostra egli così poco spirito come nella lettera a Nicolò Acciaioli che il Petrarca grecizzando chiamava Simonide dove leva le alte strida perchè invitato alla corte di Napoli gli sia toccata quella cameraccia e quel lettaccio ed esce in vitupèri in minacce in pettegolezzi resi ancora più ridicoli da quella forma ciceroniana. Come qui minaccia e vitupera e inveisce alla latina così nel Corbaccio satireggia con la storia co' luoghi comuni degli antichi poeti narrando fatti o allegorie e ammassando noiosi ragionamenti. L'ordito è semplicissimo. Il Boccaccio beffato da una donna si vuole uccidere ma il timore dell'inferno ne lo tiene e pensa più saviamente a vivere e a vendicarsi non col ferro ma come i letterati fanno con “concordare di rime” o “distender di prose”. Fra questi pensieri si addormenta e si trova in sogno nel “laberinto d'amore” o valle incantata una specie di selva dantesca dove gli appare un'ombra ed è il marito della donna che nel purgatorio espia la troppa pazienza avuta con lei. Costui gli espone tutte le cattive qualità delle donne a cominciare dalla sua. E quando si è bene sfogato lo conduce sopra di un monte altissimo onde vede il laberinto metter capo nell'inferno. Questa vista guarisce il Boccaccio del mal concetto amore. Come si vede la satira non è rappresentazione artistica ma esposizione in forma di un trattato di morale de' vizi femminili. Nondimeno trovi qua e là di bei motti e novellette graziose e descrizioni vivaci dei costumi delle donne con l'uso felicissimo del dialetto fiorentino com'è la donna in chiesa che “incomincia una dolente filza di paternostri dall'una mano nell'altra e dall'altra nell'una trasmutandogli senza mai dirne niuno” o la donna che con le sue gelosie non dà tregua al marito e “di ciarlare mai non resta mai non molla mai non fina: dàlle dàlle dàlle dalla mattina infino alla sera e la notte ancora non sa restare”. Nelle sue gelose querele si rivela il vero genio del Boccaccio una forza comica accompagnata con rara felicità di espressione attinta in un dialetto così vivace e già maturo pieno di scorciatoie di frizzi di motti di grazie. Citiamo alcuni brani:

“Credi tu ch'i' sia abbagliata e ch'i' non sappia a cui tu vai dietro? A cui tu vogli bene? E con cui tutto il dì favelli? Misera me che è cotanto tempo ch'io ci venni e pur una volta ancora non mi dicesti - Amor mio ben sia venuta. - Ma alla croce di Dio io farò di quelle a te che tu fai a me. Or son io così sparuta? Non son io così bella come la cotale? Ma sai che ti dico? Chi due bocche bacia l'una convien che gli puta. Fàtti costà se Iddio m'aiuti tu non mi toccherai: va' dietro a quelle di cui tu se' degno chè certo tu non eri degno d'aver me e fai bene ritratto di quello che tu sei ma a fare a far sia.

Questa è lingua già degna di Plauto e il Corbaccio è sparso di cotali scene degne di colui che aveva già scritto il Decamerone. Fra' tanti peccati che il marito tradito e l'amante burlato attribuiscono alla donna c'è pur questo che “le sue orazioni e i suoi paternostri sono i romanzi franceschi” e “tutta si stritola quando legge Lancillotto o Tristano nelle camere segretamente”. E anche “legge la canzone dello indovinello e quella di Florio e di Biancefiore e simili altre cose assai”. Sono preziose rivelazioni sulla letteratura profana e proibita allora in voga. Ma se peccato c'è il maggior peccatore era il Boccaccio per l'appunto che per piacere alle donne scrivea romanzi. Pure è lecito credere ch'elle leggevano con più gusto la nuda storia francesca di Florio e Biancefiore che l'imitazione letteraria fatta dal Boccaccio detta Filocolo dove Biancefiore (Blanchefleur) è chiamata all'italiana “Biancofiore”. Alle donne caleva poco di mitologia e storia antica e se tanta erudizione e artificio rettorico potea parere cosa mirabile al suo maestro di greco Pilato e a' latinisti e grecisti che erano allora i letterati le donne che cercavano ne' libri il piacer loro facevano de' suoi scritti poca stima e “ciò che peggio era per lui Aristotile Tullio Virgilio e Tito Livio e molti altri illustri uomini creduti suoi amici e domestici come fango scalpitavano e schernivano”. In verità le donne col loro senso naturale erano migliori giudici in letteratura che Leonzio Pilato e tutti i dotti.

Quelli che chiamarono “tranquillo” il nostro Giovanni espressero un concetto più profondo che non pensavano. La tranquillità è appunto il carattere del nuovo contenuto che egli cercava sotto forme pagane. La letteratura del medio evo è tutt'altro che tranquilla; anzi il suo genio è l'inquietudine un cercare continuo il di là senza speranza di attingerlo. Il suo uomo è sospeso da terra con gli occhi in alto accesi di desiderio. L'uomo del Boccaccio è al contrario assiso in ozio idillico con gli occhi volti alla madre terra alla quale domanda e dalla quale ottiene l'appagamento. Ma al Boccaccio non piace esser chiamato “tranquillo” inconsapevole che la sua forza è lì dov'è la sua natura. E si prova nel genere eroico e cavalleresco e nelle confessioni della Fiammetta tenta un genere lirico-tragico. Tentativi infelici di uomo che non trova ancora la sua via. L'indefinito è negato a lui che descrive la natura con tanta minutezza di analisi. Il sospiro è negato a lui che numera ad uno ad uno i fenomeni del sentimento. L'eroico e il tragico non può allignare in un'anima idillica e sensuale. E quando vi si prova riesce falso e rettorico. Perciò non gli riesce ancora di produrre un mondo cioè una totalità organica armonica e concorde. Nel suo mondo epico-tragico-cavalleresco penetra uno spirito eterogeneo e dissolvente che rende impossibile ogni formazione artistica il naturalismo pagano: spirito invitto perchè è il solo che vive al di dentro di lui il solo che si possa dire il suo mondo interiore. E quando gli riesce di coglierlo nella sua semplicità e verità come gli si move al di dentro allora trova se stesso e diviene artista. Questo mondo gittato come frammento discorde e caotico ne' suoi romanzi epici e tragici par fuori in tutta la sua purezza nel Ninfale fiesolano e nel Ninfale d'Ameto.

Qui l'autore volgendo le spalle alla cavalleria e a' tempi eroici rifà con l'immaginazione i tempi idillici delle antiche favole e dell'età dell'oro quando le deità scendevano amicamente nella terra popolata di ninfe di pastori di fauni e di satiri. La mitologia non è qui elemento errante fuori di posto in mondo non suo è lei tutto il mondo.

Questo mondo mitologico primitivo è un inno alla natura. Nel Ninfale fiesolano la ninfa sacra a Diana vinta dalla natura manca al suo voto ed è trasmutata in fonte. L'anima del racconto è il dolce peccato nel quale cadono Africo e Mensola non per corruzione o depravazione di cuore ma per l'irresistibile forza della natura nella piena semplicità ed innocenza della vita; sì che saputo il fatto ne viene compassione alla stessa Diana. Indi a poco sopraggiunge Atalante e con la guida del figlio della colpa nato da Mensola distrugge gli asili sacri a Diana e marita le ninfe per forza ed edifica Fiesole ed introduce la civiltà e la coltura. Così il mondo mitologico perisce con le sue selvatiche istituzioni e comincia il viver civile conforme alle leggi della natura e dell'amore.

Il racconto è diviso in sette parti o canti ed è in ottava rima. L'autore non costretto a gonfiare le gote nè a raffinare i sentimenti si fa cullare dolcemente dalla sua immaginazione in questo mondo idillico e descrive paesaggi e scene di famiglia e costumi pastorali con una facilità che spesso è negligenza non è mai affettazione o esagerazione. La tromba è mutata nella zampogna suono più umile ma uguale e armonioso: l'ottava procede piana e naturale talora troppo rimessa; e non mancano di bei versi imitativi. Africo e Mensola debbono dividersi chè l'ora è tarda; e il poeta dice:

Altrove dice:

Frequente è in lui l'uso dello sdrucciolo in mezzo al verso e quell'entrare de' versi l'uno nell'altro che slega e intoppa le sue ottave eroiche ma dà a queste ottave idilliche un aspetto di naturalezza e di grazia. Il suo periodo poetico saltellante e imbrogliato nella Teseide qui è corrente e spedito assai prossimo al linguaggio naturale e familiare:

Africo dorme; e il padre dice alla moglie Alimena:

Manca il rilievo: per soverchia naturalezza si casca nel triviale e nel volgare. Più tardi verrà il grande artista che calerà in questo mondo della natura e dell'amore appena sbozzato e pur ora uscito alla luce e gli darà l'ultima e perfetta forma.

Simile di disegno ma in più larghe proporzioni è il Ninfale d'Ameto. È il trionfo della natura e dell'amore sulla barbarie de' tempi primitivi. E il barbaro qui non è la ninfa sacrata a Diana che per violenza di natura rompe il voto ma è il pastore abitatore della foresta co' fauni e le driadi che scendendo al piano lascia l'alpina ferita e prende abito civile. Il luogo della scena comincia in Fiesole negli antichissimi tempi detta Corito quando vi abitavano le ninfe e non era venuto ancora Atalante a cacciarle via e introdurvi costumi umani. Così l'Ameto si collega col Ninfale fiesolano. Il pastore Ameto erra e caccia su pel monte e per la selva quando un dì affaticato giunge co' suoi cani al piano presso il Mugnone; e riposando e trastullandosi co' cani gli giunge all'orecchio un dolce canto e guidato dalla melodia scopre più giovanette intorno alla bellissima Lia. Sono ninfe non sacrate a Diana ma a Venere. Lia racconta nella sua canzone la storia di Narciso “bellissimo e crudo cacciatore” che rifiutando il caro amore delle donne e innamorato della sua immagine fu convertito in fiore. Ameto parte pensoso recando seco l'immagine di Lia. Venuta la primavera torna al piano e cerca e chiama Lia descrivendo la sua bellezza e offrendole doni:

Si avvicinano i giorni sacri a Venere e nel suo tempio traggono pastori e fauni e satiri e ninfe e Ameto trova la sua Lia fra bellissime ninfe delle quali contempla le bellezze parte a parte fatto giudice esperto e amoroso. E tutti fan cerchio a un pastore che canta le lodi di Venere e di Amore. Sopravvengono altre ninfe le quali “non umane pensava ma dèe” e contempla rapito celesti bellezze e di pastore si sente divenuto amante dicendo: “Io usato di seguire bestie amore poco avanti da me non saputo seguendo non so come mi convertirò in amante seguendo donne”. Le belle ninfe gli siedono intorno ed egli scioglie un inno a Giove e canta la sua conversione. Questi sono gli antecedenti del romanzo sparsi di vaghissime descrizioni di bellezze femminili in quella forma minuta e stancante che è il vezzo dell'autore. Lia propone che ciascuna ninfa canti la sua storia e canti la deità reverita da lei acciocchè “oziose come le misere fanno non passino il chiaro giorno”. Sedute in cerchio e posto in mezzo Ameto come loro presidente o antistite cominciano i loro racconti. Sono sette ninfe: Mopsa Emilia Adiona Acrimonia Agapes Fiammetta e Lia ciascuna consacrata a una divinità Pallade Diana Pomena Bellona Venere delle quali si cantano le lodi. Ne' racconti delle ninfe vedi la vittoria dell'amore e della natura sulla ferina salvatichezza degli uomini e all'ozio bestiale tener dietro le arti di Pallade di Diana di Astrea di Pomena e di Bellona la cultura e l'umanità. Ti vedi innanzi svilupparsi tutto il mondo della cultura e cominciare da Atene ed in ultimo posare in Etruria dove l'autore con giusto orgoglio pone il principio della nuova cultura. Da ultimo apparisce una luce una e trina entro la quale guardando Ameto Mopsa gli occhi asciugandoli da quelli levò l'oscura caligine sì che nella luce triforme ravvisa la celeste e santa Venere madre di amore puro e intellettuale. Tuffato nella fonte da Lia gittati i panni selvaggi e lavato di ogni lordura si sente “di bruto fatto uomo” e “vede chi sieno le ninfe le quali più all'occhio che all'intelletto erano piaciute e ora all'intelletto piacciono più che all'occhio; discerne quali sieno i templi quali le dee di cui cantano e chenti sieno i loro amori e non poco in sè si vergogna de' concupiscevoli pensieri avuti”. Le ninfe le quali non sono altro che le scienze e le arti della vita civile tornano alla celeste patria e Ameto canta la sua redenzione dallo stato selvaggio.

Questo disegno evidentemente è uscito da una testa giovanile ancora sotto l'azione di tutti i diversi elementi di quella cultura. Palpabili sono le reminiscenze della Divina Commedia. Lia e Fiammetta ricordano Matilde e Beatrice. Il concetto nella sua sostanza è dantesco: è l'emancipazione dell'uomo il quale percorse le vie del senso e dell'amore sensuale è dalla scienza innalzato all'amore di Dio. Anche la forma allegorica è dantesca non essendo quelle apparizioni che simboli di concetti e figure di quelle separate intelligenze che presiedono alle stelle e regolano i moti dell'animo. Tutto questo si trova inviluppato in un mondo mitologico che è la sua negazione animato da un naturalismo spinto sino alla licenza: Apuleio e Longo contendono con Dante nel cervello dello scrittore. Il romanzo che nell'intenzione dovrebbe essere spirituale è nel fatto soverchiato da un vivo sentimento della bella natura e de' piaceri amorosi. Si vede il giovane che sta con Dante in astratto ma ha pieno il capo di mitologia di romanzi greci e franceschi di avventure licenziose e fa di tutto una mescolanza. Se qualche cosa in questa noiosa lettura ti alletta è dove lo scrittore si abbandona alla sua natura com'è la comica descrizione che Acrimonia fa del suo vecchio marito nel quale intravvedi già il povero dottore a cui Paganino rubò la moglie e com'è qua e là qualche pittura e sentimento idillico. Pure in un mondo così dissonante e scordato si sviluppa chiaramente un entusiasmo giovanile per la coltura e l'umanità. Ci si sente il secolo che scuote da sè la rozza barbarie e s'incammina fidente verso un mondo più colto e polito. Ameto si spoglia il ruvido abito del medio evo e guidato dalle muse prende aspetto gentile e umano. Le ombre del misticismo si diradano nel tempio di Venere. Dante canta la redenzione dell'anima nell'altro mondo. Il Boccaccio canta la fine della barbarie e il regno della coltura. È lo spirito nuovo da cui più tardi uscirà Lorenzo de' Medici e Poliziano.

Gittando ora un solo sguardo su questi lavori si possono raccogliere con chiarezza i caratteri della nuova cultura. Le teorie in astratto rimangono le stesse e il Boccaccio pensa come Dante. Ma nel fatto lo spirito abbandona il cielo e si raccoglie in terra: perde la sua idealità e la sua inquietudine e diviene tranquillo calato tutto e soddisfatto nella materia della sua contemplazione. A un mondo lirico di aspirazioni indefinite espresso nella visione e nell'estasi succede un mondo epico che ha ne' fatti umani e naturali il suo principio e il suo termine. Il poeta in luogo d'idealizzare realizza cioè a dire fugge le forme sintetiche e comprensive che gittano lo spirito in un di là da esse e cerca una forma nella quale l'immaginazione si trovi tutta e si riposi. Non ci è più il “forse” e il “parere” non una forma appena abbozzata quasi velo di qualcos'altro ma una forma terminata e chiusa in sè e corpulenta nella quale l'oggetto è minutamente analizzato nelle singole parti: alla terzina succede l'analitica ottava. Rimangono ancora le terzine e le visioni e le allegorie i sonetti e le canzoni ma come forme prettamente convenzionali e d'imitazione sciolte dallo spirito che le ha generate: il passato per lungo tempo si continua come morta forma in un mondo mutato. Succedono forme giovani e nuove più conformi a un contenuto epico. Sul mondo inquieto delle allegorie e delle visioni si alza il sereno e tranquillo mondo pagano con le sue deità umanizzate con la sua natura animata col suo vivo sentimento della bellezza con la sua disinteressata contemplazione artistica. Queste tendenze non trovano soddisfazione in un contenuto eroico e cavalleresco perchè la serietà di una vita eroica e cavalleresca è ita via insieme col medio evo e non è più nella coscienza e non può essere altro che imitazione letteraria e artificio rettorico. Più conveniente a quelle forme è la vita idillica ne' cui tranquilli ozi nella cui semplicità e chiarezza l'anima agitata dalle lotte politiche e turbata dalle ombre di un mondo trascendente si raccoglie come in un porto e si riposa. L'idillio è la prima forma nella quale si manifesta questa nuova generazione fiacca e stanca pur colta ed erudita che chiama barbara la generazione passata e celebra i nuovi tempi della coltura e dell'umanità invocando Venere e Amore.

Specchio di questa società nelle sue fluttuazioni nelle sue imitazioni nelle sue tendenze è il Boccaccio. I suoi tentennamenti e le sue dissonanze provengono dalla coesistenza nel suo spirito d'elementi vecchi e nuovi vivi e morti mescolati. Un doppio involucro mistico e mitologico circonda come una nebbia questo mondo della natura.

Fra questi tentennamenti si andò formando il Decamerone. Il Boccaccio lascia qui cavalleria mitologia allegoria e tutto il suo mondo classico tutte le sue reminiscenze dantesche e si chiude nella sua società e ci vive e ci gode perchè ivi trova se stesso perchè vive anche lui di quella vita comune. Par così facile attingere la società in questa forma diretta e immediata: pur si vede quanto laboriosa gestazione è necessaria perchè esca alla luce il mondo del tuo spirito.

Quel mondo esisteva prima del Decamerone. In Italia abbondavano romanzi e novelle e “canzoni latine” canti licenziosi. Le donne come abbiam visto leggevano secretamente tra loro questi libri profani e i novellatori intrattenevano le liete brigate con racconti piacevoli e licenziosi. Il fondo comune de' romanzi erano le avventure de' cavalieri della Tavola rotonda e di Carlomagno Nell'Amorosa visione il Boccaccio cita un gran numero di questi eroi ed eroine Artù Lancillotto Galeotto Isotta la bionda Chedino Palamides Lionello Tristano Orlando Uliviero Rinaldo Guttifré Roberto Guiscardo Federico Barbarossa Federico secondo. Egli medesimo scrisse romanzi per far piacere alle donne e rifatto il romanzo di Florio e Biancofiore cercò un teatro più conforme a' suoi studi classici ne' tempi eroici e primitivi delle greche tradizioni. Pure le novelle doveano riuscire più popolari e più gradite perchè più conformi a' tempi e a' costumi. E se ne raffazzonavano o inventavano di ogni sorta serie e comiche morali e oscene variate e abbellite da' novellatori secondo i gusti dell'uditorio. La novella era dunque un genere vivente di letteratura lasciato in balia dell'immaginazione e come materia profana e frivola trascurata dagli uomini colti. Rivale della novella era la leggenda co' suoi miracoli e le sue visioni. Gli uomini colti si tenevano alto in una regione loro propria e lasciavano a' frati i Fioretti di san Francesco e la Vita del beato Colombino e a' buontemponi la semplicità di Calandrino e le avventure galanti di Alatiel.

In questo mondo profano e frivolo entrò il Boccaccio con non altro fine che di scrivere cose piacevoli e far cosa grata alla donna che gliene avea data commissione. E raccolse tutta quella materia informe e rozza trattata da illetterati e ne fece il mondo armonico dell'arte.

Dotte ricerche sonosi fatte sulle fonti dalle quali il Boccaccio ha attinte le sue novelle. E molti credono si tolga qualche cosa alla sua gloria quando sia dimostrato che la più parte de' suoi racconti non sono sua invenzione quasi che il merito dell'artista fosse nell'inventare e non piuttosto nel formare la materia. Fatto è che la materia così nella Commedia e nel Canzoniere come nel Decamerone non uscì dal cervello di un uomo anzi fu il prodotto di una elaborazione collettiva passata per diverse forme insino a che il genio non l'ebbe fissata e fatta eterna.

Ci erano in tutti i popoli latini novelle sotto diversi nomi ma non c'era la novella e tanto meno il novelliere in cui i singoli racconti fossero composti ad unità e divenissero un mondo organico. Questo organismo vi spirò dentro il Boccaccio e di racconti diversi di tempi di costumi e di tendenze fece il mondo vivente del suo tempo la società contemporanea della quale egli aveva tutte le tendenze nel bene e nel male.

Non è il Boccaccio uno spirito superiore che vede la società da un punto elevato e ne scopre le buone e cattive parti con perfetta e severa coscienza. È un artista che si sente uno con la società in mezzo a cui vive e la dipinge con quella mezza coscienza che hanno gli uomini fluttuanti fra le mobili impressioni della vita senza darsi la cura di raccogliersi e analizzarle. Qualità che lo distingue sostanzialmente da Dante e dal Petrarca spiriti raccolti ed estatici. Il Boccaccio è tutto nel mondo di fuori tra' diletti e gli ozi e le vicissitudini della vita e vi è occupato e soddisfatto e non gli avviene mai di piegarsi in sè di chinare il capo pensoso. Le rughe del pensiero non hanno mai traversata quella fronte e nessun'ombra è calata sulla sua coscienza. Non a caso fu detto “Giovanni della tranquillità”. Sparisce con lui dalla nostra letteratura l'intimità il raccoglimento l'estasi la inquieta profondità del pensiero quel vivere dello spirito in sè nutrito di fantasmi e di misteri. La vita sale sulle superficie e vi si liscia e vi si abbellisce. Il mondo dello spirito se ne va: viene il mondo della natura.

Questo mondo superficiale appunto perchè vuoto di forze interne e spirituali non ha serietà di mezzi e di scopo. Ciò che lo move non è Dio nè la scienza non l'amore unitivo dell'intelletto e dell'atto la grande base del medio evo; ma è l'istinto o l'inclinazione naturale: vera e violenta reazione contro il misticismo. Ti vedi innanzi una lieta brigata che cerca dimenticare i mali e le noie della vita passando le calde ore della giornata in piacevoli racconti. Era il tempo della peste e gli uomini con la morte innanzi si sentivano sciolti da ogni freno e si abbandonavano al carnevale della loro immaginazione. Di questo carnevale il Boccaccio aveva l'immagine nella corte ove avea passati i suoi più bei giorni attingendo le sue ispirazioni in quel letame sul quale le Muse e le Grazie sparsero tanti fiori. Un congegno simile trovi già nell'Ameto un decamerone pastorale: se non che ivi i racconti sono allegorici e preordinati ad un fine astratto: non c'è lo spirito della Divina Commedia ma ce n'è l'ossatura. Qui al contrario i racconti non hanno altro fine che di far passare il tempo piacevolmente e sono veri mezzani di piacere e d'amore il vero Principe Galeotto titolo italiano del novelliere velato pudicamente da un titolo greco. I personaggi evocati nell'immaginazione da diversi popoli e tempi appartengono allo stesso mondo vuoto al di dentro corpulento al di fuori. Personaggi attori spettatori e scrittore sono un mondo solo il cui carattere è la vita tutta al di fuori in una tranquilla spensieratezza.

Questo mondo è il teatro de' fatti umani abbandonati al libero arbitrio e guidati ne' loro effetti dal caso. Dio o la provvidenza ci sta di nome quasi per un tacito accordo nelle parole di gente caduta nella più profonda indifferenza religiosa politica e morale. E non c'è neppure quella intima forza delle cose che crea la logica degli avvenimenti e la necessità del loro cammino; anzi l'attrattivo del racconto è proprio nell'opposto mostrando le azioni umane per il capriccio del caso riuscire a un fine affatto contrario a quello che ragionevolmente si potea presupporre. Nasce una nuova specie di maraviglioso generato non dall'intrusione nella vita di forze oltrenaturali sotto forma di visioni o miracoli ma da uno straordinario concorso di accidenti non possibili ad essere preveduti e regolati. L'ultima impressione è che signore del mondo è il caso. Ed è appunto nel vario giuoco delle inclinazioni e delle passioni degli uomini sottoposte a' mutabili accidenti della vita che è qui il deus ex machina il dio di questo mondo.

E poichè la macchina è il maraviglioso l'imprevisto il fortuito lo straordinario l'interesse del racconto non è nella moralità degli atti ma nella loro straordinarietà di cause e di effetti. Non già che il Boccaccio sconosca il mondo morale e religioso ed alteri le nozioni comuni intorno al bene od al male ma non è questo di che si preoccupa e che lo appassiona. Poco a lui rileva che il fatto sia virtuoso o vizioso: ciò che importa è che possa stuzzicare la curiosità con la straordinarietà degli accidenti e dei caratteri. La virtù posta qui a fare effetto sull'immaginazione manca di semplicità e di misura e diviene anch'essa un istrumento del maraviglioso condotta ad una esagerazione che scopre nell'autore il vuoto della coscienza ed il difetto di senso morale. Esempio notabile è la Griselda il personaggio più virtuoso di quel mondo. La quale per mostrarsi buona moglie soffoca tutti i sentimenti della natura e la sua personalità e il suo libero arbitrio. L'autore volendo foggiare una virtù straordinaria che colpisca di ammirazione gli uditori cade in quel misticismo contro di cui si ribella e che mette in gioco collocando l'ideale della virtù femminile nell'abdicazione della personalità a quel modo che secondo l'ideale teologico la carne è assorbita dallo spirito e lo spirito è assorbito da Dio. Si rinnova il sacrificio di Abramo e il Dio che mette la natura a così crudel prova è qui il marito. Similmente la virtù in Tito e Gisippo è collocata così fuori del corso naturale delle cose che non ti alletta come un esempio ma ti stupisce come un miracolo. Ma virtù eccezionali e spettacolose sono rare apparizioni e ciò che spesso ti occorre è la virtù tradizionale di tempi cavallereschi e feudali una certa generosità e gentilezza di re di principi di marchesi reminiscenze di storie cavalleresche ed eroiche in tempi borghesi. La qual virtù è in questo che il principe usa la sua potenza a protezione de' minori e soprattutto degli uomini valenti d'ingegno e di studi e poco favoriti dalla fortuna come furono Primasso e Bergamino verso i quali si mostrarono magnifici l'abate di Cligny e Can Grande della Scala. Così è molto commendato il primo Carlo d'Angiò il quale potendo rapire e sforzare due bellissime fanciulle figliuole di un ghibellino amò meglio dotarle magnificamente e maritarle. La virtù in questi potenti signori è di non fare malvagio uso della loro forza anzi di mostrarsi liberali e cortesi. Già cominciava in quel mondo a parer fuori una classe di letterati che viveva alle spese di questa virtù celebrando con giusto cambio una magnificenza della quale assaporavano gli avanzi. L'anima altera di Dante mal vi si piegava nè gli fu ultima cagione d'amarezza quel mendicare la vita a frusto a frusto e scendere e salire per le altrui scale. Ma i tempi non erano più all'eroica e il Petrarca si lasciava dotare e mantenere da' suoi mecenati e il Boccaccio vivea de' rilievi della corte di Napoli comicamente imbestiato quando il mantenimento non era dicevole a un par suo disposto da' buoni o da' cattivi cibi al panegirico o alla satira. Tale è il tipo di ciò che in questo mondo boccaccevole è chiamato la virtù una liberalità e gentilezza d'animo che dalle castella penetra nelle città e fino ne' boschi asilo de' masnadieri della quale sono esempio Natan e il Saladino e Alfonso e Ghino di Tacco e il negromante di Ansaldo. Questo se non è propriamente senso morale è pur senso di gentilezza che raddolcisce i costumi e spoglia la virtù del suo carattere teologico e mistico posto nell'astinenza e nella sofferenza le dà aspetto piacevole più conforme ad una società colta e allegra. Vero è che siccome il caso regolatore di questo mondo ne fa di ogni maniera talora l'allegria che vi domina è funestata da tristi accidenti che turbano il bel sereno. Ma è una nuvola improvvisa la quale presto si scioglie e rende più cara la vista del sole o come dice la Fiammetta è una “fiera materia data a temperare alquanto la letizia”. Volendo guardare più profondamente in questo fenomeno osserviamo che la gioia ha poche corde e sarebbe cosa monotona noiosa e perciò poco gioiosa come avviene spesso ne' poemi idillici se il dolore non vi si gittasse entro con le sue corde più varie e più ricche d'armonia traendosi appresso un corteggio di vivaci passioni l'amore la gelosia l'odio lo sdegno l'indignazione. Il dolore ci sta qui non per sè ma come istrumento della gioia stuzzicando l'anima tenendola in sospensione e in agitazione insino a che per benignità della fortuna o del caso comparisce d'improvviso il sereno. E quando pure il fatto sorta trista fine com'è in tutt'i racconti della giornata quarta l'emozione è superficiale ed esterna esaltata e raddolcita in descrizioni discorsi e riflessioni e non condotta mai sino allo strazio com'è nel fiero dolore di Dante. Sono fugaci apparizioni tragiche in questo mondo della natura e dell'amore provocate appunto dalla collisione della natura e dell'amore non con un principio elevato di moralità ma con la virtù cavalleresca “il punto d'onore”. Di che bellissimo esempio oltre il Gerbino è il Tancredi che testimone della sua onta uccide l'amante della figliuola e mandale il cuore in una coppa d'oro: la quale messa sopra esso acqua avvelenata quella si bee e così muore. Il motivo della tragedia è il punto d'onore perchè ciò che move Tancredi è l'onta ricevuta non solo per l'amore della figliuola ma ancora più per l'amore collocato in uomo di umile nazione. Ma la figliuola dimostra vittoriosamente al padre la legittimità del suo amore e della sua scelta invocando le leggi della natura e il concetto della vera nobiltà posta non nel sangue ma nella virtù; e l'ultima impressione è la condanna del padre indarno pentito e piangente sul morto corpo della figliuola il quale apparisce non come giusto vendicatore del suo onore offeso ma come ribelle verso la natura e l'amore. L'effetto estetico è la compassione verso il padre e la figliuola l'una di alto animo l'altro umano e di benigno ingegno vittime tutti e due non per difetto proprio ma per le condizioni del mondo in mezzo a cui vivono. La conclusione ultima è la rivendicazione delle leggi della natura e dell'amore verso gli ostacoli in cui s'intoppano. Sicchè la tragedia è qui il suggello e la riprova del mondo boccaccevole e il dolore fugace che vi fa la sua comparsa presentato nella sua forma più mite e tenera vicina alla compassione è come il condimento della gioia a lungo andare insipida quando sia abbandonata a se stessa.

La base della tragedia è mutata. Non è più il terrore che invade gli spettatori incontro a un fato incomprensibile che si manifesta nella catastrofe come ne' greci e neppure l'espiazione per le leggi di una giustizia superiore come nell'inferno dantesco; ma è il mondo abbandonato alle sue forze naturali e cieche nel cui conflitto rimane l'amore come una specie di diritto superiore incontro a cui tutti hanno torto. La natura che nel mondo dantesco è il peccato qui è la legge ed ha contro di sè non un mondo religioso e morale di cui non è vestigio ancorchè ammesso in astratto e in parola ma la società come si trova ordinata in quel complesso di leggi di consuetudini che si chiamano l'“onore”. Il conflitto è tutto però al di fuori nell'ordine de' fatti prodotti dal diverso urto di queste forze e terminati dalla benignità o malvagità del caso o della fortuna; e non sale a vera opposizione interna che sviluppi le passioni e i caratteri. Il poeta non è un ribelle alle leggi sociali e tantomeno un riformatore; prende il mondo com'è e se le sue simpatie sono per le vittime dell'amore non biasima per ciò coloro che dall'onore sono mossi ad atti crudeli anch'essi degni di stima vittime anch'essi. Così esalta Gerbino che volle romper la fede data dal re suo zio anzi che mancare alle leggi dell'amore ed esser tenuto vile; ma non biasima il re che lo fece uccidere “volendo anzi senza nipote rimanere ch'essere tenuto re senza fede”. Ne nasce in mezzo all'agitazione de' fatti esteriori una calma interna una specie di equilibrio dove l'emozione non penetra se non quanto è necessario a ravvivare e variare l'esistenza. Perciò in questo mondo borghese e indifferente e naturale la tragedia rimane esteriore e superficiale naufragata qui come un frammento galleggiante nella vastità delle onde. Il movimento non ha radice nella coscienza nelle forti convinzioni e passioni stimolate dal contrasto ma si scioglie in un giuoco di immaginazione in una contemplazione artistica de' vari casi della vita che sorprendano e attirino la tua attenzione. Per dirla con un solo vocabolo comprensivo virtù e vizi qui non hanno altro significato che di “avventure” ovvero casi straordinari tirati in iscena dal capriccio del caso. Gli uditori non vi prendono altro interesse che di trovarvi materia a passare il tempo con piacere; e del loro piacere è mezzana la stessa virtù e lo stesso dolore.

Un mondo il cui dio è il caso e il cui principio direttivo è la natura non è solo spensierato e allegro ma è anche comico. Già quel non prendere in nessuna serietà gli avvenimenti e farne un giuoco di pura immaginazione quell'intreccio capriccioso de' casi quell'equilibrio interno che si mantiene sereno tra le più crudeli vicissitudini sono il terreno naturale su cui germina il comico. Un'allegrezza vuota d'intenzione e di significato è cosa insipida è appunto quel riso che abbonda nella bocca degli stolti. Perchè il riso abbia malizia o intelligenza dee avere una intenzione e un significato dee esser comico. E il comico dà a questo mondo la sua fisonomia e la sua serietà.

Questa società è essa medesima una materia comica perchè niente è più comico che una società spensierata e sensuale da cui escono i tipi di don Giovanni e di Sancio Panza. Ma è una società che rappresentava a quel tempo quanto di più intelligente e colto era nel mondo e ne aveva coscienza. Una società siffatta aveva il privilegio di esser presa sul serio da tutto il mondo e di poter ridere essa di tutto il mondo. In effetti due cose serie sono in queste novelle l'apoteosi dell'ingegno e della dottrina che si fa riconoscere e rispettare da' più potenti signori e una certa alterezza borghese che prende il suo posto nel mondo e si proclama nobile al pari de' baroni e de' conti. Questi sono i caratteri di quella classe a cui apparteneva il Boccaccio istruita intelligente che teneva sè civile e tutto l'altro barbarie. E il comico qui nasce appunto da questo: è la caricatura che l'uomo intelligente fa delle cose e degli uomini posti in uno strato inferiore della vita intellettuale. La società colta aveva innanzi a sè i frati ed i preti o come dice il Boccaccio le cose cattoliche orazioni confessioni prediche digiuni mortificazioni della carne visioni e miracoli; e dietro stava la plebe con la sua sciocchezza e la sua credulità. Sopra questi due ordini di cose e di persone il Boccaccio fa sonare la sferza.

Materia del comico è dunque l'efficacia delle orazioni come il “paternostro” di san Giuliano il modo di servire Dio nel deserto la vita pratica de' frati de' preti e delle monache in contraddizione con le loro prediche l'arte della santificazione insegnata a fra Puccio i miracoli e le apparizioni de' santi come l'apparizione dell'angelo Gabriello e la semplicità della plebe trastullo dei furbi. Visibile soprattutto è la reazione della carne contro gli eccessivi rigori di un clero che proscriveva il teatro e la lettura de' romanzi e predicava i digiuni e i cilizi come la via al paradiso. È una reazione che si annunzia naturalmente con la licenza e il cinismo. La carne scomunicata si vendica e chiama “meccanici” i suoi maldicenti cioè gente che giudica grossamente secondo l'opinione volgare. Così il mondo dello spirito in quelle sue forme eccessive è divenuto per questa gente il mondo volgare. È immaginabile con che voluttà la carne dopo la lunga compressione si sfoghi con che delizia ti ponga innanzi ad uno ad uno i suoi godimenti scegliendo i modi e le frasi più scomunicate e talora volgendo a senso osceno frasi e immagini sacre. È il mondo profano in aperta ribellione che ha rotto il freno e fa la caricatura al padrone cadutogli di sella. Su questo fondo comico s'intreccia una grande varietà di accidenti di cui sono gli eroi i due protagonisti immortali di tutte le commedie chi burla e chi si fa burlare i furbi e i gonzi e di questi i più martoriati e i più innocenti i mariti. E fra tanti accidenti si sviluppa una grande ricchezza di caratteri comici de' quali alcuni sono rimasti veri tipi come il cattivello di Calandrino e lo scolare vendicativo che sa dove il diavolo tien la coda. I caratteri seri sono piuttosto singolarità che tipi individui perduti nella minutezza ed eccezionalità della loro natura come Griselda Tito il conte di Anguersa madama Beritola Ginevra e la Salvestra e l'Isabetta e la figlia di Tancredi. Ma i caratteri comici sono la parte viva e intima e sentita di questo mondo e riflettono in sè fisonomie universali che incontrate nell'uso comune della vita come compar Pietro e maestro Simone e fra Puccio e il frate montone e il giudice squasimodeo e monna Belcolore e Tofano e Gianni Lotteringhi e tutte le varietà perchè “infinita è la turba degli stolti”. Così questo mondo spensierato e gioviale si disegna prende contorni acquista una fisonomia diviene la “commedia umana”.

Ecco a così breve distanza la commedia e l'anticommedia la “Divina Commedia” e la sua parodia la “commedia umana”! E sullo stesso suolo e nello stesso tempo Passavanti Cavalca Caterina da Siena voci dell'altro mondo soverchiate dall'alto e profano riso di Giovanni Boccaccio. La gaia scienza esce dal suo sepolcro col suo riso incontaminato; i trovatori e i novellatori spenti da' ferri sacerdotali tornano a vita e ripigliano le danze e le gioiose canzoni nella guelfa Firenze; la novella e il romanzo proscritti proscrivono alla lor volta e rimangono padroni assoluti della letteratura. Certo questo mutamento non viene improvviso come appare un moto di terra: lo spirito laicale è visibile in tutta la letteratura e si continua con tradizione non interrotta come s'è visto insino a che nella Divina Commedia prende arditamente il suo posto e si proclama anch'esso sacro e di diritto divino e Dante laico assume tono di sacerdote e di apostolo. Ma Dante il fa con tanta industria che tutto l'edificio stia in piedi e la base rimanga salda. La sua “commedia” è una riforma; la “commedia” del Boccaccio è una rivoluzione dove tutto l'edificio crolla e sulle sue rovine escono le fondamenta di un altro.

La Divina Commedia uscì dal numero de' libri viventi e fu interpretata come un libro classico poco letta poco capita pochissimo gustata ammirata sempre. Fu divina ma non fu più viva. E trasse seco nella tomba tutti quei generi di letteratura i cui germi appaiono così vivaci e vigorosi ne' suoi schizzi immortali la tragedia il dramma l'inno la laude la leggenda il mistero. Insieme perirono il sentimento della famiglia e della natura e della patria la fede in un mondo superiore il raccoglimento e l'estasi e l'intimità le caste gioie dell'amicizia e dell'amore l'ideale e la serietà della vita. In questo immenso mondo crollato prima di venire a maturità e produrre tutti i suoi frutti ciò che rimase fecondo fu Malebolge il regno della malizia la sede della umana commedia. Quel Malebolge che Dante gitta nel loto e dove il riso è soverchiato dal disgusto e dalla indignazione eccolo qui che mena sulla terra la sua ridda infernale abbigliato dalle Grazie e si proclama esso il vero paradiso come capì don Felice e non capì il povero frate Puccio. In effetti qui il mondo è preso a rovescio. “Commedia” per Dante è la beatitudine celeste. “Commedia” pel Boccaccio è la beatitudine terrena la quale tra gli altri piaceri dà anche questo di passare la malinconia spassandosi alle spalle del cielo. La carne si trastulla e chi ne fa le spese è lo spirito.

Se la reazione contro uno spiritualismo esagerato e lontanissimo dalla vita pratica fosse venuta da lotte vivaci nelle alte regioni dello spirito il movimento sarebbe stato più lento o più contrastato come negli altri popoli ma insieme più fecondo. Il contrasto avrebbe fortificata la fede negli uni e le convinzioni negli altri e generata una letteratura piena di vigore e di sostanza alla quale non sarebbe mancata nè la passione di Lutero nè l'eloquenza di Bossuet nè il dubbio di Pascal nè le forme letterarie possibili solo dove la vita interiore è forte e sana. Così il movimento sarebbe stato insieme negativo e positivo il distruggere sarebbe stato insieme l'edificare. Ma le audacie del pensiero punite inesorabilmente troncata col sangue l'opposizione ghibellina rimaso il papato arbitro e vicino e sospettoso e vigile quel mondo religioso così corrotto ne' costumi come assoluto nelle dottrine e grottesco nelle forme al contatto con una coltura così rapida e con lo spirito fatto adulto e maturo dallo studio degli antichi scrittori non potè esser preso sul serio dalla gente colta che pure è quella che ha in mano l'indirizzo della vita nazionale. Nacque a questo modo la scissura tra la gente colta e tutto il rimanente della società che pure era la gran maggioranza rimasa passiva e inerte in mano al prete di Varlungo a donno Gianni a frate Rinaldo e a frate Cipolla. Sicchè per la gente istruita quel mondo divenne il mondo del volgo o de' meccanici e saperne ridere era segno di coltura: ne ridevano anche i chierici che volevano esser tenuti uomini colti. Così coesistevano l'una accanto all'altra due società distinte senza troppo molestarsi. La libertà del pensiero era negata; vietato mettere in dubbio la dottrina astratta; ma quanto alla pratica era un altro affare si viveva e si lasciava vivere trastullandosi tutti e sollazzandosi nel nome di Dio e di Maria. Gli stessi predicatori ne davano esempio cercando di divertire il pubblico con motti e ciance ed iscede; cosa che al buon Dante muoveva lo stomaco e che faceva ridere il Boccaccio scrivendo nella conclusione del suo Novelliere: “se le prediche de' frati per rimorder delle lor colpe gli uomini il più oggi piene di motti e di ciance e di scede si veggono estimai che quegli medesimi non stesser male nelle mie novelle scritte per cacciar la malinconia delle femmine.”

L'indignazione di Dante era caduta: sopravvenne il riso come di cose oramai comuni. Non si move la bile se non in quelli che credono e veggono profanata la loro credenza ne' fatti: è la bile de' santi e di tutti gli uomini di coscienza. Ma quella colta società vuota di senso religioso e morale non era disposta a guastarsi la bile per i difetti degli uomini. Le “sfacciate donne fiorentine” qui allettano e lasciviano e fanno “quadri viventi” come si dice e si fa oggidì. Il traffico delle cose sacre occasione allo scisma della credente Germania e che Dante nella nobile ira sua chiama “adulterio” qui è materia di amabili frizzi senza fiele e senza malizia. La confessione suggerisce l'idea di equivoci molto ridicoli ne' quali sono i laici e le laiche che la fanno a' preti uomini “tondi” e “grossi” come si mostra nel confessore di ser Ciappelletto e nel frate Bestia carattere comico de' meglio disegnati. Il foggiar miracoli come quel di Masetto l'ortolan Alberto o di frate Cipolla il fabbricar santi e renderli miracolosi come è di ser Ciappelletto è rappresentato con l'allegria comica di gente colta e incredula. Profanazioni simili fanno ridere perchè le cose profanate non ispirano più riverenza.

Questa società tal quale sorpresa calda calda nell'atto della vita è trasportata nel Decamerone: quadro immenso della vita in tutte le sue varietà di caratteri e di accidenti i più atti a destare la maraviglia sul quale spicca Malebolge tirato dall'inferno e messo sul proscenio il mondo sensuale e licenzioso della furberia e della ignoranza entro cui si move senza mescolarvisi un mondo colto e civile il mondo della cortesia riflesso di tempi cavallereschi vestito un po' alla borghese spiritoso elegante ingegnoso gentile di cui il più bel tipo è Federigo degli Alberighi. Gli abitanti naturali di questo mondo sono preti e frati e contadini e artigiani e umili borghesi e mercatanti con un corteggio femminile corrispondente e le alte risa plebee di questo perpetuo carnevale coprono le donne e i cavalieri le armi e gli amori le cortesie e le imprese di quel mondo dello spirito della coltura dell'ingegno e della eleganza allegro anch'esso ma di un'allegrezza costumata e misurata magnifico negli atti avvenente nelle forme e nel parlare e ne' modi decoroso. Questi due mondi le cui varietà si perdono nello sfondo del quadro vivono insieme producendo un'impressione unica e armonica di un mondo spensierato e superficiale tutto al di fuori nel godimento della vita menato in qua e in là da' capricci della fortuna.

Questo doppio mondo così armonizzato nelle sue varietà riceve la sua intonazione dall'autore e dalla lieta brigata che lo introduce in iscena. L'autore e i suoi novellatori appartengono alla classe colta e intelligente. Essi invocano spesso Dio parlano della Chiesa con rispetto osservano tutte le forme religiose fanno vacanza il venerdì perchè in quel giorno il nostro Signore per la “nostra vita morì” cantano canzoni platoniche e allegoriche e menano vita allegra ma costumata e quale a gentili persone si richiede. Lo spirito l'eleganza la coltura le muse rendono questa società amabile come oggi si riscontra ne' circoli più eleganti. Specchio suo è quel mondo della cortesia reminiscenza feudale abbellita dalla coltura e dallo spirito alla cui immagine si dipinge la colta e ricca borghesia. E come quel mondo feudale avea i suoi buffoni e giullari questa società ha anch'essa chi la rallegri. E i suoi buffoni e giullari sono quell'infinito mondo che le si schiera innanzi preti frati contadini artigiani di cui prende spasso traendo piacere così dai babbei come dai furbi. In questo comico non ci è punto una intenzione seria e alta come correggere i pregiudizi assalire le istituzioni combattere l'ignoranza moralizzare riformare: nel che sta la superiorità del comico di Rabelais e di Montaigne che è la reazione del buon senso contro un mondo artificiale e convenzionale. Lì il riso è serio perchè lascia qualche cosa nella coscienza; qui il riso è per il riso per passare malinconia per cacciare la noia. Quel mondo plebeo è guardato come fa un pittore il modello senz'altra intenzione che di pigliarne i contorni e i lineamenti e mettere in vista ciò che può meglio trastullare la nobile brigata. Nell'immenso naufragio sopravviveva la coscienza letteraria e il sentimento artistico fortificato dallo spirito e dalla coltura; ed è da quella coscienza che sono usciti questi capolavori modelli idealizzati a uso e piacere di una società intelligente e sensuale dal geniale artista idolo delle giovani donne a cui sono intitolati.

L'ideale comico rimasto come il suggello dell'immortalità su questi modelli è nella rappresentazione diretta di questa società così com'è nella sua ignoranza e nella sua malizia messa al cospetto di una società intelligente che sta lì a bella posta per applaudire e batter le mani. Il motivo comico non esce dal mondo morale ma dal mondo intellettuale. Sono uomini colti che ridono alle spalle degli uomini incolti che sono i più. Perciò il carattere dominante che rallegra la scena è una certa semplicità di spirito di nature inculte messa in risalto quando si trova a contatto con la furberia: ciò che costituisce il fondo del carattere sciocco. Con la sciocchezza è congiunta spesso la credulità la vanità la millanteria la volgarità de' desidèri. La furberia dà il rilievo a questo carattere sì che lo metta in vista nel suo aspetto ridicolo. Ma la furberia è anch'essa comica non certo allo sciocco ma agl'intelligenti uditori che la comprendono. Così i due attori concorrono ciascuno per la parte sua a produrre il riso. Qui è il fondamento della commedia boccaccevole. Si vede la coltura in quel suo primo fiorire mostrar coscienza di sè volgendo in gioco l'ignoranza e la malizia delle classi inferiori. Il comico ha più sapore quando i beffati sono quelli che ordinariamente beffano quando cioè i furbi che burlano i semplici sono alla lor volta burlati dagl'intelligenti com'è il confessore burlato dalla sua penitente.

Il comico talora vien fuori per un improvviso motto o facezia che illumina tutta una situazione e provoca il riso di un tratto e irresistibilmente: ciò che oggi si direbbe un “tratto di spirito”. Sono brevi novelle il cui sapore come nel sonetto è tutto nella chiusa. Di questo genere è la novella del giudeo che guardando a Roma la corruzione cristiana si converte al cristianesimo. La chiusa sopraggiunge così improvvisa e così disforme alle premesse che l'effetto è grande. E ce n'è parecchie altre di questo stampo e non molto felici perchè l'autore lavora sopra un motto già trovato e noto. Tali sono le novelle della marchesana di Monferrato di Guglielmo Borsiere e di maestro Alberto. Questi fuochi incrociati di motti e di frizzi che brillano con tanto splendore ne' circoli eleganti e bastano ad acquistarti riputazione di uomo di spirito sono la parte più appariscente ma più elementare dello spirito. La fucina dove si fabbricavano motti facezie proverbi epigrammi frizzi era la scuola de' trovatori e della “gaia scienza”. Moltissimi di questi motti si erano già accasati nel dialetto fiorentino e con molti altri usciti dall'immaginazione di un popolo così svegliato e arguto. Il Decamerone ne è seminato. Ma questi motti appunto perchè entrati già nel corpo della lingua non sono altro che parole e frasi un dizionario morto e raccoglierli e infilarli come fa il Burchiello non è da uomo di spirito. Sono i colori del comico non sono il comico esso medesimo. Sono il patrimonio già acquistato dello spirito nazionale e perciò mancanti di quella freschezza e di quell'imprevisto che è la qualità essenziale dello spirito; nè possono conseguire un effetto estetico se non associandosi a qualche cosa di nuovo e d'inaspettato trovato allora allora che ti vengono sotto la penna. Ciò fa che il Burchiello è insipido e il Boccaccio è spiritoso; perchè per il Boccaccio i motti e i frizzi non sono scopo a sè stessi ma un semplice mezzo di stile il colorito.

Lo spirito nel suo senso elevato è nel comico quello che il sentimento è nel serio una facoltà artistica. E come il sentimento così lo spirito è un grande condensatore dando una velocità di percezione che ti faccia cogliere di un tratto sotto contrarie apparenze il simile o il dissimile. Dove la sagacia giunge per via di riflessione lo spirito giunge di un salto e intuitivamente. I figli di Ugolino nell'esaltazione del sentimento dicono: “Tu ne vestisti queste misere carni e tu le spoglia”. Qui il sentimento opera nel serio quello che nel comico lo spirito; congiunge improvvisamente e in una sola frase idee e immagini diverse. Ma per giungere a questa produzione geniale è necessario che lo spirito sia anch'esso un sentimento il sentimento del ridicolo cioè a dire che stando in mezzo al suo mondo ne provi tutte le emozioni e ci viva entro e ci si spassi pigliandovi lo stesso interesse che altri piglia nelle cose più serie della vita. Pure l'emozione dee esser quella di uno spettatore intelligente anzi che di un attore mescolato in mezzo a' fatti sì che tu guardi quella calma e prontezza e presenza di animo che ti tenga superiore allo spettacolo: ond'è che il vero uomo di spirito fa ridere e non ride lui. È questa calma superiore che rende lo spirito padrone del suo mondo e glielo fa foggiare a sua guisa annodando le fila sviluppando i caratteri disegnando le figure distribuendo i colori.

Lo spirito del Boccaccio è meno nell'intelletto che nell'immaginazione meno nel cercar rapporti lontani che nel produrre forme comiche. Lo studio che i suoi antecessori pongono a spiritualizzare lui lo pone a incorporare. E cerca l'effetto non in questo o quel tratto ma nell'insieme nella massa degli accessorii tutti stretti come una falange. Gli antecessori fanno schizzi: egli fa descrizioni. Quelli cercano l'impressione più che l'oggetto: egli si chiude e si trincera nell'oggetto e lo percorre e rivolta tutto. Perciò spesso hai più il corpo e meno l'impressione; più sensazione che sentimento; più immaginazione che fantasia; più sensualità che voluttà. Mancano i profumi a' suoi fiori mancano i raggi alla sua luce. È una luce opaca per troppa densità e ripetizione di se stessa. Questa maniera nelle cose serie è insopportabile come nel Filocolo e nell'Ameto con quelle interminabili descrizioni e orazioni dove ti senti come arenato e che non vai innanzi E ti offende anche talora nel Decamerone quando per esempio si fa parlare Tito o la figliuola di Tancredi con tutte le regole della rettorica e della logica. Ma nel comico questa maniera è una delle sue forme più naturali e la prima a comparire nell'arte dopo quella esplosione rudimentale di motti e di proverbi. Perchè il comico è il regno del finito e del senso e le prime sue impressioni sono singolarizzate nelle minute pieghe degli oggetti; dove nel serio le prime impressioni ti danno allegorie e personificazioni forme generalizzate nell'intelletto. Questa prima forma del comico è la caricatura.

La quale è la rappresentazione diretta dell'oggetto fatta in modo che sia messo in vista il suo lato difettoso e ridicolo. Certo basterebbe metterti sott'occhio il difetto e lasciarti indovinare tutto il resto. Un solo tratto di spirito illumina tutto il corpo e te lo presenta all'immaginazione. Ma il Boccaccio non se ne contenta e come fa il pittore ti disegna tutto il corpo scegliendo e distribuendo in modo gli accessorii e i colori che ne venga maggior luce sul lato difettoso. Di che nasce che il ridicolo non rimane isolato su quel punto ma si spande su tutta l'immagine di cui ciascuna parte concorre all'effetto apparecchiando graduando e producendo una specie di “crescendo” nella scala del comico. Il riso perchè vi sei ben preparato e disposto di rado ti viene improvviso e irresistibile come in quei brevi tratti che ti presentano rapporti inaspettati anzi spesso più che riso è una gioia uguale che ti tiene in uno stato di pacata soddisfazione. Non ridi ma hai la faccia spianata e contenta e ti si vede il riso sotto le guance non tale però che debba per forza scattar fuori in quella forma contratta e convulsa. Il quale effetto nasce da questo che l'autore non ti presenta una serie di rapporti usciti dall'intelletto ma una serie di forme uscite dall'immaginazione. E sono forme piene carnose togate minutamente disegnate. L'autore come obbliato in questo mondo dell'immaginazione ha aria di non aggiungervi niente del suo egli che ne è il mago. E tu ci stai dentro come incantato. L'autore non si distrae mai non mette il capo fuori per fare una smorfia che provochi il riso non tratta il suo argomento come cosa frivola e piglia e lascia e torna. Quella è la sua idea fissa e lo incalza e lo tiene e tiraselo appresso e non gli dà fiato se non sia uscita tutta fuori. E tu non ti distrai ti senti come dondolato deliziosamente nella tua contemplazione nè il riso che talora ti coglie t'interrompe chè subito ti ci rituffi entro e corri e corri e il corso è finito e tu corri ancora dolcemente naufragato. Ma non è il mondo orientale dove l'immaginazione quasi fatta ebbra dall'oppio salta fremente dalle braccia dell'amore pe' vasti campi dell'infinito e ti fa provare quel sentimento che dicesi voluttà e che è l'infinito nel senso quel vago e indefinito e musicale che tra gli abbracciamenti ti rivela Dio. Questo è un mondo prettamente sensuale chiuso e appagato in forme precise e rotonde da cui niente è che ti stacchi e ti rapisca in alte regioni. Appunto perchè questi fiori non mandano profumi e queste luci non gittano raggi tu hai sensazioni e non sentimenti immaginazione e non fantasia sensualità e non voluttà. Il rêve scompare. L'estasi non tiene più assorti i tuoi sguardi. Hai trovato già il tuo paradiso in quella realtà piena e attraente. Diresti che la carne in questo suo primo riapparire nel mondo ti si sveli nel suo tripudio tutta nuda ed empia di lusinghe e di vezzi il tuo paradiso. Perciò la forma di questo paradiso è cinica anche più dove un senso ironico di modestia è una civetteria che riaccende il senso.

Poichè la forma di questo mondo è la caricatura uscita da una immaginazione abbondante minuta disegnatrice hai innanzi non punte e rialzi ma l'oggetto intero nelle sue più fine gradazioni. Breve ne' preliminari e nella dipintura astratta di personaggi l'autore alza subito il sipario e ti trovi in piena azione che si movono e parlano. E già fin da' primi lineamenti ti balza innanzi il motivo comico che ti si sviluppa a poco a poco per via di gradazioni l'una entrata nelle altre con effetto crescente. Il Boccaccio vi spiega quella qualità che i francesi mirando alla forza nel suo calore e nella sua facilità chiamano “verve” e noi chiamiamo “brio” mirando alla forza nella sua allegra genialità. Di che maraviglioso esempio è la novella di Alibech e l'altra di ser Ciappelletto. A render più piccante la caricatura serve l'ironia che qui è forma non sostanziale ma accessoria. Ed è un'apparente bonomia un'aria d'ingenuità con la quale il narratore fa il pudico e lo scrupoloso e non vuol dire e pur dice e non vuol credere e pur crede e si fa la croce con un sogghigno. Questa ironia è come una specie di sale comico che rende più saporito il riso a spese del “paternostro” di san Giuliano e de' miracoli di ser Ciappelletto.

Essendo base di questo mondo la descrizione cioè l'oggetto non ne' suoi raggi e ne' suoi profumi cioè a dire nelle sue impressioni ma nel suo corpo singolarizzato ed individuato ha bisogno di forme piene e ricche e così nascono le due forme della nuova letteratura l'ottava rima nella poesia e il periodo nella prosa.

Abbiamo già vista la nona rima svilupparsi con magnificenza orientale nel poema l'Intelligenzia. L'ottava rima non è inventata dal Boccaccio come non è sua invenzione il periodo. Ma è lui che le dà un corpo e l'intonazione. Prima di lui l'ottava rima è un accozzamento slegato e fortuito dove diversi oggetti sono ficcati insieme a caso che potrebbero assai bene star da sè. Stanno lì dentro oggetti nudi non ci e un solo oggetto sviluppato e addobbato. L'ottava rima è un meccanismo non è ancora un organismo. Il Boccaccio ha fatto dell'ottava una totalità organica ed è l'oggetto che si sviluppa a poco a poco nelle sue gradazioni. Ben trovi ne' suoi poemi ottave felici; ma in generale elle sono impigliate mal costruite e in sul più bello ti cascano. Nel genere eroico ti riesce sforzato e teso; nel genere idillico ti riesce volgare e abbandonato. Gli è che l'ottava nell'ampiezza e magnificenza delle sue costruzioni è la maggiore idealità della forma poetica e richiede un'attività geniale che manca al Boccaccio errante in un mondo artificiale e convenzionale. Il difetto è tutto al di dentro nell'anima; ciò che freddamente è concepito nasce debole e mal congegnato e non ci vale artificio.

Qui al contrario l'autore è a casa sua: pinge un mondo in cui vive a cui partecipa con la più grande simpatia e tutto in esso gitta via ogni involucro artificiale. Ci è in lui qualche cosa più che il letterato ci è l'uomo che vi guazza entro e vi si dimena e vi si strofina e vi lascivia. E n'esce una forma che è quel mondo esso medesimo di cui sente gli stimoli nella carne e nell'immaginazione. Così è venuta fuori quella forma di prosa che si chiama il “periodo boccaccevole”.

A quel tempo il grande movimento letterario che aveva il suo centro a Firenze si era di poco allargato fuori di Toscana. La restaurazione dell'antichità che presentava all'immaginazione nuovi orizzonti il mondo greco che allora spuntava appena involto in quel vago chiaroscuro che accresce le illusioni tirava a sè l'attenzione La lingua di Dante non era ancora lingua italiana: la chiamavano “idioma fiorentino”. La lingua era sempre il latino nè era mutata l'opinione che di sole cose frivole e amorose si potesse scrivere in “latino volgare” come si chiamavano i dialetti. Il Boccaccio dice di sè che scrive in “idioma fiorentino” e quelli che usavano il volgare dice che scrivevano in “latino volgare”. Il tipo di perfezione era sempre il latino e l'ideale vagheggiato dalla classe erudita era un volgare nobile o illustre secondo quel modello configurato un volgare alzato a quella stessa perfezione di forma. Questo tentò Dante nel Convito con piena fede che il volgare fosse acconcio ad esprimere le più gravi speculazioni della scienza non altrimenti che il latino e quello scolastico latino volgare o “volgare latino” nudo e tutto ossa e nervi parve per la prima volta magnificamente addobbato nelle larghe pieghe della toga romana. Ma la pece scolastica s'era appiccata anche a Dante e quella barbarie delle scuole sta così in quelle ampie forme a disagio come un contadino vestito a festa in abito cittadinesco. Non ci è fusione ci è punte e contrasti.

Il Boccaccio non era uscito dalle scuole e quando più tardi studiò filosofia e un po' anche teologia il suo spirito era già formato nell'esperienza della vita comune nell'uso del suo volgare e nello studio de' classici. Come il Petrarca ha in abbominio gli scolastici ne' quali vede proprio il contrario di quella elegante coltura greca e romana vede la barbarie e la rozzezza. Regnano nel suo spirito divinità Virgilio e Ovidio e Livio e Cicerone e non ci è Bibbia che tenga e non ci è san Tommaso. Quando vuol dipingere alcun lato serio morale o scientifico del suo mondo la sua imitazione è un artificio esterno e meccanico perchè ha più immaginazione che sentimento e più intelletto che ragione. La sua forma è decorosa nobile spesso disimpacciata ma troppo uguale e placida e talora ti fa sonnecchiare. Il periodo è un rumor d'onde uniforme mosse faticosamente da mare stanco e sonnolento. Manca l'ispirazione supplisce la rettorica e la logica. Il che avviene perchè il Boccaccio separato dalle immagini e gittato nel vago del sentimento o nell'astratto del discorso perde il piede e va giù. Tratta le idee come fossero corpi e analizza e minuteggia che è uno sfinimento. Le idee sono luoghi comuni annacquati in un viavai di piccoli e oziosi accessorii distinzioni riserve condizioni “se” “ma” “avvegnachè” e “conciossiacosachè”. Uno studio soverchio di esattezza una notomia minuta di ogni pensieruzzo mette più in vista la volgarità e insipidezza dell'idea. La forma si stacca visibilmente dalla cosa e appare un meccanismo ingegnoso lavorato accuratamente e sempre quello. Cosa c'è sotto? Il luogo comune. Questo fu chiamato più tardi forma letteraria. E non c'è cosa più contraria alla scienza che è parola e non frase e mal si riconosce nelle circonlocuzioni nelle perifrasi e ne' pleonasmi. In questo artificio ci è un progresso: ci è quell'arte de' nessi e delle gradazioni che mancava alla prosa e rivela uno spirito adulto educato dai classici. Ma ci è il difetto opposto un volere di ogni idea fare una catena cominciata e terminata in sè ciò che è un pantano e non acqua corrente. Il Boccaccio odia gli scolastici; ma il suo periodo non è che sillogismo mascherato una frase generica come “umana cosa è aver compassione degli affiitti” che per molti andirivieni riesce in qualche volgare moralità. Il formulario è divenuto un meccanismo ben congegnato; ma il fondo è lo stesso. Vedi lo scolastico vestito a nuovo e più alla moda. Se l'ampio giro del periodo boccaccevole è una catena artificiale dove la scienza perde la sua semplicità ed elasticità e la sua libertà di movimento non è meno assurdo nell'espressione del sentimento la forza più libera e indisciplinabile dello spirito che spezza tutti i legami della logica e sbalza fuori con rapidità. I bruschi e tragici movimenti dell'animo qui sono come cristallizzati tra congiunzioni parentesi e ragionamenti. Manca ogni subbiettività: ti è difficile guardare al di dentro nella coscienza; i casi sono straordinari i fatti interessanti le situazioni drammatiche e non ti viene la lacrima e non ti senti commosso perchè l'anima non si manifesta che in frasi comuni e rigirate. Veggasi la novella di madama Beritola e l'altra del conte d'Anguersa ove tra' più pietosi accidenti e mutazioni della fortuna non si muta la forma sempre attillata e guantata. Pure qua e là si sente una certa non dirò commozione ma emozione di una immaginazione calda e n'escono movimenti sentimentali come nelle ultime parole della figliuola di Tancredi e in alcuni tratti della Griselda.

Questa forma di periodo che si affà così poco alla scienza e al sentimento dove appare un mero meccanismo foggiato alla latina acquista senso e moto quando il teatro della vita è nell'immaginazione cioè a dire quando l'autore si trova nel vivo dell'azione non con idee e sentimenti ma con oggetti innanzi ben determinati. Tale è la descrizione della peste o del combattimento di Gerbino. Perchè il fatto non è come l'idea uno e semplice ma come il corpo è un multiplo un insieme di circostanze e di accessorii. Questo insieme è il periodo il quale nella sua evoluzione è ciò che in pittura si chiama “un quadro”. Aggruppare le circostanze subordinarle coordinarle intorno ad un centro ombreggiare lumeggiare è arte somma nel Boccaccio. La descrizione quando sta per sè in astratto e separata dall'azione non riscalda abbastanza l'immaginazione e riesce fronzuta com'è spesso nelle introduzioni. Ma quando ci è qualche cosa che si move e cammina e rassomiglia ad un'azione l'immaginazione si mette in moto anche lei e assiste pacata allo spettacolo disegnando e facendo quadri in quelle larghe forme che si chiamano periodi. Questa maniera di narrare a quadri non è certo l'andamento naturale dell'azione che perde l'impeto e l'attrito arrestata ne' suoi movimenti più rapidi dall'occhio tranquillo di una immaginazione disegnatrice. E perciò non è maniera conveniente alla storia e non è prosa ma è arte in forma prosaica e narrazione poetica. Que' quadri e periodi ti danno non pur l'ordine e il legame e il significato de' fatti ma le movenze le attitudini le gradazioni: onde nasce quell'effetto d'insieme che dicesi “fisonomia” o “espressione”.

Ma dove il periodo boccaccevole diviene una creazione sui generis un organismo vivente è nel lato comico e sensuale del suo mondo. E non è già che vi adoperi maggiore artificio o finezza; ma è che qui ci è la musa vale a dire tutto un mondo interiore la malizia la sensualità la mordacità un vero sentimento comico e sensuale. Ed è questa sentimentalità la sola che la natura abbia concessa al Boccaccio che penetra in quei flessuosi giri della forma e ne fa le sue corde. Il suo periodo è una linea curva che serpeggia e guizza ne' più libidinosi avvolgimenti con rientrature e spezzamenti e spostamenti e riempiture e sono vezzi e grazie o civetterie di stile che ti pongono innanzi non pur lo spettacolo nella sua chiarezza prosaica ma il suo motivo sentimentale e musicale. Quelle onde sonore quelle pieghe ampie della forma latina piena di gravità e di decoro dove si sente la maestà e la pompa della vita pubblica trasportata dal foro nelle pareti di una vita privata oziosa e sensuale diventano i lubrici volteggiamenti del piacere stuzzicato dalla malizia. In bocca a Tito a Gisippo senti la rettorica imitazione di un mondo fuori della coscienza: l'aria è pur quella ma cantata da un borghese che non ne ha il sentimento e sbaglia spesso il motivo. Qui al contrario in questo mondo erotico e malizioso hai la stess'aria penetrata da un altro motivo che la soggioga e se l'assimila; e quelle forme magniloquenti che arrotondivano la bocca degli oratori arrotondiscono il vizio e gli danno gli ultimi finimenti e allettamenti. I latini nell'espressione del comico gittavano via le armi pesanti e vestivano alla leggiera: il Boccaccio concepisce come Plauto e scrive come Cicerone. Pure il suo concepire è così vivo e vero che Cicerone si trasforma nella sua immaginazione in una sirena vezzosa che tutta in sè si spezza e si dimena. Ma spesso tutto dentro nel soggetto gitta via i viluppi e i contorcimenti e salta fuori snello rapido diritto incisivo. Maestro di scorciatoie e di volteggiamenti la sua immaginazione covata da un sentimento vero spazia come padrona tra forme antiche e moderne e le fonde e ne fa il suo mondo e vi lascia sopra il suo stampo. Sarebbe insopportabile questo mondo e profondamente disgustoso se l'arte non vi avesse profuse tutte le sue veneri inviluppando la sua nudità in quelle ampie forme latine come in un velo agitato da venti lascivi. L'arte è la sola serietà del Boccaccio sola che lo renda meditativo fra le orgie dell'immaginazione e gli corrughi la fronte nella più sfrenata licenza come avveniva a Dante e al Petrarca nelle loro più alte e pure ispirazioni. Di che è uscito uno stile dove si trovano fusi i vari uomini che vivevano in lui il letterato l'erudito l'artista il cortigiano l'uomo di studio e di mondo uno stile così personale così intimo alla sua natura e al suo secolo che l'imitazione non è possibile e rimane monumento solitario e colossale fra tante contraffazioni.

Che cosa manca a questo mondo?

Mondo della natura e del senso gli manca quel sentimento della natura e quel profumo voluttuoso che gli darà il Poliziano.

Mondo della commedia gli manca quell'alto sentimento comico nelle sue forme umoristiche e capricciose che gli darà l'Ariosto.

E che cosa è questo mondo?

È il mondo cinico e malizioso della carne rimasto nelle basse sfere della sensualità e della caricatura spesso buffonesca inviluppato leggiadramente nelle grazie e ne' vezzi di una forma piena di civetteria un mondo plebeo che fa le fiche allo spirito grossolano ne' sentimenti raggentilito e imbellettato dall'immaginazione entro del quale si move elegantemente il mondo borghese dello spirito e della coltura con reminiscenze cavalleresche.

È la nuova “Commedia” non la “divina” ma la “terrestre Commedia”. Dante si avvolge nel suo lucco e sparisce dalla vista. Il medio evo con le sue visioni le sue leggende i suoi misteri i suoi terrori e le sue ombre e le sue estasi è cacciato dal tempio dell'arte. E vi entra rumorosamente il Boccaccio e si tira appresso per lungo tempo tutta l'Italia.


 

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L'ULTIMO TRECENTISTA

L' ultima voce di questo secolo è Franco Sacchetti l'uomo “discolo e grosso”. Di mezzana coltura d'ingegno poco al di là del comune ma di un raro buon senso di poca iniziativa e originalità ma di molta se.nplicità e naturalezza era nella sua mediocrità la vera eco del tempo. Gli facea cerchio la turba de' rimatori ripetizione stanca del passato il lucchese Guinigi e Matteo da San Miniato e Antonio da Ferrara e Filippo Albizi e Giovanni d'Amerigo e Francesco degli Organi e Benuccio da Orvieto e Antonio da Faenza e Astorre pur da Faenza e Antonio Cocco e Angelo da San Geminiano e Andrea Malavolti e Antonio Piovano e Giovanni da Prato e Francesco Peruzzi e Alberto degli Albizi e Benzo de' Benedetti che lo chiama “eroe gentile” e parecchi altri. E il nostro eroe gentile riceveva e mandava sonetti cambiando lodi con lodi. Ultime voci de' trovatori italiani. Luoghi comuni e forma barbara annunziano un mondo tradizionale ed esaurito. Ci trovi anche sentimenti morali e religiosi ma insipidi e freddi come un'avemaria ripetuta meccanicamente tutt'i giorni. Per questo lato il Sacchetti continua il passato fa perchè gli altri fanno pensa così perchè gli altri così pensano piglia il mondo come lo trova senza darsi la pena di esaminarlo. Questa è la sua parte morta. Ma ci è una parte viva quella a cui partecipa e che suona nel suo spirito quella in cui apparisce la sua personalità. Ed è appunto quel mondo di cui il Boccaccio è così vivace espressione.

Franco è il “vero uomo della tranquillità”. Il Boccaccio sdegnava l'epiteto e talora voleva sonare la tromba e rappresentare azioni e passioni eroiche. Franco non ha pretensioni e si mostra com'è ed è contento di esser così. È uomo stampato all'antica in tempi corrotti buon cristiano e insieme nemico degl'ipocriti e mal disposto verso i preti e i frati diritto ed intero nella vita alieno dalle fazioni benevolo a tutti talora mordace ma senza fiele modesto estimatore di sè e lontanissimo di mettersi allato a' grandi poeti di quel tempo che erano secondo lui e i contemporanei Zanobi da Strada il Petrarca e il Boccaccio. Quali erano i desidèri del nostro brav'uomo? Menare una vita tranquilla e riposata; ed era il più contento uomo del mondo quando in villa o in città potea darsi buon tempo fra le allegre brigate motteggiando novellando sonetteggiando. Ci è in lui dell'idillico e del comico. Ama la villa perchè in città

e nelle sue cacce nelle sue ballate senti non di rado la freschezza dell'aura campestre come è quella così briosa delle “donne che givano cogliendo fiori per un boschetto” e l'altra delle “montanine” di una grazia così ingenua. In città è un burlone pieno il capo di motti di facezie di fatterelli e te li snocciola come gli escono con tutto il sapore del dialetto e con un'aria di bonomia che ne accresce l'effetto. I suoi sonetti e le canzoni sono molto al di sotto de' madrigali e ballate o canzoni a ballo di un andare svelto e allegro dove non mancano pensieri galanti e gentili: dietro il poeta senti l'uomo che ci piglia gusto e vi si sollazza e sta già con l'immaginazione nella lieta brigata dove i versi saranno cantati tra musica e ballo. Veggasi la ballata del “pruno” e il madrigale del “falcone”.

Le novelle del Sacchetti hanno per materia lo stesso mondo boccaccevole in un aspetto più borghese e domestico: frizzi burle amorazzi ipocrisie fratesche aneddoti pettegolezzi vengon fuori bassa vita popolana in forma popolana. Alcuni le pregiano più che il Decamerone per lo stile semplice e naturale e rapido non privo di malizia e di arguzia fiorentina. Ma la naturalezza del Sacchetti è quella dell'uomo a cui le muse sono avare de' loro doni. Non è artista e neppure d'intenzione. Gli manca ogni sorta d'ispirazione Quel mondo con tanta magnificenza organizzato nel Decamerone è qui un materiale grezzo appena digrossato. Perciò delle sue trecento novelle si ricorda appena qualche aneddoto: nessun personaggio è rimasto vivo.

Il Sacchetti sopravvisse al secolo. Nel suo buon umore ci è una nota malinconica che all'ultimo manda più lugubre suono. Non piace al brav'uomo un mondo in cui chi ha più danari vale più e grida che “vertù con pecunia non si acquista” e che “gentilezza e virtù son nella mota”. Dipinge al vivo gli avvocati de' suoi tempi:

Ora se la piglia con le vecchie. Ora è tutto stizzoso per le nuove fogge di vestire portate a Firenze da altri paesi. Grida contro la turba de' rimatori e de' cantori:

E quando muore il Boccaccio “copioso fonte di eleganza” esclama:

Questa canzone di cui abbiamo citati alcuni brani è l'elogio funebre del Trecento pronunziato dal più candido e simpatico de' suoi scrittori l'ultimo trecentista. Sulla fine del secolo il vecchio burlone gitta uno sguardo malinconico indietro e gli si affaccia la grande figura di Dante e l'Africa col suo “alto poeta” e Giovan Boccacci non col suo festevole Decamerone ma co' dotti e magni volumi latini De' viri illustri Delle donne chiare e “il terzo”:

Buccolica; il quarto: Monti e fiumi;

Degl'iddii e lor costumi.

Oimè! Dante è morto. Morto è Boccacci. Petrarca muore. Chi rimane? E l'ultimo trecentista guarda intorno e risponde: - Nessuno. - Ricorda le infauste profezie nunzie di sciagure fra il sessanta e l'ottanta e gli pare venuto il finimondo. La forte semenza da cui uscirono i tre grandi e tanti altri dottissimi teologi filosofi legisti astrologi è perita per sempre? O risurgerà dopo cinquecento anni come fu della medicina? O non verrà prima il giudizio finale? Il mondo è dato all'abaco e alle arti meccaniche: “nuda è l'adorna scuola” da tutte sue parti:

La nuova generazione è tutta dietro alle mode e a' sollazzi e al guadagno e non cura virtù e spregia le muse e non ci è chi sappia leggere Dante e gli studi sono mutati in forni. Il poeta accomiata la canzone in questo modo:

Con questi tristi presentimenti si chiude il secolo. Il Dugento finisce con Cino e Cavalcanti e Dante già adulti e chiari finisce come un'aurora entro cui si vede già brillare la vita nuova una nuova èra. Il Trecento finisce come un tristo tramonto così tristo e oscuro che il buon Franco pensa: - Chi sa se tornerà il sole? -

Antonio da Ferrara sparsasi voce della morte del Petrarca intuona anche lui un poetico Lamento. Piangono intorno al grand'uomo Gramatica Rettorica Storia Filosofia e lo accompagnano al sepolcro di Parnaso

Virgilio Ovidio Giovenale e Stazio

Lucrezio Persio Lucano e Orazio

e Gallo.

 

E Pallas Minerva venuta dall'angelico regno conserva la sua corona. In ultimo della mesta processione spunta l'autore col suo nome cognome e soprannome:

È anche un brav'uomo costui vede anche lui tutto nero:

Sono lamenti senili di uomini superficiali e mediocri dove non trovi alcuna profondità di vista e non forza di mente o di sentimento. Pur vi trovi ancorchè in forma pedantesca la fisonomia del secolo negli ultimi giorni della sua esistenza.

Quella nota malinconica è la stessa forza che tirò alla Certosa il vecchio Boccaccio e volse a Maria gli ardori del Petrarca e rattristò le ultime ore di Franco Sacchetti e piegò le ginocchia di Giovanna innanzi a Caterina da Siena. Perchè quella forza contraddetta e negata nella vita occupava ancora l'intelletto e tra le orgie di una borghesia arricchita e gaudente comparirà talora come un rimorso e chiamerà gli uomini alla penitenza.

“La fede va mancando” grida il ferrarese. e gli studi “si convertono in forni” nota il fiorentino. Non si potea meglio dipingere la fisonomia che andava prendendo il secolo e che comunicava alla nuova generazione. Possiamo disegnarla in brevi tratti.

Come il popolo grasso piglia il sopravvento in Firenze così nelle altre parti d'Italia la borghesia si costituisce si ordina diviene una classe importante per industrie per commerci per intelligenza e per coltura. E lo stacco si fa profondo tra la plebe e la classe colta. La coltura non è privilegio di pochi ma si allarga e si diffonde e fa del popolo italiano il più civile di Europa.

La vita pubblica e la vita religiosa rimane stazionaria fra l'universale indifferenza. Continuano le stesse forme ma sciolte dallo spirito che le rendea venerabili quelle persone quei riti e quel linguaggio appariscono cosa ridicola e diventano il motivo comico delle liete brigate.

La vita privata viene su. Ed è vita socievole spensierata condita dallo spirito. Gli uomini si uniscono in compagnie o brigate non per discutere ma per sollazzarsi in città e in villa. E si sollazzano a spese delle classi inculte. Trovatori cantori e novellatori non sono più il privilegio delle castella e delle corti. L'allegria feudale si spande anche nelle case de' ricchi borghesi e i racconti e i piacevoli ragionamenti condiscono i loro piaceri e in una forma spesso licenziosa e cinica. La licenza del linguaggio era il solletico dell'allegria.

Così venne una letteratura sensuale e motteggiatrice profana e pagana. Le novelle e i romanzi tennero il campo. L'allegra vita della città si specchiava in forme liriche svelte e graziose rispetti strambotti frottole ballate e madrigali. L'allegra vita de' campi avea pur le sue forme le “cacce” e gl'idilli. L'anima di questa letteratura è lo spirito comico e il sentimento idillico.

La forma dello spirito comico è la caricatura penetrata di un'ironia maliziosa ma non maligna. La forma idillica è la descrizione della bella natura penetrata di una molle sensualità. Traspare da tutta questa letteratura una certa quiete e tranquillità interiore come di gente spensierata e soddisfatta.

Giovanni Boccaccio è il grande artista che apre questo mondo allegro della natura. Il misticismo perisce ma ben vendicato traendosi appresso religione moralità patria famiglia ogni semplicità e dignità di vita. Vengono nuovi ideali: la voluttà idillica e l'allegria comica. Sono le due divinità della nuova letteratura.

Ma come l'antica letteratura vede i suoi ideali attraverso un involucro allegorico-scolastico così la nuova non può trovare se stessa se non attraverso l'involucro del mondo greco-latino.

La vita del Boccaccio è in compendio la vita letteraria italiana come si andrà sviluppando. Comincia scopritore instancabile di manoscritti e tutto mitologia e storia greca e romana. Non è ancora un artista è un erudito. La sua immaginazione erra in Atene e in Troia. Tenta questo e quel genere e non trova mai se stesso. Quel mondo è come un denso velo che muta il colore degli oggetti e gliene toglie la vista immediata. Imita Dante imita Virgilio petrarcheggia e platoneggia come il buon Sacchetti. Scrive magni volumi latini ammirazione de' contemporanei. E si scopre artista quando gittato via tutto questo bagaglio scrive per sollazzo abbandonato alla genialità dell'umore. Dove cerca il piacere trova la gloria.

Questa vita ne' suoi tentennamenti nelle sue imitazioni nelle sue pedanterie ne' suoi ideali è la storia della nuova letteratura.


 

 

XI

“LE STANZE”

Siamo al secolo decimoquinto. Il mondo greco-latino si presenta alle immaginazioni come una specie di Pompei che tutti vogliono visitare e studiare. L'Italia ritrova i suoi antenati e i Boccacci si moltiplicano l'impulso dato da lui e dal Petrarca diviene una febbre o per dir meglio quella tale corrente elettrica che incerti momenti investe tutta una società e la riempie dello stesso spirito. Quella stessa attività che gittava l'Europa crociata in Palestina e più tardi spingendola verso le Indie le farà trovare l'America tira ora gl'italiani a disseppellire il mondo civile rimasto per così lungo tempo sotto le ceneri della barbarie. Quella lingua era la lingua loro e quel sapere era il loro sapere: agl'italiani pareva avere racquistato la conoscenza e il possesso di sè stessi essere rinati alla civiltà. E la nuova èra fu chiamata il “Rinascimento”.Nè questo era un sentimento che sorgeva improvviso. Per lunga tradizione Roma era capitale del mondo gli stranieri erano barbari gl'italiani erano sempre gli antichi romani erano sangue latino e la loro lingua era il latino e la lingua parlata era chiamata il “latino volgare” un latino usato dal volgo. Questo sentimento legato in Dante con le sue opinioni ghibelline ispirava più tardi l'Africa e latinizzava anche le facezie del Boccaccio. Ora diviene il sentimento di tutti e dà la sua impronta al secolo. La storia ricorda con gratitudine gli Aurispi i Guarini i Filelfi i Bracciolini che furono i Colombi di questo mondo nuovo. Gli scopritori sono insieme professori e scrittori. Dopo le lunghe peregrinazioni in oriente e in occidente vengono le letture i comenti le traduzioni. Il latino è già così diffuso che i classici greci si volgono in latino perchè se ne abbia notizia come i dugentisti volgevano in volgare i latini. Pullulano latinisti e grecisti: la passione invade anche le donne. Grande stimolo è non solo la fama ma il guadagno. Diffusa la coltura i letterati moltiplicano e si stringono intorno alle corti e si disputano i rilievi ringhiando. Sorgono centri letterari nelle grandi città: a Roma a Napoli a Firenze più tardi a Ferrara intorno agli Estensi. E quei centri si organizzano e diventano accademie Sorge la pontaniana a Napoli l'Accademia platonica a Firenze quella di Pomponio Leto e di Platina a Roma. Illustri greci caduta Costantinopoli traggono a Firenze. Gemistio spiega Platone a' mercatanti fiorentini. Marsilio Ficino il traduttore di Platone lo predica dal pulpito come la Bibbia. Pico della Mirandola morto a trentun anno stupisce l'Italia con la sua dottrina ed oltrepassando il mondo greco cerca in Oriente la culla della civiltà.

I caratteri di questa coltura sono palpabili.

Innanzi tutto ti colpisce la sua universalità. Il centro del movimento non è più solo Bologna e Firenze. Padova gareggia con Bologna. Il mezzodì dopo lungo sonno prende il suo posto nella storia letteraria e il Panormita fa già presentire il Pontano e il Sannazzaro. Roma è il convegno di tutti gli eruditi attirati dalla liberalità di Nicolò quinto. La coltura acquista una fisonomia nazionale diviene italiana. Anche il volgare trattato dalle classi colte ed atteggiato alla latina si scosta dagli elementi locali e municipali e prende aria italiana.

Ma è l'Italia de' letterati col suo centro di gravità nelle corti. Il movimento è tutto sulla superficie e non viene dal popolo e non cala nel popolo. O per dir meglio popolo non ci è. Cadute sono le repubbliche mancata è ogni lotta intellettuale ogni passione politica. Hai plebe infinita cenciosa e superstiziosa la cui voce è coperta dalla rumorosa gioia delle corti e de' letterati esalata in versi latini. A' letterati fama onori e quattrini; a' principi incensi tra il fumo de' quali sono giunti a noi papa Nicolò Alfonso il magnanimo Cosimo padre della patria e più tardi Lorenzo il magnifico e Leone decimo e i duchi di Este. I letterati facevano come i capitani di ventura: servivano chi pagava meglio: il nemico dell'oggi diventa il protettore del dimani. Erranti per le corti si vendevano all'incanto.

Questa fiacchezza e servilità di carattere accompagnata con una profonda indifferenza religiosa morale e politica di cui vediamo gli albori fin da' tempi del Boccaccio è giunta ora a tal punto che è costume e abito sociale e si manifesta con una franchezza che oggi appare cinismo. Una certa ipocrisia c'è quando si ha ad esprimere dottrine non ricevute universalmente; ma quanto alla rappresentazione della vita ti è innanzi nella sua nudità. È una letteratura senza veli e più sfacciata in latino che in volgare.

Ne nasce l'indifferenza del contenuto. Ciò che importa non è cosa s'ha a dire ma come s'ha a dire. I più sono secretari di principi pronti a vestire del loro latino concetti altrui. La bella unità della vita come Dante l'aveva immaginata la concordia amorosa dell'intelletto e dell'atto è rotta. Il letterato non ha obbligo di avere delle opinioni e tanto meno di conformarvi la vita. Il pensiero è per lui un dato venutogli dal di fuori quale esso sia: a lui spetta dargli la veste. Il suo cervello è un ricco emporio di frasi di sentenze di eleganze; il suo orecchio è pieno di cadenze e di armonie: forme vuote e staccate da ogni contenuto. Così nacque il letterato e la forma letteraria.

Il movimento iniziato a Bologna era intellettuale: si cercava negli antichi la scienza. Il movimento ora è puramente letterario: si cerca negli antichi la forma. Sorge la critica circondata di grammatiche e di rettoriche; il gusto si raffina; gli scrittori antichi non sono più confusi in una eguale adorazione: si giudicano si classificano pigliano posto. Questi lavori filologici ed eruditi sono la parte più seria e più durevole di questa coltura. Spiccano fra tutti le Eleganze di Lorenzo Valla. Il titolo ti dà già la fisonomia del secolo.

Effetti di questa coltura cortigiana e letteraria co' suoi vari centri in tutta Italia sono una certa stanchezza di produzione l'inerzia del pensiero l'imitazione delle forme antiche come modelli assoluti l'uomo e la natura guardati a traverso di quelle forme. È una nuova trascendenza il nuovo involucro. Lo scrittore non dice quello che pensa o immagina o sente perchè non è l'immagine che gli sta innanzi ma la frase di Orazio o di Virgilio vede il mondo non nella sua vista immediata ma come si trova rappresentato da' classici a quel modo che Dante vedea Beatrice a traverso di Aristotile e di san Tommaso.

Ma non ci è guscio che tenga incontro all'arte. Dante potè spesso rompere quel guscio perchè era artista. E se in questa cultura fossero elementi seri di vita intellettuale e di elevate ispirazioni non è dubbio che vedremmo venire il grande artista destinato a farne sentire il suono pur tra queste forme latine. Ciò che ferve nell'intimo seno di una società tosto o tardi vien su e spezza ogni involucro. Si dà colpa al latino che questo non sia avvenuto. E se il medio evo non ha potuto sviluppare tra noi tutte le sue forme se il mondo interiore della coscienza s'è infiacchito la colpa è de' classici che paganizzarono la vita e le lettere! La verità è che i classici di questo fatto sono innocentissimi. Certo il mondo di Omero e di Virgilio di Tucidide e di Livio non è un mondo fiacco e frivolo. E se i latinisti non poterono riprodurne che l'esterno meccanismo e se sotto a quel meccanismo ci è il vuoto gli è che il vuoto era nell'anima loro e nessuno dà ciò che non ha. Un cuore pieno trova il modo di spandersi anche nelle forme più artificiali e più ripugnanti.

Leggete questi latinisti. Cosa c'è lì dentro che viva e si mova? Lo spirito del Boccaccio che aleggia in quei versi e in quelle prose: la quiete idillica e il sale comico in una forma elegante e vezzosa. Questo studio dell'eleganza nelle forme accompagnato co' tranquilli ozi della villa e i sollazzevoli convegni della città era in iscorcio tutta la vita del letterato.

Così quando il secolo era travagliato da mistiche astrazioni e da disputazioni sottili il latino fu scolastico. E ora che il naturalismo idillico e comico del Boccaccio è il vero e solo mondo poetico il latino è idillico dico il latino artistico e vivo. La grande orchestra di Dante è divenuta già nel Petrarca la flebile elegia. In questo latino elegante il dolore è elegiaco e il piacere è idillico. La vita è tutta al di fuori è un riso della natura e dell'anima: la stessa elegia è un rapimento voluttuoso de' sensi. Sulle rive di Mergellina il Pontano canta gli Amori e i Bagni di Baia ora tutto vezzeggiativi e languori ora motteggevole e faceto. Mergellina Posilipo Capri Amalfi le isole le fonti le colline escono dalla sua immaginazione pagana ninfe vezzose e allegrano le nozze della sua Lepidina. La crassa sensualità è vaporizzata fra le grazie dell'immaginazione e i deliziosi profumi dell'eleganza. La sua musa come la sua colomba “fugit insulsos et parum venustos” “odit sorditiem” nega i suoi doni a quelli che sono “illepidi atque inelegantes” e “gaudet nitore” e rassomiglia alla sua “puella” di cui nessuna “vivit mundior elegant'orve”. Spirito ed eleganza questo è il mondo poetico di una borghesia colta e contenta che cantava i suoi ozi e passava il tempo tra Quintiliano Cicerone Virgilio e i bagni e le cacce e gli amori. Ne senti l'eco tra le delizie di Baia e tra le villette di Fiesole. Il Pontano scrivea la Lepidina tra' susurri della cheta marina; il Poliziano scrivea il Rusticus tra le aure della sua villetta fiesolana. In tutte e due ispiratrice è la bella natura campestre con più immaginazione nel Pontano con più sentimento nel Poliziano. Piace la “cerula” ninfa Posilipo e la “candida” Mergellina e quel voler essere uccello per cascarle in grembo è un bel tratto galante una sensualità dell'immaginazione. Il Pontano è figurativo tutto vezzi e tutto spirito; il Poliziano è più semplice più vicino alla natura e te ne dà l'impressione:

 

Hic resonat blando tibi pinus amata susurro;

hic vaga coniferis insibilat aura cupressis:

hic scatebris salit et bullantibus incita venis

pura coloratos interstrepit unda lapillos.

 

Questo latino maneggiato con tanta sveltezza modulato con tanta grazia non cade nel vuoto come lingua morta e questi canti non sono stimati lavori di pura erudizione e imitazione. Lorenzo Valla chiama il latino la “lingua nostra”; nessuna cosa di qualche importanza non si scrivea se non in latino e metteasi a fuggire il volgare quello studio che oggi si mette a fuggire il dialetto. Dante stesso era detto “poeta da calzolai e da fornai”. Non pareva impossibile continuare il latino come i greci continuavano il greco parlare la lingua universale la lingua della scienza e della coltura essere intesi da tutti gli uomini istrutti.

Ma queste tendenze trovavano naturale resistenza a Firenze dove il volgare avea messo salde radici illustrato da tanta gloria nè potea parer vergogna scrivere nella lingua di Dante e del Petrarca. Ivi una classe colta nettamente distinta non era e popolo grasso e popolo minuto erano ancora il popolo con una comune fisonomia. Grandissima l'ammirazione de' classici; frequentissimi gli Studi del Landino del Crisoloro del Poliziano; si udiva a bocca aperta Gemistio e il Ficino e il Pico; si disputava di Platone e di Aristotile (discussioni erudite senza conclusione e serietà pratica); si applaudiva al Poliziano quando cantava la bellezza o la morte dell'Albiera o gli occhi di Lorenzo “purus apollinei sideris nitor” come fossero gli occhi di Laura. Ma insieme si difendeva il volgare come gloria nazionale; e il Filelfo spiegava Dante e il Landino sponeva il Petrarca e Leonardo Bruni sosteneva essere il volgare lo stesso latino antico com'era parlato a Roma e Lorenzo de' Medici preferiva il Petrarca a' poeti latini chiamava “unico” Dante celebrava la facondia e la vena del Boccaccio e di Cino e di Cavalcanti e di altri minori scrivea le lodi con acume e maturità di giudizio. Ci erano gli oppositori i grammatici i pedanti che dicevano Dante uno spropositato un ignorante “rerum ommum ignarum” e che scrivea così male in latino. Ma in Firenze non attecchivano. Cristoforo Landino nel suo studio dove spiegava a un tempo Dante e Virgilio pigliando a esporre il Petrarca insegnava non esser la lingua toscana al di sotto della latina e non altrimenti che quella doversi sottoporre a regole di grammatica e di rettorica. Certo il vezzo del latino introduceva nel volgare caduto in mano a' pedanti vocaboli e frasi e giri di cui si sentono gli effetti fino nella prosa del Machiavelli; ma quella barbara mescolanza per la sua esagerazione divenne ridicola e non potè alterare le forme del volgare così come erano state fissate negli scrittori e si mantenevano vive nel popolo. Nè l'uso fu mai intermesso; e Lionardo scrivea in volgare la vita di Dante e del Boccaccio e in volgare Feo Belcari scrivea le vite de' santi e le rappresentazioni e si continuavano i rispetti gli strambotti le frottole le cacce le ballate tutt'i generi di lirica popolare legati con le feste e gl'intrattenimenti pubblici e privati le mascherate le giostre le serenate le rappresentazioni i giuochi le sfide. Non era cosa facile guastare o sopraffare una lingua legata così intimamente con la vita.

La forza della lingua volgare era appunto in questo: che rifletteva la vita pubblica e privata divenuta parte inseparabile della società nelle sue usanze e ne' suoi sentimenti. Onde se gli uomini colti trasportati dalla corrente comune scrivevano in latino per procacciarsi fama nell'uso vario della vita adoperavano il volgare condotto ormai al suo maggior grado di grazia e di finezza parlato e scritto bene generalmente. Un gran mutamento era però avvenuto nella letteratura volgare. Il mondo ascetico-mistico-scolastico del secolo passato non era potuto più risorgere di sotto a' colpi del Petrarca e più del Boccaccio ed era tenuto rozzo e barbaro e continuava la sua vita come un mondo fatto abituale e convenzionale a cui è straniera l'anima. Al contrario era in uno stato di produzione e di sviluppo il mondo profano la “gaia scienza” e dava i suoi colori anche alle cose sacre. Le laude erano intonate come i rispetti e i misteri acquistavano la tinta romanzesca delle novelle e romanzi allora in voga. La Stella ricorda in molte parti le avventure della bella sventurata Zinevra “sei anni andata tapinando per lo mondo”. Spesso c'entra il comico e il buffonesco e ti par d'essere in piazza a sentir le ciane che si accapigliano. La lauda tende al rispetto; la leggenda tende alla novella.

La leggenda è un racconto maraviglioso animato da uno spirito mistico e ascetico con le sue estasi le sue visioni i suoi miracoli. Ci è al di sotto la fede che fa muovere i monti e ti tiene al di sopra de' sensi anzi sforza i sensi e dà loro le ali dell'immaginazione. Questo mondo miracoloso dello spirito fatto così palpabile come fosse corpo è rappresentato senza alcuno artificio che lo renda verisimile anzi con la più grande ingenuità essendo quelle verità incontrastate pel narratore e pe' lettori. Questa impressione ti fanno le leggende del Passavanti e le Vite del Cavalca.

Questo è il mondo stesso che comparisce nelle rappresentazioni o misteri di questo secolo. Sono antiche rappresentazioni messe a nuovo intonacate imbiancate a uso di un pubblico più colto. Santo Abraam Alessio Abramo Eugenia e Maddalena i santi e i padri e i romiti del Cavalca ti sfilano innanzi. Con la natia rozzezza è ita via anche la semplicità e l'unzione e ogni sentimento liturgico e ascetico. Il miracolo ci sta come miracolo cioè a dire come una macchina del maraviglioso a quel modo che è la fortuna nelle novelle del Boccaccio. Il motivo drammatico è l'effetto che fanno sugli spettatori certe grandi mutazioni e improvvise nello stato de' personaggi morale o materiale: perciò non gradazioni non ombre non sfumature; i contorni sono chiari e decisi; l'azione è tutta esteriore e superficiale e si ferma solo quando una mutazione improvvisa provoca esplosioni liriche di gioia di dolore di maraviglia. Ci è quella lirica superficiale e quella chiarezza epica che è propria del Boccaccio. La lirica è sacra di nome e non ha quell'elevazione dell'anima verso un mondo superiore che senti in Dante o in Caterina: ci è la preghiera non ce n'è il sentimento. L'azione è pedestre e borghese di una prosaica chiarezza non animata dal sentimento non trasformata dall'immaginazione. E il mondo dantesco vestito alla borghese i cui accenti di dolore sono elegia le cui mistiche gioie sono idilli mancato è il senso del terribile e del sublime mancata è l'indignazione e l'invettiva: se alcuna serietà rimane ancora in queste spettacolose rappresentazioni apparecchiate con tanta pompa di scene e di decorazioni è reminiscenza ed eco di un mondo indebolito nella coscienza. Ci erano ancora le confraternite che a grandi spese davano di queste rappresentazioni; ma i fratelli non erano più i contemporanei di Dante e non gli autori e non gli spettatori. Si andava alle rappresentazioni come alle feste carnascialesche per sollazzarsi. E si sollazzavano come si conviene a gente colta e artistica co' piaceri dello spirito e dell'immaginazione. Il mistero era per essi un piacevole esercizio dell'immaginazione una ricreazione dello spirito. Con la coscienza vuota e con la vita tutta esterna e superficiale il dramma era così poco possibile come la tragedia o l'eloquenza sacra o come rifare la visione o la leggenda. Se quelle rappresentazioni fra tanto liscio e intonaco rimasero stazionarie e non poterono mai acquistare la serietà e profondità di un vero mondo drammatico fu perchè mancò all'Italia un ingegno drammatico come affermano alcuni quasi l'ingegno fosse un frutto miracoloso generato senza radici e venuto espressamente dal cielo? O fu come affermano altri perchè il latino attirò a sè gli uomini colti e il mistero fu trascurato come cosa del popolo quasi che autori de' misteri non fossero gli uomini più colti di quel tempo o il latino che non potè uccidere il volgare potesse uccidere l'anima di una nazione quando un'anima ci fosse stata? La verità è che il povero latino non potè uccider nulla perchè nulla ci era niuna serietà di sentimento religioso politico morale pubblico e privato da cui potesse uscire il dramma. Quel mondo spensierato e sensuale non ti potea dare che l'idillico e il comico; e in tanto fiorire della coltura con tanta disposizione ed educazione artistica non potea produrre che un mondo simile a sè un mondo di pura immaginazione. Il mistero è un aborto è una materia sacra che non dice più nulla alla mente ed al cuore senza alcuna serietà di motivi e trasformata da uomini colti in un puro giuoco d'immaginazione dove angioli e demoni paradiso e inferno hanno così poca serietà come Apollo e Diana e Plutone. La serietà e solennità della materia era in flagrante contraddizione con quella forma tutta senso e tutta superficie e con quel mondo spensierato e allegro della pura immaginazione idillico-comico-elegiaco. Il mistero ci fu quale poteva realizzarlo l'Italia in questa disposizione dello spirito e ci fu l'ingegno quale poteva essere allora l'ingegno italiano. Quel mistero fu l'Orfeo e quell'ingegno fu Angiolo Poliziano.

Il Poliziano è la più spiccata espressione della letteratura in questo secolo. Ci è già l'immagine schietta del letterato fuori di ogni partecipazione alla vita pubblica vuoto di ogni coscienza religiosa o politica o morale cortigiano amante del quieto vivere e che alterna le ore tra gli studi e i lieti ozi. Ebbe in Lorenzo un protettore un amico e divenne la sua ombra il suo compagno ne' sollazzi pubblici e secreti. Cominciò la vita voltando l'Iliade in latino grecista e latinista sommo. Dettava epigrammi latini con la facilità di un improvvisatore. Si traeva da tutta Europa a sentirlo spiegare Omero e Virgilio. E non si ammirava solo l'erudito ma l'uomo di gusto e il poeta che ispirato vi aggiungeva le sue emozioni e le sue impressioni e i suoi carmi. Il suo studio e la sua villetta di Fiesole sono il compendio di questa vita tranquilla e placida spenta a quarant'anni.

Il Poliziano aveva uno squisito sentimento della forma nella piena indifferenza di ogni contenuto. Il tempio era vuoto: vi entrò Apollo e lo empì d'immagini e di armonie. Il mondo antico s'impossessò subito di un'anima dove ogni vestigio del medio evo era scomparso. Il Boccaccio senti che è ancora medio evo e lo vedi alle prese co' canoni e le scienze sacre e le forme dantesche: il vecchio e il nuovo Adamo combattono in lui come nel Petrarca: erano tempi di transizione. Nel Poliziano tutto è concorde e deciso: non ci è più lotta. Teologia scolasticismo simbolismo il medio evo nelle sue forme e nel suo contenuto di cui vedevi ancora la memoria prosaica nelle laude e ne' misteri è un mondo in tutto estraneo alla sua coltura e al suo sentire. Quello è per lui la barbarie. E non ha bisogno di cacciarlo dalla sua anima: non ve lo trova. Il sentimento della bella forma già così grande nel Petrarca e nel Boccaccio in lui è tutto; e quel mondo della bella forma appresso al quale correvano faticosamente il Boccaccio e il Petrarca fin da' primi anni è il mondo suo e ci vive come fosse nato là dentro e ne ha non solo la conoscenza ma il gusto. Questo era la coltura l'umanità il risorgimento orgoglio di una società erudita artistica idillica sensuale quale il Boccaccio l'avea abbozzata e che ora si specchia nel Poliziano come nel suo modello ideale. Perchè questa generazione caduta così basso fiacca di tempra e vuota di coscienza aveva pure la sua idealità il suo divino ed era l'orgoglio della coltura il sentimento della forma. Le sue mascherate le cacce le serenate le giostre le feste tanta parte di quella vita oziosa e allegra erano nobilitate dalle arti dello spirito e da' piaceri dell'immaginazione. E se il cardinale Gonzaga rientrando nella patria bandisce pubbliche feste e cerca nella poesia il loro ornamento e decoro il giovane Poliziano gli scrive in due giorni l'Orfeo. E che cosa è l'Orfeo? Come gli venne in mente Orfeo? Giovanni Boccaccio nel Ninfale e nell'Ameto canta la fine della barbarie e il regno della coltura o dell'umanità. Il rozzo Ameto educato dalle arti e dalle muse apre l'animo alla bellezza e all'amore e di bruto si sente fatto uomo. Atalante trasforma il bosco di Diana in città e vi marita le ninfe e v'introduce costumi civili. Orfeo è il grande protagonista di questo regno della coltura venuto dall'antichità giovine e glorioso ne' carmi di Ovidio e di Virgilio. Questo fondatore dell'umanità col suono della lira e con la dolcezza del canto mansuefà le fiere e gli uomini e impietosisce la morte e incanta l'inferno. È il trionfo dell'arte e della coltura su' rozzi istinti della natura consacrato dal martirio quando sforzando le leggi naturali è dato in balìa all'ebbro furore delle baccanti. Dopo lungo obblio nella notte della seconda barbarie Orfeo rinasce tra le feste della nuova civiltà inaugurando il regno dell'umanità o per dir meglio dell'umanismo. Questo è il mistero del secolo è l'ideale del Risorgimento. Le sacre rappresentazioni cacciate dalle città menano vita oscura nei contadi e cadono in così profondo obblio che giacciono ancora polverose nelle biblioteche.

L'Orfeo è un mondo di pura immaginazione. I misteri avevano la loro radice in un mondo ascetico fatto tradizionale e convenzionale pur sempre reale per una gran parte degli spettatori. Qui tutti sanno che Orfeo le driadi le baccanti le furie Plutone e il suo inferno sono creature dell'immaginazione. A quel modo che nelle giostre i borghesi camuffati da cavalieri riproducevano il mondo cavalleresco i nuovi ateniesi dovevano provare una grande soddisfazione a vedersi sfilare innanzi co' loro costumi e abiti le ombre del mondo antico. Che entusiasmo fu quello quando Baccio Ugolini vestito da Orfeo e con la cetra in mano scendeva il monte cantando in magnifici versi latini le lodi del cardinale! “Redeunt saturnia regna.” Sembravano ritornati i tempi di Atene e Roma; salutavano con immenso grido di applauso Orfeo nunzio alle genti della nuova èra della nuova civiltà. Nel medio evo si dicea “vivere in ispirito” ed era il ratto dell'anima alienata da' sensi in un mondo superiore. Ciò che una volta ispirava il sentimento religioso oggi ispira il sentimento dell'arte la sola religione sopravvissuta e si vive in immaginazione. I ricchi a quel modo che decorano i palagi degli avi decorano con l'arte i loro piaceri.

E che decorazione è quest'Orfeo! Dove sotto forme antiche vive e si move quella società idealizzata nell'anima armoniosa del poeta. È un mondo mobile e superficiale a celeri apparizioni e mentre fissi lo sguardo il fantasma ti fugge: la parola è come ebbra e si esala nel suono e nel canto; il pensiero è appena iniziale incalzato dalle onde musicali; la tragedia è un'elegia; l'inno è un idillio; e n'esce un mondo idillico-elegiaco penetrato di un dolce lamento che non ti turba anzi ti lusinga e ti accarezza insino a che questo bel mondo dell'arte ti si disfà come nebbia e ti svegli violentemente tra il furore e l'ebbrezza dei sensi. Il canto di Aristeo il coro delle driadi il ditirambo delle baccanti sono le tre tappe di questo mondo incantato la cui quiete idillica penetrata di flebile e molle elegia si scioglie nel disordine bacchico. La lettura non basta a darne un'adeguata idea. Bisogna aggiungervi gli attori e le decorazioni e il canto e la musica e l'entusiasmo e l'ebbrezza di una società che ci vedea una così viva immagine di se stessa. Il suo ideale il suo Orfeo è una lieve apparizione ondeggiante tra' più delicati profumi a cui se troppo ti accosti ti fuggirà come Euridice. È un mondo che non ha altra serietà se non quella che gli dà l'immaginazione; le passioni sono emozioni gli avvenimenti sono apparizioni i personaggi sono ombre; la vita danza e canta e non si ferma e non puoi fissarla. La stessa leggerezza penetra nelle forme flessibili variamente modulate e come tutta un'orchestra di metri entranti gli uni negli altri in una sola armonia. Il settenario rammorbidisce l'endecasillabo; la ballata dà le ali all'ottava; le rime si annodano ne' più voluttuosi intrecci. Ora è il dialetto nella sua grazia ora è la lingua nella sua maestà; qui lo sdrucciolo ti tira nella rapida corsa là il tronco ti arresta e ti culla; con una facilità e un brio che pare il poeta giuochi con i suoi strumenti.

Così Orfeo il figlio di Apollo e di Calliope rinacque; così divenne il nunzio del Risorgimento. Le edizioni moltiplicarono; penetrò dalle corti nel contado; se ne fecero imitazioni; comparve la Istoria e favola d'Orfeo; e anche oggi nelle valli toscane ti giunge la melodia di Orfeo dalla dolce lira una storia in ottava rima. Personaggio indovinato comparso proprio alla sua ora nel mondo moderno segnacolo e vessillo del secolo.

L'Orfeo nacque tra le feste di Mantova; e tra le feste di Firenze nacquero le Stanze. Quel mondo borghese della cortesia così ben dipinto nel Decamerone riproducea nelle sue giostre il mondo profano de' romanzi e delle novelle la cavalleria. I poeti celebrano a suon di tromba “le gloriose pompe e i fieri ludi” di questi mercanti improvvisati cavalieri e vestiti all'eroica: non ci era più la realtà; ce n'era l'immaginazione. Le giostre erano in fondo una rappresentazione teatrale e i giostranti erano attori che rappresentavano i personaggi de' romanzi spettacolo continuato oggi nelle corse con questo progresso che gli attori sono i cavalli. Ridicoli sono i poeti che narrano le alte geste de' giostranti come fossero Orlando e Carlomagno con le frasi ampollose de' romanzi e descrivono minutamente gli abiti le fogge le divise gli stemmi gli scontri con una serietà frivola. Anche Giuliano de' Medici fece la sua giostra e divenne l'eroe di quel poemetto che i posteri hanno chiamato le Stanze.

Comincia a suon di tromba. Il poeta vuol celebrare le gloriose imprese:

Ma i fatti egregi e i gran nomi sono dimenticati. E che cosa è rimasto? Le Stanze: forme vaganti di cui nessuno cerca il legame ciascuna compiuta in sè. Nella giovine mente del poeta non ci è il romanzo: ci è Stazio e Claudiano con le loro Selve ci è Teocrito ed Euripide ci è Ovidio con le sue Metamorfosi ci è Virgilio con la sua Georgica ci è il Petrarca con la sua Laura; ci è tutto un mondo d'immagini fluttuanti sciolte disseminate come le stelle nel cielo all'occhio semplice del pastore. Questo è il mondo che vien fuori in un legame artificiale e meccanico delle cui fila interrotte nessuno si cura: perchè la giostra non è il motivo di questo mondo è la semplice occasione. La sua unità non è in un'azione frivola e incompiuta debole trama. La sua unità è in se stesso nello spirito che lo move ed è quel vivo sentimento della natura e della bellezza che dal Boccaccio in qua è il mondo della coltura.

La primavera la notte la vita rustica la caccia la casa di Venere il giardino d'Amore gl'intagli non sono già episodi sono questo mondo esso medesimo nella sua sostanza animato da un solo soffio. Sono l'apoteosi di Venere e d'Amore della bella natura la nuova divinità.

E la natura non ha già quel vago che ti fa pensoso e ti tiene in una dolce malinconia; non sei nel regno de' misteri e delle ombre nel regno musicale del sentimento: sei nel regno dell'immaginazione. Venere è nuda Iside ha alzato il velo. Non hai più gli schizzi di Dante hai i quadri del Boccaccio; non hai più la faccia di Giotto hai la figura del Perugino; non hai più il terzetto nel suo raccoglimento hai l'ottava rima nella sua espansione. Ci è quel sentimento idillico e sensuale che ispirò il Boccaccio e di cui senti la fragranza nella Lepidila e nel Rusticus: l'anima sta come rilassata in dolce riposo non fantasticando ma figurando parte a parte e disegnando quasi voglia assaporare goccia a goccia i suoi piaceri. E non è la descrizione minuta anatomica spesso ottusa del Boccaccio; chè mentre la natura ti si offre distinta come un bel paesaggio non sai onde o come ti giungono mormorii concenti note come la voce di una divinità nascosta nel suo grembo. La sensualità filtrata fra tanta dolcezza di note lascia in fondo la sua parte grossolana ed esce fuori purificata; e non è la musa civettuola del Boccaccio è la casta musa del Parnaso che copre la sua nudità e vi gitta sopra il suo manto verginale. Nel Boccaccio è la carne che accende l'immaginazione: nel Poliziano l'immaginazione è come un crogiuolo dove l'oro si affina. La sensuale e volgare Griseida si spoglia in quel crogiuolo la sua parte terrea e diviene la gentile Simonetta bellezza nuda sviluppata da ogni velo allegorico dantesco e petrarchesco a contorni precisi e finiti pur divina nella sua realtà:

Tra il poeta e il suo mondo non ci è comunione diretta: ci stanno di mezzo Virgilio Teocrito Orazio Stazio Ovidio che gli prestano le loro immagini e i loro colori. Ma egli ha un gusto così fine e un sentimento della forma così squisito che ciò che riceve esce con la sua stampa come una nuova creazione. Ci è nel suo spirito una grazia che ingentilisce il volgare naturalismo del suo tempo e una delicatezza che gli fa cogliere del suo mondo il più bel fiore. L'insignificante il rozzo il plebeo non entra nella sua immaginazione: ciò che sta lì dentro è tutto elegante e profumato e non cessa che non l'abbia reso con l'ultima finitezza e perfezione. Le sue reminiscenze mitologiche e classiche sono semplici mezzi di colorito e di rilievo: gli sta innanzi Venere Diana e la tale e tale frase di Ovidio o di Virgilio; ma il suo spirito va al di là della frase attinge le cose nella loro vita e le rende con evidenza e naturalezza. Perciò raro connubio l'eleganza in lui non è mai rettorica e si accompagna con la naturalezza perchè ha delle cose una impressione propria e schietta. La mammola la rosa l'ellera la vite il montone la capra gli uccelli le aurette l'erba e il fiore tutto si anima e si configura e prende le più vaghe e gentili attitudini innanzi a questa immaginazione idillica. Ciò che prova non è sensualità è voluttà sensazione alzata a sentimento che fonde il plastico e te ne fa sentire la musica interiore. Ottiene potentissimi effetti con la massima semplicità de' mezzi spesso col solo allogare gli oggetti ora aggruppando ora distinguendo e tutto animando come persone vive. Tale è la mammoletta verginella con gli occhi bassi e vergognosa e l'ellera che va carpone co' piedi storti o l'erba che si maraviglia della sua bellezza bianca cilestre pallida e vermiglia. Il sentimento che n'esce non ha virtù di tirarti dalle cose e lanciarti in infiniti spazi; anzi ti chiude nella tua contemplazione e vi ti tiene appagato come fosse quella tutto il mondo e non pensi di uscirne e la guardi parte a parte nella grazia della sua varietà. Perchè il motivo dell'ispirazione non è lo spirito nella sua natura trascendente e musicale quale si mostra in Dante ma il corpo e non come un bel velo una bella apparenza ma terminato e tranquillo in se stesso quale si mostra nel periodo e nell'ottava le due forme analitiche e descrittive del Boccaccio divenute la base della nuova letteratura. L'ottava del Boccaccio diffusa pedestre insignificante qui si fissa prende una fisonomia. Ciascuna stanza è un piccolo mondo dove la cosa non lampeggia a guisa di rapida apparizione ma ti sta riposata innanzi come un modello e ti mostra le sue bellezze. Non è un periodo congegnato a modo di un quadro dove il protagonista emerga tra minori figure; ma è come una serie dove ti vedi sfilare avanti le parti ad una ad una di quel piccolo mondo. Diresti che in questa bella natura tutto è interessante e non ci è principale ed accessorio: maniera di ottava accomodata al genio di un uomo che non ammette l'insignificante e l'indifferente e tutto vuole sia oro e porpora. Perciò non hai fusione ma successione che è la cosa come ti si spiega innanzi prima che il tuo spirito la scruti e la trasformi. La stanza non ti dà l'insieme ma le parti; non ti dà la profondità ma la superficie quello che si vede. Pure le parti sono così bene scelte e la serie è ordita con una gradazione così intelligente che all'ultimo te ne viene l'insieme prodotto non dalla descrizione ma dal sentimento. Vuol descrivere la primavera e ti dà una serie di fenomeni:

Questi fenomeni sono così bene scelti legati con tanto accordo di pause e di tono armonizzati con suoni così freschi e soavi che sembrano le voci di un solo motivo e te ne viene non all'occhio ma all'anima l'insieme ed è quel senso d'intima soddisfazione che ti dà la primavera la voluttà della natura. In Dante non ci è voluttà ma ebbrezza: così è trascendente. Nel Boccaccio non ci è voluttà ma sensualità. La voluttà è la musa della nuova letteratura è l'ideale della carne o del senso è il senso trasportato nell'immaginazione e raffinato divenuto sentimento. Qui è una voluttà tutta idillica un godimento della natura senz'altro fine che il godimento con perfetta obblivione di tutto l'altro; senti le prime e fresche aure di questo mondo della natura assaporato da un'anima il cui universo era la villetta di Fiesole illuminata e abbellita da Teocrito e da Virgilio. Da questa doppia ispirazione un intimo godimento della natura accompagnato con un sentimento puro e delicato della forma e della bellezza sviluppato ed educato da' classici è uscito il nuovo ideale della letteratura l'ideale delle Stanze una tranquillità e soddisfazione interiore piena di grazia e di delicatezza nella maggior pulitezza ed eleganza della forma; ciò che possiamo chiamare in due parole: “voluttà idillica”. Il contenuto di questo ideale è l'età dell'oro e la vita campestre con tutto il corteggio della mitologia ninfe pastori fauni satiri driadi divinità celesti e campestri in una scala che dal più puro e più delicato va sino al lascivo e al licenzioso. La forma è il descrittivo ammollito e liquefatto in dolci note musicali quale apparisce nell'Orfeo e nelle Stanze i due modelli di questa letteratura che iniziata nel Boccaccio andrà fino al Metastasio.

La quale non è lavoro solitario di letterato nel silenzio del gabinetto ma è lo spirito stesso della società come si andava atteggiando còlto nelle costumanze e feste pubbliche. Centro di questo movimento è Lorenzo de' Medici col suo coro di dotti e di letterati il Ficino il Pico i fratelli Pulci il Poliziano il Rucellai il Benivieni e tutti gli accademici. La letteratura vien fuori tra danze e feste e conviti.

Lorenzo non avea la coltura e l'idealità del Poliziano. Avea molto spirito e molta immaginazione le due qualità della colta borghesia italiana. Era il più fiorentino tra' fiorentini non della vecchia stampa s'intende. Cristiano e platonico in astratto e a scuola in realtà epicureo e indifferente sotto abito signorile popolano e mercante da' motti arguti e dalle salse facezie allegro compagnevole mezzo tra' piaceri dello spirito e del corpo usando a chiesa e nelle bettole scrivendo laude e strambotti alternando orgie notturne e disputazioni accademiche corrotto e corruttore. Era classico di coltura toscano di genio invescato in tutte le vivezze e le grazie del dialetto. Maneggiava il dialetto con quella facilità che governava il popolo lasciatosi menare da chi sapeva comprenderlo e secondarlo nel suo carattere e nelle sue tendenze. Chi comprende l'uomo è padrone dell'uomo. Portò a grande perfezione la nuova arte dello Stato quale si richiedeva a quella società divenute le feste e la stessa letteratura mezzi di governo. Alla violenza succedeva la malizia più efficace: il pugnale del Bandini uccise un principe non il principato; la corruzione medicea uccise il popolo; o per dire più giusto Lorenzo non era che lo stesso popolo studiato compreso e realizzato l'uno degno dell'altro. Tal popolo tal principe. Quella corruzione era ancora più pericolosa perchè si chiamava “civiltà” ed era vestita con tutte le grazie e le veneri della coltura.

Il giovine Lorenzo odorando ancora di scuola tra il Landino e il Ficino dantesco petrarchesco platonico con reminiscenze e immagini classiche entra nella folla de' rimatori i quali continuavano il mondo tradizionale de' sonetti e delle canzoni. Ce n'erano a dozzina e in tutte le parti d'Italia: l'uomo colto esordiva col sonetto uso giunto fino a' tempi nostri. Molti canzonieri uscirono in questo secolo; appena è se oggi si ricordi Giusto de' Conti e il Benivieni. Continuare il Petrarca dovea significare realizzarlo sviluppare quell'elemento sensuale idillico elegiaco che giace sotto il suo strato platonico e che è l'elemento nuovo. Ma il povero Petrarca era malato e i sonettisti esalano sospiri poetici dall'anima vuota e indifferente. Del Petrarca rimane il cadavere: immagini e concetti scastrati dal mondo in cui nacquero e campati in aria senza base. Non c'è più un mondo organico ma un accozzamento fortuito e monotono di forme divenute convenzionali. Manca l'immaginazione e la malinconia e l'estasi i veri fattori del mondo petrarchesco: restano le astrattezze platoniche e le acutezze dello spirito congiunta l'insipidezza con le vuote sottigliezze come nelle rime tanto celebrate del Ceo del Notturno del Serafino del Sasso del Cornazzano del Tebaldeo. Lorenzo comincia lui pure con qualche cosa come la Vita nuova e narra il suo innamoramento con le occasioni e le spiegazioni de' suoi sonetti in una prosa grave e ampia alla maniera latina pur disinvolta e franca. Anche nel suo Canzoniere appariscono forme e idee convenzionali; anche vi domina lo spirito di cui avea sì gran dovizia. Ma c'è lì una sua impronta; ci è un sentimento idillico e una vivacità d'immaginazione che alcuna volta ti rinfresca e ti fa andare avanti con pazienza. Non ci è sonetto o canzone che si possa dire una perfezione; ma c'è versi assai belli e qua e là paragoni immagini concetti che ti fermano.

Il sonetto e la canzone sono quasi forme consacrate e inalterabili dove nessuno osa mettere una mano profana. Rimangono perciò immobili senza sviluppo. Il nuovo spirito si fa via nella nuova forma l'ottava rima o la stanza. Vi apparisce l'amore idillico-elegiaco proprio del tempo; la forma condensata del Petrarca si scioglie e si effonde ne' magnifici giri dell'ottava; non più concetti e sottili rapporti; hai narrazioni vivaci e fiorite descrizioni. Anche dove il concetto è dantesco come nelle stanze del Benivieni che lasciato il primo casto amore e corso appresso alla sirena si sente trasformato in lonza la forma è lussureggiante e vezzosa e più simile a sirena che a casta donna. Modello di questo genere è la Selva d'Amore di Lorenzo composizione a stanze d'un fare largo e abbondante alquanto sazievole il cui difetto è appunto il soverchio naturalismo una realtà minuta osservata e riprodotta esattamente ne' suoi caratteri esterni non fatta dall'arte mobile e leggiera non idealizzata. Tra le sue più ammirate descrizioni è quella dell'età dell'oro dove è patente questo difetto. Vedi l'uomo in villa che tutto osserva e anima con l'immaginazione la natura senza averne il sentimento. Ci è l'osservatore manca l'artista.

Bella e parimente sazievole è la descrizione degli effetti che gli occhi della sua donna producono sulla natura. La soverchia esattezza nuoce all'illusione e addormenta l'immaginazione. Veggasi questa ottava:

Ci si vede un uomo che in un fatto così pieno di concitazione rimane tranquillo in uno stato prosaico e osserva e spiega il fenomeno e lo rende con evidenza ma non ne riproduce il sentimento: c'è l'esattezza manca il calore e l'armonia. Veggasi ora l'artista il Poliziano:

Anche Lorenzo descrive le rose come fa il Poliziano; ma si paragoni. Ciò che in Lorenzo è naturalismo è idealità nel Poliziano. Nell'uno è il di fuori abbellito dall'immaginazione l'altro nel di fuori ti fa sentire il di dentro. Lorenzo dice:

Minuta analisi con perfetta esattezza di osservazione e con proprietà rara di vocaboli. Vedete ora nel Poliziano queste rose animarsi come persone vive: ne senti la fragranza la grazia la freschezza:

In questo genere narrativo e descrittivo di cui il Boccaccio nel Ninfale dava l'esempio il poeta non è obbligato a platonizzare e sottilizzare intorno alle sue poetiche fiamme per tutta una vita. Finge amori altrui e in luogo di chiudersi nella natura e ne' fenomeni dell'amore fino alle più raffinate acutezze trae colori nuovi e freschi dalla qualità degli avvenimenti e dalla natura e condizioni dei personaggi che introduce sulla scena. La donna cala dalle nubi e acquista una storia umana. Come son care queste ricordanze di donna amata che torna a casa e non vi trova il suo amore!

L'Ambra il Corinto Venere e Marte la Nencia sono poemetti di questo genere. Soprastà per calore ed evidenza di rappresentazione l'Ambra graziosa invenzione ispirata da Ovidio e dal Boccaccio. Ma il capolavoro è la Nencia che pare una pagina del Decamerone. Qui Lorenzo lascia la mitologia e gli amori sentimentali e idillici ed entra nel vivo della società rappresentando gli amori di Vallera e Nencia due contadini con un tono equivoco che non sai se dica da senno o da burla e scopre il borghese disposto a pigliarsi beffe della plebe. Tutta Firenze fu piena della Nencia; era la città che metteva in caricatura il contado. L'idillio vi si accompagna con quel sale comico che si sente nel prete di Varlungo e monna Belcolore e che è la vera genialità di Lorenzo: basta ricordare i Beoni. Chi ama i paragoni ragguagli la Beca la Nencia e la Brunettina tre ritratti di contadine. Nella Beca del Pulci senti il puzzo del contado: la caricatura è sfacciatamente volgare e licenziosa. Nella Nencia hai l'idealità comica: una caricatura fatta con brio e con grazia con un'aria perfetta di bonomia e di sincerità. Nella Brunettina del Poliziano hai il ritratto ideale della contadina rimossa ogni intenzione comica. È la Venere del contado con morbidezza di tinte assai ben fuse vezzosa e leggiadra nella maggior correzione ed eleganza del disegno. Notabile è soprattutto la verità del colorito e la perfetta realtà.

Tra le feste si ravviva la poesia popolare. Vedevi Lorenzo andar per le vie come re Manfredi sonando e cantando tra' suoi letterati. Il poeta della Nencia qui è nel suo vero terreno divenuto la voce di quella società licenziosa e burlevole. La trasformazione è compiuta: giungiamo sino alla parodia fatta con intenzione. I Beoni o il Simposio è una parodia della Divina Commedia e dei Trionfi non pur nel disegno ma nelle frasi: le sacre immagini dell'Alighieri sono torte a significare le sconcezze e turpitudini dell'ebbrezza. Tra questi passatempi poetici è da porre la Caccia col falcone fatti frivoli e insignificanti ma raccontati con lepore e con grazia in stanze sveltissime con tutt'i sali e le vivezze del dialetto. Così si passava allegramente il tempo:

Che è la fine e insieme il significato di questa pittura di costumi.

Lo stesso spirito è nelle ballate e ne' canti carnascialeschi: una sensualità illuminata dall'allegria e dall'umor comico. Il mondo convenzionale de' trovatori è ito via e insieme il suo vocabolario. Ti senti in mezzo a un popolo festevole e motteggiatore che ha rotto il freno e si dà balìa. Un'allegria spensierata e licenziosa è il motivo di questi canti: l'amore non è un affetto ma un divertimento un modo di stare allegri. Il motto comune è la brevità della vita l'orrore della vecchiezza il dovere di coglier la rosa mentre è fiorita quel tale: “Edamus et bibamus: post mortem nulla voluptas”. Aggiungi la caricatura de' predicatori di morale e delle cose sacre com'è la confessione di Lorenzo e la sua preghiera a Dio contro i mal parlanti. In questo mondo rappresentato dal vero e nell'atto della vita così di fuga e tra le impressioni non hai concetti raffinati ma pittura vivace di costumi e di sentimenti come l'ansia dell'aspettare nella canzone:

 

o il dispetto contro i gelosi:

o quel volere e disvolere della donna nella canzonetta sulla pazzia e nell'altra tirata giù tutta di un fiato così rapida e piena di cose:

Questo carnevale perpetuo si manifesta ne' Canti e Trionfi carnascialeschi in tutta la sua licenza. Uscivano di carnovale come si costuma anche oggi carri magnificamente addobbati ora rappresentazioni mitologiche com'è il Trionfo di Bàcco e Arianna co' suoi satiri e Sileno e Mida ora corporazioni di arti e mestieri com'è il canto de' “cialdonai” o de' “calzolai” o delle “filatrici” o de' “bericuocolai” ora pitture sociali come il canto delle “fanciulle” o delle “giovani donne” o de' “romiti” o de' “poveri”. Il motivo generale è l'amor licenzioso stuzzicato spesso da equivoci e allusioni che mettono in moto l'immaginazione. È il cinismo del Boccaccio giunto in piazza e portato in trionfo. La rappresentazione della vita e de' costumi e delle condizioni sociali e l'allegra caricatura che sono l'anima di questo genere di letteratura com'è nel “carnevale” di Goethe si perdono ne' bassi fondi della oscenità plebea. Cosa ora possono essere le sue Laude se non parodie? Concetti antitesi sdolcinature e freddure.

In questa pozzanghera finirono le serenate le mattinate le dipartite le ritornate le lettere gli strambotti le cacce le mascherate le frottole le ballate venute a mano de' letterati. Il mondo del Boccaccio e del Sacchetti perde i suoi vezzi e le sue leggiadrie ne' sonetti plebei del canonico Franco e suoi pari che non avevano neppure l'arguzia e la festività di Lorenzo.

Il popolo era meno corrotto de' suoi letterati. Ne' suoi canti non trovavi certo l'amore platonico e ascetico e i concetti raffinati ma neppure gli equivoci osceni di Lorenzo e le brutture del Franco.

La più schietta voce di questa letteratura popolare è Angelo Poliziano. Rado capita negli equivoci. Scherza motteggia ma con urbanità e decenza come ne' suoi consigli alle donne:

e nel “ritratto della vecchia” e in quella ballata graziosissima:

Nelle sue ballate senti la gentilezza e la grazia delle “montanine” di Franco Sacchetti massime quando il fondo è idillico come nella ballata dell'“augelletto” e nell'altra:

Nelle sue canzoni e canzonette nelle sue Lettere e ne' suoi rispetti non trovi novità d'idee o d'immagini o di situazioni e neppure un'impronta personale e subbiettiva come nel Petrarca. Ci trovi il segretario del popolo che traduce in forme eleganti il repertorio comune de' canti popolari dall'un capo all'altro d'Italia. Perciò non hai qui la freschezza e originalità delle stanze idilliche: spesso ci senti la fretta e la distrazione come di chi scriva di fuga e per occasione. Vedi ritornare le stesse idee con lievi mutamenti com'è il fuggire del tempo e il coglier la rosa fiorita. Il dizionario delle idee popolari è piccolo volume e non s'ingrandisce in mano al Poliziano. Quelle poche idee si aggirano intorno a situazioni generiche e semplici come sono la bellezza del damo o della dama la gelosia la dipartita l'attendere lo sperare l'incitare la disperazione e i pensieri di morte le dichiarazioni e le disdette. Sono l'espressione di un essere collettivo non del tale e tale individuo. E così sono nel Poliziano. I nomi mutano secondo l'argomento come la dipartita e la ritornata e anche secondo il tempo come la serenata o il notturno o la mattinata; ma le forme sono le stesse. Sono per lo più stanze in rime variamente alternate come nelle ballate e ne' rispetti fatte svelte e leggiere nelle canzonette ove domina il settenario o l'ottonario. Spesso non hai che un solo motivo variamente modulato e con graziose ripigliate come fosse un trillo o un gorgheggio:

La ripigliata è il vezzo del rispetto toscano. Ci si vede il cervello in riposo fra onde musicali e come viene l'idea non corre a un'altra ma ci si ferma e la trattiene deliziosamente nell'orecchio finchè non le abbia data tutta la sua armonia. Questo palpare e accarezzare l'idea compiuta già come idea ma non ancora compiuta come suono è proprio della poesia popolare povera d'idee ricca d'immagini e di suoni. La parola è nel popolo più musica che idea. Ciò che si diceva allora: “cantare a aria” qual si fosse il contenuto o come dice un poeta “siccome ti frulla”. Così cantavasi “Crocifisso a capo chino” una lauda con la stess'aria di una canzone oscena.

Tra queste impressioni nacque la “canzone di maggio” il saluto della primavera:

cantata dalle villanelle che venivano a Firenze anche due secoli dopo come afferma il Guadagnoli. Vi si nota la fina eleganza di un uomo che fa oro ciò che tocca congiunta con una perspicuità che la rende accessibile anche alle classi inculte. Se Lorenzo esprime della vita popolare il lato faceto e sensuale con l'aria di chi partecipa a quella vita ed è pur disposto a pigliarne spasso; il Poliziano anche nelle sue più frivole apparenze le gitta addosso un manto di porpora elegante spesso gentile e grazioso sempre. Alla idealità del Poliziano si accosta alquanto solo il Trionfo di Bacco e Arianna.

Lorenzo e il Poliziano sono il centro letterario de' canti popolari sparsi in tutta Italia non solo in dialetto ma anche in volgare e di alcuni ci sono rimasti i primi versi come: “O crudel donna che lasciato m'hai”; “Giù per la villa lunga / la bella se ne va”; “Chi vuol l'anima salvare / faccia bene a' pellegrini” ecc. Vi si mescolavano laude racconti e poemetti spirituali con le stesse intonazioni. Li portavano ne' più piccoli paesi i rapsodi o poeti ambulanti e i ciechi con la loro chitarra o mandòla in collo che vivevano di quel mestiere. E si chiamavano “cantastorie” quando i loro canti erano romanzette o romanze racconti di strane avventure intercalati di buffonerie e motti licenziosi. Questa letteratura profana e proibita a' tempi del Boccaccio come s'è visto era il passatempo furtivo anche delle donne colte ed eleganti. Erano alla moda “romanzi franceschi” con le loro traduzioni imitazioni e raffazzonamenti in volgare. In questo secolo moltiplicarono co' rispetti e le ballate anche i romanzi. Della cavalleria si vedeva l'immagine sfarzosa nelle corti e alcuna lontana reminiscenza ne davano le compagnie di ventura. Cavaliere e cavallo era ancora il tipo della storia l'ideale eroico celebrato nelle giostre e riflesso ne' romanzi. Se ne scrivevano in dialetto e in volgare. Tra gli altri che venner fuori sono degni di nota l'Aspromonte l'Innamoramento di Carlo l'Innamoramento di Orlando Rinaldo la Trebisonda i Fioretti de' paladini il Persiano la Tavola rotonda il Troiano la Vita di Enea la Vita di Alessandro di Macedonia il Teseo il Pompeo romano il Ciriffo Calvaneo. Il maggiore attrattivo era la libertà delle invenzioni: si empivano le carte di fole e di sogni come dice il Petrarca; e chi le dicea più grosse era stimato più. Questo elemento fantastico penetrò anche ne' misteri come nelle laude era penetrato il canto popolare. Le rappresentazioni presero una tinta romanzesca: l'effetto non potendosi più trarre da un sentimento religioso che faceva difetto si cercava nella varietà e nel maraviglioso degli accidenti com'è il San Giovanni e Paolo di Lorenzo.

Il romanzo adunque era penetrato in tutti gli strati della società e dalle corti scendeva fino ne' più umili villaggi e di là risaliva alle corti. La plebe aveva i suoi cantastorie la corte aveva i suoi novellatori. E non si contentavano di riferire i fatti come erano trasmessi dalle cronache e dalle tradizioni ma vi aggiungevano del loro non solo nel colorito e negli accessorii ma nella invenzione. Il Boccaccio recitava i suoi romanzi a corte e tra liete brigate come immagino fossero recitate le sue novelle. Il suo Florio il Teseo il Troilo lasciarono poco durevole vestigio perchè argomenti poco popolari e guasti dall'erudizione e dalla mitologia. Ma l'impulso da lui dato fu grande; e la ballata la novella il romanzo ciò che chiamasi letteratura profana divennero l'impronta del secolo da Franco Sacchetti a Lorenzo de' Medici. La cavalleria propriamente detta avea per suo centro gli eroi della Tavola rotonda e i paladini di Carlomagno. In antico la Tavola rotonda avea molta popolarità e Tristano e Isotta tennero per qualche tempo il primato. Il Boccaccio nell'Amorosa visione cita gli eroi principali di queste tradizioni normanne come nomi già noti e volgari. Ma la Francia era più nota e i “romanzi franceschi più diffusi” e Carlomagno avea un certo legame con l'Italia come un eroe religioso protettore del papa e vincitore de' saracini e precursore delle crociate. Era già comparso l'Innamoramento di Orlando. E Matteo Boiardo ci die' l'Orlando innamorato una vasta tela in sessantanove canti interrotta dalla morte.

Il Boiardo conte di Scandiano crebbe nella corte estense divenuta un centro letterario importante accanto a Napoli Roma e Firenze. Ivi la letteratura nasceva pure fra le giostre gli spettacoli e le danze. Il Boiardo uomo coltissimo dotto di greco e di latino studiosissimo di Dante e del Petrarca era rimasto estraneo al movimento impresso dal Boccaccio alla letteratura toscana. Ne' suoi sonetti canzoni e ballate è facile a vedere non so che astratto e rigido come di uomo ben composto negli atti e nella persona pure impacciato. È in lui una serietà di motivi che in quel secolo della parodia si può chiamare un anacronismo. Gli piace recitare i suoi canti tra liete brigate e averne le lodi; ma i passatempi e gli scherzi non sono il suo elemento e crederebbe profanare i suoi eroi a pigliarsene gioco. Racconta con la serietà d'Omero e fu salutato allora l'“Omero italiano”. Certo non crede alle sue favole e non ci credono i suoi colti uditori e la comune incredulità scappa fuori alcuna volta in qualche tratto ironico; ma questo riso della coltura a spese della cavalleria non è il motivo e un accessorio fuggevole del racconto. Cosa dunque aveva più di serio la cavalleria nella coscienza italiana? Di vivo non era rimasto altro che le pompe e le cerimonie e le feste delle corti. Quelle forme erano così vuote come le cerimonie chiesastiche scomparso ogni sentimento eroico e religioso anzi negato e parodiato. Invano si studia il Boiardo di togliere alla plebe il romanzo e dargli le serie proporzioni di un'epopea.

Il mondo omerico è un organismo vivente dove sentimenti pensieri costumi e avvenimenti sono perfettamente realizzati e armonizzati: il mondo cavalleresco mancati tutt'i suoi motivi interiori è qui sotto forme epiche il mondo plebeo dell'immaginazione un maraviglioso sciolto dalle leggi dello spazio e del tempo senza serietà di scopo e di mezzi tra castelli incantati e colpi di spada. Come Elena nell'Iliade qui è Angelica che move intorno a sè Europa e Asia; salvo che Elena è un semplice antecedente rimasto ozioso nel racconto e Angelica è la vera motrice dell'immensa macchina è il maraviglioso in permanenza la maga. Il miracolo continua: non lo fanno i santi; lo fanno i maghi e le maghe. E il miracolo non è la macchina o l'istrumento ma è fine a se stesso. Voglio dire che il miracolo non è un mezzo per conseguire uno scopo serio e sviluppare un'azione interessante come nelle leggende e ne' primitivi poemi cavallereschi animati dalla fede; non essendo nel mondo del Boiardo altra serietà che il miracolo stesso il fine di sorprendere gli uditori con la straordinarietà degli avvenimenti. I motivi delle azioni non sono a cercare nella serietà di un mondo religioso morale eroico divenuto convenzionale e tradizionale come il mondo cristiano ma nel libero gioco delle passioni e de' caratteri sotto l'influsso di potenze occulte. Onde nasce un mondo pieno di vivacità e di mobilità dove tutte le forze dell'individuo non frenate da leggi e da autorità superiori si sviluppano nel pieno rigoglio della natura e producono effetti così maravigliosi come le stregonerie e gl'incanti. Orlando e Rinaldo ti fanno maravigliare non meno che Malagigi e Angelica. Un mondo così essenzialmente fantastico e insieme così poco serio per il poeta e per gli uditori è in fondo quel mondo della cortesia calato dal Boccaccio in mezzo alla borghesia e fatto moderno e ritirato dal Boiardo alle sue aure natie. Il ferrarese ha creduto renderlo cosa seria dandogli forma nobile e decorosa purgata dalle licenze e da' disordini de' romanzi plebei; ma è appunto quest'apparenza di serietà che toglie attrattivo al suo racconto. Ne' romanzi plebei il maraviglioso fa un effetto serio sugl'ignoranti e ingenui uditori; ma i colti “signori e cavalieri” alla cui presenza recitava il Boiardo i suoi canti non potevano vedere in quei fantastici racconti che un puro giuoco d'immaginazione disposti a spassarsi della plebe che faceva gli occhioni e apriva la bocca. Quel mondo dunque non poteva divenire borghese se non trasportato nell'immaginazione e accompagnato da un sogghigno. E tutte e due queste condizioni mancano nell'Orlando innamorato. Il Boiardo ha molta vena inventiva: avvenimenti e personaggi pullulano sotto la sua penna. Certo non è tutto cosa sua; raccoglie di qua e di là; trova innanzi a sè un immenso materiale agglomerato da' secoli: ma quella materia la fa sua scegliendo combinando padroneggiandola. Il suo intento direi quasi la sua vanità è di sorprendere gli uditori con la ricchezza e varietà de' suoi intrecci menandoseli appresso tra le più strane avventure. Ma al Boiardo mancano tutte le grandi qualità dell'artista e soprattutto quelle due che sono essenziali alla rappresentazione di questo mondo l'immaginazione e lo spirito. Ben tenta talora lo scherzo; ma rimane un tentativo abortito: non ha brio non facilità non grazia. Gli manca lo spirito e gli manca ancora quell'alta immaginazione artistica che si chiama fantasia. Vede chiaro disegna preciso come fosse un mondo storico; e appunto perciò in un mondo così fantastico rimane pedestre e minuto e non ti sottrae al reale non ti ruba i contorni non ti tira per forza in una regione incantata. A questo grande inventore di magie la natura negò la magia più desiderabile la magia dello stile. Le più originali concezioni le più interessanti situazioni ti cascano sul più bello: sei nel fantastico e ti trovi nel volgare e Angelica ti si trasforma in una donnicciuola e Orlando in un babbeo. Il che avviene senza intenzione comica unicamente per la soverchia crudezza de' colori a cui mancano le gradazioni e le mezze tinte. Così quel mondo che nella sua intima natura dovea essere fantastico e comico ti riesce spesso nella rappresentazione prosaico e volgare. Non una sola situazione non una figura è rimasta viva. Dicesi che il nobil conte facesse suonare a festa le campane del villaggio quando gli venne trovato il nome di Rodamonte quasi l'importanza fosse ne' nomi o ne' fatti. E non è Rodamonte che è rimasto vivo è Rodomonte.

Se il Boiardo recitava i suoi canti a' signori ferraresi Luigi Pulci rallegrava le feste e i conviti di Lorenzo recitando le stanze del suo Morgante. Qui ritroviamo la fisonomia letteraria del tempo nelle sue gradazioni dal Burchiello “sgangherato e senza remi” come lo chiama Battista Alberti sino a Lorenzo de' Medici. Il Pulci discende in diritta linea dal Boccaccio e dal Sacchetti e ne sviluppa le tendenze con più energia che non il Poliziano e non Lorenzo.

Piglia il romanzo come lo trova per le vie un miscuglio di santo e di profano di buffonesco e di serio. E non pensa a dargli un carattere eroico anzi niente più gli ripugna che la tromba. Ti dà un mondo rimpiccinito fatto borghese: gli eroi sono scesi dal piedistallo hanno perduta la loro aureola e ti camminano innanzi semplici mortali. Niente è più volgare che Carlo o Gano. Carlo è un rimbambito Gano è un birbante destituito di ogni grandezza: volgare lui volgari i suoi intrighi. Rinaldo è un ladrone di strada Ulivieri è un cacciatore di donne e la sua Meridiana non è in fondo che una femminella. Di caratteri e passioni non è a far parola: è un mondo superficiale e mobilissimo e vai di palo in frasca e non ti raccapezzi. Gano trama la rovina de' paladini Forisena si gitta dalla finestra Babilonia rovina Carlo è scoronato da Rinaldo; tutti questi grandi avvenimenti scappan fuori appena abbozzati come non fossero opera di uomini ma di qualche bacchetta magica rappresentati con la stessa indifferenza e leggerezza di colorito con la quale Morgante si mangia un elefante e sfracella il capo a una balena. È la cavalleria com'era concepita e trasformata dalla plebe. Il cantastorie è in fondo un giullare o piuttosto un buffone plebeo che abbassa quel mondo al suo livello e de' suoi uditori e invocati gravemente Dio e i santi e la Madonna si abbandona a' suoi lazzi e ti fa sbellicar dalle risa. Il buffone personaggio accessorio ne' racconti e nelle commedie è qui il personaggio principale è lo spirito stesso del racconto. La parte più seria del romanzo è certo la morte di Orlando; e anche lì quanti lazzi! Ecco il principio della grande battaglia:

Nell'inferno si fa gran festa che attendono i pagani; Lucifero “trangugiava a ciocche le anime che piovean de' seracini”; e san Pietro attende le anime de' cristiani:

Osanna! -

I campi di battaglia svegliano immagini tolte ad imprestito da' macellai e da' cucinieri; i colpi di spada sono in modo così grossolano esagerati che la morte stessa diviene ridicola; i miracoli sono così strani e così caricati che perdono ogni serietà come è Orlando morto trasformato in colomba che si posa sulla spalla di Turpino e gli entra in bocca con tutte le penne.

Se il buffone fosse di buona fede seriamente credulo e sciocco avremmo il grottesco com'è ne' romanzi primitivi. Ma qui il buffone è un uomo colto che parla a un colto uditorio e non è il buffone ma fa il buffone contraffacendo il cantastorie e la plebe che gli crede. Sicchè ci troviamo in quella stessa disposizione di animo che ispirò la Belcolore e la Nencia: è il borghese che si spassa alle spalle della plebe. E te ne accorgi alla finta serietà con che il poeta quando le dice assai grosse chiama in testimonio Turpino o dove nelle cose più gravi fa boccacce e t'esce fuori con una smorfia e si burla del suo argomento e de' suoi personaggi. La parodia è ancora più comica perchè dissimulata con molta cura di rado rilevata e posta il più sovente nella natura stessa del fatto senza alcuno artificio di forma come è Morgante che uccide una balena ed è ucciso da un granchiolino o Margutte che scoppia dalle risa e muore. E riderà in eterno nota l'angiolo Gabriello trasformato l'individuo in tipo. La rappresentazione è anch'essa conforme a questa parodia plebea. La plebe non analizza e non descrive; ma ha l'intuito sicuro e la percezione viva e coglie ciò che vede alla naturale e così in grosso e non ci si ferma e passa oltre. La forma qui è tutta esteriore e rapida; si movono insieme “le lance e la penna”; l'autore mentre move la penna vede le lance moversi vede quello che scrive; le figure si staccano dal fondo e ti balzano innanzi vivide e tu le cogli in una sola girata d'occhio. L'ottava non ha periodo e le rime non hanno gioco: è un incalzare di versi senza posa frettolosi poco curati gli uni addossati agli altri e spesso tutto il quadro è un verso solo. Al che aiuta il dialetto maneggiato maestrevolmente soprattutto per la proprietà de' vocaboli. Tutto è plebeo: azioni passioni e linguaggio. Un capolavoro di questa vita plebea è il sacco di Sarragozza col supplizio di Gano e di Marsilio. - “E io voglio fare il boia” - dice l'arcivescovo Turpino. Uno di quei tratti che illuminano tutta una situazione. La risposta di Rinaldo a Marsilio che vuol farsi cristiano all'ultima ora è quale potrebbe suonare in bocca di un becero.

Il romanzo è una commedia che contro l'intenzione dell'autore si volge in tragedia. Ma la tragedia è da burla e non ce n'è il sentimento. Lo spirito del racconto è il basso comico un comico vuoto e spensierato che imputridisce nelle acque morte di un'immaginazione volgare e non si alza a fantasia. Maggiore spirito è in Lorenzo e nel Boccaccio che si mescolano fra la plebe e non sono plebe e la guardano alcun poco dall'alto. Ma il Pulci ancorchè uomo colto per i sentimenti e le inclinazioni è plebe e a forza di rappresentare la parte del buffone plebeo diviene egli medesimo quel cotale. Perciò gli mancano tutte le alte qualità di un artista comico: la grazia la finezza la profondità dell'ironia e ti riesce spesso grossolano superficiale inculto e negletto anche nella forma. Ha non solo la grossolanità ma anche l'angustia di un'immaginazione plebea non essendoci ne' suoi personaggi molta ricchezza di carattere quella varietà di movenze di sentimenti e d'istinti che fa dell'uomo un piccolo mondo. Rinaldo Orlando Ulivieri Astolfo Sansonetto Ricciardetto i paladini sono tutti a uno stampo e non ci è differenza in loro che della forza. Malagigi è insignificante. Gano Falserone Bianciardino Marsilio Caradoro Manfredonio Falcone Salincorno tutt'i pagani sono esseri superficiali e spesso puri nomi. I più accarezzati dall'autore sono i due personaggi del suo cuore Morgante e Margutte. Morgante è lo scudiere di Orlando ed è il vero protagonista lo spirito del racconto. Non è il cavaliere è lo scudiere l'eroe di questa storia plebea il cui spirito penetra dappertutto e si continua anche dopo la sua morte. Morgante rappresenta il lato eroico e cavalleresco della plebe ghiotto millantatore ignorante di poca malizia ma buono fedele e coraggioso. Il suo battaglio è l'emulo di Durindana. Margutte è la plebe nella sua degenerazione e corruzione ignobile beffardo ladro fraudolento assai vicino all'animale. Questi due esseri accoppiati insieme si compiono e si spiegano. Se ci fosse maggiore stacco tra queste figure volgari e i cavalieri nel loro antagonismo o dualismo sarebbe la vera parodia come è di Sancio Panza e don Chisciotte. Ma lo spirito plebeo penetra ancora fra' cavalieri e Margutte e Morgante sono non una parte ma il tutto l'alto modello a cui più o meno è informata la storia intitolata a buona ragione Il Morgante.

Una concezione originale è Astarotte. Il diavolo cornuto di Dante che già riceve una prima trasformazione nel suo nero cherubino il bravo loico che ha tutta l'aria di un dottore di Bologna qui prende aria paesana ed è un buon compagnone. Come il nero cherubino arieggia agli scolastici Astarotte è il nuovo spirito del secolo motteggiatore ironico e libero pensatore che fa il teologo e l'astrologo e spiega la Bibbia a modo suo e battezza asini Dionisio e Gregorio; chè

ognuno erra

Astarotte che è stato un serafino e de' principali sa molte cose che non sanno “i poeti i filosofi e i morali” e dice la verità e non fa come gli spiriti folletti che si aggirano per l'aria e ingannano gli uomini “facendo parere quel che non è”:

Vedesi la filosofia messa a fascio con l'astrologia e le altre arti di gabbare gli uomini.

Ma Astarotte promette di dire la verità e tiene la promessa come un diavolo d'onore:

E sa la verità non per ragione ma per esperienza come di cose che vede e tocca confermandole anche con l'autorità della Scrittura. Dove ci vuol ragione come nella quistione della prescienza la quale “l'umana gente avvolge di tanti errori” dice: - “Nol so: però non ti rispondo” -. Ma quanto a' fatti afferma ardito e sicuro. E afferma che salvo i giudei e i saracini piacciono a Dio quelli che osservano la loro religione come fecero gli antichi romani su' quali piovve tanta grazia celeste; che al di là delle colonne d'Ercole è l'altro emisperio abitato come questo e ben vi si può ire; che quella gente è parte della famiglia di Adamo anch'essa redenta altrimenti Dio sarebbe stato partigiano; che gli animali pinti nel padiglione di Luciana non sono tutti e compie la lista descrivendo un gran numero di animali poco noti. Rinaldo avido d'imparare si propone di lanciarsi pe' mari ignoti e scoprire il nuovo mondo rivelato da Astarotte: la poesia indovina Cristoforo Colombo o piuttosto la scienza perchè il dotto Astarotte era in fondo il celebre Toscanelli amico e suggeritore del Pulci.

Questa concezione è una delle più serie della nostra letteratura e delle meglio disegnate e sviluppate del Morgante. Ci è lì il secolo nelle sue intime tendenze non ancora ben chiare che volge le spalle alle forme scolastiche e alle contemplazioni ascetiche e diffida de' ragionamenti astratti e si gitta avido nella esplorazione della natura e dell'uomo. Il mondo gli si allarga innanzi e mentre gli uni ricalcano le vie della storia e rifanno Atene e Roma gli altri lasciando teologia filosofia e astrologia e fatture e altre “opinioni sciocche” mostre ingannevoli degli spiriti folletti percorrono la terra in tutt'i versi e già sono con l'immaginazione al di là dell'oceano. Il secolo comincia a prender possesso della terra; la storia naturale la fisica la nautica la geografia prendono il posto delle quistioni sugli enti e sull'esistenza degli universali - i fatti e l'esperienza occupano le menti più che i ragionamenti sottili. Aggiungi l'ironia quel prender le cose così alla leggiera e sdrucciolandovi appena quell'aria già scettica e miscredente ancorachè non ci sia ancora negazione e scetticismo e avrai l'immagine del secolo il ritratto di Astarotte. Ma l'autore sembra quasi non accorgersi della stupenda concezione e abborraccia dappertutto anche qui. Gli manca la coscienza seria e intelligente delle nuove vie nelle quali entra il secolo; gli manca quell'elevatezza d'animo che rende eloquente l'uomo quando gli lampeggiano innanzi nuovi orizzonti. L'Ulisse di Dante è sublime; il suo Rinaldo è insignificante. E l'Astarotte riesce l'eco volgare e confusa di un secolo ancora inconsapevole di sè.

Il Pulci il Boiardo il Poliziano Lorenzo il Pontano e tutti gli eruditi e i rimatori di quell'età non sono che frammenti di questo mondo letterario ancora nello stato di preparazione senza sintesi.

Ci è un uomo che per la sua universalità parrebbe volesse abbracciarlo tutto dico Leon Battista Alberti pittore architetto poeta erudito filosofo e letterato; fiorentino di origine nato a Venezia educato a Bologna cresciuto a Roma e a Ferrara vivuto lungamente a Firenze accanto al Ficino al Landino al Filelfo; caro a' papi a Giovan Francesco signore di Mantova a Lionello d'Este a Federigo di Montefeltro; celebrato da' contemporanei come “uomo dottissimo e di miracoloso ingegno” “vir ingenii elegantis acerrimi iudicii exquisitissimaeque doctrinae” dice il Poliziano. Destrissimo nelle arti cavalleresche compì i suoi studi a Bologna dalle lettere sino alle leggi datosi poi con ardore alle matematiche e alla fisica. Deesi a lui la facciata di Santa Maria Novella la cappella di San Pancrazio il palazzo Rucellai la chiesa di Sant'Andrea in Mantova e di San Francesco primon Rimini. Sono suoi trovati la camera ottica il reticolo de' pittori e l'istrumento per misurare la profondità del mare detto “bolide albertiana”. Nelle sue Piacevolezze matematiche trovi non pochi problemi di molto interesse e nei suoi libri Dell'architettura che gli procacciarono il nome di “Vitruvio moderno” hai cenni di parecchie invenzioni o fatte o intravedute. I suoi Rudimenti e i suoi Elementi di pittura e la sua Statua contengono preziosi insegnamenti tecnici di queste arti.

Fu così pratico del latino che un suo scherzo comico scritto a venti anni e intitolato Philodoxeos venne da tutti gli eruditi attribuito a un antico scrittore latino e da Alberto d'Eyb a Carlo Marsuppini professore di rettorica a Firenze e segretario della repubblica. E non minor pratica ebbe del volgare in prosa e in verso addestratosi anche nel maneggio del dialetto quando con Cosimo de' Medici e gli altri sbanditi fu richiamato in Firenze. Ne' suoi Intercenali o “intrattenimenti della cena” ne' suoi Apologhi nel suo Momo scritto a Roma il 1451 dove rappresenta se stesso piacevoleggia con urbanità. Scrisse i soliti sonetti e canzoni: e chi non ne scrivea allora? O chi non ne scrisse poi? Meglio riuscirono le sue Egloghe e le sue Elegie amorosi idilli come era la voga dal Boccaccio in qua. Era in voga anche Platone e platonizzò. Ma al suo ingegno così pratico così lontano dalle astrazioni non potea piacere il misticismo platonico che facea andare in visibilio il suo amico Ficino e lo seguì come artista ne' suoi dialoghi della Tranquillità dell'animo e della Famiglia il cui terzo libro fu lungo tempo attribuito al Pandolfini e del Teogenio o della vita civile e rusticana. Tali sono pure l'Ecatomfilea la Deifira la Cena di famiglia la Sofrona la Deiciarchia. Il dialogo è la sua maniera prediletta un certo discorrere alla familiare e alla buona così alieno dalle pedanterie scolastiche e che trovi anche dove parla uno solo come nelle sue Efebie nella sua epistola sull'Amore nella sua Amiria. Chi misura l'ingegno dalla quantità delle opere e dalla varietà delle cognizioni dee tenerlo ingegno così miracoloso come fu tenuto a quel tempo. Certo egli fu l'uomo più colto del suo tempo e l'immagine più compiuta del secolo nelle sue tendenze.

Battista ha già tutta la fisonomia dell'uomo nuovo come si andava elaborando in Italia. La scienza svestite le sue forme convenzionali è in lui amabile e familiare. Lascia le discussioni teologiche e ontologiche. Materia delle sue investigazioni è la morale e la fisica con tutte le sue attinenze cioè l'uomo e la natura così com'è secondo l'esperienza il nuovo regno della scienza. È un artista perchè non solo studia e comprende ma contempla vagheggia ama l'uomo e la natura. Anima idillica e tranquilla alieno dalle agitazioni politiche ritirato nella pace e nell'affetto della famiglia abitante in ispirito più in villa che in città non curante di ricchezze e di onori vuoto di ogni cupidigia e ambizione si formò una filosofia conforme di cui è base l'“aurea mediocritas” una moderazione ed eguaglianza d'animo che ti tenga fuori di ogni turbazione. Il suo amore della natura campestre non ha nulla di sentimentale e d'indefinito che t'induca a fantasticare; anzi tutto è disegnato partitamente con la sagacia di un osservatore intelligente e con l'impressione fresca di uomo che se ne senta ricreare l'occhio e riposare l'anima. E non è la natura in se stessa che lo alletta com'è ne' “quadretti di genere” del Poliziano ma è l'uomo nella natura: il paesaggio è un fondo appena abbozzato sul quale vedi muoversi la vita campestre in quella sua temperanza e tranquillità dov'è posto l'ideale della felicità. Il vero protagonista è perciò l'uomo com'era concepito allora sottratto alle tempeste della vita pubblica che cerca pace e riposo nel seno della famiglia e tra' campi tutto alle sue faccende e a' suoi onesti diletti. Ma è insieme l'uomo colto e civile e umano che disputa e ragiona nel cerchio degli amici e con la famiglia attorno porgendo utili ammaestramenti intorno all'arte della vita. La quale arte si può ridurre in questa sentenza: che l'uomo dee tener lontane da sè le passioni e le turbazioni dello spirito e serbar regola e modo in tutte le cose. Questo equilibrio interno metà epicureo è quella pace che Dante cercava nell'altro mondo e che Battista ti offre in questo mondo il nuovo principio etico generato dagli antichi moralisti e che Lorenzo Valla chiama argutamente la “voluttà”. Il concetto ascetico che l'uomo non può conseguire vera felicità in terra è alieno dal Quattrocento che non nega e non afferma il cielo e si occupa della terra. Battista non ti dà una filosofia con deduzioni rigorose non cessa di essere un buon cristiano e riverente alla religione; e non sospetta egli e non sospettavano i contemporanei a quali pericolose conseguenze traeva quello indirizzo. Non è il filosofo: è l'artista e il pittore della vita come gli si porgeva. I suoi ragionamenti non movono da princìpi filosofici ma dalle sentenze de' moralisti antichi dagli esempli della storia e soprattutto dalla sua esperienza della vita. Il suo uomo non è un'astrazione un'idea formata da concezioni anticipate ma è preso dal vero nella vita pratica co' suoi costumi e le sue inclinazioni. Pinge e descrive più che non ragiona; e non è un descrivere letterario o rettorico ma rapido evidente concentrato come chi ha innanzi agli occhi il modello e n'è vivamente impressionato. Onde riesce pittore di costumi e di scene di famiglia o campestri o civili impareggiabile. E non hai già la vuota esteriorità come spesso è in Lorenzo; ma dentro è il nuovo ideale dell'uomo savio e felice che par fuori nella calma decorosa e composta de' lineamenti a cui fa spesso da contrapposto la faccia disordinata dell'uomo sregolato e turbato. È l'onesto borghese idealizzato che succede al tipo ascetico o cavalleresco del medio evo un borghese purgato ed emendato toltagli l'aria beffarda e licenziosa. Di questo ideale immagine parlante è lo stesso Battista di cui suprema virtù era la pazienza delle ingiurie anche più gravi e de' mali più stringenti della vita: “protervorum impetum patientia frangebat” dice di sè: ottimo rimedio a non guastarsi il sangue. Questa pazienza o uguaglianza dell'animo è la genialità della nuova letteratura impressa sulla fronte tranquilla del Boccaccio del Sacchetti del Poliziano e del nostro Battista e che gl'innamora delle forme terse e riposate il cui interno equilibrio si manifesta nella bellezza e nella grazia. Questo amore della bella forma non solo in sè tecnicamente ma come espressione dell'interna tranquillità è la musa di Battista. Scrivendo di sè dice:

 

“Praecipuam et singularem voluptatem capiebat spectandis rebus in quibus aliquod esset specimen formae ac decus. Senes praeditos dignitate aspectus et integros atque valentes iterum atque iterum demirabatur delitiasque naturae sese venerari praedicabat... Quicquid ingenio esset hominum cum quadam effectum elegantia id “prope divinum” dicebat... Gemmis floribus ac locis praesertim amoenis visendis nonnumquam ab aegritudine in bonam valetudinem rediit.”

Quest'uomo che alla vista della bella natura si sente tornar sano che sta lì a contemplare l'aspetto decoroso di una vecchiezza sana e intera che chiama divina l'opera elegante dell'ingegno e sente voluttà a contemplare le belle forme aggiunge a questa squisita idealità un senso così profondo del reale che gli rende familiari gli arcani della natura e anche della storia come mostrò nelle lettere a Paolo Toscanelli dove predice con molta sagacia parecchi avvenimenti le future sorti di principi e di pontefici e i moti delle città. Indi è che nelle sue pitture trovi precisione tecnica verità di colorito e grande espressione: è una realtà finita ed evidente che mostra nelle sue forme impressioni e sentimenti. Veggasi nel Governo della famiglia la pittura della vita villica e la descrizione del convito e quella maravigliosa scena di famiglia dove Agnolo veggendo la sua donna tutta pinta e impomiciata dice: “Tristo a me! E ove t'imbrattasti così il viso? Forse t'abbattesti a qualche padella in cucina? Laveraiti chè quest'altri non ti dileggino. - Ella m'intese e lagrimò. Io le die' luogo ch'ella si lavasse le lagrime e il liscio”. Dello stesso genere è la pittura de' giocatori nella Cena di famiglia e nella Deiciarchia e il ritratto nel Teogenio della vita quieta e felice di Genipatro nel quale intravvedi Battista:

“Truovomi ancora per la età riverito pregiato riputato; consigliansi meco; odonmi come padre; ricordanmi; lodanmi in suoi ragionamenti; approvano seguono i miei ammonimenti; e se cosa mi manca vedomi presso al porto ove io riposi ogni stracchezza della vita se ella forse a me fusse qual certo ella non è grave. Nulla truovo per ancora in vita che mi dispiaccia e questo mi conosco oggidì più felice che mai poi che in cosa niuna a me stesso dispiaccio... Godo testè qui ragionando con voi; godo solo leggendo questi libri; godo pensando e commentando queste e simili cose quali io vi ragiono e ricordandomi la mia ben trascorsa vita e investigando fra me cose sottili e rare sono felice. E parmi abitare fra gl'iddii quando io investigo e ritruovo il sito e forze in noi de' cieli e suoi pianeti. Somma certo felicità viversi senza cura alcuna di queste cose caduche e fragili della fortuna con l'animo libero da tanta contagione del corpo; e fuggito lo strepito e fastidio della plebe in solitudine parlarsi con la natura maestra di tante maraviglie seco disputando della cagione ragione modo e ordine di sue perfettissime e ottime opere riconoscendo e lodando il padre e procreatore di tanti beni.”

Parti udire Cicerone a discorrere della vecchiezza e dell'amicizia e delle lettere e dell'uomo felice: senti in questo Teogenio quella superiorità dell'intelligenza sulla forza e sulla fortuna e della coltura sulla barbarie e la rozzezza plebea; quella beatitudine dell'uomo ritirato nello studio nella famiglia ne' campi; quell'ardore delle scoperte quel culto dell'arte che è la fisonomia del secolo. Animate da questo spirito sono pure le ultime pagine della Tranquillità dell'animo ove Battista pinge maravigliosamente se stesso. Nell'Ecatomfilea ti arrestano ritratti di ancora maggior freschezza ed evidenza com'è la pittura degli amanti troppo giovani o troppo vecchi e dell'amore degli uomini “che fioriscono in età ferma e matura”: pittura che ha ispirato le belle ottave dell'Ariosto. De' vagheggini perditempo dice:

“Parmi poca prudenzia amare questi oziosi e inerti i quali per disagio di faccende fanno l'amore suo quasi esercizio e arte e con sue parrucchine frastagli ricamuzzi e livree segni della loro leggerezza vagosi e frascheggiosi per tutto discorrono. Fuggiteli figliuole mie fuggiteli; però che questi non amano ma così logorano passeggiando il dì non seguendo voi ma fuggendo tedio.”

La storia dell'amore e della gelosia di Ecatomfila sembra un bel frammento di un romanzo fisiologico perduto e per finezza e verità di osservazione è molto innanzi alla Fiammetta del Boccaccio la cui imitazione è visibile nella Ecatomfilea e più nella Deifira e nella Epistola di un fervente amante: pianti e querele amatorie dove il buon Battista uscendo della sua natura come il Boccaccio dà nella rettorica. Per trovare il grande scrittore devi cogliere Battista quando pinge o descrive come nell'epistola sopra l'amore reminiscenza del Corbaccio e la pittura delle donne e l'altra dell'amante pari alle più belle del Corbaccio. E per finirla vedi nella Tranquillità dell'animo la descrizione del duomo di Firenze con tanta idealità nella massima precisione degli accessorii:

“... questo tempio ha in sè grazia e maestà e ... mi diletta ch'io veggo in questo tempio giunta una gracilità vezzosa con una sodezza robusta e piena: tale che da una parte ogni suo membro pare posto ad amenità e dall'altra parte comprendo che ogni cosa qui è fatta ed offirmata a perpetuità... Qui senti in queste voci il sacrificio e in questi quali gli antichi chiamavano misteri una soavità maravigliosa... Ei possono in me questi canti ed inni della Chiesa quello a che fine ei dicono che furon trovati: troppo m'acquietano da ogni altra perturbazione d'animo e commovuomi a certa non so quale io la chiami lentezza d'animo piena di riverenza verso di Dio. E qual cuore sì bravo si trova che non mansueti se stesso quando ei sente su bello ascendere e poi discendere quelle intere e vere voci con tanta tenerezza e flessitudine? Affermovi questo che mai sento in quei misteri e cerimonie funerali invocare da Dio aiuto ... alle nostre miserie umane che io non lacrimi.”

Come son vere queste impressioni! E con quanta felicità rese! “Gracilità vezzosa” “lentezza d'animo” sono forme nuove pregne d'idealità. Il sentimento religioso cacciato dalla coscienza si trasforma in sentimento artistico e move l'animo come architettura e come musica.

Pittore egregio Battista non è del pari felice quando ragiona o quando narra. I suoi ragionamenti non sono originali e non profondi e sembrano uscire più dalla memoria che dall'intelletto; e la sua novella di Lionora de' Bardi vivace rapida rimane una pura esteriorità lontana assai dal suo modello il Boccaccio.

Volle Battista raggiungere nella prosa quella idealità che il Poliziano poi raggiunse nella poesia. Amendue maneggiano maestrevolmente il dialetto ma abborrono dal plebeo rozzo e licenzioso e mirano a dare alla forma un aspetto signorile ed elegante. Come il Poliziano vagheggiò una poesia illustre così Battista continua la prosa illustre di Dante e del Boccaccio. Patente è su di lui l'influsso che esercita la prosa latina e la maniera del Boccaccio. Ne' suoi trattati e dialoghi trovi prette voci latine come “bene est” “etiam” “idest” “praesertim”; e parole e costruzioni e giri latini come “proibire” e “vietare” e participii presenti e infiniti con costruzione latina e “affirmare” “asseguire” “conditore di leggi” “duttore” “valitudine” e moltissimi altri vocaboli simili. Anche nel collocamento delle parole e nell'intreccio del periodo latineggia. Ma non è un barbaro che ti faccia strane mescolanze; anzi è uno spirito colto ed elegante che ha nella mente un tipo e cerca di realizzarlo. Mira a un parlare di gentiluomo se non con latina maestà certo con gravità elegante ed urbana. E come è un toscano anzi un fiorentino la latinità è temperata dalla vivezza e grazia paesana. Se guardiamo a' trecentisti il congegno del periodo l'arte de' nessi e de' passaggi una più stretta concatenazione d'idee una più intelligente distribuzione degli accessorii una più salda ossatura ti mostra qui una prosa più virile e uno spirito più coltivato fatto maturo dalla educazione classica. Pure se per queste qualità Battista avanza i trecentisti è inferiore al Boccaccio e rimane molto al di qua dalla perfezione. La prosa non è nata ancora: ci è una prosa d'arte dove lo scrittore è più intento alla forma che alle cose e mira principalmente all'eleganza alla grazia e alla sonorità. Come arte i ritratti di Battista sono ciò che la prosa ti dà di più compìto in questo secolo. Ma sono frammenti e tutti quasi vogliono gli ultimi tocchi e nessuno si può dir cosa così perfetta come è un quadro del Poliziano.

Cosa dunque rimane vivo di Battista? Niuna cosa intera come il Decamerone fra le trentacinque sue opere. Rimangono di bei frammenti quadri staccati. Il secolo finisce e non hai ancora il libro del secolo quello che lo riassume e lo comprende ne' suoi tratti sostanziali Se hassi a dir “secolo” un'età sviluppata e compiuta in sè in tutte le sue gradazioni come un individuo il primo secolo comprende il Dugento e il Trecento il cui libro fondamentale è la Commedia e il secondo secolo comincia col Boccaccio ed ha il suo compimento la sua sintesi nel Cinquecento. Il Petrarca è la transizione dall'uno all'altro.

Il Quattrocento è un secolo di gestazione ed elaborazione. È il passaggio dall'età eroica all'età borghese dalla società cavalleresca alla società civile dalla fede e dall'autorità al libero esame dall'ascetismo e simbolismo allo studio diretto della natura e dell'uomo dalla barbarie scolastica alla coltura classica. Hai un mutamento profondo nelle idee e nelle forme di cui il secolo non si rende ben conto. Hai perciò un immenso repertorio di forme e di concetti: hai frammenti manca il libro; hai l'analisi manca la sintesi. Il secolo ha tendenze varie e spiccate; ma non ne ha la coscienza. Nella sua coscienza ci è questo solo chiaro e distinto che la perfezione è ne' classici e che a quel modello bisogna conformarsi: onde lo studio dell'eleganza della bella forma in qualsivoglia contenuto. Perciò il grande uomo del secolo per confessione de' contemporanei fu Angiolo Poliziano che nelle Stanze si accostò più a quell'ideale classico.

Ma questo grande movimento che più tardi si manifestò in Europa come lotta religiosa fu in Italia generalmente indifferenza religiosa morale e politica con l'apoteosi della coltura e dell'arte. Il suo dio è Orfeo e il suo ideale è l'idillio sono le Stanze. L'eleganza e il decoro delle forme è accompagnato con la licenza de' costumi ed uno spirito beffardo di cui i frati i preti e la plebe fanno le spese. Non era una borghesia che si andava formando: era una borghesia che già aveva avuta la sua storia e fra tanto fiore di coltura e d'arte si dissolveva sotto le apparenze di una vita prospera e allegra. A turbare i baccanali sorse sullo scorcio del secolo frate Geronimo Savonarola e parve l'ombra scura e vindice del medio evo che riapparisse improvviso nel mondo tra frati e plebe e gitta nel rogo Petrarca Boccaccio Pulci Poliziano Lorenzo e gli altri peccatori e rovescia il carro di Bacco e Arianna e ritta sul carro della Morte tende la mano minacciosa e con voce nunzia di sciagure grida agli uomini: - Penitenza! Penitenza! - Tra questo canto de' morti:

La borghesia gaudente e scettica chiamò quella gente i “piagnoni” e quella gente pretese dal suo frate qualche miracolo; e poichè il miracolo non fu potuto fare si volse contro al frate. Nessuna cosa dipinge meglio quale stacco era fra una borghesia colta e incredula e una plebe ignorante e superstiziosa. Su questi elementi non poteva edificar nulla il frate. Voleva egli restaurare la fede e i buoni costumi facendo guerra a' libri a' dipinti e alle feste come se questo fosse la causa e non l'effetto del male. Il male era nella coscienza e nella coscienza non ci si può metter niente per forza. Ci vogliono secoli prima che si formi una coscienza collettiva; e formata che sia non si disfà in un giorno. Chi mi ha seguito e ha visto per quali vie lente e fatali si era formata questa coscienza italiana può giudicare qual criterio e quanto buon senso fosse nell'impresa del frate. Nella storia c'è l'impossibile come nella natura. E il frate che voleva rimbarbarire l'Italia per guarirla era alle prese con l'impossibile.

Savonarola fu una breve apparizione. L'Italia ripigliò il suo cammino piena di confidenza nelle sue forze orgogliosa della sua civiltà. Quaranta anni di pace la lega medicea tra Napoli Firenze e Milano l'invenzione della stampa la digestione già fatta del mondo latino l'apparizione e lo studio del mondo greco la vista in lontananza del mondo orientale l'audacia delle navigazioni e l'ardore delle scoperte e tanto splendore e gentilezza di corti a Napoli a Firenze a Urbino a Mantova a Ferrara tanta prosperità e agiatezza e allegria della vita tanta diffusione ed eleganza della coltura e amore dell'arte avevano ravvivate le forze produttive indebolite nella prima metà del secolo e creato un movimento così efficace di civiltà che non potè essere impedito o trattenuto dalle più grandi catastrofi. Spuntava già la nuova generazione intorno al Boiardo al Pulci a Lorenzo al Poliziano. E i giovani si chiamavano Nicolò Machiavelli Francesco Guicciardini Ludovico Ariosto Leonardo da Vinci Michelangelo Raffaello Bembo Berni tutta una falange predestinata a compiere l'opera de' padri. L'un secolo s'intreccia talmente nell'altro che non si può dire dove finisca l'uno dove l'altro cominci. Sono una continuazione un correre non interrotto intorno allo stesso ideale.


 

XII

IL CINQUECENTO

Di questo ideale di cui adombra i lineamenti Giovanni Boccaccio non hai finora che segni indizi frammenti. Il suo lato positivo è una sensualità nobilitata dalla coltura e trasformata nel culto della forma come forma il regno solitario dell'arte nell'anima tranquilla e idillica: di che trovi l'espressione filosofica nell'Accademia platonica massime nel Ficino e nel Pico e l'espressione letteraria nell'Alberti e nel Poliziano a cui con pari tendenza ma con minore abilità tecnica e artistica si avvicina il Boiardo. Il protagonista di questo mondo nuovo è Orfeo e il suo modello più puro e perfetto sono le Stanze. Accanto al Poliziano pittore della natura sta Battista Alberti pittore dell'uomo. Attorno a questi due spuntano egloghe elegie poemetti bucolici rappresentazioni pastorali e mitologiche: la beata Italia in quegli anni di pace e di prosperità s'interessava alle sorti di Cefalo e agli amori di Ergasto e di Corimbo. Le accademie le feste le colte brigate erano un'Arcadia letteraria alla quale in quel vuoto ozio degli spiriti il pubblico prendeva una viva partecipazione. A Napoli a Firenze a Ferrara si vivea tra novelle romanzi ed egloghe. Gli uomini già cospiratori oratori partigiani patrioti ora vittime ora carnefici sospiravano tra ninfe e pastori. E mi spiego l'infinito successo che ebbe l'Arcadia del Sannazzaro la quale parve a' contemporanei l'immagine più pura e compiuta di quell'ideale idillico. Ma di questo Virgilio napolitano non è rimasta viva che qualche sentenza felicemente espressa come:

Nè della sua Arcadia è oggi la lettura cosa tollerabile e per la rigidità e artificio della prosa monotona nella sua eleganza e per un cotal vuoto e rilassatezza di azione e di sentimento che esprime a maraviglia quell'ozio interno che oggi chiameremmo noia e allora era quella placidità e tranquillità della vita dove ponevano l'ideale della felicità.

Il lato negativo di questo ideale era il comico una sensualità licenziosa e allegra e beffarda che in nome della terra metteva in caricatura il cielo e rappresentava col piglio ironico di una coltura superiore le superstizioni le malizie le dabbenaggini i costumi e il linguaggio delle classi meno colte. Da questa coltura sensuale cinica e spiritosa uscì quell'epiteto i “piagnoni” che fu a Savonarola più mortale della scomunica papale. I canti carnascialeschi sono il tipo del genere: il suo poeta è il Boccaccio il suo storico è il Sacchetti il suo istrione è il Pulci il suo centro è Firenze. A questo lato negativo si congiunge il Pomponazzi che spezza ogni legame tra cielo e terra negando l'immortalità dell'anima. Era il vero motto il segreto del secolo la coscienza filosofica di una società indifferente e materialista che si battezzava platonica predicava contro i turchi e gli ebrei voleva il suo papa il suo Alessandro sesto che così bene la rappresentava e non poteva perdonare al Pomponazzi di dire ad alta voce i suoi segreti quando ella medesima non si aveva fatta ancora la domanda: - Cosa sono? E dove vado?

Questa società tra balli e feste e canti e idilli e romanzi fu un bel giorno sorpresa dallo straniero e costretta a svegliarsi. Era verso la fine del secolo. Il Pontano bamboleggiava in versi latini e il Sannazzaro sonava la sampogna e la monarchia disparve come per intrinseca rovina al primo urto dello straniero. Carlo ottavo correva e conquistava Italia col gesso. Trovava un popolo che chiamava lui un barbaro nel pieno vigore delle sue forze intellettive e nel fiore della coltura ma vuota l'anima e fiacca la tempra. Francesi spagnuoli svizzeri lanzichenecchi insanguinarono l'Italia insino a che caduta con fine eroica Firenze cesse tutta in mano dello straniero. La lotta durò un mezzo secolo e fu in questi cinquant'anni di lotta che l'Italia sviluppò tutte le sue forze e attinse quell'ideale che il Quattrocento le aveva lasciato in eredità.

All'ingresso del secolo incontriamo Machiavelli e l'Ariosto come all'ingresso del Trecento trovammo Dante. Machiavelli aveva già trentun anno e ventisei ne aveva l'Ariosto. E sono i due grandi ne' quali quel movimento letterario si concentra e si riassume attingendo l'ultima perfezione.

Gittando un'occhiata sull'insieme è patente il progresso della coltura in tutta Italia. Il latino e il greco è generalmente noto e non ci è uomo colto che non iscriva corretto ed anche elegante in lingua volgare che oramai si comincia a dire senz'altro lingua italiana. Ma fuori di Toscana il tipo della lingua si discosta dagli elementi locali e nativi e si avvicina al latino producendo così quella forma comune di linguaggio che Dante chiamava aulica e illustre. I letterati sdegnando i dialetti e vagheggiando un tipo comune e riconoscendo nel latino la perfezione e il modello secondo l'esempio già dato dal Boccaccio e da Battista Alberti atteggiarono la lingua alla latina. E non pur la lingua ma lo stile mirando alla gravità al decoro all'eleganza con grave scapito della vivacità e della naturalezza. Questo concetto della lingua e dello stile creazione artificiosa e puramente letteraria ebbe seguito anche in Toscana come si vede ne' mediocri quale il Varchi o il Nardi e anche ne' sommi come nel Guicciardini e fino talora nel Machiavelli. La quale forma latina di scrivere sposata nel Boccaccio e nell'Alberti alla grazia e al brio del dialetto così nuda e astratta ha la sua espressione pedantesca negli Asolani del Bembo e giunge a tutto quel grado di perfezione di cui è capace nel Galateo del Casa e nel Cortigiano del Castiglione. Ma in Toscana quella forma artificiale di lingua e di stile incontrò dapprima viva resistenza e senti negli scrittori il sapore del dialetto quella non so quale atticità che nasce dall'uso vivo e che ti fa non solo parlare ma sentire e concepire a quella maniera come si vede nelle Novelle del Lasca ne' Capricci del bottaio e nella Circe del Gelli nell'Asino d'oro e ne' Discorsi degli animali di Agnolo Firenzuola. Ma anche in questi hai qua e là un sentore della nuova maniera ciceroniana e boccaccevole come non mancano fra gli altri italiani uomini d'ingegno vivace che si avvicinano alla spigliatezza e alla grazia toscana quale si mostra Annibal Caro negli Straccioni nelle Lettere nel Dafni e Cloe. La lotta durò un bel pezzo tra la fiorentinità e quella forma comune e illustre che battezzavano lingua italiana cioè a dire tra la forma popolare o viva ed una forma convenzionale e letteraria. Anche in Toscana gli uomini colti non si contentavano di dire le cose alla semplice e alla buona come faceva il Lasca e Benvenuto Cellini ma avevano innanzi un tipo prestabilito e cercavano una forma nobile e decorosa. La borghesia voleva il suo linguaggio e lo stacco si fece sempre più profondo tra essa e il popolo.

Fioccavano i rimatori. Da ogni angolo d'Italia spuntavano sonetti e canzoni. Le ballate i rispetti gli stornelli le forme spigliate della poesia popolare andarono a poco a poco in disuso. Il petrarchismo invase uomini e donne. La posterità ha dimenticati i petrarchisti e appena è se fra tanti rimatori sopravviva con qualche epiteto di lode il Casa il Costanzo Vittoria Colonna Gaspara Stampa Galeazzo di Tarsia e pochi altri capitanati da Pietro Bembo boccaccevole e petrarchista tenuto allora principe della prosa e del verso.

Certo prose e versi erano nel loro meccanismo di una buona fattura e l'ultimo prosatore o rimatore scrivea più corretto e più regolato che parecchi pregiati scrittori de' secoli scorsi. E perchè tutti scrivevano bene e tutti sapevano tirar fuori un sonetto o un periodo ben sonante moltiplicarono gli scrittori e furono tentati tutt'i generi. Comparvero commedie tragedie poemi satire orazioni storie epistole tutto a modo degli antichi. Il Trissino scrivea l'Italia liberata e la Sofonisba Luigi Alamanni faceva il Giovenale e monsignor della Casa contraffaceva Cicerone. A' misteri successero commedie e tragedie con magnifica rappresentazione. E non solo le forme del dire latine ma anche la mitologia s'incorporava nella lingua: e si giurò per gl'“iddii immortali” e Apollo le muse Elicona il Parnaso Diana Nettuno Plutone Cerbero le ninfe i satiri divennero luoghi comuni in prosa ed in verso. Sapere il latino non era più un merito: tutti lo sapevano come oggi il francese e mescolavano il parlare di parole latine per vezzo o per maggiore efficacia. Ci erano gl'improvvisatori che nelle corti lì su due piedi fabbricavano epigrammi e facezie come oggi si fa i brindisi e ne avevano in merito qualche scudo o qualche bicchiere di buon vino che Leone decimo dava annacquato al suo “archipoeta” un improvvisatore di distici quando il distico mal riusciva. E c'erano anche non pochi che conoscevano ottimamente il latino e lo scrivevano con rara perfezione come il Sannazzaro il Fracastoro e il Vida i cui poemi latini sono ciò che di più elegante siesi scritto in quella lingua ne' tempi moderni. Aggiungi le odi ed elegie del Flaminio.

Latinisti e rimatori erano le due più grosse schiere de' letterati. Nelle loro opere l'importante è la frase un certo artificio di espressione che riveli nell'autore coltura e conoscenza de' classici. I lettori non meno colti ed eruditi rimanevano ammirati trovando nel loro libro le orme del Boccaccio o del Petrarca di Virgilio o di Cicerone. Pareva questa imitazione il capolavoro dell'ingegno. E mi spiego come uomini assai mediocri furono potuti tenere in così gran pregio quali Pietro Bembo il caposcuola e monsignor Guidiccioni e Bernardo Tasso e simili noiosissimi. Ma la frase in tanta insipidezza del fondo non poteva essere sufficiente alimento all'attività di una borghesia così svegliata ed eccitata che decorava la sua sensualità e il suo ozio co' piaceri dello spirito. Salse piccanti si richiedevano fatti maravigliosi e straordinari intrecciati in modo che stimolassero la curiosità e tenessero viva l'attenzione. L'intrigo diviene la base delle novelle de' romanzi delle commedie e delle tragedie un intrigo così avviluppato che è assai vicino al garbuglio. Si cerca ne' fatti il nuovo e lo strano che stuzzichi l'immaginazione il buffonesco e l'osceno nella commedia il mostruoso e l'orribile nella tragedia. Dall'una parte ci è la frase vacua sonorità dall'altra il fatto il vacuo fatto uscito dal caso; e come la frase oltrepassa l'eleganza ed è pretensiosa come nel Bembo o leziosa e civettuola come nel Firenzuola o nel Caro così il fatto per voler troppo stuzzicare diviene osceno o mostruoso e sempre assurdo. Il realismo abbozzato dal Boccaccio sviluppato nel Quattrocento corre ora a passo accelerato alle ultime conseguenze: la dissoluzione morale e la depravazione del gusto. Ci è nella società italiana una forza ancora intatta che in tanta corruzione la mantiene viva ed è nel pubblico l'amore e la stima della coltura e negli artisti e letterati il culto della bella forma il sentimento dell'arte. In quella forma letteraria e accademica vedevano gl'italiani una traduzione della lingua viva il parlare quotidiano idealizzato secondo quel modello dove ponevano la perfezione ed eran larghi non pur di lodi ma di quattrini e di onori a questi artefici della forma. I centri letterari moltiplicarono; comparvero nuove accademie; e le più piccole corti divennero convegni di letterati i più oscuri principi volevano il segretario che ponesse in bello stile le loro lettere e letterati e artisti che li divertissero. Il centro principale fu a Roma nella corte di Leone decimo dove convenivano d'ogni parte novellatori improvvisatori buffoni latinisti artisti e letterati come già presso Federico secondo. Anche i cardinali avevano segretari e parassiti di questa risma; anche i ricchi borghesi come il conte Gambara di Brescia il Chigi i Sauli a Genova i Sanseverino a Milano. Intorno a Domenico Veniero in Venezia si aggruppavano Bernardo Tasso Trifon Gabriele il Trissino il Bembo il Navagero Speron Speroni; a Vittoria Colonna facevano cerchio in Napoli il vecchio Sannazzaro e il Costanzo il Rota il Tarsia. Da questi noti s'indovini la caterva de' minori. Pensioni donativi impieghi abbazie canonicati era la manna che piovea sul loro capo. E c'era anche la gloria: onorati festeggiati divinizzati e senza discernimento confusi i sommi e i mediocri. Furono chiamati “divini” con Michelangelo e l'Ariosto Pietro Aretino e il Bembo e Bernardo Accolti detto anche l'“unico”. Costui fatto duca usciva con un corteggio di prelati e guardie svizzere; dove giungeva s'illuminavano le città si chiudevano le botteghe si traeva ad udire i suoi versi dimenticati: tanti onori non furono fatti al Petrarca. I letterati acquistarono coscienza della loro importanza: pitocchi e adulatori divennero insolenti e si posero in vendita e la loro storia si può riassumere in quel motto di Benvenuto Cellini: “Io servo a chi mi paga”. Come si facevano statue quadri tempi per commissioni così si facevano storie epigrammi satire sonetti a richiesta e spesso l'ingiuria era via a vendere a più caro prezzo la lode. In quest'aria viziata gli uomini anche meno corrotti divenivano servili e ciarlatani per far valere la merce. Non ci è immagine più straziante che vedere l'ingegno appiè della ricchezza e udir Machiavelli chiedere qualche ducato a Clemente settimo e l'Ariosto gridare al suo signore che non aveva di che rappezzarsi il manto e veder Michelangelo quando

sdegnose parole di Alfieri. Soverchiavano i mediocri con l'audacia la ciarlataneria l'intrigo e la bassezza ora addentandosi ora strofinandosi temuti e corteggiati. Vecchia storia; ed è a credere che la cosa fosse pure così a' tempi di Federico o di Roberto. Se non che allora la dottrina era merce rara e richiedeva molta fatica ad acquistarla; dove ora la coltura e il sapere era diffuso e lo scrivere in prosa e in verso era divenuto un vero meccanismo facile a imparare che teneva luogo d'ispirazione e per la somiglianza esteriore confondeva nella stessa lode sommi e mediocri. Di grandi uomini è pieno quel secolo se si dee stare a' giudizi de' contemporanei. Francesco Arsilli nella sua elegia De poëtis urbanis ti dà la lista di cento poeti latini nella sola corte di Leone decimo e lo stesso Ariosto celebra nomi oggi dimenticati. Bernardo Tasso il Rucellai l'Alamanni il Giovio lo Scaligero il Muzio il Doni il Dolce il Franco e altri infiniti furono tenuti cime d'uomini che oggi nessuno più legge. Pure ne' più anche ne' mediocrissimi era viva la fede nella loro arte e lo studio di rendervisi perfetti. Venale era il Giovio e ossequioso cortigiano era Bernardo Tasso ma quando prendevano la penna c'era qualche cosa nel loro animo che li nobilitava ed era lo studio della perfezione il prendere sul serio il loro mestiere.

Quest'era la sola forza la sola virtù rimasta intatta. La corruzione e la grandezza del secolo non era merito o colpa di principi o letterati ma stava nella natura stessa del movimento ond'era uscito che ora si rivelava con tanta precisione generato non da lotte intellettuali e novità di credenze come fu in altri popoli ma da una profonda indifferenza religiosa politica morale accompagnata con la diffusione della coltura il progresso delle forze intellettive e lo sviluppo del senso artistico. Qui è il germe della vita e qui è il germe della morte; qui è la sua grandezza e la sua debolezza.

Questo movimento è già come in miniatura tutto raccolto presso il Boccaccio il quale se riproduce con vivacità le apparenze non ne ha coscienza e non sa qual mondo nuovo sia in fermentazione sotto le sue ciniche caricature. Del qual mondo nuovo appariscono i frammenti dal Sacchetti al Pulci che ne fissano il lato negativo e comico mentre il suo ideale trasparisce già nell'Alberti nel Boiardo nel Poliziano. La violenta reazione del Savonarola non fa che accrescere forza e celerità al movimento e dargli coscienza di sè. Il secolo decimosesto nella sua prima metà non è che questo medesimo movimento scrutato profondamente rappresentato nel suo insieme e condotto per le varie sue forme sino al suo esaurimento. È la sintesi che succede all'analisi.

Qual è il lato positivo di questo movimento? È l'ideale della forma amata e studiata come forma indifferente il contenuto.

E qual è il suo lato negativo? È appunto l'indifferenza del contenuto una specie di eccletismo negli uni come Raffaello Vinci Michelangelo il Ficino il Pico che abbracciano ogni contenuto perchè ogni contenuto appartiene alla coltura all'arte e al pensiero; eccletismo accompagnato negli altri da una satira allegra e senza fiele di quei princìpi e forme e costumi del passato ancora in credito presso le classi inculte.

Ciò che è divino in questo movimento è l'ideale della forma o per trovare una frase più comprensiva è la coltura presa in se stessa e deificata. Il lato comico e negativo non è esso medesimo che una rivelazione della coltura.

Il “limbo” di Dante e l'Amorosa visione del Boccaccio fanno già presentire quest'orgoglio di un'età nuova che comprendeva e glorificava tutta la coltura. Orfeo annunzia al suono della lira la nuova civiltà che ha la sua apoteosi nella Scuola di Atene ispirazione dantesca di Raffaello rimasta così popolare perch'ivi è l'anima del secolo la sua sintesi e la sua divinità. Questa Scuola d'Atene con i tre quadri compagni che comprendono nel loro sviluppo storico teologia poesia e giurisprudenza è il poema della coltura di così larghe proporzioni come il paradiso di Dante aggiuntovi il limbo. Il quadro diviene una vera composizione come lo vagheggiava Dante ne' suoi dipinti del purgatorio: il suo santo Stefano e il suo Davide hanno un riscontro nel Cenacolo nella Sacra famiglia nella Trasfigurazione nel Giudizio poemi sparsi qua e là di presentimenti drammatici. Il pittore vagheggia la bellezza nella forma come l'Alberti o il Poliziano e studia possibilmente a non alterare con troppo vivaci commozioni la serenità e il riposo de' lineamenti: perciò riescono figure epiche anzi che drammatiche. Quel non so che tranquillo e soddisfatto che senti nelle stanze del Poliziano e ti avvicina più al riposo della natura che all'agitazione della faccia umana quella “pace tranquilla senz'alcuno affanno” è l'impronta di queste belle forme: salvo che quella pace non è già “simile a quella che nel cielo india” un ideale musicale come Beatrice e Laura ma vien fuori da uno studio del reale ne' suoi più minuti particolari. Senti che il pittore ha innanzi un modello accuratamente studiato e contemplato con amore che nella sua immaginazione si compie e prende quella purezza e riposo di forma che Raffaello chiamava “una certa idea”. In questa certa idea ci entra pure alcun poco il classico il convenzionale e la scuola; difetti appena visibili ne' lavori geniali usciti da una sincera ispirazione dove domina il sentimento della bellezza e lo studio del reale. Così nacquero le Madonne del secolo nella cui fisonomia non è l'inquietudine l'astrazione e l'estasi della santa ma la ingenua e idillica tranquillità della verginità e dell'innocenza. Queste facce si vanno sempre più realizzando insino a che nella immaginazione veneziana di Tiziano pigliano una forma quasi voluttuosa.

La stessa larghezza di concezione nella purezza e semplicità de' lineamenti trovi nell'architettura: il gotico è debellato dal Brunelleschi; si collega insieme l'ardito e il semplice Michelangiolo e Palladio. Chi ricordi in che guisa l'Alberti rappresenta il duomo di Firenze può concepire il San Pietro la vasta mole che è il medio evo nella sua materia e il mondo nuovo ne' suoi motivi la vera e profonda sintesi di tutto quel gran movimento che ti offriva nell'apparenza lo stesso mondo del passato quelle forme quei nomi quei costumi que' concetti e quella materia pure sostanzialmente trasformato ne' suoi motivi uscito dalla coscienza e divenuto un puro ideale artistico l'ideale della forma. Questa materia antica penetrata di uno spirito nuovo nella sua vasta comprensione epica dove trovi fusi tutti gli elementi della nuova civiltà ti dà anche la letteratura nell'Orlando furioso. La Scuola di Atene il San Pietro l'Orlando furioso sono le tre grandi sintesi del secolo.

L'Orlando furioso ti dà la nuova letteratura sotto il suo duplice aspetto positivo e negativo. È un mondo vuoto di motivi religiosi patriottici e morali un mondo puro dell'arte il cui obbiettivo è realizzare nel campo dell'immaginazione l'ideale della forma. L'autore vi si travaglia con la più grande serietà non ad altro inteso che a dare alla sua materia l'ultima perfezione così nell'insieme come ne' più piccoli particolari. Il poeta non ci è più ma ci è l'artista che continua il Petrarca il Boccaccio il Poliziano e chiude il ciclo dell'arte nella poesia. Ma poichè in fine questo mondo così bello edificato con tanta industria non è che un giuoco d'immaginazione vi penetra un'ironia superiore che se ne burla e vi si spassa sopra col più allegro umore. La parte plebea che nel Decamerone occupa il proscenio qui giace ne' bassi fondi con la sua oscenità e la sua buffoneria e sorge a galla il mondo della cortesia e del valore ne' suoi più bei colori ma accompagnato da questo sentimento che è un bel sogno: la realtà si fa valere e disfà il castello incantato. È la visione severa di un'anima ricca che si effonde in amabili fantasie elegiaca nelle sue turbazioni idillica nelle sue gioie con non altro fine e non altra serietà che la produzione artistica. Nelle arti figurative la produzione è accompagnata con un perfetto obblio dell'anima nella sua creatura: Raffaello è tutto intero nella sua opera e non guarda mai fuori e realizza la sua idea con quella serietà con la quale Dante costruisce l'altro mondo. L'ideale della forma che si esprime con tanta serietà nelle arti non ha ancora la coscienza che esso è mera forma mero giuoco d'immaginazione. Ma qui l'arte si manifesta e si sente pura arte e sa che il mondo reale non è quello e accompagna con un sorriso la sua produzione. In questo sorriso in questa presenza e coscienza del reale tra le più geniali creazioni è il lato negativo dell'arte il germe della dissoluzione e della morte.

Intorno a questo mondo ariostesco pullulano poemi e romanzi e novelle. Lascio stare il Girone e l'Avarchide dell'Alamanni prette imitazioni senza alcuna serietà. Dirò un motto di due che tentarono vie nuove il Trissino e Bernardo Tasso. A tutti e due spiacque il sorriso ariostesco. Orlando e Rinaldo parvero al Trissino non altrimenti che al cardinale d'Este delle “corbellerie” fole e capricci di cervello ozioso. Cercando nella storia le sue ispirazioni e in Omero il suo modello scrisse l'Italia liberata dà' Goti. Nella sua intenzione dovea essere un poema eroico e serio come l'Iliade che chiamasse l'Italia ad alti e virili propositi. Ma il Trissino non era che un erudito non poeta e non patriota e non potea trasfonder negli altri un eroismo che non era nella sua anima e nemmeno nella sua arida immaginazione. Di eroico non c'è nel suo poema che le armi e le divise: manca l'uomo. La sua punizione fu il silenzio e la dimenticanza e il poveruomo non volendo recarne la colpa a difetto d'ingegno se la piglia con l'argomento e prorompe:

Ma l'argomento cavalleresco non valse a salvare dal naufragio Bernardo Tasso che nel suo Floridante e nel suo Amadigi più noto vagheggiò una rappresentazione epica più conforme a' precetti dell'arte e lontana da ciò ch'egli diceva licenza ariostesca. Non piacque al pubblico ma piacque a Speron Speroni come il Girone era piaciuto al Varchi. E il pubblico avea ragione; chè non s'intendeva di Aristotile e di Omero e non poteva pigliare sui serio gli eroi cavallereschi si chiamassero Orlando o Amadigi. Bernardo è tutto fiori e tutto mèle così artificiato e prolisso lui come il Trissino negletto e arido tutti e due noiosi. Piacque invece l'Orlando innamorato rifatto dal Berni dove la soverchia e uniforme serietà del testo è temperata da forme ed episodi comici appiccativi dal Berni. Ma il comico non passa la buccia e non penetra nell'intimo stesso di quel mondo e non lo trasforma e il Berni mi fa l'effetto di quel buffone nelle commedie posto lì per far ridere il pubblico co' suoi lazzi mentre gli attori accigliati conservano la lor posa tragica.

Scrivere romanzi diviene un mestiere: l'epopea ariostesca è smembrata e i suoi episodi diventano romanzi. Sei ne scrive Lodovico Dolce tra' quali Le prime imprese di Orlando. Il Brusantini ferrarese canta Angelica innamorata il Bernia canta Rodomonte il Pescatore Ruggiero e Francesco de' Lodovici Carlo Magno. Romanzi con la stessa facilità composti applauditi e dimenticati. Accanto agl'imitatori del Petrarca e del Boccaccio sorgono gl'imitatori dell'Ariosto.

Il mondo ariostesco nel suo lato positivo si collega con l'idillio e nel suo lato negativo con la satira e la novella.

Dal Petrarca e dal Boccaccio al Poliziano l'idillio è la vera musa della poesia italiana la materia nella quale lo spirito realizza l'ideale della pura forma l'arte come arte. In quella grande dissoluzione sociale la poesia lascia le città e trova il suo ideale ne' campi tra ninfe e pastori fuori della società o piuttosto in una società primitiva e spontanea.

Là trovi quell'equilibrio interiore quella calma e riposo della figura quella perfetta armonia de' sentimenti e delle impressioni che chiamavano l'“ideale della bellezza” o della “bella forma”. Questo spiega la grande popolarità delle Stanze dove questo ideale si vede realizzato con grande perfezione. Sono imitazioni la Ninfa tiberina del Molza e il Tirsi del Castiglione. Nella Ninfa tiberina hai di belle stanze: Euridice in fuga con alle spalle l'innamorato Aristeo è così dipinta:

Maniera corretta e nulla più. Manca in queste stanze il movimento il brio il sentimento o piuttosto la voluttà idillica del Poliziano. La stessa parca lode è a fare de' due poemi idillici le Api del Rucellai e la Coltivazione dell'Alamanni. Ci è la naturalezza manca il sangue.

L'idillio fu la moda dell'Italia ne' suoi anni di pace e di prosperità. Era il riposo voluttuoso di una borghesia stanca di lotte e ritirata deliziosamente nella vita privata fra ozi e piaceri eleganti. Ora tra il rumore delle armi fra tante avventure e agitazioni della vita sottentra il romanzo cavalleresco. L'idillio cessa di essere un genere vivo e va a raggiungere il platonismo e il petrarchismo. Gli angeli e il paradiso Giove e Apollo le piagge apriche e i vaghi colli i languori di Tirsi e le smanie di Aristeo fanno lega insieme e n'esce un vasto repertorio di luoghi comuni dove attingono poeti e poetesse: chè di poetesse fu anche fecondo il secolo.

Il Quattrocento ondeggiava tra l'idillio e il carnevale: ozio di villa e ozio di città. La quiete idillica era il solo ideale superstite nella morte di tutti gli altri presso una società sensuale e cinica la cui vita era un carnevale perpetuo. Celebri diventano il carnevale di Venezia e il carnevale di Roma. I canti carnascialeschi fanno il giro d'Italia. La buffoneria l'equivoco osceno lo scherzo grossolano diventano un elemento importante della letteratura in prosa e in verso l'impronta dello spirito italiano. Le accademie sono il semenzaio di lavori simili. Esse rassomigliano quelle liete brigate di buontemponi e fannulloni che ispirarono il Decamerone modello del genere. Sono letterati ed eruditi in pieno ozio intellettuale che fanno per sollazzarsi versi e prose sopra i più frivoli argomenti tanto più ammirati per la vivacità dello spirito e l'eleganza delle forme quanto la materia è più volgare. Strani sono i nomi di queste accademie e di questi accademici come lo Impastato il Raggirato il Propaginato lo Smarrito ecc. E recitano le loro dicerie o come dicevano “cicalate” sull'insalata sulla torta sulla ipocondria inezie laboriose. Simili cicalate fatte in verso erano dette “capitoli”: il Casa canta la gelosia il Varchi le ova sode il Molza i fichi il Mauro la bugia il Caro il naso lungo; si cantano le cose più volgari e anco più turpi e spesso con equivoci e allusioni oscene al modo di Lorenzo il maestro del genere. Il carnevale dalla piazza si ritira nelle accademie e diviene più attillato ma anche più insipido. Tra queste accademie era quella dei Vignaiuoli a Roma dove recitavano il Mauro il Casa il Molza il Berni tra prelati e monsignori. Il Berni piacque fra tutti e si disputavano i suoi capitoli e se li passavano di mano in mano.

Francesco Berni “maestro e padre del burlesco stile” detto poi “bernesco” è l'eroe di questa generazione erede di Giovanni Boccaccio e di Lorenzo nella sua sensualità ornata dalla coltura e dall'arte. Nella sua ammirazione per questo “primo e vero trovatore” dello stile burlesco il Lasca dice:

Buontempone amico del suo comodo e del dolce far niente la sua divinità è l'ozio più che il piacere:

troppo il movea...

Ma il poveruomo è costretto a lavorare per guadagnarsi la vita e fa il segretario come tutti quasi i letterati di quel tempo a' servigi di questo e quel cardinale:

Dietro a' capricci del suo padrone una volta non ne può più chè ha sonno e dee stare lì a guardarlo giocare la primiera:

La morte di papa Leone gitta il terrore tra' letterati che vedono mancare la mangiatoia e più quando il successore è Adriano sesto spagnuolo oltramontano avaro contadino e non so quanti altri epiteti gli appicca nella sua indignazione il Berni:

idest nemico del sangue italiano”.

Era in fondo un brav'uomo senza fiele un buon compagnone col quale si passava piacevolmente un quarto d'ora anima tranquilla e da canonico vuota di ambizioni e di cupidigie e di passioni e anche d'idee. Sapea di greco e più di latino e fece anche lui i suoi bravi versi latini e i suoi sonetti petrarcheschi come portava il tempo. Scrivea il più spesso a “sfogamento di cervello il maggior suo passatempo”. Non cercava l'eleganza per fuggire fatica e gli veniva “il sudor della morte” quando si dovea “metter la giornea” e rispondere “per le consonanze o per le rime” a lettere eleganti. Lo scrivere stesso gli era fatica. “A vivere avemo sino alla morte - dice al Bini - a dispetto di chi non vuole e il vantaggio è vivere allegramente come conforto a far voi attendendo a frequentar quelli banchetti che si fanno per Roma e scrivendo soprattutto il manco che potete; quia haec est victoria quae vincit mundum”. Si qualifica “asciutto di parole poco cerimonioso e intrigato in servitù”: ottime scuse alla sua pigrizia. E quando lo assediano e lo tormentano e si dolgono che non risponda e non li ami e li dimentichi gli viene la stizza:

E qui si calma la stizza e vince la pigrizia e la lettera finisce con un eccetera. Benedetta pigrizia che lo fa parlare “come gli viene alla bocca” e gli fa scriver lettere che sono “un zucchero di tre cotte” intarsiate di brevi motti latini per vezzo le più saporite e semplici e disinvolte in quel tempo de' segretari che se ne scrissero tante e così sudate! E non bastava che dovesse scriver lettere per forza chè volevano da lui anche i capitoli e i sonetti con la coda. - Fateci un capitolo sulla primiera!

“Compare - scrive il poveruomo - io non ho potuto tanto schermirmi che pure mi è bisognato dar fuori questo benedetto capitolo e commento della primiera e siate certo che l'ho fatto non perchè mi consumassi d'andare in istampa nè per immortalarmi come il cavalier Casio ma per fuggire la fatica mia e la malevolenzia di molti che domandandomelo e non lo avendo mi volevano mal di morte. Avendogliel' a dare mi bisognava o scriverlo o farlo scrivere; e l'uno e l'altro non mi piaceva troppo per non m'affaticare e non m'obbligare.”

Eccolo dunque costretto a fare il capitolo e poi a stamparlo; eccolo immortale a suo dispetto. E scrisse sulle anguille i cardi la peste le pesche la gelatina e sopra Aristotile il quale

Così venner fuori capitoli sonetti epistole dove vivono eterni i capricci e i ghiribizzi di un cervello ozioso e ameno. Il successo fu grande. Dicono perchè era fiorentino e maneggiava assai bene la lingua. Ed è un dir poco. Il vero è che il Berni ha una intuizione immediata e netta delle cose che rende vive e fresche con facilità e con brio. Tra lui e la cosa non ci è nessun mezzo o imitazione o artificio di stile o repertorio; egli l'attinge direttamente secondo l'immagine che gli si presenta nel cervello. E l'immagine è la cosa stessa in caricatura guardata cioè da un punto che la scopra tutta nel suo aspetto comico. Il quale aspetto balza improvviso innanzi alla nostra immaginazione perchè non esce fuori a pezzi e a bocconi da una descrizione ma ti sta tutto avanti per virtù di somiglianze o di contrasti inaspettati. Tale è la pittura di maestro Guazzaletto e la mula di Florimonte e la bellezza della sua donna contraffazione della Laura petrarchesca. In questi ritratti a rapporti non hai niente che stagni o langua; hai una produzione continua che ti tien desto e ti sforza a ire innanzi insino a che il poeta trionfalmente ti accomiata:

Fin qui avevamo visto dal Boccaccio al Pulci messa in caricatura plebe e frati; e anche il Berni ci si prova nella Catrina e nel Mogliazzo imitazioni caricate di parlari e costumi plebei inferiori per grazia e spontaneità alla Nencia. Ma la materia ordinaria del Berni è la caricatura della borghesia in mezzo a cui viveva. Non è più la coltura che ride dell'ignoranza e della rozzezza è la coltura che ride di se stessa: la borghesia fa la sua propria caricatura. Il protagonista non è più il cattivello di Calandrino ma è il borghese vano poltrone adulatore stizzoso sensuale e letterato la cui immagine è lo stesso Berni che mena in trionfo la sua poltroneria e sensualità. L'attrattivo è appunto nella perfetta buona fede del poeta che ride de' difetti propri e degli altrui come di fragilità perdonabili e comuni delle quali è da uomo di poco spirito pigliarsi collera. Il guasto nella borghesia era già così profondo e tanto era oscurato il senso morale che non si sentiva il bisogno dell'ipocrisia e si mostravano servili e sensuali uomini per altre parti commendevoli; com'erano moltissimi letterati e il nostro Berni “il dabbene e gentile” Berni dice il Lasca che si dipinge a quel modo con piena tranquillità di coscienza e non pensa punto che gliene possa venire dispregio. Quando certi vizi diventano comuni a tutta una società non generano più disgusto e sono magnifica materia comica e possono stare insieme con tutte le qualità di un perfetto galantuomo. Il Berni è poltrone e sensuale e cortigiano e non lo dissimula ciò che farebbe ridere a sue spese anzi lo mette in evidenza cogliendone l'aspetto comico come fa un uomo di spirito che non crede per questo ne scapiti la sua riputazione. Questa credenza o perfetta buona fede lo mette in una situazione netta e schiettamente comica sì ch'egli contempla e vagheggia il suo difetto senz'alcuna preoccupazione di biasimo e con perfetta libertà di artista. È sottinteso che in questi ritratti berneschi non è alcuna profondità o serietà di motivi; appena la scorza è incisa: ci è la borghesia spensierata e allegra che non ha avuto ancora tempo di guardarsi in seno ed è tutto al di fuori nella superficie delle cose. Questa superficialità e spensieratezza è anch'essa comica è parte inevitabile del ritratto. Perciò la forma comica sale di rado sino all'ironia e rimane semplice caricatura un movimento e calore d'immaginazione com'è generalmente ne' comici italiani a cominciare dal Boccaccio. Dove non è immaginazione artistica il comico non si sviluppa ed il difetto rimane prosaico e perciò disgustoso come è in tutti gli scrittori di proposito osceni. Ne' ritratti del Berni entra anche l'osceno ingrediente di obbligo a quel tempo; ma non è lì che attinge la sua ispirazione non vi si piace e non vi si avvoltola. Ciò che l'ispira non è il piacere dell'osceno o la seduzione del vizio ma è un piacere tutto d'immaginazione e da artista che senti nel brio e nella facilità dello stile e che mettendo in moto il cervello gli fa trovare tanta novità di forme d'immagini e di ravvicinamenti come è il ritratto della sua cameriera e l'altro un vero capolavoro della sua famiglia. Ecco perchè il Berni è tanto superiore a' suoi imitatori ed emuli freddamente osceni e buffoni. Pure la buffoneria oscena diviene l'ingrediente de' banchetti delle accademie e delle conversazioni e invade la letteratura quasi condimento e salsa dello spirito: la statua di Pasquino diviene l'emblema della coltura. Ci erano capitoli e sonetti: sorgono poemi interi berneschi com'è la Vita di Mecenate del Caporali di una naturalezza spesso insipida e volgare e il suo Viaggio al Parnaso e la Gigantea dell'Arrighi e la Nanea del Grazzini o i Nani vincitori de' giganti. Di tanti poeti berneschi si nomina oggi appena il Caporali. Nondimeno questa lirica bernesca è la sola viva in questo secolo. Gli stessi poeti petrarcheggiando annoiano e si fanno leggere piacevoleggiando; perchè i loro sospiri d'amore escono da un repertorio già vecchio di concetti e di frasi e non corrispondono allo stato reale della società e della loro anima; dove in quel piacevoleggiare ci è il secolo ci è loro e non ci è ancora modelli o forme convenzionali e qualche cosa dee pur venire dal loro cervello.

I canti carnascialeschi come i rispetti e le ballate e le serenate erano legati con la vita pubblica; ora il circolo della vita si restringe: la vita letteraria è nelle accademie e tra' convegni privati. Per le piazze si aggirano ancora i cantastorie e si sentono canzoni plebee. Ma la coltura se ne allontana e la trovi in corte o nell'accademia o nelle conversazioni centri di allegria spensierata e licenziosa; però da gente colta che sa di greco e di latino che ammira le belle forme e cerca ne' suoi divertimenti l'eleganza o come dicevasi il “bello stile”. Vi si recitavano capitoli sonetti poemi burleschi poemi di cavalleria e novelle. Come però l'arte è una merce rara e la produzione era infinita il pubblico diveniva meno severo e pur d'esser divertito non mirava tanto pel sottile nel modo. In sostanza questa borghesia spensierata e oziosa era sotto forme così linde vera plebe mossa dagli stessi istinti grossolani e superficiali la curiosità la buffoneria la sensualità e quando quest'istinti erano accarezzati accettava tutto anche il mediocre anche il pessimo: il che era segno manifesto di non lontana decadenza.

Questa letteratura comica o negativa si sviluppa in modo prodigioso. Accanto a' capitoli e a' romanzi moltiplicano le novelle. Il cantastorie diviene l'eroe della borghesia. E tutti hanno innanzi lo stesso vangelo il Decamerone. Il petrarchismo era una poesia di transizione che in questo secolo è un così strano anacronismo come l'imitazione di Virgilio o di Cicerone. Ma il Decamerone portava già ne' suoi fianchi tutta questa letteratura era il germe che produsse il Sacchetti il Pulci Lorenzo il Berni l'Ariosto e tutti gli altri.

Quasi ogni centro d'Italia ha il suo Decamerone. Masuccio recita le sue novelle a Salerno il Molza scrive a Roma il suo decamerone e il Lasca le sue Cene a Firenze e il Giraldi a Ferrara i suoi Ecatommiti o cento favole e Antonio Mariconda a Napoli le sue Tre giornate e Sabadino a Bologna le sue Porretane e quattordici novelle scrive il milanese Ortensio Lando e Francesco Straparola scrive in Venezia le sue Tredici piacevoli notti e Matteo Bandello il suo novelliere e le sue diciassette novelle il Parabosco. A Roma si stampano le novelle del Cadamosto da Lodi e di monsignor Brevio da Venezia. A Mantova si pubblicano le novelle di Ascanio de' Mori mantovano e a Venezia escono in luce le Sei giornate di Sebastiano Erizzo gentiluomo veneziano e le dugento novelle di Celio Malespini gentiluomo fiorentino e i Giunti a Firenze pubblicano i Trattenimenti di Scipione Bargagli. Aggiungi la Giulietta di Luigi da Porto vicentino e l'Eloquenza attribuita a Speron Speroni.

Tutti questi scrittori dal quattrocentista Masuccio sino al Bargagli che tocca il Seicento si professano discepoli e imitatori del Boccaccio. Chi se ne appropria lo spirito e chi le invenzioni anche e la maniera. I toscani presso i quali il Boccaccio è di casa scrivono con più libertà e ci hanno una grazia e gentilezza di dire loro propria che copre la grossolanità de' sentimenti e de' concetti: tale è il Lasca e il Firenzuola nelle novelle inserite ne' suoi Discorsi degli animali e nel suo Asino d'oro. Gli altri procedono più timidi e riescono pesanti come il Giraldi e il Brevio e il Bargagli o scorretti e trascurati come il Parabosco o lo Straparola o il Cadamosto. Il linguaggio è quell'italiano comune che già si usava dalla classe colta nello scrivere e talora anche nel parlare tradotto in una forma artificiosa e alla latina che dicevasi letteraria e solcato di neologismi barbarismi latinismi e parole e frasi locali salvo ne' più colti come è il Molza per speditezza e festività vicino a' toscani.

Quel bel mondo della cortesia che nel Decamerone tiene sì gran parte rifuggitosi ne' poemi cavallereschi scompare dalla novella. E neppure ci è quello stacco tra borghesia e plebe quella coscienza di una coltura superiore che si manifesta nella caricatura della plebe quell'allegrezza comica a spese delle superstizioni e de' pregiudizi frateschi e plebei che tanto ti alletta nelle novelle fiorentine e fino nella Nencia. Questo mondo interiore scompare anch'esso. La novella attinge tutta la società ne' suoi vizi nelle sue tendenze ne' suoi accidenti con nessun altro scopo che d'intrattenere le brigate con racconti interessanti. L'interesse è posto nella novità e straordinarietà degli accidenti come sono i mutamenti improvvisi di fortuna o burle ingegnose per far danari o possedere l'amata o casi maravigliosi di vizi o di virtù. Re principi cavalieri dottori mercanti malandrini scrocconi tutte le classi vi sono rappresentate e tutt'i caratteri comici e seri e tutte le situazioni dalla pura storia sino al più assurdo fantastico. Sono migliaia di novelle arsenale ricchissimo dove hanno attinto Shakespeare Molière e altri stranieri.

La più parte di queste novelle sono aridi temi magri scheletri in forma affettata insieme e scorretta. L'interessante è stimolare la curiosità del pubblico e le sue tendenze licenziose e volgari. Perciò hai da una parte il comico e dall'altra il fantastico.

Nel comico salvo i toscani ne' quali supplisce la grazia del dialetto i novellieri mostrano pochissimo spirito. Una delle novelle meglio condotte è la “scimia” del Bandello la quale si abbiglia co' panni di una vecchia morta e par dessa e spaventa quelli di casa. Il fatto è in sè comico ma l'esposizione è arida e superficiale e i sentimenti e le impressioni comiche ci sono appena abbozzate. C'è una novella di Francesco Straparola assai spiritosa d'invenzione dove si racconta il modo che tenne un marito per rendere ubbidiente la moglie e la sciocca imitazione fattane dal fratello novella che suggerì al Molière la Scuola de' mariti. Ma di spiritoso non c'è che l'invenzione forse neppur sua: così triviale e abborracciata è l'esposizione. Un villano che fa la scuola ad un astrologo è anche un bel concetto del Lando ma scarso di trovati e situazioni comiche. Pure il Lando è scrittor vivace e rapido e nelle descrizioni efficace e pittoresco. Il villano predice la pioggia; ma l'astrologo vede il cielo sereno.

“Alzato il viso guatava d'ogni intorno e diligentemente ogni cosa contemplando s'avvide essere il cielo tutto bello il sole temperato il monte netto da nuvoli e appresso s'accorse che l'austro nel soffiare era dolcissimo e cominciò attentamente a considerare in qual segno fosse il sole e in qual grado che cosa stesse nel mezzo del cielo e qual segno stessegli in dritta linea opposto. Nè potendo in verun modo conoscere che pioggia dovesse dal cielo cadere al villano rivolto disse con ira e con isdegno: - Dio e la Natura potrebbono far piovere ma la Natura sola non lo potrebbe fare.”

Sopravvenuta più tardi pioggia dirottissima descrive le sue rovine e i suoi effetti in questo modo:

“Rovinarono torri sbarbicaronsi molte querce caddero bellissimi palagi tremò tutta la riviera dell'Adige parve che il cielo cadesse e che tutta la macchina mondana fosse per disciogliersi.”

Tutta la novella è scritta in questa prosa spedita e animata e si legge volentieri ma il sentimento comico vi fa difetto nè vi supplisce una lingua poetica e senza colore locale.

Gran vantaggio ha sopra di lui il Lasca non di spirito o di coltura o di arte ma di lingua essendo il dialetto toscano ricco di sali e di frizzi e di motti e di modi comici un istrumento già formato e recato a perfezione dal Boccaccio al Berni. Materia ordinaria del Lasca è la semplicità degli uomini “tondi e grossi” fatta giuoco de' tristi e degli scrocconi. È la novella ne' termini che l'aveva lasciata il Boccaccio. Il suo Calandrino è Gian Simone o Guasparri rigirati e beffati da scrocconi che si prevalgono della loro credulità. Il Boccaccio mette in iscena preti e frati il Lasca astrologi guardando meno alle superstizioni religiose che alle credenze popolari nell'“orco tregenda e versiera” negli spiriti e ne' diavoli. Oggi abbiamo i magnetisti e gli spiritisti; allora c'erano i maghi o gli astrologi con la stessa pretensione di conoscere l'avvenire e di guarire gl'infermi e conoscere i fatti altrui e farti comparire i morti o le persone lontane: materia inesausta di ridicolo non altrimenti che i miracoli de' frati. Se il Boccaccio mette in gioco il mondo soprannaturale della religione il Lasca si beffa del mondo soprannaturale della scienza. Il fantastico regna ancora qua e colà in Italia; ma a Firenze era morto sotto l'ironia del Boccaccio del Sacchetti di Lorenzo e del Pulci nè i piagnoni poterono risuscitarlo. Il nostro Lasca non ha lo spirito e la finezza del Boccaccio non ha ironia ed è grossolano nelle sue caricature; ma è facile pieno di brio e di vena evidente e trova nel dialetto immagini e forme comiche belle e pronte senza che si dia la pena di cercarle. Ecco la magnifica pittura dell'astrologo Zoroastro:

“... era uomo di trentasei in quarant'anni di grande e di ben fatta persona di colore ulivigno nel viso burbero e di fiera guardatura con barba nera arruffata e lunga infino al petto ghiribizzoso molto e fantastico; aveva dato opera all'alchimia era ito dietro e andava tuttavia alla baia degl'incanti; aveva sigilli caratteri filattiere pentacoli campane bocce e fornelli di varie sorte da stillare erba terra metalli pietre e legni; aveva ancora carta non nata occhi di lupo cerviero bava di cane arrabbiato spina di pesce colombo ossa di morti capestri d'impiccati pugnali e spade che avevano ammazzato uomini la chiavicola e il coltello di Salomone e erba e semi colti a vari tempi della luna e sotto varie costellazioni e mille altre favole e chiacchiere da far paura agli sciocchi; attendeva all'astrologia alla fisonomia alla chiromanzia e cento altre baiacce; credeva molto nelle streghe ma soprattutto agli spiriti andava dietro e con tutto ciò non aveva mai potuto vedere ne fare cosa che trapassasse l'ordine della natura benchè mille scerpelloni e novellacce intorno a ciò raccontasse e di farle credere s'ingegnasse alle persone; e non avendo nè padre nè madre e assai benestante sendo gli conveniva stare il più del tempo solo in casa non trovando per la paura nè serva nè famiglio che volesse star seco e di questo infra sè maravigliosamente godea; e praticando poco andando a casa con la barba avviluppata senza mai pettinarsi sudicio sempre e sporco era tenuto dalla plebe per un gran filosofo e negromante.”

È un periodo interminabile tirato giù felicemente dove come in un quadro ti sta dinanzi tutta la persona in una ricchezza di accessorii espressi con una proprietà di vocaboli che si può trovar solo in un fiorentino. “Struggersi d'amore” è un sentimento serio che il Lasca traduce in comico aggiungendovi le immagini del dialetto: “la farà in modo innamorar di voi ch'ella non vegga altro dio e si consumi e strugga de' fatti vostri come il sale nell'acqua e ... vi verrà dietro più che i pecorini al pane insalato”. Parlando del banchetto che tenne l'astrologo con i suoi compagni di giunteria lo Scheggia il Pilucca e il Monaco alle spese del candido Gian Simone dice: “E fecero uno scotto da prelati con quel vino che smagliava”. Se il Lasca dee molto al dialetto ha pure un pregio proprio che lo mette accanto al Berni una intuizione chiara e viva delle cose che te le dà scolpite in rilievo. Tale è il viaggio per aria del Monaco come Zoroastro dà a credere al dabben Simone:

“[Zoroastro] si stese in terra boccone e disse non so che parole e rittosi in piede e fatto due tomboli s'arreco da un canto del cerchio inginocchioni e guardando fisso nel vaso ... disse: - Il Monaco nostro ha già riavuto il resto e vassene con l'insalata verso Pellicceria per andarsene a casa; ma in questo istante io l'ho fatto invisibilmente alzare ai diavoli da terra: oh eccolo che egli e già sopra il Vescovado: oh che gli vien bene egli è già sopra la piazza di Madonna: oh ora egli è sopra la vecchia di Santa Maria Novella: testè entra in Gualfonda: oh eccolo a mezza la strada! Oh egli è già presso a meno di cinquanta braccia: oh eccolo eccolo già rasente alla finestra! Or ora sarà nel cerchio in pianelle in mantello in cappuccio e con l'insalata e con le radici in mano.” Il nostro speziale chè colui che chiamavano “il Lasca” nell'accademia degli Umidi era appunto lo speziale Anton Maria Grazzini dipinge con tanto rilievo gli oggetti perchè li vede chiarissimi nell'immaginazione e non si ha a travagliare intorno alla forma e non v'usa alcuno artificio scrive parlando. Nè è meno evidente e parlante nel dialogo. Simone passata la paura e uscitogli tutto l'amore di corpo non vuol più dare all'astrologo i venticinque fiorini promessigli. E dice allo Scheggia:

“- Io ti giuro sopra la fede mia che mi è uscito ... tutto l'amor di corpo e della vedova non mi curo più niente... Oh che vecchia paura ebb'io per un tratto! e' mi si arricciano i capelli quando vi ci penso sicchè pertanto licenzia e ringrazia Zoroastro. - Lo Scheggia udite le di colui parole diventò piccino piccino... e parendogli rimanere scornato disse: - Oimè Gian Simone che è quello che voi mi dite? Guardate che il negromante non si crucci. Che diavol di pensiero e il vostro? Voi andate cercando Maria per Ravenna: io dubito fortemente come Zoroastro intenda questo di voi ch'egli non si adiri tenendosi uccellato e che poi non vi faccia qualche strano gioco. Bella cosa e da uomini dabbene mancar di parola! ...Tanto è Gian Simone egli non è da correrla così a furia: se egli vi fa diventare qualche animalaccio voi avrete fatto poi una bella faccenda. - Colui era già per la paura diventato nel viso un panno lavato e rispondendo allo Scheggia disse: - Per lo sangue di tutt'i diavoli che fo giuro d'assassino che domattina la prima cosa io me ne voglio andare agli Otto e contare il caso e poi farmi bello e sodare non so chi mi tiene che non vada ora. - Tosto che lo Scheggia senti ricordare gli Otto diventò nel viso di sei colori e fra sè disse: - Qui non è tempo da battere in camicia facciamo che il diavolo non andasse a processione -; e a colui rivolto dolcemente prese a favellare e disse: - Voi ora Gian Simone entrate bene nell'infinito e non vorrei per mille fiorini d'oro in beneficio vostro che Zoroastro sapesse quel che voi avete detto. Ora non sapete che l'ufficio degli Otto ha potere sopra gli uomini e non sopra i demòni? Egli ha mille modi di farvi quando voglia gliene venisse capitar male che non si saperrebbe mai.”

Cosa manca al Lasca? La mano che trema. Scioperato spensierato balzano vispo e svelto ci è in lui la stoffa di un grande scrittor comico; ma gli manca il culto e la serietà dell'arte e abborraccia e tira giù come viene e lascia a mezzo le cose e si arresta alla superficie naturale e vivace sempre spesso insipido grossolano e trascurato massime nell'ordito e nel disegno.

Questo basso comico plebeo e buffonesco ne' confini della semplice caricatura perciò superficiale ed esteriore ritratto di una borghesia colta piena di spirito e d'immaginazione e insieme spensierata e tranquilla ha la sua sorgente colà stesso onde uscì il Morgante e poi i capitoli e i sonetti del Berni: è il bernesco nell'arte buffoneria ingentilita dalla grazia e alzata a caricatura maniera sviluppatasi gradatamente dal Boccaccio al Lasca infiltratasi nel dialetto e rimasta forma toscana. Nelle altre parti d'Italia la buffoneria è senza grazia spesso caricata troppo e lontana da quel brio tutto spontaneità e naturalezza che senti nel Berni e nel Lasca. Tra' più sgraziati è il Parabosco.

Col comico va congiunto il fantastico. Il novelliere in luogo di guardare nella vita reale e studiarvi i caratteri i costumi i sentimenti cerca combinazioni tali di accidenti che solletichino la curiosità. Per questa via dal nuovo si va allo strano e dallo strano al fantastico al soprannaturale e all'assurdo. Così una borghesia scettica che ride de' miracoli che si beffa del soprannaturale religioso e non vuol sentire a parlare di misteri e di leggende come forme barbare sente poi a bocca aperta racconti di fate di maghi di animali parlanti che tengano desta la sua curiosità. Il Mariconda narra con serietà rettorica i casi di Aracne di Piramo e Tisbe e altre favole mitologiche. E con la stessa serietà Francesco Straparola raccoglie nelle sue Notti le più sbardellate invenzioni di quel tempo saccheggiando tutt'i novellatori Apuleio Brevio soprattutto il napolitano Girolamo Morlino autore di ottanta novelle in latino. Ivi trovi il fantastico spinto all'ultimo limite dell'assurdo. Vedi un anello trasformato in un bel giovane pesci e cavalli e falconi e bisce e gatte fatate che fanno maraviglie e satiri e uomini salvatici o in forma porcile e morti risuscitati e asini e leoni in conversazione e fate e negromanti e astrologi. Queste ch'egli chiama “favole” si accompagnano con altri racconti osceni o faceti o com'egli dice “ridicolosi” e sono le solite burle fatte alla gente semplice e grossa o com'egli dice “materiale”. Il pretesto è uno scopo di volgare morale o prudenza un “fabula docet” ma in fondo l'autore mira a render piacevoli le sue Notti eccitando il riso o movendo la curiosità. Non mostra alcuna intenzione letteraria salvo nelle descrizioni una goffa imitazione del Boccaccio chiama egli medesimo “basso” e “dimesso” il suo stile e dice che le invenzioni non son sue ma suo è il modo di raccontarle. Non hai qui dunque contorcimenti lenocini artifici eleganze: è un narrare alla buona e a corsa in quella lingua comune italiana di forma più latina che toscana mescolata di parole venete bergamasche e anche francesi come “follare” (fouler) per calpestare. Non si ferma sul descrivere o particolareggiare non bada a' colori salta le gradazioni va diritto e spedito cercando l'effetto nelle cose più che nel modo di dirle. E le cose non importa se di lui o di altri contengono spesso concetti molto originali come Nerino lo studente portoghese che fa le sue confidenze amorose al suo maestro Brunello ch'egli non sa essere il marito della sua bella onde Molière trasse il pensiero della sua Ecole des femmes; o l'asino che co' suoi vanti la fa al leone; o i bergamaschi che con la loro astuzia la fanno a' dottori fiorentini; o la vendetta dello studente burlato dalle donne; o Flaminio che va in cerca della morte; o le nozze del diavolo. Il successo fu grande: si fecero in poco tempo del libro più di venti edizioni; e di molte favole è rimasta anche oggi memoria. L'osceno il ridicolo il fantastico era il cibo del tempo: poi quella forma scorretta imperfetta ma senza frasche e spedita soprattutto nel vivo del racconto dovea rendere il libro di più facile lettura alla moltitudine che non gli Ecatommiti del Giraldi e le novelle dell'Erizzo e del Bargagli di una forma artificiata e noiosa. Ma il successo durò poco. Anche la Filenia del Franco fu tenuta pari al Decamerone e dimenticata subito. Manca allo Straparola il calore della produzione e ti riesce prosaico e materiale anche nel più vivo di una situazione comica o nel maggiore allettamento dell'oscenità o ne' movimenti più curiosi del fantastico come di uomini uccisi e rifatti vivi. Narra il miracolo con quella indifferenza che i casi quotidiani della vita; e mi rassomiglia un uomo divenuto per la lunga consuetudine frigido e ottuso che non ha più passioni ma vizi. Chi vuol vederlo paragoni le sue “Nozze del diavolo” col Belfegor del Machiavelli argomento simile e il suo studente vendicativo col famoso studente del Boccaccio. E vedrà che a lui manca non meno il talento comico che la virtù informativa. Ma che importa? Non mira che a stuzzicare la sensualità e la curiosità e chi si contenta gode. E per meglio avere l'uno e l'altro intento aggiunge al racconto un enigma o indovinello in verso osceno di apparenza e spiegato poi altrimenti che suona a prima udita. Così oggi i cervelli oziosi per fuggir la noia fanno o sciolgono sciarade e rebus. Il fantastico era il cibo de' cervelli oziosi non meno che l'enigma o i tanti poemi cavallereschi. L'arte era divenuta mestiere; e pur di sentire fatti nuovi e strani non si cercava altro. Ristorare il fantastico in mezzo a una borghesia scettica e sensuale era vana impresa. Nelle antiche leggende senti il miracolo e senti il maraviglioso ne' romanzi antichi di cavalleria: ora manca l'ingenuità e la semplicità e l'arte non può riprodurre il fantastico che con un ghigno ironico volgendolo in gioco. Perciò la sola novella fantastica che si possa chiamare lavoro d'arte è il Belfegor il diavolo accompagnato dal sorriso machiavellico. Cosa ha di vivo il diavolo borghese e volgare dello Straparola o la sua Teodosia che è la leggenda messa in taverna?

Se una ristorazione del fantastico non era possibile come poteva aversi una ristorazione del tragico? Ma ci furono anche novelle tragiche con la stessa intonazione del Decamerone anzi della Fiammetta. E sono quello che potevano essere fior di rettorica. D'immaginazione ce n'era molta ma di sentimento non ce n'era favilla. Cosa di eroico o di affettuoso o di nobile poteva essere tra quelle corti e quelle accademie ciascuno sel pensi. Chi desideri esempli di questa rettorica vegga la Giulietta di Luigi da Porto o nel Bandello i monologhi di Adelasia e Aleramo o nell'Erizzo i lamenti di re Alfonso sulla tomba di Ginevra. Come a svegliare i romani ci voleva la vista del sangue a muovere quella borghesia sonnolenta e annoiata si va sino al più atroce e al più volgare. La figliuola di re Tancredi nel Boccaccio è una nobile creatura ma sono mostri volgari la Rosmonda del Bandello o l'Orbecche del Giraldi che pur non ti empiono di terrore e non ti spoltriscono e non ti agitano per il freddo artificio della forma. Tra gli eleganti elegantissimo è il Bargagli che sceglie forme nobili e solenni anche dove è in fondo cosa da ridere come è la sua Lavinella situazione comica in forma seria anzi oratoria.

Ciò che rimane di vivo in questa letteratura non e il fantastico e non il tragico ma un comico spesso osceno e di bassa lega e superficiale che non va al di là della caricatura e talora è più nella qualità del fatto che ne' colori. Alcuna volta ci è pur sentore di un mondo più gentile soprattutto nell'Erizzo e nel Bandello come è la novella di costui della reina Anna; ma in generale come nelle corti anche più civili sotto forme decorose e amabili giace un fondo licenzioso e grossolano la novella è oscena e plebea in contrasto grottesco con uno stile nobile e maestoso puro artificio meccanico. È un comico che a forza di ripetizione si esaurisce e diviene sfacciato e prosaico. Il capitolo muore col Berni e la novella col Lasca.

È il Decamerone in putrefazione. Il difetto del capitolo è di cercare i suoi mezzi comici più nelle combinazioni astratte dello spirito che nella rappresentazione viva della realtà. È lo stesso difetto del petrarchismo: il Petrarca del capitolo è Francesco Berni e i petrarchisti sono i suoi imitatori che a forza di cercar rapporti e combinazioni escono in freddure e sottigliezze. Il difetto della novella è la sensualità prosaica e la vana curiosità: senza ideali e senza colori e in una forma spesso pedantesca e sbiadita. E capitolo e novella hanno poi un difetto comune la superficialità quel lambire appena la esteriorità dell'esistenza e non cercare più addentro come se il mondo fosse una serie di apparenze fortuite e non ci fosse uomo e non ci fosse natura. Essendo tutto un giuoco d'immaginazione a cui rimane estraneo il cuore e la mente la forma comica nella quale si dissolve è la caricatura degradata sino alla pura buffoneria. Lo spirito volge in giuoco anche quel giuoco d'immaginazione intorno a cui si travagliarono con tanta serietà il Boccaccio il Sacchetti il Magnifico il Poliziano il Pulci il Berni il Lasca divenuto nel Furioso il mondo organico dell'arte italiana e traduce l'ironia ariostesca in aperta buffoneria avvolgendo in una clamorosa risata tutti gl'idoli dell'immaginazione antichi e nuovi. La nuova arte uscita dalla dissoluzione religiosa politica e morale del medio evo e rimasta nel vuoto innamorata di solo se stessa come Narciso va a morire per mano di un frate sfratato di Teofilo Folengo: muore ridendo di tutto e di se stessa. La Maccaronea del Folengo chiude questo ciclo negativo e comico dell'arte italiana. Ma ci era anche un lato positivo. Mentre ogni specie di contenuto è messa in giuoco e l'arte cacciata anche dal regno dell'immaginazione si scopre vuota forma un nuovo contenuto si va elaborando dall'intelletto italiano e penetra nella coscienza e vi ricostruisce un mondo interiore ricrea una fede non più religiosa ma scientifica cercando la base non in un mondo sopra naturale e sopra umano ma al di dentro stesso dell'uomo e della natura. Pomponazzi negando l'esistenza degli universali rigettando i miracoli proclamando mortale l'anima e spezzando ogni legame tra il cielo e la terra pose obbiettivo della scienza l'uomo e la natura. Platonici e aristotelici per diverse vie proclamavano l'autonomia della scienza la sua indipendenza dalla teologia e dal dogma. La Chiesa lasciava libero il passo a tutta quella letteratura frivola e oscena e a tutta quella vita licenziosa della quale era esempio la corte di Leone ma non potea veder senza inquietudine questo risvegliarsi dell'intelligenza nelle scuole. Il materialismo pratico l'indifferenza religiosa era spettacolo vecchio; ma la spaventava quel materialismo alzato a dottrina e l'indifferenza divenuta aperta negazione con quella ipocrita distinzione di cose vere secondo la fede e false secondo la scienza. Il concilio lateranense testimonia la sua inquietudine. Leone decimo proclama eresia quella distinzione proibisce l'insegnamento di Aristotile e sottopone i libri alla censura ecclesiastica. A che pro? Il materialismo era il motto del secolo. Leone decimo stesso era un materialista come fu Lorenzo con tutto il suo platonismo. Nè altro erano il Pulci il Berni il Lasca e gli altri letterati ancorachè si guardassero di dirlo. Alcuni manifestavano con franchezza la loro opinione come Lazzaro Bonamico Giulio Cesare Scaligero Simone Porzio Andrea Cesalpino Speron Speroni e quel professore Cremonino da Cento che fe' porre sulla sua tomba: “Hic iacet Cremoninus totus”. Quando gli studenti avevano innanzi un professore nuovo e lo vedevano nicchiare gli dicevano subito: - Cosa pensate dell'anima?

Quando il materialismo apparve la società era già materializzata. Il materialismo non fu il principio fu il risultato. Fino a quel punto il dogma era stato sempre la base della filosofia e il suo passaporto. Era un sottinteso che la ragione non poteva contraddire alla fede e quando contraddizione appariva si cercava il compromesso la conciliazione. Così poterono lungamente vivere insieme Cristo e Platone Dio e Giove: tutta la coltura era unificata nell'arte e nel pensiero e non si cercava con quanta logica e coesione e con quanta buona fede. In nome della coltura si paganizzavano le forme cattoliche anche da' più pii come ne' loro poemi sacri facevano il Sannazzaro e il Vida; si paganizzò anche san Pietro e paganizzava anche Leone decimo. Tutto questo era arte era civiltà e non solo non era impedito anzi promosso e incoraggiato; farvi contro non si poteva senza aver taccia di barbaro e incolto. E si tollerava pure Pasquino voglio dire quella buffoneria universale le cui maggiori spese le facevano preti frati vescovi e cardinali.

In quella corruzione così vasta soprattutto nel clero era il caso di dire: “petimusque damusque vicissim”; e tutti ridevano e primi i beffati. Di cose di religione non si parlava e quando era il caso le si faceva di berretto se ne osservavano le forme e il linguaggio per l'antica abitudine senza darvi alcuna importanza. Sotto il manto dell'indifferenza ci era la negazione. In quel vuoto immenso non rimaneva altro in piedi che la coltura come coltura e l'arte come arte. Ed era appunto la negazione che appariva nell'arte sotto forma comica e formava il suo contenuto. Che cosa era quell'arte? Era il ritratto dello spirito italiano. Era la contemplazione di una forma perfetta nella indifferenza o negazione del contenuto. La società vagheggiava nell'arte se stessa.

Ma era una società spensierata e accademica che non si era ancora guardata al di dentro non si avea fatto il suo esame di coscienza. E quando per la prima volta gitta l'occhio entro di sè e domanda: - Che sono dunque? Onde vengo? Ove vado? - La risposta non poteva essere altra che questa: - Sono corpo: vengo dalla terra e torno alla terra l'“alma parens” la gran madre antica. - Questa risposta dapprima fa rabbrividire: sembra una scoperta ed è un risultato. E invade le università e si attira i fulmini del concilio. Zitto! Grida la borghesia gaudente e spensierata che non volea esser turbata nel suo alto sonno. E la cosa rimase lì. “Intus ut libet foris ut moris” diceva Cremonino. Credete come volete ma parlate come parlano. E le audacie del Valla e del Pomponazzi si perdettero nel rumore de' baccanali. Ci era la cosa ma non si voleva la parola. Materialismo era in tutto nella vita nelle lettere nelle sue applicazioni alla morale alla politica all'uomo e alla natura. Ma non si chiamava materialismo. Si chiamava coltura arte erudizione civiltà bellezza eleganza: ipocrisia in alcuni in altri corta intelligenza. Così si viveva tutti in buon accordo e allegramente e quando veniva la bile ci era lo sfogatoio: permesso di dir male de' preti e anche del papa e di abbandonarsi a tutt'i piaceri corporali andando a messa facendosi il segno della croce e gridando contro gli eretici e specialmente contro i signori luterani che con le loro malinconie teologiche minacciavano il mondo di una nuova barbarie. Pigliare sul serio la teologia! Questo per i nostri letterati era un tornare indietro di due secoli.

Fu appunto in quel tempo che Lutero spaventato come Savonarola alla vista di così vasta corruttela italiana proclamò la Riforma e regalò al mondo una teologia purgata ed emendata. Se innanzi al papato fu un eretico alla borghesia italiana apparve un barbaro come Savonarola. E in verità la sua teologia era in una vera contraddizione con la civiltà italiana avendo per base la reintegrazione dello spirito e l'indifferenza delle forme cioè a dire negando quella sola divinità che era rimasta viva nella coscienza italiana il culto della forma e dell'arte. Una riforma religiosa non era più possibile in un paese coltissimo avvezzo da lungo tempo a ridere di quella corruttela che moveva indignazione in Germania e che avea già cancellato nel suo pensiero il cielo dal libro dell'esistenza. L'Italia avea già valica l'età teologica e non credeva più che alla scienza e dovea stimare i Lutero e i Calvino come de' nuovi scolastici. Perciò la Riforma non potè attecchire fra noi e rimase estranea alla nostra coltura che si sviluppava con mezzi suoi propri. Affrancata già dalla teologia e abbracciando in un solo amplesso tutte le religioni e tutta la coltura l'Italia del Pico e del Pomponazzi assisa sulle rovine del medio evo non potea chiedere la base del nuovo edificio alla teologia ma alla scienza. E il suo Lutero fu Nicolò Machiavelli.

Il Machiavelli è la coscienza e il pensiero del secolo la società che guarda in sè e s'interroga e si conosce; è la negazione più profonda del medio evo e insieme l'affermazione più chiara de' nuovi tempi; è il materialismo dissimulato come dottrina e ammesso nel fatto e presente in tutte le sue applicazioni alla vita.

Non bisogna dimenticare che la nuova civiltà italiana è una reazione contro il misticismo e l'esagerato spiritualismo religioso e per usare vocaboli propri contro l'ascetismo il simbolismo e lo scolasticismo: ciò che dicevasi il medio evo. La reazione si presentò da una parte come dissoluzione o negazione: di che venne l'elemento comico o negativo che dal Decamerone va sino alla Maccaronea. Ma insieme ci era un lato positivo ed era una tendenza a considerare l'uomo e la natura in sè stessi risecando dalla vita tutti gli elementi sopraumani e soprannaturali: un naturalismo aiutato potentemente dal culto de' classici e dal progresso dell'intelligenza e della coltura. Onde venne quella tranquillità ideale della fisonomia quello studio del reale e del plastico quella finitezza dei contorni quel sentimento idillico della natura e dell'uomo che diè nuova vita alle arti dello spazio e che senti ne' ritratti dell'Alberti nelle Stanze nel Furioso e fino negli scherzi del Berni. Questo era il lato positivo del materialismo italiano un andar più dappresso al reale ed alla esperienza dato bando a tutte le nebbie teologiche e scolastiche che parvero astrazioni. Il pensiero o la coscienza di questo mondo nuovo e in quello che negava e in quello che affermava è il Machiavelli.

Il concetto del Machiavelli è questo che bisogna considerare le cose nella loro verità “effettuale” cioè come son porte dall'esperienza ed osservate dall'intelletto; che era proprio il rovescio del sillogismo e la base dottrinale del medio evo capovolta: concetto ben altrimenti rivoluzionario che non è quel ritorno al puro spirito della Riforma e che sarà la leva da cui uscirà la scienza moderna.

Questo concetto applicato all'uomo ti dà il Principe e i Discorsi e la Storia di Firenze e i Dialoghi sulla milizia. E il Machiavelli non ha bisogno di dimostrarlo: te lo dà come evidente. Era la parola del secolo ch'egli trovava e che tutti riconoscevano.

Così nasce la scienza dell'uomo non quale può o dee essere ma quale è; dell'uomo non solo come individuo ma come essere collettivo classe popolo società umanità. L'obbiettivo della scienza diviene la conoscenza dell'uomo il “nosce te ipsum” questo primo motto della scienza quando si emancipa dal soprannaturale e pone la sua indipendenza. Tutti gli universali del medio evo scompariscono. La “divina commedia” diviene la “commedia umana” e si rappresenta in terra: si chiama storia politica filosofia della storia la scienza nuova. La scienza della natura si sviluppa più tardi. Non si crede più al miracolo ma si crede ancora all'astrologia. Attendete ancora un poco e il concetto del Machiavelli applicato alla natura vi darà Galileo e l'illustre coorte dei naturalisti.

Non è il caso di disputare sulla verità o falsità delle dottrine. Non fo una storia e meno un trattato di filosofia. Scrivo la storia delle lettere. Ed è mio obbligo notare ciò che si move nel pensiero italiano; perchè quello solo è vivo nella letteratura che è vivo nella coscienza.

Da quel concetto esce non solo la scienza moderna ma anche la prosa. Come nella scienza ci aveva ancora molta parte l'immaginazione la fede il sentimento; così nella prosa erano penetrati elementi etici rettorici poetici chiusi in quella forma convenzionale boccaccevole che dicevasi forma letteraria ed era già divenuta maniera un vero meccanismo. Ma il Machiavelli spezza questo involucro e crea il modello ideale della prosa tutta cose e intelletto sottratta possibilmente all'influsso dell'immaginazione o del sentimento di una struttura solida sotto un'apparente sprezzatura.

E da quel concetto dovea uscire anche un nuovo criterio della vita e perciò dell'arte. L'uomo e la natura hanno nel medio evo la loro base fuori di sè nell'altra vita; le loro forze motrici sono personificate sotto nome di universali ed hanno un'esistenza separata. Questo concetto della vita genera la Divina Commedia. La macchina della storia è fuori della storia ed è detta “la provvidenza”. Questa macchina è nel mondo boccaccesco il caso o la fortuna. Non ci è più la provvidenza e non ci è ancora la scienza. Il maraviglioso non è più detto miracolo anzi del miracolo si fanno beffe; ma è detto intrigo nodo accidente straordinario. Le passioni i caratteri le idee non sono forze che regolano il mondo sopraffatte da questo nuovo fato la volubile e capricciosa fortuna. Il Machiavelli insorge e contro la fortuna e contro la provvidenza e cerca nell'uomo stesso le forze e le leggi che lo conducono. Il suo concetto è che il mondo è quale lo facciamo noi e che ciascuno è a se stesso la sua provvidenza e la sua fortuna. Questo concetto dovea profondamente trasformar l'arte.

La poesia italiana usciva dal medio evo libera da ogni ingombro allegorico e scolastico ma insieme vuota di ogni contenuto forma pura. Il suo vero contenuto è negativo cioè a dire è il ridere del suo contenuto considerarlo come un giuoco d'immaginazione un esercizio dello spirito. Questo doppio elemento dell'arte è detto dal Cecchi il “ridicolo” e il “grupposo” intendendo per grupposo il nodo l'intreccio la varietà e novità de' casi. Di questo maraviglioso perseguitato dal ridicolo ti dà il Machiavelli splendido esempio nel suo Belfegor. La novella il romanzo la commedia sono il teatro naturale di questa poesia la Divina Commedia dell'arte nuova. Ma nel concetto del Machiavelli la vita non è una farsa della provvidenza e non è il giuoco capriccioso della fortuna ma è regolata da forze o da leggi umane e naturali. Perciò la base dell'arte non è l'avventura o l'intrigo ma il “carattere”; e se volete vedere quello che sarà guardate quali sono gli attori e quali le forze che mettono in giuoco. L'arte non può starsi contenta alla semplice esteriorità e presentare gli avvenimenti come un accozzo fortuito di casi straordinari ma dee forare la superficie e cercare al di dentro dell'uomo quelle cause che sembrano provvidenziali o casuali. Così l'arte non è un vano e ozioso gioco d'immaginazione ma è rappresentazione seria della vita nella sua realtà non solo esteriore ma interiore. E quest'arte che cerca la sua base nella scienza dell'uomo ti dà la Mandragola e la Storia di Firenze e più tardi la Storia d'Italia del Guicciardini e i suoi Ricordi.

A questo modo si realizza questa grand'epoca detta il “Risorgimento” che dal Boccaccio si stende sino alla seconda metà del secolo decimosesto. Da una parte mancati tutti gl'ideali religioso politico morale e non rimasta nella coscienza altra cosa salda che l'amore della coltura e dell'arte il contenuto non ha alcun valore in se stesso e diviene una materia qualunque trattata a libito dall'immaginazione che ne fa la sua creatura e spesso anche il suo gioco un gioco che ha la sua idealità nell'ironia ariostesca e trova la sua dissoluzione nella caricatura della Maccaronea. Mentre l'arte produce i suoi miracoli nella piena indifferenza del contenuto come pura arte un nuovo contenuto si forma e penetra nella coscienza uno studio dell'uomo e della natura in sè stessi che cerca la sua base nell'esperienza e non nell'immaginazione e non nelle vane cogitazioni. Questo senso profondo del reale ti crea la scienza e la prosa e ti segna nella Mandragola un nuovo indirizzo dell'arte.

Se dunque vogliamo studiar bene questo secolo dobbiamo cercarne i segreti ne' due grandi che ne sono la sintesi Ludovico Ariosto e Nicolò Machiavelli.


 

XIII

L' ORLANDO FURIOSO

Ludovico nacque nello stesso anno che Michelangiolo il 1474. Machiavelli Berni Bembo Guicciardini Folengo Aretino i principali personaggi di questa età letteraria nacquero in questo scorcio del secolo a poca distanza di anni: il Machiavelli nel sessantanove il Bembo nel settanta il Guicciardini nell'ottantadue e nel novantaquattro il Folengo e nel novanta Pietro Aretino.

Nel novantotto proprio l'anno che il Machiavelli era eletto segretario del comune fiorentino Ludovico scrivea in prosa le sue due prime commedie. L'uno attendeva alle gravi faccende dello Stato e ne' suoi viaggi in Italia e in Europa attingeva quella scienza dell'uomo e quella pratica del mondo che dovea fare di lui la coscienza e il pensiero del secolo; l'altro faceva il letterato in corte e scrivea sonetti canzoni elegie capitoli commedie tutto nel mondo della sua immaginazione.

Aveva allora ventisei anni. Cinque ne aveva sciupati intorno alle leggi; finchè avuta dal padre licenza si mise con ardore allo studio delle lettere e tutto pieno il capo di Virgilio Orazio Petrarca Plauto Terenzio cominciò a far versi latini e italiani come tutti facevano elegie canzoni odi epigrammi madrigali sonetti epistole epitalami carmi.

Nel '94 quando Carlo ottavo scendeva in Italia il giovane Ludovico scrive un'ode oraziana a Filiroe nome ch'egli appicca ad una contadinella. Carlo minaccia

 

... ... asperi

furore militis tremendo

turribus ausoniis ruinam.

 

E il giovane sdraiato sull'erba e con gli occhi alla sua Filiroe scrive:

 

Rursus quid hostis prospiciat sibi

me nulla tangat cura sub arbuto

iacentem aquae ad murmur cadentis...

Pensa e sente e scrive come Orazio. Il mondo precipita: e che importa? sol che possa andar pe' campi seguire Lida Licori Filli Glaura e cantare i suoi amori:

Est mea nunc Glycere mea nunc est cura Lycoris

Lyda modo meus est est modo Phyllis amor...

 

Antra mihi placeant potius montesque supini

vividaque irriguis gramina semper aquis ...

Dum vaga mens aliud poscat procul este Catones ...

E scrive De puella De Lydia nome oraziano di una sua amata di Reggio De Iulia una cantante De Glycere et Lycori De Megilla e fino De catella puellae imitazione felice di Catullo. Luigi decimo-secondo conquista il ducato di Milano chiamatovi da Alessandro sesto e che importa

... ... si furor Alpibus

saevo flaminis irmpetu

... ... iam spretis quatiat celticus ausones?

 

Che importa servire a re gallo o latino

si sit idem hinc atque hinc non leve servitium?

Barbaricone esse est peius sub nomine quam sub

moribus?

 

Tutti barbari e tutti tristi. E il giovane esclamando: “Improba secli conditio!” e lamentando “clades et Latii interitum

nuper ab occiduis illatum gentibus olim

pressa quibus nostro colla fuere iugo

svolge l'occhio dallo spettacolo e cerca un asilo in Orazio e Catullo. L'anno appresso alla calata di Carlo ottavo l'Ariosto recita l'orazione inaugurale degli studi nel duomo di Ferrara De laudibus philosophiae e poi la reca in esametri. Scrivea pure sonetti canzoni elegie dove si sente lo studio del Petrarca. Nel movantatre a diciannove anni scrive un'elegia per la morte di Leonora d'Aragona moglie del duca di Ferrara. Nell'introduzione si scopre ancora lo studente e il dilettante:

I suoi amori in italiano sono platonici alla petrarchesca; in latino sono sensuali all'oraziana. In latino tiene Megilla tra le braccia e non può credere a' suoi occhi e dice:

An haec vera Megilla

cuius detineor sinu?

Haec haec vera mea est; nil modo fallimur

mi anceps anime: en sume cupita iam

mellita oscula sume

expectata diu bona.

 

Ma in italiano Megilla è “l'alta beltade” che “col suo beato lume illustra e imbianca l'occaso” e l'amante e “nel dir lento e restio” e non descrive perchè “chi descriver puote a pieno il sole?”.

Se avesse potuto apprendere il greco Anacreonte o Teocrito gli avrebbe instillata nell'immaginazione un'altra fraseologia: perchè tutto questo è un gioco di frasi. Ma tutto dietro al latino non pensò per allora al greco:

Morì il padre ch'egli aveva soli ventott'anni e lo lasciò tra sorelle e piccoli fratelli capo della casa: così dovè mutare Omero nel libro de' conti:

Nè potè avere più agio e modo d'intendere “nella propria lingua dell'autore ciò che Ulisse sofferse a Troia e poi nel lungo errore e ciò che scrisse Euripide Pindaro e gli altri a cui le Muse argive donar sì dolci lingue e sì faconde”; perchè venuto in corte fu mandato qua e là oppresso dal giogo del cardinale d'Este:

Fra questi studi e imitazioni uscì la Cassaria una commedia in prosa scritta con tutte le regole della commedia plautina e che parve un miracolo a Ferrara appunto perchè vedevano in italiano quello che erano usi ad ammirare in latino. Ai misteri e alle farse succedea la commedia e la tragedia con tutte le regole dell'arte poetica e con le forme di Plauto e Terenzio. E non solo s'imitava quel meccanismo ma si riproducea lo stesso mondo comico servi parasiti cortigiane padri avari e figli scapestrati. Il giovane autore a quel modo che trasforma le sue contadine in Filli e Licori vive tutto in quel mondo di Plauto e nel suo lavoro d'imitazione perde di vista la società in mezzo a cui si trova. La sua commedia è una ricostruzione non è una creazione e intento al meccanismo si lascia fuggire le più belle situazioni e contrasti comici. Nel Bibbiena e nel Lasca ci è una certa vita che viene dal Decamerone non so che licenzioso e buffonesco conforme allo spirito comico quale s'era sviluppato a Firenze e si sentiva nel Lasca e nel Berni segretario del Bibbiena. Ma l'Ariosto vive fuori di questo ambiente e in un mondo tutto di erudizione e quando vuol essere faceto ti riesce grossolano. Oltrechè essendo quello un mondo di accatto e con caratteri già dati ci sta a disagio e non ci si abbandona e non se lo assimila. Un effetto comico ci è; ed è ne' viluppi negl'intrighi negli equivoci prodotti dal caso o dalla malizia in un imbroglio drammatico che spesso stanca l'attenzione. Ma l'intrigo non basta a sostenere l'interesse quando i caratteri non sieno bene sviluppati e l'intrigo non si trasformi in situazione comica. Trappola Volpino Nebbia Erofilo Lucrano sono esseri insignificanti nè dall'intreccio esce alcuna scena fondamentale dove si raccolga l'interesse. Più tardi scrisse altre commedie intestatosi a farle in versi sdruccioli per rendere l'imitazione latina perfetta parendogli che quel metro rispondesse a capello al giambo. Nè in questa forma sgraziata che vuol essere poesia e non è prosa gli riesce meglio la commedia ancorchè il soggetto alcuna volta potesse convenire a quella società come è il Negromante. Sbagliata la via non si raddrizza più. Un negromante o astrologo che fa mestiere di sua arte e con sue bugie cava quattrini da' gonzi è un argomento popolarissimo e trattato allora da tutt'i novellieri. Il Boccaccio avea messo in iscena il prete o il frate come il prete di Varlungo o frate Cipolla: allora la parte di scroccone e giuntatore era rappresentata dall'astrologo. Il nome era mutato: il motivo comico era lo stesso. Ricordiamoci con che brio ne ha trattato il Lasca in una sua novella. Ci si sente la tradizione e la malizia del Boccaccio e l'ambiente di Firenze dove lo speziale arguto continua il Sacchetti il Pulci il Magnifico. Ma nel Negromante ariostesco senti la società latina dove il servo è più astuto del padrone rappresentata da chi non vi sta in mezzo e non l'intende e la studia su' libri. Cinzio Camillo Massimo sono mummie più che uomini preda facile de' birboni che ci vivono intorno. Sono essi non il principale ma il fondo del quadro la vile moltitudine sulla quale si esercita la malizia de' servi e degli avventurieri. Concetto profondo se l'Ariosto l'avesse trovato lui e ne avesse cavato un mondo comico. Ma ci sta a pigione e senza alcun senso come se fosse cosa naturalissima questo mondo colto al rovescio sì che i servitori ne sappiano più dei padroni e diventino i loro tutori e salvatori come Fazio e Temolo che scoprono e sventano le malizie del negromante. Costui che è il protagonista non è proprio un astrologo com'è nel Lasca e come il prete è prete nel Boccaccio; ma è un birbone matricolato che fa l'astrologo senza crederci punto. Nel Lasca la materia comica è cavata dall'astrologia messa in burla: qui l'astrologia ci sta per comparsa nè da essa escono i mezzi d'azione. Se mastro Iachelino che è il negromante fosse un vero astrologo che mentre vuol farla a' padroni è burlato da' servitori il concetto sarebbe così spiritoso com'è nell'astrologo del Lando di cui si mostra più sapiente un contadino anzi l'asina del contadino. Ma qui l'astrologo è un ignorantaccio che come dice il Nibbio suo servo e confidente mal sapendo leggere e male scrivere fa professione di filosofo di medico di alchimista di astrologo di mago:

Sicchè il tutto si riduce a una gara di malizia tra maestro Iachelino e Nibbio da una parte e Fazio e Temolo che sono i servi dall'altra. Non mancano bei tratti che rivelano nell'autore un ingegno e uno spirito comico non comune. Cinzio racconta al servo le maraviglie del negromante e il servo si beffa del negromante e del padrone ed è in ultimo colui che l'accocca a tutti. Cinzio l'assicura gravemente che sa trasformare uomini e donne in animali. Risponde Temolo:

 - Capisco - dice Cinzio. La poca esperienza che hai del mondo ti fa parlare così. Ma non credi tu dunque che e' possa scongiurare gli spiriti? - E Temolo risponde:

Questo tratto è stupendo d'ironia; è il popolano ignorante che col suo naturale buon senso si prende spasso de' grandi uomini. Bella situazione drammatica è dove Nibbio viste le reti tese a Cinzio a Massimo e a Camillo il più ricco domanda al negromante:

ASTROLOGO

Vedraimi ir beccandole

NIBBIO

Eccoven'una e la miglior: mettetevi

ASTROLOGO

Chi è? Camillo?

NIBBIO

Si.

ASTROLOGO

Si ben; mangiarmelo

E questo Nibbio quando vede scoperte le magagne dell'astrologo egli suo servo confidente e mezzano gli dà il calcio dell'asino e lo ruba e lo pianta lì. Sono bei tratti perduti in un mondo convenzionale e superficiale e poco studiato e abborracciato nei momenti più interessanti. L'autore vi mostra un'attitudine più a narrare ad esporre a descrivere che a drammatizzare. Che uomo sia mastro Iachelino è benissimo esposto in un monologo di Nibbio; ma quando lo si vede in azione lo si trova noioso insipido grossolano molto al di sotto dell'aspettazione.

Ludovico era di coltura al di sotto de' tanti dotti di quel tempo ed anche di alcuni della corte. Il cardinale Ippolito pregiava assai meno i poeti gente oziosa che i suoi staffieri e camerieri e volendo trarre un utile dal nostro poeta ne fece un “cavallaro” mandandolo qua e là in suo servigio. Ludovico ricordandosi la grande amicizia di Leone decimo quando era proscritto con la sua famiglia da Firenze vistolo papa andò a lui pieno di speranza e non ne cavò altro che belle parole. Fu anche in Firenze per commissione della corte ferrarese e la profonda impressione fattagli da quella vista si rivela in una elegia scritta in quell'occasione:

Inviato governatore in Garfagnana alza le strida perchè il cardinale lo abbia tolto a' dolci studi e a' cari amici e spintolo in quel “rincrescevole laberinto”. Da ultimo il cardinale volea trarselo appresso in Ungheria e qui il nostro poeta perde le staffe e dichiara che in Ungheria non vuole andare. Lodare il cardinale in versi sta bene; ma far da comparsa nel suo corteggio questo no:

E lo loda in latino e in volgare e più sfacciatamente in latino:

Quis patre invicto gerit Hercule fortius arma?

Mystica quis casto castius Hyppolito?

 

Ma Ippolito non si curava delle lodi e lo volea servo e non poeta:

Ludovico scrittor di commedie è lui medesimo un carattere de' più comici e se rappresentando un mondo convenzionale è riuscito nelle commedie poco felice è stato felicissimo dipingendo se stesso alla buona e al naturale. Alcune sue qualità te gli affezionano Ama i fratelli e la vecchia madre e per loro si acconcia a servitù rodendo il freno. Il suo ideale è la tranquillità della vita starsene a casa fantasticando e facendo versi vivere e lasciar vivere. Ma il punto è che sia lasciato vivere. Il poveruomo era un personaggio idillico non aveva ambizioni non curava grandezze nè onori; “gli sapeva meglio una rapa” in casa sua che t“ordo o starna o porco selvaggio ”all'altrui mensa:

Ma non è lasciato vivere e ha tra' piedi il cardinale e ne sente una stizza che sfoga con questo e con quello. Qualche rara volta la stizza si alza a indignazione e gli strappa nobili accenti:

Ma sono scarse faville. Non è così rimesso d'animo o cupido d'onori che imiti i cortigiani e sacrifichi la sua comodità per fare a gusto del cardinale; e non è così altero che rompa la catena una buona volta e lo mandi con Dio. Serve borbottando e sfogando il mal umore con una sua propria fisonomia nella scala de' Sancio Panza e de' don Abbondio. E ne nascono situazioni stupendamente comiche. Tale è il suo viaggio a Roma con tante speranze nell'amico Leone. Come lo accoglie bene! Ma sono parole e la sera gli tocca andare a cena sino all'insegna del Montone:

Ora lo prende la stizza e si sfoga descrivendo la cupidità ingorda de' cardinali; ora fa il filosofo come volesse dire: - E quando anche avessi le ricchezze del gran Turco e tre e quattro mitre ne val poi la pena? -

Ora ha aria di scusare il papa. - Poerino! Parenti cardinali che gli diedero “il più bel di tutt'i manti ” amici che lo aiutarono a tornare a Firenze dee dar bere a tanti!

Questa magnifica situazione è sviluppata con ricchezza di motivi e di gradazioni con una perfetta varietà di caratteri e con un'ironia tanto più pungente quanto appare più ingenua e più bonaria. Lo stesso ho a dire di Ludovico fatto governatore che fa un ritratto stizzoso de' suoi amministrati e deplora il tempo sciupato intorno ad essi o di Ludovico che nega di andare in Ungheria o che raccomanda a Pietro Bembo il figlio e gli narra la sua vita e le sue contrarietà i suoi studi. Ci si vede tra la stizza quella specie di rassegnazione delle anime fiacche che significa: - Ma che ci è a fare? Pazienza! - E anche una specie di bonomia che gli fa sciorinare tutt'i suoi difetti come fossero perle. Anche il Berni è così e si fa bello della sua poltroneria; ma carica e buffoneggia con lo scopo di far ridere: dove Ludovico si dipinge tutto al naturale a semplice sfogo del mal umore e meno cerca l'effetto e più l'ottiene. Si ride a spese degli altri e anche un po' a sue spese e senza ch'egli se ne accorga o se ne guardi. In un secolo così artificiato dove per soverchio studio d'imitazione o per conseguire certi effetti artistici si perdeva di vista la realtà della vita Ludovico che scrivendo commedie o canzoni e sonetti petrarcheschi si pone in un mondo convenzionale qui in presenza di se stesso come Benvenuto Cellini crea un carattere comico de' più interessanti perchè non è solo il suo ritratto ma del borghese e letterato italiano a quel tempo nel suo aspetto men reo. Ha visto Roma ha visto Firenze è stato in Lombardia ma il suo mondo non si è ingrandito; il suo centro è rimasto Ferrara; e le sue cure domestiche i suoi umori con la corte i suoi piccoli fastidi i suoi amori le sue relazioni letterarie i suoi interessi privati sono tutta la sua preoccupazione allora appunto che l'Italia era corsa da' barbari e si dibatteva nella sua agonia. Il borghese colto spensierato pigro tranquillo ritirato nella famiglia o tra le allegre brigate è tutto qui con la sua quiete e il suo “ fuge rumores”. Ci è in questo ritratto un po' di Orazio ma l'imitazione è qui natura è somiglianza di anima e di genio. Il riso è puro di amarezza e di disprezzo perchè senti che l'uomo di cui tu ridi è onesto gentile ingenuo inoffensivo ha tutte le qualità amabili delle anime deboli e buone. Non ci è il capitolo e non la satira perchè quell'uomo non si propone di berteggiare nè di censurare ma unicamente di sfogare il suo umore col fratello o l'amico. E perciò la sua narrazione è mescolata di osservazioni facezie motti proverbi movimenti stizzosi d'immaginazione tratti e pitture satiriche e soprattutto di apologhi graziosissimi piccoli capilavori. La terza rima il linguaggio eroico e tragico del medio evo il linguaggio della Divina Commedia e de' Trionfi in questa profonda trasformazione letteraria diviene il linguaggio della commedia il metro del capitolo della satira e della epistola con una sprezzatura che arieggia alla prosa. La parabola si compie in queste epistole dell'Ariosto dove la terzina è profondamente modificata e prende forma pedestre aguzzata e sentenziosa come un epigramma o un proverbio.

La terzina come il sonetto e la canzone era il genere letterario e tradizionale. L'ottava la cui immagine si vede già abbozzata ne' rispetti e ne' canti popolari era il linguaggio de' romanzi delle narrazioni e delle descrizioni recata a perfezione dal Poliziano. Era il linguaggio di moda e popolare. E la terzina sarebbe rimasta come il sonetto e la canzone stazionaria e convenzionale se il Berni e l'Ariosto non le avessero data nuova vita traendola dal cielo e dandole abito conforme al tempo. L'ottava rima cantava; la terzina discorreva berteggiava satirizzava esprimeva la parte prosaica e reale della vita.

Fra tanti fastidi e piccole miserie della vita Ludovico scriveva l'Orlando furioso con molta noia del cardinale Ippolito che vedeva sciupato in quelle “corbellerie” il tempo destinato al suo “servizio”. Il Boiardo interruppe il suo Orlando innamorato proprio allora che calava le Alpi Carlo ottavo per andar “non so in che loco”. Morì qualche anno dopo quando Ludovico traduceva Plauto e Terenzio e scriveva commedie rappresentate magnificamente nel teatro di corte. La gloria dell'Omero ferrarese spronò l'Ariosto a tentar qualche cosa di simile. Cominciò in terza rima una storia epica de' fasti estensi ma smise subito disacconcio il metro alla sua larga vena. E si risolse senz'altro di continuar la storia di Orlando ripigliandola là dove l'avea lasciata il Boiardo. Se ne consigliò col Bembo il quale lo esortò a scrivere il poema in latino. L'Orlando in latino! Il Bembo non capiva cosa fosse l'Orlando innamorato. Ma lo capiva l'Ariosto che di quella lettura facea sua delizia e deliberò senza più di usare lo stesso metro e le stesse forme. Così cansò l'imitazione classica e ricuperò la libertà del suo ingegno. Pose mano al lavoro nel 1505 al suo trentunesimo anno e vi si seppellì per dieci anni e spese tutto il rimanente della vita a emendarlo. Si racconta che andasse sino a Modena in pianelle e non se ne accorse che a metà della via. Altri fatti si narrano della sua distrazione. Che cosa c'era dunque nella sua testa? C'era l'Orlando furioso. Niuna opera fu concepita nè lavorata con maggior serietà.

E ciò che la rendeva seria non era alcun sentimento religioso o morale o patriottico di cui non era più alcun vestigio nell'arte ma il puro sentimento dell'arte il bisogno di realizzare i suoi fantasmi. Ci è ne' suoi fini il desiderio un po' di secondare il gusto del secolo e toccare tutte le corde che gli erano gradite un po' di tessere la storia o piuttosto il panegirico di casa d'Este. Ma sono fini che rimangono accessorii naufragati e dimenticati nella vasta tela. Ciò che lo anima e lo preoccupa è un sentimento superiore che è per lui fede moralità e tutto ed è il culto della bella forma la schietta ispirazione artistica. E lo vedi mutare e rimutare finchè non abbia dato alle sue creazioni l'ultima forma che lo contenti. Da questa serietà e genialità di lavoro uscì l'epopea del Rinascimento il tempio consacrato alla sola divinità riverita ancora in Italia l'Arte.

Ludovico e Dante furono i due vessilliferi di opposte civiltà. Posti l'uno e l'altro tra due secoli prenunziati da astri minori furono le sintesi in cui si compì e si chiuse il tempo loro. In Dante finisce il medio evo; in Ludovico finisce il Rinascimento.

Ritratto tutti e due della loro età. Dante fu più poeta che artista: all'artista nocquero la scolastica l'allegoria l'ascetismo e la stessa grandezza ed energia dell'uomo. Ci era nella sua coscienza un mondo reale troppo vivo e appassionato e resistente perchè l'arte potesse dissolverlo e trasformarlo. E quel mondo reale era involuto in forme così dense e fisse che il suo sguardo profondo non potè sempre penetrarvi e attingerlo nel suo immediato.

Tutto questo mondo è già sciolto innanzi a Ludovico nella sua realtà e nelle sue forme. È sciolto per un lavoro anteriore al quale egli non ha partecipato. Già nel Petrarca spunta l'artista che si foggia il mondo del suo cuore e se lo compone e atteggia come pittore e ci crede e ci si appassiona e ne sente i tormenti e le gioie. Già nel Boccaccio l'arte si trastulla a spese di quella realtà e di quelle forme. Già su quel mondo è passato il ghigno di Lorenzo e il riso beffardo del Pulci e già vòto il tempio è surta sugli altari la nuova divinità annunziata da Orfeo tra' profumi eleganti del Poliziano. Ludovico non ha niente da affermare e niente da negare. Trova il terreno già sgombro e senza opera sua. Non è credente e non è scettico; è indifferente. Il mondo in mezzo a cui si forma destituito di ogni parte nobile e gentile senza religione senza patria senza moralità non ha per lui che un interesse molto mediocre. Buona pasta d'uomo con istinti gentili e liberi servo non fremente e ribelle ma paziente e stizzoso adempie nella vita la parte assegnatagli dalla sua miseria con fedeltà con intelligenza ma senza entusiasmo e senza partecipazione interiore. Lo chiamavano distratto. Ma la vita era per lui una distrazione un accessorio e la sua occupazione era l'arte. Andate a vedere quest'uomo mezzano e borghese come quasi tutt'i letterati di quel tempo nella sua bontà e tranquillità facilmente stizzoso e che non sa conquistare la libertà e non sa patire la servitù e tutto rimpiccinito e ritirato tra le sue contrarietà e le sue miserie si fa spesso dar la baia per le sue distrazioni e le sue collere; andate a vedere quest'uomo quando fantastica e compone. Il suo sguardo s'illumina la sua faccia è ispirata si sente un iddio. Là su quella fronte vive ciò che è ancora vivo in Italia: l'artista.

Già questo mondo cavalleresco che riempie la sua immaginazione non era stato altro mai in Italia che un mondo di fantasia e visto da lontano. E quando ogni idealità si corruppe molti cercavano ivi quell'ideale di bontà e di virtù che altri trovavano nella vita pastorale: così sorse sulle rovine del medio evo il poema cavalleresco e l'idillio i due mondi poetici o ideali del Rinascimento. Una reminiscenza di quel mondo cavalleresco c'era ma lontana e confusa per le date per i luoghi e per i fatti; sicchè veniva alla coscienza non da tradizioni nazionali ma dalla lettura di romanzi tradotti o imitati. Pure una immagine vicina di quel mondo era nelle corti dove appariva quel non so che signorile e gentile e umano che fu detto “cortesia” e dove spesso si davano spettacoli che richiamavano alla mente quelle forme e que' costumi. Ci era dunque nella coscienza italiana un mondo della cortesia contrapposto al mondo plebeo per la pulitezza delle forme e la gentilezza de' sentimenti; un mondo le cui leggi non erano derivate dal Vangelo nè da alcun codice ma dall'essere cavaliere o gentiluomo; e anche oggi sentiamo dire: “in fè di gentiluomo”. Ci era il codice dell'onore e dell'amore che comprendeva gli obblighi del prode e leale cavaliere. La costanza e fedeltà nell'amore la devozione al suo signore l'osservanza della parola la difesa de' deboli la riparazione delle offese erano gli articoli principali di quel codice il cui complesso costituiva il così detto punto d'onore. Questo è quel mondo della cortesia che nel Decamerone apparisce come il mondo poetico in contrapposto con la rozzezza plebea: e in verità Gerbino e Guglielmo e la figlia di Tancredi e Federigo degli Alberighi sono belle immagini di un mondo superiore per finezza e fierezza di tempra. Ma nelle corti italiane come quelle di Urbino di Ferrara di Mantova era rimasto di quel mondo appena un barlume e più nell'apparenza che nella sostanza anzi non rado avveniva di vedere accoppiata con l'eleganza e la galanteria dei costumi la più sfacciata perfidia come in Cesare Borgia. Un sentimento vero e profondo dell'onore non era dunque parte intima del carattere nazionale e se allora potevano esserci uomini di onore non ci era certo nè un popolo nè una classe dove l'onore fosse regola della vita anzi quegli uomini colti e svegliati erano inclinati a dar dello sciocco a quelli che con loro danno o incomodità osservavano quelle leggi: non era virtù era dabbenaggine e destava quel leggier senso ironico la cui punta è appena dissimulata nell'esclamazione del poeta:

Non ci era dunque in Italia un serio sentimento cavalleresco che potesse ispirare qualche cosa come il Cid; e scaduto ogni sentimento religioso morale e politico l'onore rimaneva senza base e non avea serbate che alcune delle sue qualità superficiali e più brillanti che solide di cui si vede il codice nel Cortigiano del Castiglione. Perciò la cavalleria come la mitologia e come il mondo religioso non era fra noi altro che pura leggenda o romanzo un mondo d'immaginazione che interessava non per il suo ideale ma per la novità la varietà e la straordinarietà degli accidenti. Meno il suo significato era serio e più il suo contenuto era fantastico e licenzioso cancellati tutt'i limiti di spazio e di tempo e di verisimiglianza. Il cantastorie non si proponeva altro scopo che di stuzzicare la curiosità e appagare l'immaginazione intessendo sul vecchio fondo tradizionale cavalleresco le favole più assurde e intrigandole fra loro in modo da tener sospesa e curiosa l'attenzione. Indi quelle forme di narrare bizzarre interrompendo intramettendo ripigliando co' passaggi più bruschi e portando l'incoerenza fino nell'esterna orditura del racconto.

Già cominciava a spuntare una scienza dell'uomo e della natura. L'invenzione della stampa la scoperta di Copernico i viaggi di Colombo e di Amerigo Vespucci gli scritti del Pomponazzi i Discorsi del Machiavelli la Riforma la costruzione solida di grandi Stati come la Spagna la Francia l'Inghilterra erano fatti colossali che rinnovavano la faccia del mondo. Ma le conseguenze non erano ancora ben chiare e il mondo moderno il mondo dell'uomo e della natura o per dirlo in una parola la scienza era ancora come un sole inviluppato di vapori che non danno via a' suoi raggi. E i vapori erano il mondo popolare dell'immaginazione che suppliva alla scienza riempiendo la terra di miracoli. Ogni specie di soprannaturale era accumulata e ammessa il miracolo de' cristiani il prodigio de' pagani gl'incanti de' maghi e delle fate le imposture degli astrologi. L'uomo stesso in mezzo a questa natura fatata e incantata era un attore degno di quel teatro: essere ancora primitivo credulo ignorante abbandonato alle sue inclinazioni e passioni determinato all'azione da sùbiti movimenti anzi che da posata riflessione e che non si ripiega mai in sè non si studia non si conosce è tutto superficie tutto fuori nel tumulto e nel calore della vita. Perciò è piuttosto anch'esso una forza naturale che un essere consapevole una forza tirata e avvolta nel vario gioco degli avvenimenti povera di “carattere” e di “autonomia”.

Nondimeno l'Italia era il paese dove l'uomo come intelligenza era più adulto più formato dall'educazione e dalla coltura e dove il soprannaturale sotto tutte le sue forme non era ammesso che come macchina poetica un gioco d'immaginazione. Perciò se in altre parti di Europa ci era ancora un legame tra il mondo cavalleresco e il mondo reale questo legame era spezzato tra noi e la cavalleria non era che un mondo di pura immaginazione.

Ludovico era tutt'altro che uomo cavalleresco anzi tirava al comico. E quando prese a voler continuare la storia del Boiardo era come un pittore che dipinge con la stessa indifferenza una santa o una ninfa o una fata pur di dipingerla bene. Molti chiedono: - Quale fu lo scopo dell'Ariosto? - Non altro che rappresentare e dipingere quel mondo della cavalleria. Omero canta l'ira di Achille; Virgilio canta Enea; Dante canta la redenzione dell'anima; l'Ariosto non canta l'impresa di Agramante o di Carlo e non le furie di Orlando e non gli amori di Ruggiero e Bradamante: l'impresa di Agramante è per lui come un punto fisso intorno al quale si sviluppa il mondo cavalleresco non lo scopo ma il tempo e il luogo nel quale si mostra quel mondo. Egli canta le donne e i cavalieri le cortesie e le audaci imprese che furono “a quel tempo” che Agramante venne in Francia. Le furie di Orlando e gli amori di Ruggiero sono non episodi appunto perchè non ci è un'azione unica e centrale ma parti importanti di quell'immensa totalità che dicesi mondo cavalleresco. L'unità è dunque non questa o quella azione e non questo o quel personaggio ma è tutto esso mondo nel suo spirito e nel suo sviluppo nel tal luogo e nel tal tempo. Se l'impresa di Agramante fosse non il semplice materiale dove si sviluppa il mondo cavalleresco ma una vera e seria azione lo scopo del poema e se Orlando e Ruggiero fossero episodi in quest'azione il romanzo sarebbe così difettoso come difettosa sarebbe la Divina Commedia a volerla giudicare con lo stesso criterio. Belli questi episodi che invadono l'azione e la soperchiano! Bella quest'azione che ha i suoi accidenti più importanti fuori del poema nella storia del Boiardo e che ispira un interesse molto mediocre al poeta il quale se ne ricorda solo allora che ha bisogno di raccogliere le fila troppo sparse in un centro e volentieri e per lungo tempo se ne dimentica e finita essa continua senza di essa! Unità d'azione ed episodi sono un linguaggio convenzionale venutoci da Aristotile e da Orazio e sarebbe cosa assurda a volerlo applicare al mondo cavalleresco. Perchè l'essenza di quel mondo è appunto la libera iniziativa dell'individuo la mancanza di serietà di ordine e di persistenza in un'azione unica e principale sì che le azioni si chiamano avventure e i cavalieri si dicono erranti. Staccarsi dal centro andare vagando e cercare avventure è lo spirito di un mondo che ripugna così alla unità come alla disciplina. Volere organizzare questo mondo co' precetti di Orazio e di Aristotile è un volerlo falsificare. Il disordine qui è ordine e la varietà è unità. Come l'unità del mondo nella sua infinita varietà è nel suo spirito o nelle sue leggi così l'unità di questa vasta rappresentazione è nello spirito o nelle leggi del mondo cavalleresco.

La forza centripeta è assai fiacca in questo mondo della libertà e dell'iniziativa individuale; e ci vuole l'angiolo Michele o il demonio per tirare i cavalieri erranti a Parigi dove si combatte. E non ci si trovano che un par di volte e appena una giornata; chè il dì appresso corrono di nuovo dietro a' fantasmi delle loro passioni tirati da amore da vendetta da gloria e vaghi tutti di avventure strane e maravigliose. La stessa impresa di Agramante non è un fatto religioso o politico ma anch'essa una grande avventura cagionata dal desiderio della vendetta. Parigi è un punto stabile dove stanno a offesa e difesa con gli eserciti Carlo e Agramante; ma i loro paladini e cavalieri la più parte re e signori vanno discorrendo per il mondo e Parigi non è che un punto di convegno dove il racconto si raccoglie alcuna volta e si riposa e di cui si vale il poeta per comporre e annodare le fila in certi grandi intervalli. Perchè al di sopra di quest'anarchia cavalleresca ci è uno spirito sereno e armonico che tiene in mano le fila e le ordisce sapientemente e sa stuzzicare la curiosità e non affaticare l'attenzione cansare in tanta varietà e spontaneità di movimenti il cumulo e l'imbroglio ricondurti innanzi improvviso personaggi e avvenimenti che credevi da lui dimenticati e nella maggiore apparenza del disordine raccogliere le fila egli solo tranquillo e sorridente in mezzo al tumulto di tanti elementi cozzanti. Parigi è il principal nodo dell'ordito è come un faro che di tanto in tanto brilla e illumina tutto intorno. La scena si apre a Parigi appunto allora che le genti cristiane hanno avuto una gran rotta. E allora appunto quando il bisogno è maggiore Rinaldo Orlando Brandimarte vanno via. Rinaldo corre dietro a Baiardo Orlando corre dietro ad Angelica e Brandimarte corre dietro ad Orlando. Vi trovate già in pieno mondo cavalleresco: vi si sviluppano le avventure. E mentre essi corrono Agramante mette il fuoco a Parigi e Rodomonte vi entra solo e vi sparge il terrore. Parigi è salvato perchè una pioggia miracolosa spenge l'incendio e Rinaldo guidato dall'angiolo Michele giunge proprio a tempo e disfà i pagani. Agramante che assediava è assediato. I cavalieri pagani sono anche erranti. Ferraù cerca Orlando a cui ha giurato di toglier l'elmo; Gradasso cerca Rinaldo a cui vuol togliere Baiardo; Sacripante cerca Angelica; Marfisa Rodomonte Ruggiero Mandricardo contendono e pugnano tra loro. Riesce al demonio di farli correre appresso al ronzino di Doralice che li tira seco a Parigi. Giungono e disfanno i cristiani. Ma il dì appresso si raccende la discordia e vengono alle mani. Mandricardo è ucciso da Ruggiero; Marfisa e Rodomonte lasciano per ira il campo; e chi rimane? Rinaldo tra' cristiani Ruggiero tra' pagani. Un duello tra Rinaldo e Ruggiero dee porre fine alla guerra. Ma Agramante rompe i patti è disfatto la sua flotta è dispersa da' nemici e da' venti e vede di lungi la sua patria arsa da' cristiani. Il poema cominciato a Parigi si termina a Parigi con le nozze di Ruggiero e la morte di Rodomonte. Parigi è il legame esteriore del racconto ma non ne è l'anima o il motivo interiore. Il motivo è lo spirito di avventura e la soddisfazione degli appetiti l'amore o il punto d'onore o il maraviglioso che tirasi appresso il cavaliere quando non sia sviato e impedito da forze soprannaturali. Il soprannaturale è qui come semplice macchina o forza senza personalità; e forze sono e non persone Michele e il demonio e la Discordia e Atlante e Melissa. È un soprannaturale privo di ogni aureola e prestigio e tali sono pure le spade e gli scudi incantati e gli anelli fatati e gl'ippogrifi e la lancia di Argalìa e il corno di Astolfo e simili storie viete e note che lasciano fredda l'immaginazione del poeta. Si è così avvezzi a questo soprannaturale che ci si sta dentro come in un mondo ordinario; quel fantastico in permanenza uccide se stesso e perde le sue punte e i suoi colori; se interesse ci è non è in quello ma negli effetti tragici o comici che sa cavarne il poeta come sono gli effetti comici del corno di Astolfo. Tra questo mondo soprannaturale vive una forza indisciplinata e quasi ancora primitiva nelle varie sue gradazioni dal mostro e dal gigante e dal pagano sino al cavaliere cristiano il cui modello è nel codice di onore e che rappresenta la civiltà e il progresso nella comune barbarie.

I motivi spirituali di questo mondo l'amore l'onore e il maraviglioso o lo spirito di avventura sono dal poeta portati a quell'ultimo punto che confina col ridicolo: l'amore toglie il senno ad Orlando ed imbestia Rodomonte; il punto d'onore degenera in puntiglio e produce i più strani effetti la cui immagine tragica è Mandricardo e il cui modello comico è Rodomonte nelle sue imprese sul ponte; il maraviglioso ti conduce sino alla soglia dell'inferno e nel paradiso terrestre e nel regno della Luna. Il mondo cavalleresco ne' suoi motivi interni è spinto all'ultima punta. Se l'elemento soprannaturale è fiacco e la stessa Alcina pare quasi più una personificazione allegorica che una verace persona poetica vivacissima è al contrario la pittura degli avvenimenti determinati da forze naturali e umane che abbracciano tutto il circolo della vita nelle sue varie e contrarie apparenze. Vi si sviluppano profonde combinazioni estetiche serie e comiche; come è Angelica che finisce moglie di un povero fante la pazzia di Orlando la peregrinazione di Astolfo nella Luna la discordia nel campo di Agramante Agramante in vista di Biserta e Gradasso fatato che guerreggiando tutta la vita per avere Baiardo e Durlindana quando le ha ottenute e si crede felice è ammazzato da Orlando. Reminiscenza di Achille è Ruggiero liberato dagli ozi del castello incantato e dalle delizie di Alcina e riuscito il più perfetto modello di cavaliere. Intorno a queste grandi combinazioni si aggruppano fatti minori che danno il finito e il contorno a questo mondo nelle sue più lievi sfumature come è la morte di Zerbino e il lamento d'Isabella Olimpia abbandonata la morte e le esequie di Brandimarte le avventure di Grifone Dudone Marfisa e le scene comiche di Martano di Gabrina e di Giocondo. Quantunque un mondo così fatto abbia un aspetto fuori dell'ordinario e si discosti tanto da' costumi e dal sentire del suo tempo pure Ludovico ci sta così a suo agio e ne ha sì vivamente impressa l'immaginazione che te lo dà alla luce con tutt'i caratteri di una vita presente e reale. E qui è il maraviglioso del genio ariostesco rappresentare un mondo così straordinario con semplicità e naturalezza. Le condizioni di esistenza sono veramente fantastiche sino all'assurdo; ma una volta ammesse quelle basi il movimento storico diviene profondamente umano e naturale. Si vegga con che fine gradazioni psicologiche è condotto Orlando sino a perdere il senno con che scala intelligente è rappresentato il dolore di Olimpia o la discordia de' pagani nel campo di Agramante. Perciò tutti quei personaggi ti stanno innanzi vivi e non puoi dimenticarli più. Alcuni anzi son divenuti caratteri comici proverbiali come Rodomonte Gradasso Sacripante Marfisa. Il poeta non s'intromette niente nella sua storia e più che attore è spettatore che gode alla vista di quel mondo quasi non fosse il mondo suo il parto della sua immaginazione. Indi quella perfetta obbiettività e perspicuità del mondo ariostesco che è stata detta chiarezza omerica. L'arte italiana in questa semplicità e chiarezza ariostesca tocca la sua perfezione ed è per queste due qualità che l'Ariosto è il principe degli artisti italiani dico “artisti” e non “poeti”. Non dà valore alle cose slegate dalla realtà e puro gioco d'immaginazione; ma dà un immenso valore alla loro formazione e intorno vi si travaglia con la maggiore serietà. Non ci è così piccolo particolare che non tiri la sua attenzione e non abbia le sue ultime finitezze. Appunto perchè l'interesse è non nella cosa ma nella sua forma la maniera sobria e comprensiva di Dante è abbandonata e non hai schizzi hai quadri finiti. Ciò che nel Decamerone ti dà il periodo qui te lo dà l'ottava di una ossatura perfetta e congegnata a modo di un quadro col suo protagonista i suoi accessorii e il suo sfondo. Il Poliziano ti dà una serie di cui lascia il legame all'immaginazione: l'Ariosto ti dà un vero periodo così distribuito e proporzionato che pare una persona. E l'effetto è non solo in quella ossatura materiale così solida e bene ordinata ma in quell'onda musicale in quella superficie scorrevole e facile che ti fa giungere all'anima insieme coi fatti i loro motivi e i loro affetti. Nel secolo de' grandi pittori quando l'immaginazione italiana mirava a dare all'immagine tutta la sua finitezza l'Ariosto è pittore compìto che non ti lascia l'oggetto finchè non ne abbia fatto un quadro. E non è che cerchi effetti di luce o di armonia straordinari o lusso di colori e di accessorii: non ci è ombra di affettazione o di pretensione; ci è l'oggetto per se stesso che si spiega naturalmente. Il poeta fissa l'esteriorità nel punto che è viva quando cioè è atteggiata così o così per movimenti interni o esteriori e non osserva non riflette non la scruta non l'interroga non cerca al di dentro non la palpa non la maneggia per volerla abbellire. Nessun movimento subbiettivo viene a turbare l'obbiettività del suo quadro; nessun movimento intenzionale. Non ci è il poeta ci è la cosa che vive e si move e non vedi chi la move e pare si mova da sè! Questa sublime semplicità nella piena chiarezza della visione è ciò che il Galilei chiamava a ragione la “divinità” dell'Ariosto. E non è solo nel minuto ma nelle grandi masse. La sua vista rimane tranquilla e chiara ne' più bruschi e complicati movimenti d'insieme. Indi è che dipinge duelli battaglie giostre feste spettacoli paesaggi castella con quella purezza e semplicità di disegno che dipinge le cose minime. Nelle ottave del Poliziano la superficie non ha più nulla di scabro ma ti accorgi che è stata strofinata leccata lisciata e si vede l'intenzione dell'eleganza. Qui la superficie è così naturalmente piana che ti par nata a quel modo e che non possa essere altrimenti. Pigliamo ad esempio la rosa:

Qui la rosa m'ha aria di una fanciulla civettuola che prende questa o quell'attitudine per parer vezzosa. L'“incappellarsi” lo “sportello” quell'“ardere in dolce foco” sono immagini appiccatele da immaginazione umana. È la rosa non nella sua naturalezza immediata ma come pare all'uomo. Ci si vede il lavoro dello spirito che l'orna e la vezzeggia la rosa passata attraverso lo spirito e uscitane trasformata. Vedi ora nell'Ariosto la rosa

Questa è la storia o il romanzo della rosa. Il poeta ha aria non di descrivere ma di raccontare e ti pone innanzi la cosa nella sua verità naturale sì che niente paia oltrepassato esagerato o trasformato. L'“alba rugiadosa” il “ceppo verde” la “nativa spina” i “gioveni vaghi” le “donne innamorate” i “seni e le tempie” il “gregge e il pastore” sono tutte immagini naturali distinte plastiche obbiettive prodotte da una immaginazione impersonale assorbita dallo spettacolo. E guarda alla movenza dell'ottava con tanta semplicità che l'ultimo verso par ti caschi per terra come vil prosa a quel modo che è cascata la rosa da quella sua altezza verginale. Gli è che qui eleganza armonia colorito non vengono da alcun preconcetto dello spirito ma sono la forma stessa delle cose non il loro ornamento o la loro veste ma la loro chiarezza. Come le cose minime così le grandi masse sono disegnate con la stessa perspicuità e purezza. Fra tante battaglie e duelli e incanti e paesaggi non trovi mai ripetizioni o reminiscenze perchè ciascuna cosa è come un individuo perfettamente distinto e caratterizzato. Quadro piccolo o grande che sia prende la sua movenza e il suo colore dalla cosa rappresentata e però ciascun quadro è in sè distinto e compìto condotto e disegnato negli ultimi particolari. Lo spirito ne' suoi preconcetti è limitato e produce la “maniera” che ti pone innanzi non la cosa vista ma il modo di guardarla la visione: e perciò facilmente imitabili sono i poeti subbiettivi ne' quali prevale la maniera come il Petrarca il Tasso il Marino e simili. Al contrario inimitabile è l'Ariosto che non ha maniera perchè è tutto obbliato e calato nelle cose e non ha un guardare suo proprio e personale. Anzi egli ha una perfetta bonomia un'aria di raccontare alla schietta e alla buona come le cose gli si presentano senza mettervi niente di suo. Ha un ingegno poroso che riceve e rende le cose nella evidenza e distinzione della loro personalità senza che esse trovino ivi intoppo o alterazione. Perciò il suo ingegno è trasmutabile in tutte guise non secondo il suo umore ma secondo la varia natura delle cose. Con la stessa facilità e sicurezza vien fuori l'eroico il tragico il comico l'idillico il licenzioso come qualità naturali delle cose anzi che del suo spirito. Di che viene l'evidenza miracolosa di questo mondo nella sua infinita varietà e libertà e la sua serietà artistica nel suo insieme e nelle minime parti. L'evidenza è in quel coglier gli oggetti vivi cioè in azione e metterti innanzi tutti gli accessorii essenziali anch'essi in azione cioè come movimenti attitudini o motivi accessorii che Dante fa indovinare e che qui si sviluppano nelle larghe pieghe dell'ottava. E perchè gli oggetti sono còlti in azione o in movimento le descrizioni sono rare e sobrie e appena accennati i caratteri e i paesaggi che sono l'uomo e la natura nel loro stato d'immobilità e abbozzate le intramesse e le commettiture e le circostanze facilmente intelligibili e gli antecedenti richiamati brevemente e l'azione colta nel momento più interessante e condotta innanzi con le vele gonfie e con prospero vento. Mai non ti accade d'impaludare o di deviare: come in questo mondo par che non esistano limiti di spazio o di tempo così nello stile non trovi intoppi o ingombri e sei in acqua limpida e corrente. Tutto è succo e pieno di senso. Niente ci sta in modo assoluto: tutto è relativo e intenzionale e concorre all'effetto ora serio ora comico. L'effetto è quale te lo può dare un mondo di sola immaginazione al quale il poeta non prende altra partecipazione che artistica che non ha alcuna relazione con le sue passioni e i suoi sentimenti. L'effetto è una viva curiosità sempre nutrita e accompagnata spesso da una tranquilla soddisfazione come chi sa di sognare e gli piace e tiene gli occhi mezzo chiusi immerso in quella contemplazione. Il sogno gli piace pure non dice nulla al suo cuore e alla sua mente: è un dolce ozio dell'immaginazione. È un flutto d'immagini così vive e limpide così naturali e così espressive che ti tengono a sè e non ti concedono alcuna distrazione; e ti giungono portate da onde sonore tra colori e tra mormorii che dilettano la vista e suonano deliziosamente nell'orecchio. Quel mondo è il tuo rêve o per dirla con linguaggio tolto a quel mondo è il tuo castello incantato il tuo sogno dorato. L'impressione non è così profonda che oltrepassi l'immaginazione e colpisca il tuo essere in ciò che di più serio ha il pensiero o il sentimento. La più gagliarda impressione ti suscita appena una emozione nuvoletta nel suo formarsi già sciolta in quel limpido cielo. Di queste nuvolette leggiere appena disegnate è sparso il racconto e sono movimenti subitanei che provocano una risata o una lacrima immediatamente repressi e trasformati. Eccone qualche esempio:

Così subitanee e così fugaci sono le tue emozioni quando ti balzano innanzi certe immagini tenere. Si sveglia subito nel tuo cuore qualche cosa che si move e che non puoi chiamare ancora “sentimento” quando una nuova immagine ti avverte del gioco e ricaschi nella tranquillità della tua visione. Una delle creature più simpatiche dell'Ariosto è Zerbino e quando gli giunge addosso la spada di Mandricardo ci è nel nostro cuore un piccol movimento che risponde ai palpiti della sua Isabella; ma il poeta con una galanteria piena di grazia paragona la lunga e non profonda ferita al nastro purpureo che partisce la tela d'argento ricamata dalla sua bella e spenge in sul nascere quel movimento. La morte di Zerbino è una scena molto tenera il cui sentimento troppo straziante è rintuzzato da immagini graziosissime. Isabella è china sul morente: il poeta la guarda e la trova pallidetta come rosa:

Zerbino morendo nella sua disperazione manda un ultimo sguardo pieno di passione all'amata:

Talora è una sola circostanza ben collocata che dal sentimentale ti gitta nell'immagine:

A quest'ufficio adempiono specialmente i paragoni che nel più vivo dell'emozione te ne distraggono e ti presentano un altro oggetto. Sacripante nel suo dolore paragona la verginella alla rosa. Angelica incalzata da Rinaldo pare una cavriola fuggente che abbia veduta la madre sotto i denti del pardo:

L'“impasto leone” l'“uscito di tenebre serpente” l'“orsa assalita nella petrosa tana” il “vase a bocca stretta e a lungo collo onde l'acqua esce a goccia a goccia” e simili spettacoli non nuovi e non originali come presso Dante ma di apparenze e movenze vivacissime sono gagliarde diversioni e distrazioni che riconducono la vita al di fuori anche nel maggiore strazio della passione. Veggasi nel canto quarantacinquesimo il lamento di Bradamante che è una vera canzone elegiaca sparsa di amabili paragoni. Quell'occhio vagante che cerca se stesso nella natura ha già rasciutte le lacrime. Onde nasce quel tono generale del sentimento più vicino all'elegiaco e all'idillico che all'eroico e al tragico; ciò che è conforme non pure alla natura impressionabile e tenera del poeta ma alla stessa tendenza dell'arte dal Petrarca in qua. Anche la natura rimane tutta al di fuori e non ti cerca l'anima com'è il giardino di Alcina e il paradiso terrestre. Ci è l'immagine non ci è il sentimento:

Qual è il suono che manda questa natura? Quali impressioni? Quali ispirazioni? Astolfo fra tanta bellezza guarda e passa e non gli si move il core che di maraviglia alla vista di un muro che è tutto di una gemma

Non hai dunque il sentimento della natura come non hai il sentimento della patria della famiglia dell'umanità e neppure dell'amore dell'onore. In luogo del sentimento hai la sentenza morale che è la sua astrazione il sentimento naturalizzato e cristallizzato in bei versi come:

dar facile credenza a quel che vuole.

 

Ecco magnifiche sentenze intorno all'amore:

Queste sentenze non sono osservazioni profonde e originali ma luoghi comuni assai bene versificati che non lasciano alcun vestigio di sè. Il sentimento ora condensato in una sentenza ora tradotto in una immagine appena nato si dissolve. Non mancano tratti sentimentali come è la risposta di Dardinello a Rinaldo o di Agramante a Brandimarte o i lamenti di Olimpia o di Orlando o di Cloridano così musicali ed elegiaci; ma stanno come inviluppati in quel mare fantastico e naufragati sotto a quei flutti d'immagini. Sono voci d'angoscia e di passione che prima di giungere a noi già si confondono col rumore delle onde e diventano visibili: sono immagini Un ultimo esempio ce lo dà Orlando che piangendo e chiamando Angelica la paragona ad un'agnella smarrita e ci fa intorno de' ricami.

In una società così poco sentimentale così superficiale e mobile e così ricca d'immaginazione come povera di coscienza si può concepire quale viva ammirazione dovessero destare questi quadri plastici. La nuova letteratura iniziata in quei giri musicali del Decamerone si contemplava e si ammirava in queste flessuose ottave dove la vita nella sua rapida vicenda è così palpabile e così limpida “Procul este profani.” Nessuna ombra del reale nessuno spettro del presente nessuna voce profonda del cuore o della mente venga a turbare questa danza serena. Siamo nel regno della pura arte: assistiamo a' miracoli dell'immaginazione. Il poeta volge le spalle all'Italia al secolo al reale e al presente e naviga come Dante in un altro mondo e quando dalla lunga via ritorna si circonda come d'una corona di poeti e di artisti vera immagine di quella Italia madre della coltura e dell'arte a cui egli presentava l'Orlando. Ma Dante si traeva appresso nell'altro mondo tutta la terra: la patria lo inseguiva anche colà co' suoi fantasmi. Ludovico naviga con la testa scarica e il cuore tranquillo come un pittore che viaggia e dipinge quello che vede. Ciò che gli fa tremare la mano ciò che gli fa battere il cuore è questo solo pensiero: “Quello che mi sta nella testa quello che io vedo così bene qua dentro uscirà così sulla tela?”. E tocca e ritocca sino alla morte scontento inquieto: perchè non è tranquillo chi ha qualche cosa a realizzare sulla terra. Ciò che Ludovico ha a realizzare non è questo o quel contenuto nella sua realtà e serietà. Il mondo cavalleresco è per lui fuori della storia libera creatura della sua immaginazione. Ciò che ha a realizzare in quello è la forma la pura forma la pura arte il sogno di quel secolo e di quella società la musa del Risorgimento. Ed ha tutte le qualità da ciò. Ha sensibilità più che sentimento; ha impressioni ed emozioni più che passioni; ha vista chiara più che profonda; ha l'anima tranquilla sgombra di ogni preoccupazione piena di fantasie allegra nella produzione e tutta versata al di fuori nei suoi fantasmi. È lo spirito non ancora consapevole che vive al di fuori e si espande nel mondo e s'immedesima con quello e lo riflette puro con brio giovanile. Così è venuto fuori quasi di un getto quasi per generazione spontanea questo mondo cavalleresco sorriso dalle Grazie di una freschezza eterna tolto alle ombre e a' vapori e a' misteri del medio evo e illuminato sotto il cielo italiano di una luce allegra e soave. Niente è uscito dalla fantasia moderna che sia comparabile a questo limpido mondo omerico. Il Risorgimento realizzava il suo sogno la nuova letteratura avea trovato il suo mondo.

E che cosa volea questa nuova letteratura? Non volea già questo o quel contenuto. Era scettica e cinica e credeva solo all'arte. E l'Ariosto le dava questo mondo dell'arte in un contenuto di pura immaginazione.

Ma non ci accostiamo molto a questa bella esteriorità. Se ci mettiamo sopra la mano la ci fugge come ombra e se guardiamo al di sotto pare non ci sia nulla. Quando leggi Omero senti uscirne non sai come le mille voci della natura che trovano un'eco nelle tue fibre e sembrano le tue voci le voci della tua anima. Gli è che ivi la forma è esso medesimo il contenuto e il contenuto sei tu è vita della tua vita è sangue del tuo sangue. Qui il contenuto è un giuoco della immaginazione e non ti ci profondi e non ti ci appassioni appunto perchè hai il sentimento che è un giuoco. Talora sta per spuntarti la lacrima quando ti svegli di un tratto e scoppi in una risata.

Pare ma non è vero che al di sotto di questa bella esteriorità non ci è nulla. Al di sotto ci è Momo ci è lo spirito di Giovanni Boccaccio.

L'elemento dell'arte negativo e dissolvente avea già percorso tutto il suo ciclo a Firenze giunto sino alla pura buffoneria. Il Boccaccio il Sacchetti il Magnifico il Pulci il Berni hanno il proposito espresso della caricatura hanno innanzi un mondo reale di cui mettono in rilievo il lato comico. L'Ariosto non ha intenzione di mettere in gioco la cavalleria come fece il Cervantes e nel suo mondo s'incontrano episodi comici e anche licenziosi e anche grotteschi come la Gabrina con la stessa indifferenza che s'incontrano episodi tragici ed elegiaci. Ma se il suo riso non è intenzionale non è neppure un semplice mezzo di stile per divertire i lettori buffoneggiando come fece poi il Berni nel suo Orlando. Il suo riso è più serio e più profondo.

È il riso dello spirito moderno diffuso sul soprannaturale di ogni qualità; è se non ancora la scienza il buon senso generato da un sentimento già sviluppato del reale e del possibile è il riso precursore della scienza.

Ludovico è innanzi tutto un artista. A questo mondo cavalleresco egli non ci crede; pur se ne innamora ci si appassiona ci vive entro ne fa il suo mondo più serio a lui che tutto il mondo che lo circonda. Ma è un amore un interesse semplicemente di artista. La sua immaginazione se lo assimila ne acquista una piena intelligenza fa e disfà compone e ricompone con assoluta padronanza come materia di cui conosce tutti gli elementi e che atteggia e configura a suo genio. La materia in Dante così resistente e scabra qui perde i suoi angoli e le sue punte e come cera riceve tutte le impressioni. L'immaginazione le si accosta sgombra di ogni preconcetto e di ogni intenzione e vi si cala e vi si obblia e pare non sia altro che la stessa materia. Il creatore è scomparso nella creatura. L'obbiettività è perfetta. Ma guarda bene e vedrai sulla faccia di quella creatura la fisonomia poco riverente di colui che l'ha creata e che in certi momenti pare si burli della tua emozione e ti squadri la mano. Non sai se è di te che si burli o della sua creatura e a ogni modo ci mette una grazia che gli daresti un bacio. La burla ti coglie improvviso nella maggiore serietà della rappresentazione. Una barzelletta un motto ti disfà in un istante le creazioni più interessanti e ti avviene così spesso che non ti abbandoni più e prendi guardia e ti avvezzi a poco a poco a quell'ambiente equivoco nel quale si aggira quel mondo. Quando l'autore sembra interamente scomparso nella sua creazione tu non te la lasci fare e sai che un bel momento metterà fuori il capo e ti farà una smorfia. Di sotto a quella obbiettività omerica si sviluppa di un tratto sotto forma d'ironia l'elemento subbiettivo e negativo.

Cosa è dunque questo mondo? È la sintesi del Risorgimento nelle sue varie tendenze. È il medio evo il mondo chiamato “barbaro” il passato rifatto dall'immaginazione e disfatto dallo spirito. Ci è lì dentro quel sentimento dell'arte quel culto della forma e della bellezza quella obbiettività di una immaginazione giovane ricca analitica pittoresca che caratterizza la nuova letteratura che genera i miracoli della pittura e dell'architettura e che lì giunge alla sua perfezione congiunta con lo splendore e con l'armonia la massima semplicità e naturalezza di disegno. E c'è insieme quell'intimo senso dell'uomo e della natura o del reale che ti atteggia il labbro ad un ghigno involontario quando ti vedi sfilare innanzi un mondo fuori della natura e fuori dell'uomo generato dalla tua immaginazione. Tu ammassi le nuvole; tu le configuri; tu formi i magnifici spettacoli; e tu te la ridi perchè sai che quel mondo sei tu che lo componi e non ci vedi altra serietà se non quella che gli dà la tua immaginazione. Tu sei a un tempo fanciullo e uomo. Come fanciullo senti bisogno di esercitare la tua immaginazione e formi soldati e castelli e ci fantastichi intorno; ma ecco sopraggiungere l'uomo che ti fa un ghigno e quel ghigno vuol dire: - Sono soldati e castelli di carta. - La cultura è nel suo fiore l'immaginazione è nel maggior vigore della sua espansione ed opera i più grandi miracoli dell'arte; ma lo spirito è già adulto materialista e realista incredulo ironico e si trastulla a spese della sua immaginazione. Questo momento dello spirito moderno che ricompone il passato non come realtà ma come arte e appunto perchè semplice gioco d'immaginazione o arte pura lo perseguita della sua ironia è la vita interiore del mondo ariostesco è il suo organismo estetico. Prendi un quadro di Raffaello ed un sonetto del Berni ed avrai accentuati gli estremi tra' quali erra questa unità superiore dove sono fusi e contemperati ciò che è troppo ideale nell'uno e ciò che è troppo grossolano nell'altro. La quale fusione è fatta con gradazioni così intelligenti e con passaggi così naturali e il lettore fin dal principio vi è così ben preparato che non hai dissonanze o stonature e niente ti urta perchè il poeta opera senza coscienza o intenzione e concepisce a quel modo naturalmente ed è lui medesimo l'unità che comunica al suo mondo.

Vedi come concepisce. Il protagonista non è il savio Orlando ma Orlando matto e furioso. Questo tipo della cavalleria così trasformato è già una concezione ironica. Ma guarda ora come vien fuori questa concezione. Il momento della pazzia è rappresentato con tale realtà di colorito che la tua illusione è perfetta. Ci si vede una profonda conoscenza della natura umana nelle sue più fine gradazioni. È un “crescendo” di particolari e di colori che ti rendono naturalissimo un fatto così straordinario. Venuto in furore e matto il poeta te lo abbandona alle risate del pubblico. Ad una scena tenera succede la più schietta allegrezza comica la caricatura spinta sino alla buffoneria. Anche il modo come Orlando riacquista il senno ha un profondo senso comico. Secondo le tradizioni del medio evo l'uomo non può trovare la pace che nell'altro mondo. È la base della Divina Commedia. Il poeta materializza questo concetto e lo rende comico cavandone la bizzarra concezione che ciò che si perde in terra si ritrova nell'altro mondo. Di qui il viaggio di Astolfo sull'ippogrifo nell'altro mondo che è una vera parodia del viaggio dantesco. Il fumo e il puzzo gl'impedisce di entrare nell'inferno; ma all'ingresso trova le prime peccatrici punite come Lidia per la soverchia crudeltà verso gli amanti. È il concetto della Francesca da Rimini preso a rovescio e divenuto comico. Poi sale al paradiso terrestre e in un bel palagio di gemme trova san Giovanni evangelista Enoch ed Elia che gli danno alloggio in una stanza e provvedono di buona biada il suo cavallo e a lui danno frutti di tal sapore

Astolfo vi trova buon cibo buon riposo e “tutt'i comodi”. È il paradiso terrestre materializzato. Di là “uscito del letto” con san Giovanni ascende sulla Luna. Qui la parodia prende forma satirica senza fiele e in aria scherzosa. In un vallone è ammassato ciò che in terra si perde:

Per comprendere questa ironia bisogna ricordare che la Luna era come un castello di Spagna o un castello in aria nelle idee popolari e anche oggidì uno che vive nelle astrattezze si dice che “sta nel regno della luna”. Là si trova in varie ampolle un liquore sottile e molle che è il senno che si perde in terra.

Chiama sofisti i filosofi e li mette a un mazzo con gli astrologhi e i poeti. Dove il medio evo vedea il maggior senno egli vede vacuità e astrazione. La fine è di una schietta allegria:

L'ironia colpisce anche Angelica la figliuola del maggior re del Levante l'amata di Orlando di Rinaldo di Sacripante di Ferraù che finisce moglie di un “povero fante”. La scena comincia nel Boiardo con le più eroiche apparenze della cavalleria giostre tornei duelli con Carlomagno circondato de' suoi paladini tra il fiore de' cavalieri di Francia di Spagna di Lamagna d'Inghilterra tra cui pompeggia la figura di Angelica la reina del racconto; e va a finire in un idillio negli amori di Angelica e Medoro. Ciò che nel Boiardo ha proporzioni epiche e cavalleresche soprattutto nelle battaglie di Albracca passando nel cervello di Ludovico si trasforma in una concezione ironica.

Anche nella guerra tra Carlo e Agramante unità esteriore e meccanica del poema la cavalleria è guardata da un aspetto comico. Il lato eroico della cavalleria è l'individualità quella forza d'iniziativa che fa di ogni cavaliere l'uomo libero che trova il suo limite in se stesso cioè a dire nelle leggi dell'amore e dell'onore a cui ubbidisce volontariamente. Togli il limite e l'iniziativa individuale diviene confusione e anarchia l'eroico divien comico. Il cavaliere non ubbidisce più che a' suoi istinti e passioni; si sviluppa in lui la parte bestiale nascono collisioni e attriti del più alto effetto comico. Il concetto è già adombrato con brio nel ritratto della Discordia capitata da san Michele in un convento di frati “tra santi ufficii e messe”:

Questa scena dove sono attori san Michele il Silenzio la Frode la Discordia è ammiratissima per originalità di concezione e fusione di colori:

Versi stupendamente epici che vanno digradando fin nel satirico con naturali mutamenti di tono. Ed è un satirico ancora più efficace perchè non ci è apparenza d'intenzione satirica anzi ci si rivela una bonomia un'aria senza malizia dov'è la finezza dell'ironia ariostesca. La Discordia fa il suo mestiere e ne viene la famosa scena nel campo di Agramante rimasta proverbiale dov'è il vero scioglimento dell'azione il motivo interno della dissoluzione e della sconfitta dell'esercito pagano. I movimenti comici in questa scena sono più nelle cose che nelle frasi fondati su quel subitaneo e impreveduto delle impressioni e degl'istinti che toglie luogo alla riflessione e spinge i cavalieri gli uni contro gli altri. Rodomonte è il più spiccato carattere di questo genere ed è rimasto proverbiale mistura di forza e di coraggio e di bestialità. Le sue imprecazioni contro le donne la sua credulità e sciocchezza nel fatto d'Isabella la sua comica lotta col pazzo Orlando la sua scurrilità e grossolanità verso Bradamante sono tratti felicissimi che mettono in evidenza il cavaliere errante nel suo aspetto comico materia gigantesca vuota di senno grossolana e bestiale. Il contrapposto è Ruggiero “di virtù fonte” nel quale il poeta ha voluto rappresentare la parte seria ed eroica del cavaliere leale gentile magnanimo. Nella sua concezione ci entra un po' l'Achille omerico un po' Damone e Pizia Quinzio e Flaminio collisioni tra l'onore e l'amore tra l'amore e l'amicizia da cui escono molti effetti drammatici. Ma chi ha studiato un po' Ludovico come si dipinge egli medesimo vede che l'uomo è al di sotto del poeta nè in lui ci è la stoffa da cui escono le grandi figure eroiche ne ci è nel suo tempo. Manca al suo eroe prediletto semplicità e naturalezza: l'eroico va digradando nel fantastico e nell'idillico. Perciò il suo Ruggiero non ha potuto togliere il posto a Orlando e Rinaldo gli eroi dell'antica cavalleria e malgrado le sue simpatie pel fondatore di casa d'Este l'interesse è assai più per Orlando e Rodomonte creazioni geniali e originali.

L'ironia è non solo nella concezione fondamentale del poema ma negli accessorii cavallereschi. L'amore di Orlando verso Angelica è stato perfettamente cavalleresco sì che avendola per molto tempo in sua mano non le ha tolto l'onore “almeno” secondo che Angelica ne assicura Sacripante il quale dal canto suo non vuole essere “così sciocco”. Doralice piange la morte di Mandricardo; ma se non fosse vergogna andrebbe “forse” a stringer la mano a Ruggiero:

Un riso scettico aleggia sulle virtù cavalleresche e sui grandi colpi de' cavalieri quei gran colpi “ch'essi soli sanno fare”. Una frase un motto scopre l'ironia sotto le più serie apparenze. È un riso talora a fior di labbra appena percettibile nella serietà della fisonomia.

Questo risolino che quasi involontariamente erra tra le labbra e non si propaga sulla faccia e non degenera che assai di rado in aperta e sonora risata questa magnifica esposizione artistica che ti dà tutta l'apparenza e l'illusione della realtà nelle cose più strane e assurde tutto questo fuso insieme senz'aria d'intenzione e di malizia e con perfetta bonarietà ti mostra la concezione come un corpo in movimento e cangiante che non puoi fissare e definire più simile a fantasma che a corpo. Non sai se è cosa seria o da burla; pur ti piace perchè mentre la tua immaginazione è soddisfatta il tuo buon senso non è offeso e contempli le vaghe fantasie egregiamente dipinte di secoli infantili col risolino intelligente di un secolo adulto.

Questo mondo dove non è alcuna serietà di vita interiore non religione non patria non famiglia e non sentimento della natura e non onore e non amore questo mondo della pura arte scherzo di una immaginazione che ride della sua opera e si trastulla a proprie spese è in fondo una concezione umoristica profondata e seppellita sotto la serietà di un'alta ispirazione artistica. Il poeta considera il mondo non come un esercizio serio della vita nello scopo e ne' mezzi ma come una docile materia abbandonata alle combinazioni e a' trastulli della sua immaginazione. Ci è in lui la coscienza che il suo lavoro è così serio artisticamente come è serio il lavoro di Omero di Virgilio o di Dante e ci è insieme la coscienza che è un lavoro semplicemente artistico e perciò dal punto di vista del reale uno scherzo o come dicea il cardinale Ippolito una “corbelleria”. E sarebbe stato una corbelleria se l'autore avesse voluto dargli più serietà che non portava e fondarvi sopra una vera epopea. Ma la corbelleria diviene una concezione profonda di verità perchè il poeta è il primo a riderne dietro la tela ed ha l'aria di beffarsi lui de' suoi uditori. Questo stare al di sopra del mondo e tenerne in mano le fila e fare e disfare a talento considerandolo non altrimenti che un arsenale d'immaginazione è ciò che dicesi “capriccio” e “umore”. Se non che il poeta è zimbello spesso della sua immaginazione e si obblia in quel suo mondo e gli dà l'ultima finitezza. Di che nasce che l'umore piglia la forma contenuta dell'ironia e tu ondeggi in una atmosfera equivoca e mobile dove vizio e virtù vero e falso confondono i loro confini e dove tutto è superficie passioni caratteri mezzi e fini superficie maravigliosa per chiarezza semplicità e naturalezza di esposizione che all'ultimo dispare come un fantasma cacciato via da una frase ironica dispare ma dopo di avere destata la tua ammirazione e suscitate in te molte emozioni. In questo mondo fanciullesco dell'immaginazione dove si rivela un così alto sentimento dell'arte e insieme la coscienza di un mondo adulto e illuminato si dissolve il medio evo e si genera il mondo moderno. E perchè questo è fatto senza espressa intenzione anzi con la bonomia e naturalezza di chi sente e concepisce a quella guisa i due mondi non sono tra loro in antitesi come nel Cervantes ma convivono entrano l'uno nell'altro sono la rappresentazione artistica dell'un mondo con sópravi l'impronta dell'altro. In questa fusione più sentita che pensata e che fa dell'autore e della sua creazione un solo mondo armonico perfettamente compenetrato sta la verità e la perpetua giovinezza del mondo ariostesco per la sua eccellenza come opera di pura arte il lavoro più finito dell'immaginazione italiana e per il profondo significato della sua ironia una colonna luminosa nella storia dello spirito umano.


 

 

XIV

LA MACCARONEA

Mentre Ludovico componeva il suo Orlando a Ferrara Girolamo Folengo vi facea i primi studi sotto la guida di un tal Cocaio. Era di Cipada villaggio mantovano di famiglia nobile e agiata. Strinse conoscenza con Ludovico. Comparivano allora in istampa la Spagna il Buovo la Trebisonda l'Ancroia il Morgante il Mambriano del Cieco di Ferrara l'Orlando innamorato. Avea il capo pieno di romanzi più che di grammatica e pensò rifare l'Orlando innamorato ma saputo del Berni smise per allora. Andato in istudio a Bologna fu discepolo del Pomponazzi che dava bando al soprasensibile e al sopranaturale e predicava il più aperto naturalismo. Gli studenti erano ordinati a modo di casta con le loro leggi e privilegi capi i più arrischiati e baldanzosi tra' quali era un giovane mantovano chiamato con lo stesso nome di Francesco Gonzaga marchese di Mantova che lo tenne a battesimo. Vive erano tra loro le reminiscenze cavalleresche rinfrescate dalla lettura; e duelli sfide avventure imprese amorose erano una parte della loro vita più interessante che le lezioni accademiche. Fra tanti capi ameni ci era Girolamo che per le sue eccentricità si fe' mandar via da Bologna e non fu voluto ricevere in casa il padre sicchè finì frate in Brescia ribattezzatosi Teofilo. Ma ne fuggì con una donna e ricomparso nel secolo per campare la vita si die' a scriver romanzi sotto il nome di quel tal Cocaio postogli a' fianchi Cassandra inascoltata dal padre e di Merlino il celebre mago de' romanzi di cavalleria. Ebbe fama ma quattrini pochi e Merlino il “pitocco” come si chiama nel suo Orlandino stanco della vita errante si rifece frate scrisse poesie sacre e morì pentito e confesso e da buon cristiano come il Boccaccio.

Merlino o piuttosto Teofilo o piuttosto Girolamo era come vedete uno di quegli uomini che si chiamano “scapestrati” e fin dal principio perdono l'orizzonte e fanno una vita “sbagliata”. Messosi fuori di ogni regola e convenienza sociale in una vita equivoca non laico e non frate tra miseria e dispregio si abbrutì divenne cinico sfrontato e volgare. Trattò la società come nemica e le sputò sul viso prorompendo in una risata pregna di bile. Ridere a spese delle forme religiose e cavalleresche era moda; egli ci mise intenzione e passione. Ciò che negli altri era colorito in lui fu l'obbiettivo lo scopo. E a questa intenzione furono armi una fantasia originale una immaginazione ricca e una vena comica tra il buffonesco e il satirico. La sua prima concezione come ci assicura quel tal Cocaio fu l'Orlandino o le geste del piccolo Orlando poema in ottava rima e in otto capitoli. Lo chiama la prima deca “autentica” di Turpino stimando apocrife tutte le storie in voga eccetto quelle del Boiardo del Pulci dell'Ariosto e del Cieco da Ferrara:

Ma Orlando nasce al settimo capitolo e quando comincia appena a vivere finisce il poema. Forse il poco successo gli tolse la voglia di andare innanzi. La forma è orrida irta di barbarismi e solecismi e confessa egli medesimo che i lettori vi trovavano

 - Ma che colpa ci ho io? - Soggiunge Merlino:

Ho riportato questi versi come esempio. Era di scarsa coltura e lo chiamavano per istrazio il “grammatico”

e poco studioso della lingua chiamava chiacchieroni i toscani che accusavano lui di lombardismi e latinismi:

Una lingua cruda che è una miscela di voci latine lombarde italiane e paesane senza gusto e armonia uno stile stecchito asciutto lordo e plebeo spiegano la fredda accoglienza di un pubblico così colto e artistico. Il concetto è la difesa delle inclinazioni naturali contro le restrizioni religiose con pitture satiriche de' chierici “qui praedicant ieiunium ventre pleno”. Vi penetrano alcune idee della Riforma come nella preghiera di Berta non a' santi dic'ella ma a Dio e mescolate con invettive e buffonerie a spese de' frati o “incappucciati” con bile e stizza di frate sfratato. Il che non procede da fede intellettuale e non da indignazione di animo elevato ma da scioltezza di costumi e di coscienza. Veggasi ad esempio il ritratto di Griffarrosto allusione al priore del suo convento ritratto osceno e bilioso tra il ringhio del cane e gli attucci senza vergogna della scimmia. La sua caricatura de' tornei cavallereschi concepita con brio eseguita in forma stentata e grossolana rivela una fantasia originale a cui mancano gl'istrumenti.

Riuscitogli male l'italiano tentò un poema in latino e smise subito. In ultimo trovò il suo istrumento una lingua senza grammatiche e senza dizionari e di cui nessuno aveva a chiedergli conto una lingua tutta sua trasformabile a sua posta secondo il bisogno del suo orecchio e della sua immaginazione dico la lingua maccaronica.

Il latino era allora lingua viva nelle classi colte e diffusa. Sannazzaro Vida Fracastoro Flaminio erano nomi sonori più che il Berni o l'Ariosto o il Boiardo. Se in Firenze l'italiano avea vinta la prova nelle altre parti d'Italia il latino aveva ancora la preminenza. In quella dissoluzione generale di credenze d'idee di forme la buffoneria penetrò anche nelle due lingue e ne uscì una terza lingua innesto delle due possibile solo in Italia dove esse erano lingue note e affini. Avemmo adunque il pedantesco un latino italianizzato e il maccaronico un italiano latinizzato con mal definiti confini sì che talora il pedantesco entra nel maccaronico e il maccaronico nel pedantesco. Tentativi infelici e dimenticati quando nel 1521 cinque anni dopo l'Orlando furioso uscì in luce la Maccaronea di Merlin Cocaio e fece tale impressione che in quattro anni se ne fecero sei edizioni.

La Maccaronea nel principio è l'Orlandino mutati i nomi. A quel modo che Milone rapisce Berta e poi la lascia e Berta gli partorisce Orlando; Guido discendente di Rinaldo rapisce Baldovina figlia di Carlomagno e fugge con lei in Italia accolti ospitalmente da un contadino di Cipada patria appunto del nostro Merlino. Guido lascia Baldovina cercando avventure ed ella muore dopo di aver partorito Baldo. Fin qui l'Orlandino e la Maccaronea vanno insieme; ma qui l'Orlandino finisce subito e la trama è ripigliata e continuata nella Maccaronea. Baldo come Orlandino ha molta forza e coraggio e si gitta a imprese arrischiate. Ha parecchi compagni tra' quali Fracasso che ricorda Morgante da cui discende e Cingar che ricorda Margutte. Dicono che sotto questi nomi si celino gl'irrequieti studenti di Bologna capitanati da quel Francesco mantovano che sarebbe Baldo. Fatto è che date e ricevute molte busse Baldo è messo in prigione. Cingar vestito da frate lo libera. Eccoli tutti per terra e per mare cavalieri erranti e compiono audaci imprese. Baldo distrugge corsari estermina le fate ritrova Guido suo padre fatto romito che gli predice grandi destini; va in Africa scopre le foci del Nilo scende nell'inferno. Giunto co' suoi in quella parte dell'inferno dove ha sede la menzogna e la ciarlataneria e dove stanno i negromanti gli astrologi e i poeti Merlino trova colà il suo posto e pianta i suoi personaggi e finisce il racconto.

Abbandonarsi alla sua sbrigliata immaginazione e accumulare avventure è a prima vista lo scopo di Merlino come di tutt'i romanzieri di quel tempo. Anzi di avventure ce n'è troppe; e fra tanti intrighi l'autore pare talora intricato e stanco. Ti senti sbalzato altrove prima che abbi potuto ben digerire il cibo messoti innanzi. Molte avventure sono reminiscenze classiche e cavalleresche ma rifatte e trasformate in modo originale; e il tutt'insieme è originalissimo. Cominciamo con Carlomagno e i paladini ma dopo alcuni libri o canti ci troviamo in Cipada con l'immaginazione errante fra Mantova Venezia Bologna e con innanzi l'Italia con la sua scorza da medio evo penetrata da uno spirito cinico e dissolvente. Le forme sono epiche ma caricate in modo che si scopre l'ironia. La caricatura non è un semplice sfogo d'immaginazione comica e buffonesca come le avventure non sono un semplice stimolo di curiosità: ci è una intenzione che penetra in quei fatti e in quelle forme e se li assoggetta ci è la parodia.

Baldo è l'ultimo di quella serie di cavalieri erranti che comincia con Aiace Achille Teseo continua con Bruto Pompeo e gli altri eroi celebrati da Livio e Sallustio e va a finire in Orlando e Rinaldo da cui discende Baldo. La sua missione è di purgare la terra da' mostri dagli assassini e dalle streghe. La cavalleria è l'istrumento divino contro Lucifero. Baldo vince i corsari atterra i mostri uccide le streghe e debella l'inferno. Tutto questo è raccontato con un suono di tromba così romoroso con un accento epico così caricato che si ride di buona voglia a spese di Baldo di Fracasso di Cingar e degli altri cavalieri.

Ma in quest'allegra parodia penetra un'intenzione ancora più profonda la satira delle opinioni delle credenze delle istituzioni de' costumi delle forme religiose e sociali. Il medio evo ne' suoi diversi aspetti è in fuga frustato a sangue dal terribile frate rifatto laico. Perchè infine i mostri le streghe e l'inferno non sono altro che forme religiose e sociali i vizi le lascivie e i pregiudizi popolari. E come tutta questa dissoluzione non nasce da nuova fede o da nuova coscienza ma da compiuta privazione di coscienza e di fede la cavalleria che in nome della giustizia e della virtù debella l'inferno è essa medesima una parodia e l'impressione ultima è una risata sopra tutti e sopra tutto. Qualche sforzo di un'aspirazione più seria ci è; Leonardo che muore per mantenere intatta la sua verginità è una bella immagine allegorica perduta fra tante caricature. Hai una dissoluzione universale di tutte le idee e di tutte le credenze nella sua forma più cinica. Lì dentro ci è la società italiana còlta dal vero nella sua ultima espressione: coltura e arte assisa sulle rovine del medio evo beffarda e vuota.

La lingua stessa è una parodia del latino e dell'italiano che si beffano a vicenda. Come i maccheroni vogliono essere ben conditi di cacio e di butirro così la lingua maccaronica vuol essere ben mescolata. Spesso vi apparisce per terzo anche il dialetto locale e si fa un intingolo saporitissimo. La lingua è in se stessa comica perchè quel grave latino epico che intoppa tutt'a un tratto in una parola italiana stranamente latinizzata e talora tolta dal vernacolo produce il riso. La parodia che è nelle cose scende nella lingua la quale sembra un eroe con la maschera di Pulcinella un Virgilio carnascialesco. Alione astigiano e qualche altro avevano già dato esempio di questa lingua recata a perfezione da Merlino. Egli ne sa tutt'i segreti e la maneggia con un'audacia da padrone con un tale sentimento di armonia che par l'abbia già bella e formata nell'orecchio. Come saggio cito alcuni brani della sua invocazione alla musa maccaronica:

Sed prius altorium vestrum chiamare bisognat

o macaroneam Musae quae funditis artem...

 

Non mihi Melpomene mihi non menchiona  Thalia

Non Phoebus grattans chitarrinum carmina dictent...

 

Pancificae tantum Musae doctaeque sorellae

Gosa Comina Striax Mafelinaque Togna Pedrala

imboccare suum veniant macarone poëtam.

Ecco in qual modo descrive il Parnaso di queste muse plebee:

Credite quod giuro neque solam dire bosiam

possem per quantos abscondit terra tesoros:

illic ad bassum currunt cava flumina brodae

quae lacum suppae generant pelagumque guacetti.

Hic de materia tortarum mille videntur

ire redire rates...

Sunt ibi costerae freschi tenerique botiri

in quibus ad nubesfumant caldaria centum

plena casoncellis macaronibus atque foiadis.

Ipsae habitant nymphae super alti montis aguzzum

formaiumque tridant grataloribus usque foratis.

E non è meno originale il suo stile. Della nuova letteratura i grandi “stilisti” sono il Boccaccio il Poliziano l'Ariosto. Costoro narrando fanno quadri ciò che costituisce il periodo. Ti offrono le cose dipinte sono coloristi: Merlino dipinge le cose con altre cose i suoi colori non sono concetti o immagini sono fatti. Ha poche reminiscenze classiche: tra lui e la natura non ci è nulla di mezzo. La sua immaginazione non rimane nella vaga generalità delle cose ma scende nel più minuto della realtà e ne cava novità di paragoni e di colori. I fatti più assurdi e fantastici sono narrati co' più precisi particolari ed hanno l'evidenza della storia e ti rivelano un raro talento di osservazione dell'uomo e della natura non nelle loro linee generali solamente ma nelle singole e locali forme della loro esistenza. Veggasi la descrizione della caverna di Eolo e della tempesta e le disperazioni di Cingar:

Solus ibi Cingar cantone tremebat in uno

atque morire timens cagarellam sentit abassum...

Undique mors urget mors undique cruda menazzat.

Infinita facit cunctis vota ille beatis

iurat quod cancar veniat sibi velle per omnem

pergere descalzus mundum saccove dobatus.

Vult in Agrignano sanctum retrovare Danesum

qui nunc vivit adhuc vastae sub fornice rupis

fertque oculi cilios distesos usque genocchios.

Ad zocolos ibit quos olim Ascensa ferebat:

quos in Taprobana gens portugalla catavit.

Hisque decem faciet per fratres dicere messas

his quoque candelam tam grandem tamque pesentam

vult offerre simul quam grandis quamque pesentus

est arbor navis prigolo si scampet ab isto.

Se stessum accusat multas robasse botegas

sgardinasse casas et sgallinasse polaros:

at si de tanto travaio vadat adessum

liber speditus vult esse Macharius alter

alter heremita Paulus spondetque Sepulchri

post visitamentum vitam menare tapinam.

Talia dum Cingar trepido sub pectore pensat

en ruptae sublimis aquae montagna ruinat

quae superans altam gabiam strepitosa trapassat

nec pocas secum portavit in aequora gentes.

La stessa ricchezza di particolari trovi nella descrizione de' venti e nelle vicende della tempesta. Ci hai il carattere dello stile di Merlino un realismo animato da una immaginazione impressionabile e da un umorismo inestinguibile. Non ha tutto la stessa perfezione: ci è di molta ciarpa la facilità è talora negligenza; desideri l'ultima mano desideri la serietà artistica dell'Ariosto.

Questo realismo rapido nutrito di fatti sobrio di colori fa di Merlino lo scrittore più vicino alla maniera di Dante salvo che Dante spesso ti fa degli schizzi ed egli disegna e compie tutto il fatto. Il suo continuatore e imitatore è fuori d'Italia è Rabelais che ha la stessa maniera. In Italia prevalse la rettorica la cui prima regola è l'orrore del particolare e la vaga generalità. Merlino al contrario aborre le perifrasi i concetti le astrazioni e quel colorire a vuoto per via di figure e d'immagini e non pare che lavori con la riflessione o con l'immaginazione ma che stia lì tutto attirato in mezzo a un mondo che si muove guardato e parodiato ne' suoi minimi movimenti. Baldovina e Guido giungono affamati in casa di Berto e cucinano essi medesimi il pasto. Al poeta non fugge nulla i cibi il modo di apparecchiarli il desco l'affaccendarsi di Berto la fisonomia e gli atti de' due suoi ospiti: e ne nasce una scena di famiglia piena di allegria comica il cui effetto è tutto ne' particolari. Il piccolo Baldo va a scuola e in luogo del Donato studia romanzi. Hai innanzi la scuola di quel tempo i libri alla moda i costumi de' maestri e degli scolari ciascun particolare con la sua fisonomia:

Beldovina tamen cartam comprarat et illam

letrarurm tolam supra quam disceret “a b”.

Unde scholam Baldus nisi non spontaneus ibat

nam quis erat tanti seu mater sive pedantus

qui tam terribilem posset sforzare putinum?

Ipse tribus sic sic profectum fecerat annis

ut quoscumque libros legeret nostrique Maronis

terribiles guerras fertur recitasse magistro.

At mox Orlandi nasare volumina coepit

non deponentum vacat ultra ediscere normas;

non speties numeros non casus atque figuras;

non Doctrinalis versamina tradere menti;

non hinc non illinc non hoc non illoc et altras

mille pedantorum baias totidemque fusaras.

Fecit de cuius Donati deque Perotto

scartozzos ac sub prunis salcizza cosivit.

Orlandi tantum gradant et gesta Rinaldi;

namque animum guerris faciebat talibus altum.

Legerat Ancroiam Tribisondam facta Danesi

Antonnaeque Bovum Antiforra Realia Franzae

innamoramentum Carlonis et Aspera-montem

Spagnam Altobellum Morgantis bella gigantis

Meschinique provas et qui “Cavalerius Orsae”

dicitur et nulla cecinit qui laude Leandram.

Vidit ut Angelicam sapiens Orlandus amavit

utque caminavit nudo cum corpore mattus

utque retro mortam tirabat ubique cavallam

utque asinum legnis caricatum calce ferivit

illeque per coelum veluti cornacchia volavit.

Baldus in his factis nimium stigatur ad arma

sed tantum quod sit piccolettus corpore tristat.

È una scena di quel tempo ispirata a Merlino dalla sua vita studentesca di Ferrara e Bologna quando Cocaio il suo pedagogo gli metteva in mano Donato e il Porretto ed egli ne faceva “scartozzos” e leggeva romanzi e sopra tutti l'Orlando furioso. Non c'è una sola generalità: tutto è cose e ciascuna cosa è animata come un uomo ha la sua fisonomia e il suo movimento determinato da forze interiori. Non solo vedi quello che fa Baldo ma quello che pensa e sente; perchè la parola se nel suo senso letterale esprime un'azione con la sua aria maccaronica e la sua giacitura e la sua armonia te ne dà il sentimento come è quel “nasarat” e quel “volavit” e quel “piccolettus” e quell'“hinc illinc hoc illoc et altras mille pedantorum baias”.

La parte seria del racconto dovrebb'esser la cavalleria perchè essa è che fa guerra all'inferno cioè alla malvagità e al vizio. Ma la serietà è apparente e il fondo è una parodia scoperta il cui eroe più simpatico è il gigante Fracasso parodia di quella forza oltreumana che si attribuiva a' cavalieri erranti. Dico “parodia scoperta” se guardiamo alla conclusione ingegnosissima; perchè giunti i cavalieri nella regione infernale delle menzogne poetiche Merlino te li pianta e si ferma colà come nella sua patria. Questa patria de' poeti de' cantanti degli astrologi de' negromanti di tutti quelli

qui fingunt cantant dovinant somnia genti

compluere libros follis vanisque novellis

è una conchiglia o piuttosto una immensa zucca secca e vuota “mangiabilis quando tenerina fuit” dove tremila barbieri strappano i denti a' condannati. E Merlino esclama:

Zucca mihi patria est opus est hic perdere dentes

tot quot in immenso posui mendacia libro.

E tronca il racconto e dice addio a Baldo:

Balde vale studio alterius te denique lasso.

 

Il poeta conchiude beffandosi di Baldo e della sua arte e di se stesso che ha composto un vero mostro oraziano fuori di tutte le regole perduti i remi mescolati l'austro co' fiori e i cignali col mare:

Tange peroptatum navis stracchissima portum

tange quod amisi longinqua per aequora remos:

he heu quid volui misero mihi perditus Austrum

floribus et liquidis immisi fontibus apros.

È il comico portato all'estremo dell'umore. La caricatura del Boccaccio la buffoneria del Pulci l'ironia dell'Ariosto è qui l'allegro e capriccioso umore di una negazione universale e scoperta nella forma più cinica.

In questa negazione universale la satira penetra dappertutto e attinge la società come il medio evo l'aveva costituita in tutte le sue forme religiose politiche morali intellettuali. La scolastica è messa alla berlina: san Tommaso e Scoto e Alberto stanno come visionari accanto agli astrologi e a' negromanti. Megera fa un terribile ritratto di tutt'i disordini della Chiesa e de' papi e Aletto fulmina ugualmente guelfi e ghibellini i seguaci della Francia e i seguaci dell'Impero. I monaci sono il principale bersaglio di questi strali poetici. Una delle pitture più comiche è quel biricchino di Cingar vestito da francescano per liberare Baldo dal carcere:

 

Iam non is Cingar quia sanctus portat amictus...

sub tunicis latitant sacris quam saepe ribaldi!

Notabile è la satira de' frati nell'ottavo libro:

Postquam giocarunt nummos borsamque vodarunt

postquam pane caret cophinum vinoque berillus

in fratres properant datur his extemplo capuzzus.

La moltiplicità de' conventi gli fa temere che un bel dì rimanga la gente cristiana senza soldati e senza contadini. Scherza su' motti del Vangelo. Fa una parodia della confessione. I cavalieri erranti giungono alla porta dell'inferno dov'e parodiata la celebre scritta di Dante:

Regia Luciferi dicor bandita tenetur

chors hic intrando patet ast uscendo seratur.

Ma non possono domare l'inferno se prima non si confessano e il confessore è Merlino stesso il poeta:

Nomine Merlinus dicor de sanguine Mantus

est mihi cognomen Cocaius maccaronensis.

Quale confessione i cavalieri possano fare a Merlino soprattutto Cingar il lettore s'immagini. È una farsa. Tutta l'opera è penetrata da uno spirito capriccioso e beffardo che fa di quel mondo in mezzo a cui si trova il suo aperto trastullo e gli dà forme carnascialesche.

Anche la Moscheide di Merlino è una caricatura o un travestimento carnevalesco della cavalleria in uno stile più corretto e uguale. La guerra finisce con la sconfitta compiuta delle mosche descritta co' tratti da lui caricati dell'Ariosto e di altri poeti cavallereschi. Eccone alcuni brani verso la fine:

Numquam facta fuit tam cruda baruffola mundo:

nil nisi per terram membra taiata micant.

Grandes mortorum vadunt ad sydera montes

sydera quae multo rossa cruore colant.

Pulmones milzae lardi ventralia membri

Saturni ad sphaeram foeda per astra volant.

Una corada Iovis mostazzum colsit et uno

Sol ibi ventrazzo spinctus ab axe fuit.

Dumque dei coenant puero Ganimede ministro

multa super mensas ossa taiata cadunt.

Nunc brazzus Ragni nunc gamba cruenta Pedocchi

nunc cor Moschini nunc pulicina manus...

... trucidatis ducibus Moschaea ruinat

tota nec una quidem vivere Moschaea potest.

Formicae Pulices Ragni - Victoria! - clamant

trombettae tararan iam frisolando sonant.

Il Rodomonte delle mosche è Siccaborone sul quale da una torre gittano un sasso enorme

qui super elmettum schiazzavit Siccaboronem

vitaque cum gemitu sub Phlegetonta fugit.

La Zanitonella o gli amori di Zanina e Tonello è un suo poemetto bucolico in caricatura dove si fa strazio delle immagini e de' sentimenti petrarcheschi e idillici. Il Petrarca narra che Amore colpì lui improvviso e disarmato. Il medesimo avviene a Tonello:

Solus solettus stabam colegatus in umbra

pascebamque meas virda per arva capras.

Nulla travaiabant vodam pensiria mentem

nullaaue cogebat cura gratare caput

cum mihi bolzoniger cor oyme Cupido forasti

nec tuns in fallum dardus alhora dedit...

More valenthominis schenam de-retro feristi:

o bellas provas quas traditore facis!

Guardando un po' addentro in questa caricatura universale del mondo si vedono qua e là spuntare alcuni lineamenti confusi di un mondo nuovo. Ci si sente lo spirito della Riforma il dolore di un'Italia scissa tra Impero e Francia essa che unita aveva imperato sull'universo l'indignazione di tanta licenza e corruzione de' costumi nel secolo degl'ipocriti e delle cortigiane un disprezzo delle fantasticherie teologiche scolastiche e astrologiche un sentimento del reale e dell'umano. Ma sono velleità immagini confuse e volubili che si affacciano appena e non hanno presa sul suo spirito vagabondo e sulla sua capricciosa immaginazione.


 

XV

MACHIAVELLI

Dicesi che Machiavelli fosse in Roma quando il 1515 uscì in luce l'Orlando furioso. Lodò il poema ma non celò il suo dispiacere di essere dimenticato dall'Ariosto nella lunga lista ch'egli stese nell'ultimo canto di poeti italiani. Questi due grandi uomini che dovevano rappresentare il secolo nella sua doppia faccia ancorchè contemporanei e conoscenti sembrano ignoti l'uno all'altro.

Niccolò Machiavelli ne' suoi tratti apparenti è una fisonomia essenzialmente fiorentina ed ha molta somiglianza con Lorenzo de' Medici. Era un piacevolone che si spassava ben volentieri tra le confraternite e le liete brigate verseggiando e motteggiando con quello spirito arguto e beffardo che vedi nel Boccaccio e nel Sacchetti e nel Pulci e in Lorenzo e nel Berni. Poco agiato de' beni della fortuna nel corso ordinario delle cose sarebbe riuscito un letterato fra' tanti stipendiati a Roma o a Firenze e dello stesso stampo. Ma caduti i Medici ristaurata la repubblica e nominato segretario ebbe parte principalissima nelle pubbliche faccende esercitò molte legazioni in Italia e fuori acquistando esperienza degli uomini e delle cose e si affezionò alla repubblica per la quale non gli parve assai di sostenere la tortura poi che tornarono i Medici. In quegli uffici e in quelle lotte si raffermò la sua tempra e si formò il suo spirito. Tolto alle pubbliche faccende nel suo ozio di San Casciano meditò su' fati dell'antica Roma e sulle sorti di Firenze anzi d'Italia. Ebbe chiarissimo il concetto che l'Italia non potesse mantenere la sua indipendenza se non fosse unita tutta o gran parte sotto un solo principe. E sperò che casa Medici potente a Roma e a Firenze volesse pigliare l'impresa. Sperò pure che volesse accettare i suoi servigi e trarlo di ozio e di miseria. All'ultimo poco e male adoperato da' Medici finì la vita tristamente lasciando non altra eredità a' figliuoli che il nome. Di lui fu scritto: “Tanto nomini nullum par elogium”.

I suoi Decennali arida cronaca delle “fatiche d'Italia di dieci anni” scritta in quindici dì i suoi otto capitoli dell'Asino d'oro sotto nome di bestie satira de' degeneri fiorentini gli altri suoi capitoli dell'Occasione della Fortuna dell'Ingratitudine dell'Ambizione i suoi canti carnascialeschi alcune sue stanze o serenate o sonetti o canzoni sono lavori letterari su' quali è impressa la fisonomia di quel tempo alcuni tra il licenzioso e il beffardo altri allegorici o sentenziosi sempre aridi. Il verso rasenta la prosa; il colorito è sobrio e spesso monco; scarse e comuni sono le immagini. Ma in questo fondo comune e sgraziato appariscono i vestigi di un nuovo essere una profondità insolita di giudizio e di osservazione. Manca l'immaginativa: soprabbonda lo spirito. Ci è il critico non ci è il poeta. Non ci è l'uomo nello stato di spontaneità che compone e fantastica come era Ludovico Ariosto. Ci è l'uomo che si osserva anche soffrendo e sentenzia sulle sorti sue e dell'universo con tranquillità filosofica: il suo poetare è un discorrere:

Tali sono pure le sue osservazioni sul variare delle cose mondane nel capitolo della Fortuna. Delle sue poesie cosa è rimasto? Qualche verso ingegnoso come ne' Decennali:

e qualche sentenza o concetto profondo come nel canto De diavoli o de' romiti. Il suo capolavoro è il capitolo dell'Occasione massime la chiusa che ti colpisce d'improvviso e ti fa pensoso. Nel poeta si sente lo scrittore del Principe e de' Discorsi.

Anche in prosa Machiavelli ebbe pretensioni letterarie secondo le idee che correvano in quella età. Talora si mette la giornea e boccacceggia come nelle sue prediche alle confraternite nella descrizione della peste e ne' discorsi che mette in bocca a' suoi personaggi storici. Vedi ad esempio il suo incontro con una donna in chiesa al tempo della peste dove abbondano i lenocini della rettorica e gli artifici dello stile: ciò che si chiamava eleganza.

Ma nel Principe ne' Discorsi nelle Lettere nelle Relazioni ne' Dialoghi sulla milizia nelle Storie Machiavelli scrive come gli viene tutto inteso alle cose e con l'aria di chi reputi indegno della sua gravità correre appresso alle parole e a' periodi. Dove non pensò alla forma riuscì maestro della forma. E senza cercarla trovò la prosa italiana.

È visibile in Niccolò Machiavelli lo spirito incredulo e beffardo di Lorenzo impresso sulla fronte della borghesia italiana in quel tempo. E avea pure quel senso pratico quella intelligenza degli uomini e delle cose che rese Lorenzo eminente fra' principi e che troviamo generalmente negli statisti italiani a Venezia a Firenze a Roma a Milano a Napoli quando vivea Ferdinando d'Aragona Alessandro sesto Ludovico il Moro e gli ambasciatori veneziani scrivevano ritratti così vivi e sagaci delle corti presso le quali dimoravano. Ci era l'arte mancava la scienza. Lorenzo era l'artista. Machiavelli doveva essere il critico.

Firenze era ancora il cuore d'Italia: lì ci erano ancora i lineamenti di un popolo ci era l'immagine della patria. La libertà non voleva ancora morire. L'idea ghibellina e guelfa era spenta ma ci era invece l'idea repubblicana alla romana effetto della coltura classica che fortificata dall'amore tradizionale del viver libero e dalle memorie gloriose del passato resisteva a' Medici. L'uso della libertà e le lotte politiche mantenevano salda la tempra dell'animo e rendevano possibile Savonarola Capponi Michelangiolo Ferruccio e l'immortale resistenza agli eserciti papali imperiali. L'indipendenza e la gloria della patria e l'amore della libertà erano forze morali fra quella corruzione medicea rese ancora più acute e vivaci dal contrasto.

Machiavelli per la sua coltura letteraria per la vita licenziosa per lo spirito beffardo e motteggevole e comico si lega al Boccaccio a Lorenzo e a tutta la nuova letteratura. Non crede a nessuna religione e perciò le accetta tutte e magnificando la morale in astratto vi passa sopra nella pratica della vita. Ma ha l'animo fortemente temprato e rinvigorito negli uffici e nelle lotte politiche aguzzato negli ozi ingrati e solitari. E la sua coscienza non è vuota. Ci è lì dentro la libertà e l'indipendenza della patria. Il suo ingegno superiore e pratico non gli consentiva le illusioni e lo teneva ne' limiti del possibile. E quando vide perduta la libertà pensò all'indipendenza e cercò negli stessi Medici l'istrumento della salvezza. Certo anche questa era un'utopia o una illusione un'ultima tavola alla quale si afferra il misero nell'inevitabile naufragio; ma un'utopia che rivelava la forza e la giovinezza della sua anima e la vivacità della sua fede. Se Francesco Guicciardini vide più giusto e con più esatto sentimento delle condizioni d'Italia è che la sua coscienza era già vuota e petrificata. L'immagine del Machiavelli è giunta a' posteri simpatica e circondata di un'aureola poetica per la forte tempra e la sincerità del patriottismo e l'elevatezza del linguaggio e per quella sua aria di virilità e di dignità fra tanta folla di letterati venderecci. La sua influenza non fu pari al suo merito. Era tenuto uomo di penna e di tavolino come si direbbe oggi più che uomo di Stato e di azione. E la sua povertà la vita scorretta le abitudini plebee e “fuori della regola” come gli rimproverava il correttissimo Guicciardini non gli aumentavano riputazione. Consapevole di sua grandezza spregiava quella esteriorità delle forme e que' mezzi artificiali di farsi via nel mondo che sono sì familiari e sì facili a' mediocri. Ma la sua influenza è stata grandissima nella posterità e la sua fama si è ita sempre ingrandendo fra gli odii degli uni e le glorificazioni degli altri. Il suo nome è rimasto la bandiera intorno alla quale hanno battagliato le nuove generazioni nel loro contraddittorio movimento ora indietro ora innanzi.

Ci è un piccolo libro del Machiavelli tradotto in tutte le lingue il Principe che ha gittato nell'ombra le altre sue opere. L'autore è stato giudicato da questo libro e questo libro è stato giudicato non nel suo valore logico e scientifico ma nel suo valore morale. E hanno trovato che questo libro è un codice della tirannia fondato sulla turpe massima che il fine giustifica i mezzi e il successo loda l'opera. E hanno chiamato machiavellismo questa dottrina. Molte difese sonosi fatte di questo libro ingegnosissime attribuendosi all'autore questa o quella intenzione più o meno lodevole. Così n'è uscita una discussione limitata e un Machiavelli rimpiccinito.

Questa critica non è che una pedanteria. Ed è anche una meschinità porre la grandezza di quell'uomo nella sua utopia italica oggi cosa reale. Noi vogliamo costruire tutta intera l'immagine e cercare ivi i fondamenti della sua grandezza.

Niccolò Machiavelli è innanzi tutto la coscienza chiara e seria di tutto quel movimento che nella sua spontaneità dal Petrarca e dal Boccaccio si stende sino alla seconda metà del Cinquecento. In lui comincia veramente la prosa cioè a dire la coscienza e la riflessione della vita. Anche lui è in mezzo a quel movimento e vi piglia parte ne ha le passioni e le tendenze. Ma passato il momento dell'azione ridotto in solitudine pensoso sopra i volumi di Livio e di Tacito ha la forza di staccarsi dalla sua società e interrogarla: - Cosa sei? Dove vai? -

L'Italia aveva ancora il suo orgoglio tradizionale e guardava l'Europa con l'occhio di Dante e del Petrarca giudicando barbare tutte le nazioni oltre le Alpi. Il suo modello era il mondo greco e romano che si studiava di assimilarsi. Soprastava per coltura per industrie per ricchezze per opere d'arti e d'ingegno: teneva senza contrasto il primato intellettivo in Europa. Grave fu lo sgomento negl'italiani quando ebbero gli stranieri in casa; ma vi si ausarono e trescarono con quelli confidando di cacciarli via tutti con la superiorità dell'ingegno. Spettacolo pieno di ammaestramento è vedere tra lanzi svizzeri tedeschi e francesi e spagnuoli l'alto e spensierato riso di letterati artisti latinisti novellieri e buffoni nelle eleganti corti italiane. Fino ne' campi i sonettisti assediavano i principi: Giovanni de' Medici cadeva tra' lazzi di Pietro Aretino. Gli stranieri guardavano attoniti le maraviglie di Firenze di Venezia di Roma e tanti miracoli dell'ingegno; e i loro principi regalavano e corteggiavano i letterati che con la stessa indifferenza celebravano Francesco primo e Carlo quinto. L'Italia era inchinata e studiata da' suoi devastatori come la Grecia fu da' romani.

Fra tanto fiore di civiltà e in tanta apparenza di forza e di grandezza mise lo sguardo acuto Niccolò Machiavelli e vide la malattia dove altri vedevano la più prospera salute. Quello che oggi diciamo decadenza egli disse “corruttela” e base di tutte le sue speculazioni fu questo fatto la corruttela della razza italiana anzi latina e la sanità della germanica.

La forma più grossolana di questa corruttela era la licenza de' costumi e del linguaggio massime nel clero: corruttela che già destò l'ira di Dante e di Caterina ed ora messa in mostra ne' dipinti e negli scritti penetrata in tutte le classi della società e in tutte le forme della letteratura divenuta come una salsa piccante che dava sapore alla vita. La licenza accompagnata con l'empietà e l'incredulità avea a suo principal centro la corte romana protagonisti Alessandro sesto e Leone decimo. Fu la vista di quella corte che infiammò le ire di Savonarola e stimolò alla separazione Lutero e i suoi concittadini.

Nondimeno il clero per abito tradizionale tuonava dal pergamo contro quella licenza. Il Vangelo rimaneva sempre un ideale non contrastato salvo a non tenerne alcun conto nella vita pratica: il pensiero non era più la parola e la parola non era più l'azione non ci era armonia nella vita. In questa disarmonia era il principale motivo comico del Boccaccio e degli altri scrittori di commedie di novelle e di capitoli.

Nessun italiano parlando in astratto poteva trovar lodevole quella licenza a' cui allettamenti pur non sapeva resistere. Altra era la teoria altra la pratica. E nessuno poteva non desiderare una riforma de' costumi una restaurazione della coscienza. Sentimenti e desidèri vani affogati nel rumore di quei baccanali. Non ci era il tempo di piegarsi in sè di considerare la vita seriamente. Pure erano sentimenti e desidèri che più tardi fruttificarono e agevolarono l'opera del Concilio di Trento e la reazione cattolica.

Rifare il medio evo e ottenere la riforma de' costumi e delle coscienze con una ristaurazione religiosa e morale era stato già il concetto di Geronimo Savonarola ripreso poi e purgato nel Concilio di Trento. Era il concetto più accessibile alle moltitudini e più facile a presentarsi. I volghi cercano la medicina a' loro mali nel passato.

Machiavelli pensoso e inquieto in mezzo a quel carnevale italiano giudicava quella corruttela da un punto di vista più alto. Essa era non altro che lo stesso medio evo in putrefazione morto già nella coscienza vivo ancora nelle forme e nelle istituzioni. E perciò non che pensasse di ricondurre indietro l'Italia e di ristaurare il medio evo concorse alla sua demolizione.

L'altro mondo la cavalleria l'amore platonico sono i tre concetti fondamentali intorno a' quali si aggira la letteratura nel medio evo de' quali la nuova letteratura è la parodia più o meno consapevole. Anche nella faccia del Machiavelli sorprendi un movimento ironico quando parla del medio evo soprattutto allora che affetta maggior serietà. La misura del linguaggio rende più terribili i suoi colpi. Nella sua opera demolitiva è visibile la sua parentela col Boccaccio e col Magnifico. Il suo Belfegor è della stessa razza dalla quale era uscito Astarotte.

Ma la sua negazione non è pura buffoneria puro effetto comico uscito da coscienza vuota. In quella negazione ci è un'affermazione un altro mondo sorto nella sua coscienza. E perciò la sua negazione è seria ed eloquente.

Papato e impero guelfismo e ghibellinismo ordini feudali e comunali tutte queste istituzioni sono demolite nel suo spirito. E sono demolite perchè nel suo spirito è sorto un nuovo edificio sociale e politico.

Le idee che generarono quelle istituzioni sono morte non hanno più efficacia di sorta sulla coscienza rimasta vuota. E in quest'ozio interno è la radice della corruttela italiana. Questo popolo non si può rinnovare se non rifacendosi una coscienza. Ed è a questo che attende Machiavelli. Con l'una mano distrugge con l'altra edifica. Da lui comincia in mezzo alla negazione universale e vuota la ricostruzione.

Non è possibile seguire la sua dottrina nel particolare. Basti qui accennare la idea fondamentale.

Il medio evo riposa sopra questa base: che il peccato è attaccarsi a questa vita come cosa sostanziale e la virtù è negazione della vita terrena e contemplazione dell'altra; che questa vita non è la realtà o la verità ma ombra e apparenza; e che la realtà è non quello che è ma quello che dee essere e perciò il suo vero contenuto è l'altro mondo. L'inferno. Il Purgatorio. Il Paradiso il mondo conforme alla verità e alla giustizia. Da questo concetto della vita teologico-etico uscì la Divina Commedia e tutta la letteratura del Dugento e del Trecento.

Il simbolismo e lo scolasticismo sono le forme naturali di questo concetto. La realtà terrena è simbolica: Beatrice è un simbolo: l'amore è un simbolo. E l'uomo e la natura hanno la loro spiegazione e la loro radice negli enti o negli universali forze estramondane che sono la maggiore del sillogismo l'universale da cui esce il particolare.

Tutto questo forma e concetto era già dal Boccaccio in qua negato caricato parodiato materia di sollazzo e di passatempo: pura negazione nella sua forma cinica e licenziosa che aveva a base la glorificazione della carne o del peccato la voluttà l'epicureismo reazione all'ascetismo. Andavano insieme teologi e astrologi e poeti tutti visionari: conclusione geniale della Maccaronea ispirata al Folengo dal mondo della Luna ariostesco. In teoria ci era una piena indifferenza e in pratica una piena licenza.

Machiavelli vive in questo mondo e vi partecipa. La stessa licenza nella vita e la stessa indifferenza nella teoria. La sua coltura non è straordinaria: molti a quel tempo avanzavano lui e l'Ariosto di dottrina e di erudizione. Di speculazioni filosofiche sembra così digiuno come di enunciazioni scolastiche e teologiche. E a ogni modo non se ne cura. Il suo spirito è tutto nella vita pratica.

Nelle scienze naturali non sembra sia molto innanzi quando vediamo che in alcuni casi accenna all'influsso delle stelle. Battista Alberti avea certo una coltura più vasta e più compiuta. Niccolò non è filosofo della natura è filosofo dell'uomo. Ma il suo ingegno oltrepassa l'argomento e prepara Galileo.

L'uomo come Machiavelli lo concepisce non ha la faccia estatica e contemplativa del medio evo e non la faccia tranquilla e idillica del Risorgimento. Ha la faccia moderna dell'uomo che opera e lavora intorno ad uno scopo.

Ciascun uomo ha la sua missione su questa terra secondo le sue attitudini. La vita non è un giuoco d'immaginazione e non è contemplazione Non è teologia e non è neppure arte. Essa ha in terra la sua serietà il suo scopo e i suoi mezzi. Riabilitare la vita terrena darle uno scopo rifare la coscienza ricreare le forze interiori restituire l'uomo nella sua serietà e nella sua attività: questo è lo spirito che aleggia in tutte le opere del Machiavelli.

È negazione del medio evo e insieme negazione del Risorgimento. La contemplazione divina lo soddisfa così poco come la contemplazione artistica. La coltura e l'arte gli paiono cose belle non tali però che debbano e possano costituire lo scopo della vita. Combatte l'immaginazione come il nemico più pericoloso e quel veder le cose in immaginazione e non in realtà gli par proprio esser la malattia che si ha a curare. Ripete ad ogni tratto che bisogna giudicar le cose come sono e non come debbono essere.

Quel “dover essere” a cui tende il contenuto nel medio evo e la forma nel Risorgimento dee far luogo all'“essere” o com'egli dice alla verità “effettuale”.

Subordinare il mondo dell'immaginazione come religione e come arte al mondo reale quale ci è posto dall'esperienza e dall'osservazione questa è la base del Machiavelli.

Risecati tutti gli elementi sopraumani e soprannaturali pone a fondamento della vita la patria. La missione dell'uomo su questa terra il suo primo dovere è il patriottismo la gloria la grandezza la libertà della patria.

Nel medio evo non ci era il concetto di patria: ci era il concetto di fedeltà e di sudditanza. Gli uomini nascevano tutti sudditi del papa e dell'imperatore rappresentanti di Dio; l'uno era lo spirito l'altro il corpo della società. Intorno a questi due “Soli” stavano gli astri minori re principi duchi baroni a cui stavano di contro in antagonismo naturale i comuni liberi. Ma la libertà era privilegio papale e imperiale e i comuni esistevano anch'essi per la grazia di Dio e perciò del papa o dell'imperatore e spesso imploravano legati apostolici o imperiali a tutela e pacificazione. Savonarola proclamò re di Firenze Gesù Cristo ben inteso lasciando a sè il dritto di rappresentarlo e interpretarlo. È un tratto che illumina tutte le idee di quel tempo.

Ci era ancora il papa e ci era l'imperatore; ma l'opinione sulla quale si fondava la loro potenza non ci era più nelle classi colte d'Italia. Il papa stesso e l'imperatore avevano smesso l'antico linguaggio il papa ingrandito di territorio diminuito di autorità l'imperatore debole e impacciato a casa.

Di papato e d'impero di guelfi e ghibellini non si parlava in Italia che per riderne a quel modo che della cavalleria e di tutte le altre istituzioni. Di quel mondo rimanevano avanzi in Italia il papa i gentiluomini e gli avventurieri o mercenari. Il Machiavelli vede nel papato temporale non solo un sistema di governo assurdo e ignobile ma il principale pericolo dell'Italia. Democratico combatte il concetto di un governo stretto e tratta assai aspramente i gentiluomini reminiscenze feudali. E vede ne' mercenari o avventurieri la prima cagione della debolezza italiana incontro allo straniero e propone e svolge largamente il concetto di una milizia nazionale Nel papato temporale nei gentiluomini negli avventurieri combatte gli ultimi vestigi del medio evo.

La “patria” del Machiavelli è naturalmente il comune libero libero per sua virtù e non per grazia del papa e dell'imperatore governo di tutti nell'interesse di tutti.

Ma osservatore sagace non gli può sfuggire il fenomeno storico de' grandi Stati che si erano formati in Europa e come il comune era destinato anch'esso a sparire con tutte le altre istituzioni del medio evo. Il suo comune gli par cosa troppo piccola e non possibile a durare dirimpetto a quelle potenti agglomerazioni delle stirpi che si chiamavano “Stati” o “Nazioni”. Già Lorenzo mosso dallo stesso pensiero avea tentato una grande lega italica che assicurasse l'“equilibrio” tra' vari Stati e la mutua difesa e che pure non riuscì ad impedire l'invasione di Carlo ottavo. Niccolò propone addirittura la costituzione di un grande Stato italiano che sia baluardo d'Italia contro lo straniero. Il concetto di patria gli si allarga. Patria non è solo il piccolo comune ma è tutta la nazione. L'Italia nell'utopia dantesca è il “giardino dell'impero”; nell'utopia del Machiavelli è la “patria” nazione autonoma e indipendente.

La “patria” del Machiavelli è una divinità superiore anche alla moralità e alla legge. A quel modo che il Dio degli ascetici assorbiva in sè l'individuo e in nome di Dio gl'inquisitori bruciavano gli eretici; per la patria tutto era lecito e le azioni che nella vita privata sono delitti diventavano magnanime nella vita pubblica. “Ragion di Stato” e “salute pubblica” erano le formole volgari nelle quali si esprimeva questo dritto della patria superiore ad ogni dritto. La divinità era scesa di cielo in terra e si chiamava la “patria” ed era non meno terribile. La sua volontà e il suo interesse era “suprema lex”. Era sempre l'individuo assorbito nell'essere collettivo. E quando questo essere collettivo era assorbito a sua volta nella volontà di un solo o di pochi avevi la servitù. Libertà era la partecipazione più o meno larga de' cittadini alla cosa pubblica. I dritti dell'uomo non entravano ancora nel codice della libertà. L'uomo non era un essere autonomo e di fine a se stesso: era l'istrumento della patria o ciò che è peggio dello Stato: parola generica sotto la quale si comprendeva ogni specie di governo anche il dispotico fondato sull'arbitrio di un solo. Patria era dove tutti concorrevano più o meno al governo e se tutti ubbidivano tutti comandavano: ciò che dicevasi “repubblica”. E dicevasi “principato” dove uno comandava e tutti ubbidivano. Ma repubblica o principato patria o Stato il concetto era sempre l'individuo assorbito nella società o come fu detto poi l'onnipotenza dello Stato.

Queste idee sono enunciate dal Machiavelli non come da lui trovate e analizzate ma come già per lunga tradizione ammesse e fortificate dalla coltura classica. Ci è lì dentro lo spirito dell'antica Roma che con la sua immagine di gloria e di libertà attirava tutte le immaginazioni e si porgeva alle menti modello non solo nell'arte e nella letteratura ma ancora nello Stato.

La patria assorbisce anche la religione. Uno Stato non può vivere senza religione. E se il Machiavelli si duole della corte romana non è solo perchè a difesa del suo dominio temporale è costretta a chiamar gli stranieri ma ancora perchè co' suoi costumi disordinati e licenziosi ha diminuita nel popolo l'autorità della religione. Ma egli vuole una religione di Stato che sia in mano del principe un mezzo di governo. Della religione si era perduto il senso ed era arte presso i letterati e istrumento politico negli statisti. Anche la moralità gli piace e loda la generosità la clemenza l'osservanza della fede la sincerità e le altre virtù ma a patto che ne venga bene alla patria; e se le incontra sulla sua via non istrumenti ma ostacoli gli spezza. Leggi spesso lodi magnifiche della religione e delle altre virtù de' buoni principi; ma ci odori un po' di rettorica che spicca più in quel fondo ignudo della sua prosa. Non è in lui e non è in nessuno de' suoi contemporanei un sentimento religioso e morale schietto e semplice.

Noi che vediamo le cose di lontano troviamo in queste dottrine lo Stato laico che si emancipa dalla teocrazia e diviene a sua volta invadente. Ma allora la lotta era ancor viva e l'una esagerazione portava l'altra. Togliendo le esagerazioni ciò che esce dalla lotta è l'autonomia e l'indipendenza del potere civile che ha la sua legittimità in se stesso sciolto ogni vincolo di vassallaggio e di subordinazione a Roma. Nel Machiavelli non ci è alcun vestigio di diritto divino. Il fondamento delle repubbliche è “vox populi” il consenso di tutti. E il fondamento de' principati è la forza o la conquista legittimata e assicurata dal buon governo. Un po' di cielo e un po' di papa ci entra pure ma come forze atte a mantenere i popoli nell'ubbidienza e nell'osservanza delle leggi.

Stabilito il centro della vita in terra e attorno alla patria al Machiavelli non possono piacere le virtù monacali dell'umiltà e della pazienza che hanno “disarmato il cielo e effeminato il mondo” e che rendono l'uomo più atto a “sopportare le ingiurie che a vendicarle”. “Agere et pati fortia romanum est”. Il cattolicismo male interpretato rende l'uomo più atto a patire che a fare. Il Machiavelli attribuisce a questa educazione ascetica e contemplativa la fiacchezza del corpo e dell'animo che rende gl'italiani inetti a cacciar via gli stranieri e a fondare la libertà e l'indipendenza della patria. La virtù è da lui intesa nel senso romano e significa “forza” “energia” che renda gli uomini atti a' grandi sacrifici e alle grandi imprese. Non è che agl'italiani manchi il valore; anzi ne' singolari incontri riescono spesso vittoriosi: manca l'educazione o la disciplina o come egli dice “i buoni ordini e le buone armi” che fanno gagliardi e liberi i popoli.

Alla virtù premio è la gloria. “Patria” “virtù” “gloria” sono le tre parole sacre la triplice base di questo mondo.

Come gl'individui hanno la loro missione in terra così anche le nazioni. Gl'individui senza patria senza virtù senza gloria sono atomi perduti “numerus fruges consumere nati”. E parimente ci sono nazioni oziose e vuote che non lasciano alcun vestigio di sè nel mondo. Nazioni storiche sono quelle che hanno adempiuto un ufficio nell'umanità o come dicevasi allora nel genere umano come Assiria Persia Grecia e Roma. Ciò che rende grandi le nazioni è la virtù o la tempra gagliardia intellettuale e corporale che forma il carattere o la forza morale. Ma come gl'individui così le nazioni hanno la loro vecchiezza quando le idee che le hanno costituite s'indeboliscono nella coscienza e la tempra si fiacca. E l'indirizzo del mondo fugge loro dalle mani e passa ad altre nazioni.

Il mondo non è regolato da forze soprannaturali o casuali ma dallo spirito umano che procede secondo le sue leggi organiche e perciò fatali. Il fato storico non è la provvidenza e non la fortuna ma la “forza delle cose” determinata dalle leggi dello spirito e della natura. Lo spirito è immutabile nelle sue facoltà ed immortale nella sua produzione.

Perciò la storia non è accozzamento di fatti fortuiti o provvidenziali ma concatenazione necessaria di cause e di effetti il risultato delle forze messe in moto dalle opinioni dalle passioni e dagl'interessi degli uomini.

La politica o l'arte del governare ha per suo campo non un mondo etico determinato dalle leggi ideali della moralità ma il mondo reale come si trova nel tal luogo e nel tal tempo. Governare è intendere e regolare le forze che muovono il mondo. Uomo di Stato è colui che sa calcolare e maneggiare queste forze e volgerle a' suoi fini.

La grandezza e la caduta delle nazioni non sono dunque accidenti o miracoli ma sono effetti necessari che hanno le loro cause nella qualità delle forze che le movono. E quando queste forze sono in tutto logore esse muoiono.

E a governare quelli che stanno solo in sul lione non se ne intendono. Ci vuole anche la volpe o la prudenza cioè l'intelligenza il calcolo e il maneggio delle forze che muovono gli Stati.

Come gl'individui così le nazioni hanno legami tra loro dritti e doveri. E come ci è un dritto privato così ci è un dritto pubblico o dritto delle genti o come dicesi oggi dritto internazionale. Anche la guerra ha le sue leggi.

Le nazioni muoiono. Ma lo spirito umano non muore mai. Eternamente giovane passa di una nazione in un'altra e continua secondo le sue leggi organiche la storia del genere umano. C'è dunque non solo la storia di questa o quella nazione ma la storia del mondo anch'essa fatale e logica determinata nel suo corso dalle leggi organiche dello spirito. La storia del genere umano non è che la storia dello spirito o del pensiero. Di qui esce ciò che poi fu detto “filosofia della storia”.

Di questa filosofia della storia e di un dritto delle genti non ci è nel Machiavelli che la semplice base scientifica un punto di partenza segnato con chiarezza e indicato a' suoi successori. Il suo campo chiuso è la politica e la storia.

Questi concetti non sono nuovi. I concetti filosofici come i poetici suppongono una lunga elaborazione. Ci si vede qui dentro le conseguenze naturali di quel grande movimento sotto forme classiche realista ch'era in fondo l'emancipazione dell'uomo dagli elementi soprannaturali e fantastici e la conoscenza e il possesso di se stesso. E a' contemporanei non parvero nuovi nè audaci veggendo ivi formulato quello che in tutti era sentimento vago.

L'influenza del mondo pagano è visibile anche nel medio evo anche in Dante Roma è presente allo spirito. Ma lì è Roma provvidenziale e imperiale la Roma di Cesare e qui è Roma repubblicana e Cesare vi è severamente giudicato. Dante chiama le gloriose imprese della repubblica “miracoli della provvidenza” come preparazione all'impero: dove pel Machiavelli non ci sono miracoli o i miracoli sono i buoni ordini; e se alcuna parte dà alla fortuna la dà principalissima alla virtù. Di lui è questo motto profondo: “I buoni ordini fanno buona fortuna e dalla buona fortuna nacquero i felici successi delle imprese”. Il classicismo adunque era la semplice scorza sotto alla quale le due età inviluppavano le loro tendenze. Sotto al classicismo di Dante ci è il misticismo e il ghibellinismo; la corteccia è classica il nocciolo è medievale. E sotto al classicismo del Machiavelli ci è lo spirito moderno che ivi cerca e trova se stesso. Ammira Roma quanto biasima i tempi suoi dove “non è cosa alcuna che gli ricomperi di ogni estrema miseria infamia e vituperio e non vi è osservanza di religione non di leggi e non di milizia ma sono maculati di ogni ragione bruttura”. Crede con gli ordini e i costumi di Roma antica di poter rifare quella grandezza e ritemprare i suoi tempi e in molte proposte e in molte sentenze senti i vestigi di quell'antica sapienza. Da Roma gli viene anche la nobiltà dell'ispirazione e una certa elevatezza morale. Talora ti pare un romano avvolto nel pallio in quella sua gravità; ma guardalo bene e ci troverai il borghese del Risorgimento con quel suo risolino equivoco. Savonarola è una reminiscenza del medio evo profeta e apostolo a modo dantesco; Machiavelli in quella sua veste romana è vero borghese moderno sceso dal piedistallo uguale tra uguali che ti parla alla buona e alla naturale. È in lui lo spirito ironico del Risorgimento con lineamenti molto precisi de' tempi moderni.

Il medio evo qui crolla in tutte le sue basi religiosa morale politica intellettuale. E non è solo negazione vuota. È affermazione è il verbo. Di contro a ciascuna negazione sorge un'affermazione. Non è la caduta del mondo è il suo rinnovamento. Dirimpetto alla teocrazia sorge l'autonomia e l'indipendenza dello Stato. Tra l'impero e la città o il feudo le due unità politiche del medio evo sorge un nuovo ente la Nazione alla quale il Machiavelli assegna i suoi caratteri distintivi la razza la lingua la storia i confini. Tra le repubbliche e i principati spunta già una specie di governo medio o misto che riunisca i vantaggi delle une e degli altri e assicuri a un tempo la libertà e la stabilità governo che è un presentimento de' nostri ordini costituzionali e di cui il Machiavelli dà i primi lineamenti nel suo progetto per la riforma degli ordini politici in Firenze. È tutto un nuovo mondo politico che appare. Si vegga fra l'altro dove il Machiavelli tocca della formazione de' grandi Stati e soprattutto della Francia.

Anche la base religiosa è mutata. Il Machiavelli vuole recisa dalla religione ogni temporalità e come Dante combatte la confusione de' due reggimenti e fa una descrizione de' principati ecclesiastici notabile per la profondità dell'ironia. La religione ricondotta nella sua sfera spirituale è da lui considerata non meno che l'educazione e l'istruzione come istrumento di grandezza nazionale. È in fondo l'idea di una Chiesa nazionale dipendente dallo Stato e accomodata a' fini e agl'interessi della nazione.

Altra è pure la base morale. Il fine etico del medio evo è la santificazione dell'anima e il mezzo è la mortificazione della carne. Il Machiavelli se biasima la licenza de' costumi invalsa al suo tempo non è meno severo verso l'educazione ascetica. La sua dea non è Rachele ma è Lia non è la vita contemplativa ma la vita attiva. E perciò la virtù è per lui la vita attiva vita di azione e in servigio della patria. I suoi santi sono più simili agli eroi dell'antica Roma che agl'iscritti nel calendario romano. O per dir meglio il nuovo tipo morale non è il santo ma è il patriota.

E si rinnova pure la base intellettuale. Secondo il gergo di allora il Machiavelli non combatte la verità della fede ma la lascia da parte non se ne occupa e quando vi s'incontra ne parla con un'aria equivoca di rispetto. Risecata dal suo mondo ogni causa soprannaturale e provvidenziale vi mette a base l'immutabilità e l'immortalità del pensiero o dello spirito umano fattore della storia. Questo è già tutta una rivoluzione. È il famoso “cogito” nel quale s'inizia la scienza moderna. È l'uomo emancipato dal mondo soprannaturale e sopraumano che come lo Stato proclama la sua autonomia e la sua indipendenza e prende possesso del mondo.

E si rinnova il metodo. Il Machiavelli non riconosce verità a priori e princìpi astratti e non riconosce autorità di nessuno come criterio del vero. Di teologia e di filosofia e di etica fa stima uguale mondi d'immaginazione fuori della realtà. La verità è la cosa effettuale e perciò il modo di cercarla è l'esperienza accompagnata con l'osservazione lo studio intelligente de' fatti. Tutto il formolario scolastico va giù. A quel vuoto meccanismo fondato sulle combinazioni astratte dell'intelletto incardinate nella pretesa esistenza degli universali sostituisce la forma ordinaria del parlare diritta e naturale. Le proposizioni generali le “maggiori” del sillogismo sono capovolte e compariscono in ultimo come risultati di una esperienza illuminata dalla riflessione. In luogo del sillogismo hai la “serie” cioè a dire concatenazione di fatti che sono insieme causa ed effetto come si vede in questo esempio:

“Avendo la città di Firenze ... perduta parte dell'imperio suo fu necessitata a fare guerra a coloro che lo occupavano e perchè chi l'occupava era potente ne seguiva che si spendeva assai nella guerra senza alcun frutto: dallo spendere assai ne risultava assai gravezze dalle gravezze infinite querele del popolo; e perchè questa guerra era amministrata da un magistrato di dieci cittadini ... l'universale cominciò a recarselo in dispetto come quello che fosse cagione e della guerra e delle spese di essa.”

 

Qui i fatti sono schierati in modo che si appoggiano e si spiegano a vicenda: sono una doppia serie l'una complicata che ti dà le cause vere visibile solo all'uomo intelligente; l'altra semplicissima che ti dà la causa apparente e superficiale e che pure è quella che trascina ad opere inconsulte l'universale con una serietà ed una sicurezza che rende profondamente ironica la conclusione. I fatti saltan fuori a quel modo stesso che si sviluppano nella natura e nell'uomo non vi senti alcuno artificio. Ma è un'apparenza. Essi sono legati subordinati coordinati dalla riflessione sì che ciascuno ha il suo posto ha il suo valore di causa o di effetto ha il suo ufficio in tutta la catena: il fatto non è solo fatto o accidente ma è ragione considerazione: sotto la narrazione si cela l'argomentazione. Così l'autore ha potuto in poche pagine condensare tutta la storia del medio evo e farne magnifico vestibulo alla sua storia di Firenze. I suoi ragionamenti sono anch'essi fatti intellettuali e perciò l'autore si contenta di enunciare e non dimostra. Sono fatti cavati dalla storia dall'esperienza del mondo da un'acuta osservazione e presentati con semplicità pari all'energia. Molti di questi fatti intellettuali sono rimasti anche oggi popolari nella bocca di tutti com'è quel “ritirare le cose a' loro princìpi” o quell'ironia de' “profeti disarmati” o “gli uomini si stuccano del bene e del male si affliggono” o “gli uomini bisogna carezzarli o spegnerli”. Di queste sentenze o pensieri ce ne sono raccolte. E sono un intero arsenale dove hanno attinto gli scrittori vestiti delle sue spoglie. Come esempio di questi fatti intellettuali usciti da una mente elevata e peregrina ricordo la famosa dedica de' suoi Discorsi. Con la forma scolastica rovina la forma letteraria fondata sul periodo. Ne' lavori didascalici il periodo era una forma sillogistica dissimulata una proposizione corteggiata dalla sua maggiore e dalle sue idee medie ciò che dicevasi dimostrazione se la materia era intellettuale o descrizione se la materia era di puri fatti. Machiavelli ti dà semplici proposizioni ripudiato ogni corteggio; non descrive e non dimostra narra o enuncia e perciò non ha artificio di periodo. Non solo uccide la forma letteraria ma uccide la forma stessa come forma e fa questo nel secolo della forma la sola divinità riconosciuta. Appunto perchè ha piena la coscienza di un nuovo contenuto per lui il contenuto è tutto e la forma è nulla. O per dire più corretto la forma è essa medesima la cosa nella sua verità effettuale cioè nella sua esistenza intellettuale o materiale. Ciò che a lui importa non è che la cosa sia ragionevole o morale o bella ma che la sia. Il mondo è così e così; e si vuol pigliarlo com'è ed è inutile cercare se possa o debba essere altrimenti. La base della vita e perciò del sapere è il “Nosce te ipsum” la conoscenza del mondo nella sua realtà. Il fantasticare il dimostrare il descrivere il moralizzare sono frutto d'intelletti collocati fuori della vita e abbandonati all'immaginazione. Perciò il Machiavelli purga la sua prosa di ogni elemento astratto etico e poetico. Guardando il mondo con uno sguardo superiore il suo motto è: “Nil admirari”. Non si maraviglia e non si appassiona perchè comprende come non dimostra e non descrive perchè vede e tocca. Investe la cosa direttamente e fugge le perifrasi le circonlocuzioni le amplificazioni le argomentazioni le frasi e le figure i periodi e gli ornamenti come ostacoli e indugi alla visione. Sceglie la via più breve e perciò la diritta: non si distrae e non distrae. Ti dà una serie stretta e rapida di proposizioni e di fatti soppresse tutte le idee medie tutti gli accidenti e tutti gli episodi. Ha l'aria del pretore che “non curat de minimis” di un uomo occupato in cose gravi che non ha tempo nè voglia di guardarsi attorno. Quella sua rapidità quel suo condensare non è un artificio come talora è in Tacito e sempre è nel Davanzati ma è naturale chiarezza di visione che gli rende inutili tutte quelle idee medie di cui gli spiriti mediocri hanno bisogno per giungere faticosamente ad una conseguenza ed è insieme pienezza di cose che non gli fa sentire necessità di riempiere gli spazi vuoti con belletti e impolpature che tanto piacciono a' cervelli oziosi. La sua semplicità talora è negligenza; la sua sobrietà talora è magrezza: difetti delle sue qualità. E sono pedanti quelli che cercano il pel nell'uovo e gonfiano le gote in aria di pedagoghi quando in quella divina prosa trovino latinismi slegature scorrezioni e simili negligenze.

La prosa del Trecento manca di organismo e perciò non ha ossatura non interna coesione: vi abbonda l'affetto e l'immaginativa vi scarseggia l'intelletto. Nella prosa del Cinquecento hai l'apparenza anzi l'affettazione dell'ossatura la cui espressione è il periodo. Ma l'ossatura non è che esteriore e quel lusso di congiunzioni e di membri e d'incisi mal dissimula il vuoto e la dissoluzione interna. Il vuoto non è nell'intelletto ma nella coscienza indifferente e scettica. Perciò il lavoro intellettivo è tutto al di fuori frasche e fiori. Gli argomenti più frivoli sono trattati con la stessa serietà degli argomenti gravi perchè la coscienza è indifferente ad ogni specie di argomento grave o frivolo. Ma la serietà è apparente è tutta formale e perciò rettorica: l'animo vi rimane profondamente indifferente. Monsignor della Casa scrive l'orazione a Carlo quinto con lo stesso animo che scrive il capitolo sul forno salvo che qui è nella sua natura e ti riesce cinico lì è fuori della sua natura e ti riesce falso. Il Galateo e il Cortigiano sono le due migliori prose di quel tempo come rappresentazione di una società pulita ed elegante tutta al di fuori in mezzo alla quale vivevano il Casa e il Castiglione e che poneva la principale importanza della vita ne' costumi e ne' modi. Anche l'intelletto in quella sua virilità ozioso poneva la principale importanza della composizione ne' costumi e ne' modi ovvero nell'abito. Quell'abbigliamento boccaccevole e ciceroniano divenne in breve convenzionale un meccanismo tutto d'imitazione a cui l'intelletto stesso rimaneva estraneo. I filosofi non avevano ancora smesse le loro forme scolastiche i poeti petrarcheggiavano i prosatori usavano un genere bastardo poetico e rettorico con l'imitazione esteriore del Boccaccio: la malattia era una la passività o indifferenza dell'intelletto del cuore dell'immaginazione cioè a dire di tutta l'anima. Ci era lo scrittore non ci era l'uomo. E fin d'allora fu considerato lo scrivere come un mestiere consistente in un meccanismo che dicevasi “forma letteraria” nella piena indifferenza dell'animo: divorzio compiuto tra l'uomo e lo scrittore. Fra tanto infuriare di prose rettoriche e poetiche comparve la prosa del Machiavelli presentimento della prosa moderna.

Qui l'uomo è tutto e non ci è lo scrittore o ci è solo in quanto uomo. Il Machiavelli sembra quasi ignori che ci sia un'arte dello scrivere ammessa generalmente e divenuta moda o convenzione. Talora ci si prova e ci riesce maestro; ed è quando vuol fare il letterato anche lui. L'uomo è in lui tutto. Quello che scrive è una produzione immediata del suo cervello esce caldo caldo dal di dentro cose e impressioni spesso condensate in una parola. Perchè è un uomo che pensa e sente distrugge e crea osserva e riflette con lo spirito sempre attivo e presente. Cerca la cosa non il suo colore: pure la cosa vien fuori insieme con le impressioni fatte nel suo cervello perciò naturalmente colorita traversata d'ironia di malinconia d'indignazione di dignità ma principalmente lei nella sua chiarezza plastica. Quella prosa è chiara e piena come un marmo ma un marmo qua e là venato. È la grande maniera di Dante che vive là dentro. Parlando dei mutamenti introdotti al medio evo ne' nomi delle cose e degli uomini finisce così: “e i Cesari e i Pompei Pietri Mattei e Giovanni diventarono”. Qui non ci è che il marmo la cosa ignuda; ma quante vene in questo marmo! Ci senti tutte le impressioni fatte da quell'immagine nel suo cervello l'ammirazione per quei Cesari e Pompei il disprezzo per quei Pietri e Mattei lo sdegno di quel mutamento; e lo vedi alla scelta caratteristica de' nomi al loro collocamento in contrasto come nemici e a quell'ultimo ed energico “diventarono” che accenna a mutamenti non solo di nomi ma di animi. Questa prosa asciutta precisa e concisa tutta pensiero e tutta cose annunzia l'intelletto già adulto emancipato da elementi mistici etici e poetici e divenuto il supremo regolatore del mondo: la logica o la forza delle cose il fato moderno. Questo è in effetti il senso intimo del mondo come il Machiavelli lo concepisce. Lasciando da parte le sue origini il mondo è quello che è un attrito di forze umane e naturali dotate di leggi proprie. Ciò che dicesi “fato” non è altro che la logica il risultato necessario di queste forze appetiti istinti passioni opinioni fantasie interessi mosse e regolate da una forza superiore lo spirito umano il pensiero l'intelletto. Il Dio di Dante è l'amore forza unitiva dell'intelletto e dell'atto: il risultato era sapienza. Il Dio di Machiavelli è l'intelletto l'intelligenza e la regola delle forze mondane: il risultato è scienza. - Bisogna amare - dice Dante. - Bisogna intendere - dice Machiavelli. L'anima del mondo dantesco è il cuore: l'anima del mondo machiavellico e il cervello. Quel mondo è essenzialmente mistico ed etico: questo è essenzialmente umano e logico. La virtù muta il suo significato. Non è sentimento morale ma è semplicemente forza o energia la tempra dell'animo; e Cesare Borgia è virtuoso perchè avea la forza di operare secondo logica cioè di accettare i mezzi quando aveva accettato lo scopo. Se l'anima del mondo è il cervello hai una prosa che è tutta e sola cervello.

Ora possiamo comprendere il Machiavelli nelle sue applicazioni. La storia di Firenze sotto forma narrativa è una logica degli avvenimenti. Dino scrive col cuore commosso con l'immaginazione colpita: tutto gli par nuovo tutto offende il suo senso morale. Vi domina il sentimento etico come in Dante nel Mussato in tutt'i trecentisti. Ma ciò che interessa il Machiavelli è la spiegazione de' fatti nelle forze motrici degli uomini e narra calmo e meditativo a modo di filosofo che ti dia l'interpretazione del mondo. I personaggi non sono còlti nel caldo dell'affetto e nel tumulto dell'azione: non è una storia drammatica. L'autore non è sulla scena nè dietro la scena; ma è nella sua camera e mentre i fatti gli sfilano avanti cerca afferrarne i motivi. La sua apatia non è che preoccupazione di filosofo inteso a spiegare e tutto raccolto in questo lavoro intellettivo non distratto da emozioni e impressioni. È l'apatia dell'ingegno superiore che guarda con compassione a' moti convulsi e nervosi delle passioni.

Ne' Discorsi ci è maggior vita intellettuale. L'intelletto si stacca da' fatti e vi torna per attingervi lena e ispirazione. I fatti sono il punto fermo intorno a cui gira. Narra breve come chi ricordi quello che tutti sanno ed ha fretta di uscirne. Ma appena finito il racconto comincia il discorso. L'intelletto come rinvigorito a quella fonte se ne spicca tutto pieno d'ispirazioni originali sorpreso e contento insieme. Senti lì il piacere di quell'esercizio intellettuale e di quella originalità di quel dir cose che a' volgari sembrano paradossi. Quei pensieri sono come una schiera ben serrata dove non penetra niente dal di fuori a turbarvi l'ordine. Non è una mente agitata nel calore della produzione tra quel flutto d'immaginazioni e di emozioni che ti annunzia la fermentazione come avviene talora anche a' più grandi pensatori. È l'intelletto pieno di gioventù e di freschezza tranquillo nella sua forza e in sospetto di tutto ciò che non è lui. Digressioni immagini effetti paragoni giri viziosi perplessità di posizioni tutto è sbandito in queste serie disciplinate d'idee mobili e generative venute fuori da un vigor d'analisi insolito e legate da una logica inflessibile. Tutto è profondo ed è così chiaro e semplice che ti par superficiale.

Il fondamento de' Discorsi è questo che gli uomini “non sanno essere nè in tutto buoni nè in tutto tristi” e perciò non hanno tempra logica non hanno virtù. Hanno velleità non hanno volontà. Immaginazioni paure speranze vane cogitazioni superstizioni tolgono loro la risolutezza. Perciò “stanno” volentieri “in sull'ambiguo” e scelgono le “vie di mezzo” e “seguono le apparenze”. Ci è nello spirito umano uno stimolo o appetito insaziabile che lo tiene in continua opera e produce il progresso storico. Ond'è che gli uomini non sono tranquilli e salgono di un'ambizione in un'altra e prima si difendono e poi offendono e più uno ha più desidera. Sicchè negli scopi gli uomini sono infiniti e ne' mezzi sono perplessi e incerti.

Quello che degl'individui si può dire anche dell'uomo collettivo come famiglia o classe. Nelle società non ci è in fondo che due sole classi degli “abbienti” e de' “non abbienti” de' ricchi e de' poveri. E la storia non è se non l'eterna lotta tra chi ha e chi non ha. Gli ordini politici sono mezzi di equilibrio tra le classi. E sono liberi quando hanno a fondamento l'“equalità”. Perciò libertà non può essere dove sono “gentiluomini” o classi previlegiate.

È chiaro che una scienza o arte politica non è possibile quando non abbia per base la conoscenza della materia su che si ha a esercitare cioè dell'uomo come individuo e come classe. Perciò una gran parte di questi Discorsi sono ritratti sociali delle moltitudini o delle plebi degli ottimati o gentiluomini de' principi de' francesi de' tedeschi degli spagnuoli d'individui e di popoli. Sono ritratti finissimi per originalità di osservazione ed evidenza di esposizione ne' quali vien fuori il “carattere” cioè quelle forze che movono individui e popoli o classi ad operare così o così. Le sue osservazioni sono frutto di una esperienza propria e immediata; e perciò freschissime e vive anche oggi.

Poichè il carattere umano ha questa base comune che i desidèri o appetiti sono infiniti e debole ed esitante è la virtù del conseguirli hai disproporzione tra lo scopo e i mezzi; onde nascono le oscillazioni e i disordini della storia. Perciò la scienza politica o l'arte di condurre e governare gli uomini ha per base la precisione dello scopo e la virtù de' mezzi; e in questa consonanza è quella energia intellettuale che fa grandi gli uomini e le nazioni. La logica governa il mondo.

Questo punto di vista logico preponderante nella storia comunica all'esposizione una calma intellettuale piena di forza e di sicurezza come di uomo che sa e vuole. Il cuore dell'uomo s'ingrandisce col cervello. Più uno sa e più osa. Quando la tempra è fiacca di' pure che l'intelletto è oscuro. L'uomo allora non sa quello che vuole tirato in qua e in là dalla sua immaginazione e dalle sue passioni: com'è proprio del volgo.

Un'applicazione di questa implacabile logica è il Principe. Machiavelli biasima i principi che per fraude o per forza tolgono la libertà a' popoli. Ma avuto lo Stato indica loro con quali mezzi debbano mantenerlo. Lo scopo non è qui la difesa della patria ma la conservazione del principe: se non che il principe provvede a se stesso provvedendo allo Stato. L'interesse pubblico è il suo interesse. Libertà non può dare ma può dare buone leggi che assicurino l'onore la vita la sostanza de' cittadini. Dee mirare a procacciarsi il favore e la grazia del popolo tenendo in freno i gentiluomini e gli uomini turbolenti. Governi i sudditi non ammazzandoli ma studiandoli e comprendendoli “non ingannato da loro ma ingannando loro”. Come stanno alle apparenze il principe dee darsi tutte le buone apparenze e non volendo essere parere almeno religioso buono clemente protettore delle arti e degl'ingegni. Nè tema d'essere scoperto; perchè gli uomini sono naturalmente semplici e creduli. Ciò che in loro ha più efficacia è la paura: perciò il principe miri a farsi temere più che amare. Soprattutto eviti di rendersi odioso o spregevole.

Chi legge il trattato De regimine principum di Egidio Colonna vi troverà un magnifico mondo etico senza alcun riscontro con la vita reale. Chi legge questo Principe del Machiavelli vi troverà un crudele mondo logico fondato sullo studio dell'uomo e della vita. L'uomo vi è come natura sottoposto nella sua azione a leggi immutabili non secondo criteri morali ma secondo criteri logici. Ciò che gli si dee domandare non è se quello che egli fa sia buono o bello ma se sia ragionevole o logico se ci sia coerenza tra' mezzi e lo scopo. Il mondo non è governato dalla forza come forza ma dalla forza come intelligenza. L'Italia non ti potea dare più un mondo divino ed etico: ti dà un mondo logico. Ciò che era in lei ancora intatto era l'intelletto; e il Machiavelli ti dà il mondo dell'intelletto purgato dalle passioni e dalle immaginazioni.

Machiavelli bisogna giudicarlo da quest'alto punto di vista. Ciò a cui mira è la serietà intellettuale cioè la precisione dello scopo e la virtù di andarvi diritto senza guardare a destra e a manca e lasciarsi indugiare o traviare da riguardi accessorii o estranei. La chiarezza dell'intelletto non intorbidato da elementi soprannaturali o fantastici o sentimentali è il suo ideale. E il suo eroe è il domatore dell'uomo e della natura colui che comprende e regola le forze naturali e umane e le fa suoi istrumenti. Lo scopo può essere lodevole o biasimevole; e se è degno di biasimo è lui il primo ad alzare la voce e protestare in nome del genere umano. Veggasi il capitolo decimo una delle proteste più eloquenti che sieno uscite da un gran cuore. Ma posto lo scopo la sua ammirazione è senza misura per colui che ha voluto e saputo conseguirlo. La responsabilità morale è nello scopo non è ne' mezzi. Quanto ai mezzi la responsabilità è nel non sapere o nel non volere nell'ignoranza o nella fiacchezza. Ammette il terribile; non ammette l'odioso o lo spregevole. L'odioso è il male fatto per libidine o per passione o per fanatismo senza scopo. Lo spregevole è la debolezza della tempra che non ti fa andare là dove l'intelletto ti dice che pur bisogna andare.

Quando Machiavelli scrivea queste cose l'Italia si trastullava ne' romanzi e nelle novelle con lo straniero a casa. Era il popolo meno serio del mondo e meno disciplinato. La tempra era rotta. Tutti volevano cacciar lo straniero a tutti “puzzava il barbaro dominio”; ma erano velleità. E si comprende come il Machiavelli miri principalmente a ristorare la tempra attaccando il male nella sua radice. Senza tempra moralità religione libertà virtù sono frasi. Al contrario quando la tempra si rifà si rifà tutto l'altro. E Machiavelli glorifica la tempra anche nel male. Innanzi a lui è più uomo Cesare Borgia intelletto chiaro e animo fermo ancorachè destituito d'ogni senso morale che il buon Pier Soderini cima di galantuomo ma “anima sciocca” che per la sua incapacità e la sua fiacchezza perdette la repubblica.

Ma se in Italia la tempra era infiacchita lo spirito era integro. Se da una parte Machiavelli poneva a base della vita l'essere “uomo” iniziando l'età virile della forza intelligente d'altra parte il motivo principale comico dello spirito italiano nella sua letteratura romanzesca era appunto la forza incoerente cioè a dire indisciplinata e senza scopo. Il tipo cavalleresco com'era concepito in Italia era ridicolo per questo che si presentava all'immaginazione come un esercizio incomposto di una forza gigantesca senza serietà di scopo e di mezzi la forza come forza e tutta la forza ne' fini più seri e più frivoli: ciò che rende così comici Morgante Mandricardo Fracasso.

Ci erano certo i fini cavallereschi come la tutela delle donne la difesa degli oppressi ma che parevano a quel pubblico intelligente e scettico comici non altrimenti che quegli effetti straordinari di forza corporale. Si può dire di quei cavalieri foggiati dallo spirito italiano quello che Doralice dicea a Mandricardo quando lo vedea intestato a fare per una spada e uno scudo quello avea fatto per impossessarsi di lei: - Non fu amore che ti mosse “fu naturale ferita di core” - Lo spirito italiano adunque da una parte metteva in caricatura il medio evo come un giuoco disordinato di forze e dall'altra gittava la base di una nuova età su questo principio virile che la forza è intelligenza serietà di scopo e di mezzi. Ciò che l'Italia distruggeva ciò che creava rivelava una potenza intellettuale che precorreva l'Europa di un secolo.

Ma in Italia c'era l'intelligenza e non ci era la forza. E si credeva con la superiorità intellettuale di potere cacciar gli stranieri. Era una intelligenza adulta svegliatissima ma astratta una logica formale nella piena indifferenza dello scopo. Era la scienza per la scienza come l'arte per l'arte. Nella coscienza non ci era più uno scopo nè un contenuto. E quando la coscienza è vuota il cuore è freddo e la tempra è fiacca anche nella maggiore virilità dell'intelletto. Il movimento dello spirito era stato assolutamente negativo e comico. Agl'italiani era più facile ridere delle forze indisciplinate che disciplinarsi e più facile ridere degli stranieri che mandarli via. Il frizzo era l'attestato della loro superiorità intellettuale e della loro decadenza morale. Mancava non la forza fisica e non il coraggio che ne è la conseguenza ma la forza morale che ci tenga stretti intorno ad una idea e risoluti a vivere e a morire per quella.

Machiavelli ebbe una coscienza chiarissima di questa decadenza o com'egli diceva “corruttela”:

“Qui - scrive - è virtù grande nelle membra quando la non mancasse ne' capi. Specchiatevi ne' duelli e ne' congressi de' pochi quanto gl'italiani siano superiori con le forze con la destrezza con l'ingegno.”

Pure l'Italia era corrotta perchè difettiva di forze morali e perciò di un degno scopo che riempisse di sè la coscienza nazionale Di lui è questo grande concetto: che il nerbo della guerra non sono i danari nè le fortezze nè i soldati ma le forze morali o com'egli dice il patriottismo e la disciplina. Di quella corruzione italiana la principal causa era il pervertimento religioso. Abbiamo di lui queste memorabili parole di cui Lutero era il comento:

“La ... religione se ne' princìpi della repubblica cristiana si fosse mantenuta secondo che dal fondatore di essa fu ordinato sarebbero gli Stati e le repubbliche più felici e più unite ch'elle non sono. Nè si può fare altra maggiore coniettura della declinazione d'essa quanto è vedere come quelli popoli che sono più propinqui alla Chiesa romana capo della religione nostra hanno meno religione. Chi considerasse i fondamenti suoi e vedesse l'uso presente quanto è diverso da quelli giudicherebbe esser propinquo o la rovina o il flagello.”

Certo non è ufficio grato dire dolorose verità al proprio paese ma è un dovere di cui l'illustre uomo sente tutta la grandezza:

“Chi nasce in Italia e in Grecia e non sia divenuto in Italia oltramontano e in Grecia turco ha ragione di biasimare i tempi suoi.”

Per lui è questo una sacra missione un atto di patriottismo. Il suo sguardo abbraccia tutta la storia del mondo. Vede tanta gloria in Assiria in Media in Persia in Grecia in Italia e Roma. Celebra il regno de' Franchi il regno de' Turchi quello del soldano e le geste della “setta saracina” e le virtù “de' popoli della Magna” al tempo suo. Lo spirito umano immutabile e immortale passa di gente in gente e vi mostra la sua virtù. E quando gitta l'occhio sull'Italia il paragone lo strazia. Le sue più belle pagine storiche sono dove narra la decadenza di Genova di Venezia di altre città italiane in tanto fiorire degli Stati europei. Non adulare il suo paese ma dirgli il vero fargli sentire la propria decadenza perchè ne abbia vergogna e stimolo descrivere la malattia e notare i rimedi gli pare ufficio d'uomo dabbene. Questo sentimento del dovere dà alle sue parole una grande elevatezza morale:

 

“Se la virtù che allora regnava e il vizio che ora regna non fossero più chiari del sole andrei nel parlare più rattenuto. Ma essendo la cosa sì manifesta che ciascuno la vede sarò animoso in dire manifestamente quello che intenderò di quelli e di questi tempi acciocchè gli animi de' giovani che questi miei scritti leggeranno possano fuggire questi e prepararsi ad imitar quelli... Perchè gli è ufficio di uomo buono quel bene che per la malignità dei tempi e della fortuna non ha potuto operare insegnarlo ad altri acciocchè sendone molti capaci alcuno di quelli più amati dal cielo possa operarlo.”

Queste parole sono un monumento. Ci si sente dentro lo spirito di Dante.

Machiavelli tiene la sua promessa. Giudica con severità uomini e cose. Del papato tutti sanno quello che ha scritto. Nè è più indulgente verso i principi:

“Questi nostri principi che erano stati molti anni nel principato loro per averlo dipoi perso non accusino la fortuna ma l'ignavia loro; perchè non avendo mai ne' tempi quieti pensato che possono mutarsi ... quando poi vennero i tempi avversi pensarono a fuggirsi e non a difendersi.”

Degli avventurieri scrive:

“Il fine delle loro virtù è stato che [Italia] è stata corsa da Carlo predata da Luigi forzata da Ferrando e vituperata da' svizzeri; ... tanto che essi han condotto Italia schiava e vituperata.”

Nè è meno severo verso i gentiluomini avanzi feudali rimasti vivi ed eterni in questa maravigliosa pittura:

“Gentiluomini sono chiamati quelli che oziosi vivono de' proventi delle loro possessioni abbondantemente senz'avere alcuna cura o di coltivare o di alcuna altra necessaria fatica a vivere. Questi tali sono perniciosi in ogni provincia: ma più perniciosi sono quelli che oltre alle predette fortune comandano a castella ed hanno sudditi che ubbidiscono a loro. Di queste due sorte di uomini ne sono pieni il regno di Napoli terra di Roma la Romagna e la Lombardia. Di qui nasce che in quelle provincie non è stato mai alcuno vivere politico perchè tali generazioni di uomini sono nemici di ogni civiltà.”

Degna di nota è qui l'idea tutta moderna che il fine dell'uomo è il lavoro e che il maggior nemico della civiltà è l'ozio: principio che ha gittato giù i conventi ed ha rovinato dalla radice non solo il sistema ascetico o contemplativo ma anche il sistema feudale fondato su questo fatto: che l'ozio de' pochi vivea del lavoro de' molti. Un uomo che con una sagacia pari alla franchezza nota tutte le cause della decadenza italiana potea ben dire accennando a Savonarola:

“Ond'è che a Carlo re di Francia fu lecito a pigliare Italia col gesso; e chi diceva come di questo ne erano cagione i peccati nostri diceva il vero; ma non erano già quelli che credeva ma questi ch'io ho narrati.”

Gli oziosi sono fatalisti. Spiegano tutto con la fortuna. Anche allora de' mali d'Italia accagionavano la mala sorte. Machiavelli scrive:

“La fortuna dimostra la sua potenza dove non è ordinata virtù a resisterle e quivi volta i suoi impeti dove la sa che non sono fatti gli argini e i ripari a tenerla. E se voi considererete l'Italia che è la sede di queste variazioni e quella che ha dato loro il moto vedrete essere una campagna senza argini e senza alcun riparo.”

Essendo l'Italia in quella corruttela Machiavelli invoca un redentore un principe italiano che come Teseo o Ciro o Mosè o Romolo la riordini persuaso che a riordinare uno Stato si richieda l'opera di un solo a governarlo l'opera di tutti. Ne' grandi pericoli i romani nominavano un dittatore: nell'estremo della corruzione Machiavelli non vede altro scampo che nella dittatura:

“Cercando un principe la gloria del mondo dovrebbe desiderare di possedere una città corrotta non per guastarla in tutto come Cesare ma per riordinarla come Romolo.”

Di Cesare scrive un giudizio originale rimasto celebre:

“Nè sia è alcuno che s'inganni per la gloria di Cesare sentendolo massime celebrare dagli scrittori; perchè questi che lo lodano sono corrotti dalla fortuna sua e spauriti dalla lunghezza dell'imperio il quale reggendosi sotto quel nome non permetteva che gli scrittori pèarlassero liberamente di lui. Ma chi vuol conoscere quello che gli scrittori liberi ne direbbero vegga quello che dicono di Catilina. E tanto è più detestabile Cesare quanto è più da biasimare quello che ha fatto che quello che ha voluto fare un male. Vegga pure con quante laudi celebrano Bruto; talchè non potendo biasimare quello per la sua potenza e' celebrano il nimico suo... E conoscerà allora benissimo quanti obblighi Roma Italia il mondo abbia con Cesare.”

Machiavelli promette a chi prende lo Stato con la forza non solo l'amnistia ma la gloria quando sappia ordinarlo:

“Considerino quelli a chi i cieli dànno tale occasione come sono loro proposte due vie: l'una che li fa vivere sicuri e dopo la morte gli rende gloriosi; l'altra li fa vivere in continue angustie e dopo la morte lasciare di se una sempiterna infamia.”

Invoca egli dunque un qualche amato dal cielo che sani l'Italia dalle sue ferite “e ponga fine ... a' sacchi di Lombardia alle espilazioni e taglie del Reame e di Toscana e la guarisca di quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite”. È l'idea tradizionale del Redentore o del Messia. Anche Dante invocava un messia politico il veltro. Se non che il salvatore di Dante ghibellino era Arrigo di Lussemburgo perchè la sua Italia era il giardino dell'impero; dove il salvatore di Machiavelli doveva essere un principe italiano perchè la sua Italia era nazione autonoma e tutto ciò che era fuori di lei era straniero barbaro “oltramontano”. Chi vuol vedere il progresso dello spirito italiano da Dante a Machiavelli paragoni la mistica e scolastica Monarchia dell'uno col Principe dell'altro così moderno ne' concetti e nella forma. L'idea del Machiavelli riuscì un'utopia non meno che l'idea di Dante. Ed oggi è facile assegnarne le cagioni. “Patria” “libertà” “Italia” “buoni ordini” “buone armi” erano parole per le moltitudini dove non era penetrato alcun raggio d'istruzione e di educazione. Le classi colte ritiratesi da lungo tempo nella vita privata tra ozi idillici e letterari erano cosmopolite animate dagl'interessi generali dell'arte e della scienza che non hanno patria. Quell'Italia di letterati corteggiati e cortigiani perdeva la sua indipendenza e non aveva quasi aria di accorgersene. Gli stranieri prima la spaventarono con la ferocia degli atti e de' modi; poi la vinsero con le moine inchinandola e celebrando la sua sapienza. E per lungo tempo gl'italiani perduta libertà e indipendenza continuarono a vantarsi per bocca de' loro poeti signori del mondo e a ricordare le avite glorie. Odio contro gli stranieri ce ne era ed anche buona volontà di liberarsene. Ma ci era così poca fibra che di una redenzione italica non ci fu neppure il tentativo. Nello stesso Machiavelli fu una idea e non sappiamo che abbia fatto altro di serio per giungere alla sua attuazione che di scrivere un magnifico capitolo in un linguaggio rettorico e poetico fuori del suo solito e che testimonia più le aspirazioni di un nobile cuore che la calma persuasione di un uomo politico. Furono illusioni. Vedeva l'Italia un po' a traverso de' suoi desidèri. Il suo onore come cittadino e di avere avuto queste illusioni. E la sua gloria come pensatore è di avere stabilito la sua utopia sopra elementi veri e durevoli della società moderna e della nazione italiana destinati a svilupparsi in un avvenire più o meno lontano del quale egli tracciava la via. Le illusioni del presente erano la verità del futuro.

Non è maraviglia che il Machiavelli con tanta esperienza del mondo con tanta sagacia d'osservazione abbia avuto illusioni perchè nella sua natura ci entrava molto del poetico. Vedilo nell'osteria giocare con l'oste con un mugnaio con due fornaciari a “picca” e a “tric trac”:

“E ... nascono molte contese e molti dispetti di parole ingiuriose e il più delle volte si combatte per un quattrino e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano.”

Questo non è che plebeo ma diviene profondamente poetico nel comento appostovi:

“Rinvolto in quella viltà traggo il cervello di muffa e sfogo la malignità di questa mia sorte sendo contento che mi calpesti per quella via per vedere se la se ne vergognasse.”

Vedilo tutto solo pel bosco con un Petrarca o con un Dante “libertineggiare” con lo spirito fantasticare abbandonato alle onde dell'immaginazione.

“Venuta la sera mi ritorno a casa ed entro nello scri